Buon compleanno al Maestro della Tarsia

Oggi Carlo Turri avrebbe compiuto 83 anni. E ne sono passati due da quando il Maestro della Tarsia non c’è più. Anagnino doc ed artigiano di eccellenza, Turri ha lasciato ricordi indelebili in chi lo ha conosciuto, ma soprattutto ha tramandato le sue opere, realizzate intarsiando legno rigorosamente a mano. Le lavorava nella sua bottega-esposizione a pochi passi dalla maestosa Basilica Cattedrale di Anagni, dove la figlia Rita continua l’attività del creativo padre, dal quale ha ereditato talento e amore per l’arte antica dell’intarsio.

Carlo Turri era un artista che amava moltissimo la sua città, perennemente impegnato a farla conoscere, sempre in prima linea quando si trattava di promuoverla, mettendo a disposizione non solo la sua arte, ma anche la sua voce di cittadino. Che alzava spesso e volentieri quando riteneva che non si facesse abbastanza per aiutare i turisti a conoscere la Città dei Papi. Si batteva molto, Carlo Turri, per migliorare la sua Anagni.

A favore del turismo, sicuramente Turri ha dato un importante contributo. Difficile che un turista diretto alla Cattedrale non entrasse a dare un’occhiata alla sua bottega, attirato da quei quadri in legno caldi ed espressivi e, di recente, anche dai raffinati gioielli realizzati con la stessa tecnica, che hanno segnato l’evoluzione dell’arte di Turri. Bottega che è stata sempre anche mèta di molte personalità in visita ad Anagni e set di varie trasmissioni televisive che hanno voluto intervistare Turri per conoscere da vicino il suo modo di intarsiare. Ed ancora oggi, grazie a Rita Turri, quella mostra rappresenta un ottimo biglietto da visita per chi sceglie di conoscere Anagni.

Ma Carlo Turri non era solo un artista del legno. Era anche un uomo di grande simpatia con le sue indimenticabili battute in dialetto. Tanto che per molti anni ha fatto parte del Gruppo Teatrale Anagnino, all’interno del quale era tra gli attori più amati e divertenti. La presenza scenica e una naturale propensione alla goliardia hanno fatto sì che Turri diventasse un punto di riferimento anche nel teatro locale (VIDEO).

Carlo Turri ha dato molto e in più ambiti, con una grande generosità. Per questo sicuramente Anagni non ha dimenticato uno dei suoi figli più talentuosi. Buon compleanno, Maestro della Tarsia.

Il libro per bambini di nonno Paul McCartney

Un nonno di eccezione. E’ Paul McCartney, il grande bassista dei grandi Beatles, baronetto, eclettico compositore, ma anche uomo sempre in prima linea a sostegno di associazioni benefiche per i diritti umani e degli animali. Paul, che ora ha 77 anni, è nonno di 8 nipotini. Ed è pensando a loro che ha scritto il libro illustrato “Hey Grandude”, giocando nel titolo con la canzone “Hey Jude”

<L’ho scritto – ha spiegato il famoso Beatle – per i nonni di tutto il mondo e per i bambini, in modo da dargli qualcosa da leggere loro prima di metterli a dormire>.

Non è il suo primo libro. Nel 2005 Paul McCartney aveva collaborato con Dunbar e Philip Ardagh alla stesura di un altro volume per bambini, “High in the Clouds”, che sta per diventare un cartone animato. Ora si cimenta, da nonno molto amato da tutti i suoi nipotini, in un libro con illustrazioni dell’artista canadese Kathryn Durst e pubblicato dalla Random House Kids.

Una performance, neanche a dirlo molto attesa quasi come lo erano i dischi dei Beatles, di cui McCartney è estremamente orgoglioso e che ha motivato così su Twitter: <Perché questa idea? Perchè ho otto nipoti, tutti bellissimi. Una volta uno di loro mi ha chiamato “Hey Grandude!”, da quel momento è diventato il mio soprannome. Allora mi sono detto che poteva essere una bella idea per un libro. Perciò ho iniziato a scrivere delle storie e ne ho parlato con gli editori che erano contenti di quello che stavo facendo. Principalmente il protagonista sarà un personaggio chiamato Grandude, che rappresenterà tutti i nonni, che vivrà tantissime avventure con i suoi nipoti>.

Buon compleanno, Maestro Gismondi

Il suo principale cruccio era quello di non essere considerato abbastanza nel suo paese, Anagni. Lui che aveva installato opere in tutto il mondo, ricevendo apprezzamenti ovunque, guadagnandosi anche l’appellativo di “scultore del Papa” per aver realizzato lavori per Paolo VI e Giovanni Paolo II come le porte della Biblioteca e dell’Archivio del Vaticano, il cofanetto per le chiavi delle Porte Sante, le monete della città del Vaticano e molto altro. Lui era Tommaso Gismondi, uno dei più grandi scultori del XX secolo, nato il 28 agosto 1906 e scomparso il 26 aprile 2003. Nemo profheta in patria, ripeteva spesso. Lo diceva con amarezza, ma aveva anche un carattere – per molti, un caratteraccio – che gli permetteva di infischiarsene.

