Cosa succede sul web? Quelli che odiano

Osservando la rete, il suo uso e i suoi abusi, non si può non parlare dei cosiddetti haters, che vengono così definiti dall’Accademia della Crusca: “Persone che usano la rete, e in particolare i social network, per esprimere odio o per incitare all’odio verso qualcuno o qualcosa”. La parola hater, infatti, nella lingua inglese significa odiatore.

Un fenomeno che, nel corso degli anni, è diventato incontrollabile. E anche studiato: secondo una ricerca di Amnesty International, le categorie maggiormente soggette a parole d’odio sono le donne, i disabili, i membri della comunità LGBT, gli immigrati, i musulmani e gli appartenenti alle diverse minoranze religiose. Un odio che spesso viene innescato da un fatto di cronaca o da semplici post riguardanti gli argomenti più sensibili. 

Gli odiatori, non serve uno psicologo per capirlo, riversano in rete le loro frustrazioni, esprimono invidia sociale, godono nel colpire persone che nella maggior parte dei casi neanche conoscono. E non è un gioco, bensì una pratica molto pericolosa. Solo per citare i casi più eclatanti e più drammatici, Tiziana Cantone e la ristoratrice Giovanna Pedretti non hanno retto alla pressione degli insulti degli haters sui social e si sono suicidate.   

Purtroppo le piattaforme non sempre rimuovono i contenuti degli odiatori e a livello normativo non c’è mai stata una legge vincolante.

Nel 2020 è stato presentato dalla Commissione europea il Digital service act, il cui scopo è uniformare tra le piattaforme la definizione di contenuti illegali, individuare le procedure per rimuoverli e definire chiaramente in quali ipotesi i fornitori di servizi digitali potranno essere ritenuti responsabili del contenuto presente all’interno delle proprie piattaforme.

Un anno dopo il Comitato per il Mercato interno e la Protezione dei consumatori del Parlamento europeo ha espresso parere favorevole su questa proposta di legge. Ma, ad oggi, gli haters continuano la loro opera pressoché indisturbati.