Faber l’indimenticabile

Da venti anni ci ha lasciato Fabrizio De Andrè, che parlando della sua scelta di fare musica disse: <Cosa avrebbe potuto fare alla fine degli anni Cinquanta un giovane nottambulo, incazzato, mediamente colto, sensibile alle vistose infamie di classe, innamorato dei topi e dei piccioni, forte bevitore, vagheggiatore di ogni miglioramento sociale, amico delle bagasce, cantore feroce di qualunque cordata politica, sposo inaffidabile, musicomane e assatanato di qualsiasi pezzo di carta stampata? Se fosse sopravvissuto e gliene si fosse data l’occasione, costui, molto probabilmente, sarebbe diventato un cantautore. Così infatti è stato ma ci voleva un esempio>.

Ma dire “fare musica” nel caso di Faber è riduttivo. Perché De Andrè, che per i critici è il più grande cantautore italiano, ci ha insegnato a guardare la vita con gli occhi dell’umanità. Con i suoi testi, anche esagerati e sconvolgenti, che sanno di impegno sociale ma anche di amore, che parlano di cattivi e di fate buone, di lotte politiche e intime contraddizioni.

Una discografia immensa, la sua, con testi che non possono lasciare indifferenti. Oggi la sua Genova lo ha ricordato con vari eventi, ma anche altre città hanno voluto fare un tributo a Faber (il nomignolo che gli diede l’amico Paolo Villaggio) a venti anni dalla scomparsa. Un vuoto enorme, fortunatamente colmato – come accade solo con i grandi – dalla sua musica senza tempo.

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