Ho conosciuto Tommaso Gismondi quando lavoravo per il quotidiano “Il Tempo”, si faceva intervistare volentieri, e per gli anni a venire sono andata spesso a trovarlo nel suo laboratorio-museo a ridosso della Basilica Cattedrale di Anagni, nell’angolo che ora è intitolato a lui, dove la nipote Valentina continua a tenere viva la memoria del famoso nonno, ma anche della mamma Donata, figlia dello scultore e sua unica allieva, che ha avuto la fortuna di ereditarne i geni artistici. Ho molti ricordi di Donatella (così era chiamata da tutti) e del padre. Le piacevoli chiacchierate in mezzo ai bozzetti dei bronzi plasmati da Tommaso con indosso il grembiule azzurro, la risata genuina di Donatella quando il padre sparava qualche parolaccia, i racconti dello scultore sulla sua vita intensa, gran parte trascorsa in Argentina prima di decidere di stabilirsi nella città che gli aveva dato i natali e che amava, i suoi progetti senza limiti anche ad età avanzata.

Ho pensato a lui in questi giorni per l’approssimarsi del suo compleanno, il 28 agosto, una data impressa nella mente perché per molto tempo gli ho fatto gli auguri personalmente o al telefono. E ricordo che lui spesso ringraziava commentando: “Sono ancora vivo alla faccia di chi mi vuole male”.

Non era un segreto che Tommaso Gismondi percepisse ostilità da parte dei concittadini, ma soprattutto delle “autorità” che, lo diceva sempre, non gli permettevano di realizzare opere per la sua città. Lui che aveva firmato il portale di bronzo nella chiesa più antica di Parigi, a Montmartre, e sculture monumentali a Santo Domingo, in Australia, in Brasile, in Argentina e in molti altri Paesi. Lui che aveva ricevuto nel suo studio, il 31 agosto 1986, Papa Giovanni Paolo II in occasione della visita pastorale del pontefice ad Anagni. Un privilegio riservato a pochi che Gismondi rivendicava con orgoglio e sottolineava con la mega fotografia che ha immortalato il suo abbraccio con Carol Wojtyla in quella speciale occasione, posizionata all’ingresso del museo permanente.   

 A sedici anni dalla morte, per Anagni il nome di Tommaso Gismondi resta comunque un vanto, sicuramente rivalutato da molti perché il tempo stempera incomprensioni e conflittualità e senza dubbio un punto fermo dell’arte del ventesimo secolo.


Buon compleanno, Maestro. Alla faccia di chi ti ha voluto male.

Il cane che accompagna i bambini in sala operatoria

Si chiama Serena ed è un cane di razza Bassett  Hound, considerata ottima per la compagnia e in particolare propensa a stare con i bambini dato il carattere affettuoso e gioioso dei suoi esemplari, originariamente utilizzati per la caccia.

Da qualche settimana Serena svolge una missione straordinaria: accompagna i bambini in sala operatoria all’ospedale Santa Maria di Firenze, attende che l’intervento finisca e si fa trovare pronta al risveglio del piccolo. Lo fa due volte al mese nell’ambito di un progetto di pet therapy finanziato dall’associazione Onlus “Vorrei prendere il treno” di Iacopo Melio attraverso una raccolta di fondi che ha riscosso notevoli adesioni.     

«I bambini ospedalizzati – ha spiegato Marco Pezzati, direttore dell’area pediatrica aziendale, al quotidiano La Stampa – hanno accolto molto bene questa iniziativa, che li aiuta a vivere al meglio un momento difficile e a dimenticare il disagio del post-intervento e superare così la paura della stanza d’ospedale. I genitori hanno particolarmente apprezzato l’iniziativa perché ha contribuito a rendere più piacevole il ricovero ospedaliero dei loro bambini. Anche il personale medico e infermieristico è molto soddisfatto dell’iniziativa che considera un valido supporto nella gestione dei piccoli pazienti e si augura che Serena e gli operatori dell’Associazione possano nel prossimo futuro aumentare i giorni di frequenza nel reparto di Pediatria. Auspico – ha aggiunto Pezzati – che iniziative del genere si possano replicare anche negli altri reparti pediatrici della nostra Azienda; è ormai dimostrato che nel percorso di cura anche dei piccoli pazienti la vicinanza degli animali da compagnia rappresenta un eccezionale sostegno».

La pet therapy, letteralmente terapia dell’animale da affezione, si affianca a tradizionali cure, trattamenti e interventi socio-sanitari. E’ un intervento sussidiario che aiuta, rinforza, arricchisce e coadiuva le tradizionali terapie e può essere impiegata su pazienti di qualsiasi età e affetti da diverse patologie con l’obiettivo, sempre raggiunto, di migliorare la qualità della vita.

Oltre ai cani, nella pet therapy vengono impiegati soprattutto cavalli e delfini, per la gioia di bambini e adulti.

Anna Vita, diva suo malgrado

“Diva suo malgrado” perché non amava stare sotto i riflettori, veniva presa dal panico quando doveva girare una scena, sul set non si trovava a suo agio. Rifuggiva la notorietà, Anna Vita, star dei fotoromanzi e del cinema nel dopoguerra, per oltre trenta anni titolare dell’albergo La Coccinella di Anagni. Fuggì proprio in Ciociaria quando, delusa dall’ambiente dello spettacolo, decise di cambiare vita dedicandosi a quello che era il suo vero amore, la scultura e la pittura. Un talento ereditato dal padre Mario.

Nei giorni scorsi, parlavo di lei con l’amico e collega Ivan Quiselli che aveva ritrovato un mio vecchio articolo, intitolato appunto “Anna Vita, diva suo malgrado”, convenendo di ricordarla in qualche modo a quasi dieci anni dalla morte.

Ho conosciuto Anna nel suo albergo, andando a trovare degli amici che soggiornavano da lei. Non passava inosservata, la signora della Coccinella, da tanti vista come stravagante, forse anche un po’ strana. Nonostante la differenza di età, facemmo subito amicizia e ci siamo viste spesso nella sua casa adiacente all’albergo. Una casa-museo. Piena di ricordi, di foto, di opere realizzate dal padre e da lei di cui andava molto orgogliosa. Era di queste che amava parlare, non del cinema che pure le aveva portato successo e fama grazie ai film interpretati con Totò e Vittorio De Sica e diretti da registi del calibro di Michelangelo Antonioni, Giorgio Simonelli, Steno, Mario Monicelli. Mi diceva: “Mi ritenevo inadeguata, negata per il cinema, impreparata e non ho mai capito cosa ci trovassero in me. Non riuscivo neanche a memorizzare le battute, non era la mia strada. In realtà ho sempre sognato di diventare una giornalista>.

Non si sentiva bella, Anna Vita. Eppure, per il suo fascino, veniva chiamata “La Greta Garbo dei poveri” o “La malattia degli italiani” e aveva ammaliato anche importanti attori. Ed aveva carattere, Anna. Nel 1952 Federico Fellini le offrì la parte di protagonista nel film “Lo sceicco bianco” (interpretato poi da Brunella Bono), ma lei non accettò perché la pellicola ironizzava sull’ambiente da cui proveniva, il fotoromanzo, litigò con il regista e ne andò in America dalla sorella, chiudendo definitivamente con lo star system. Dopo 18 anni arrivò ad Anagni dove ha vissuto fino a dicembre 2009, quando se ne è andata dopo un breve periodo di malattia. Aveva 83 anni.

L’ho vista per l’ultima volta sei, sette mesi prima. Mi aveva cercato per parlarmi di un suo progetto: creare una grande scultura, raffigurante l’albero della vita, da posizionare nel parco che circondava l’albergo, da inaugurare con una festa alla presenza di tanti bambini. Era entusiasta dell’idea, mi disse che ci stava già lavorando, chiedendomi di aiutarla per l’organizzazione. Non fece, non facemmo in tempo.

La morte, comunque, non la spaventava. “Sono già morta una volta”, mi aveva detto in un’intervista. Raccontando di quando, nel 1990, durante un intervento chirurgico, si era ritrovata lungo un viale celeste dove c’era tanta gente che conosceva. Si sentiva felice. Arrivata a metà di quel viale, era però tornata indietro risvegliandosi nel letto di ospedale. “In questa esperienza ho trovato sollievo e non dolore – disse – e quindi credo che la morte sia un grande piacere”.

Era nata in Calabria, Anna Vita, ma aveva vissuto molto a Roma, una città che amava ma che non le mancava perché preferiva vivere in campagna, a contatto con la natura, con i suoi cani e i suoi ricordi, lontana dalle copertine e da un mondo che non le apparteneva. Aveva scelto, semplicemente, di essere se stessa. Forse anche un po’ strana, ma fedele alla sua personalità.

Le fotografie da… mangiare

Il cibo è senza dubbio uno dei principali piaceri della vita. Lo testimonia la crescita esponenziale di format televisivi con al centro la cucina (alcuni di essi diventati trasmissioni cult), l’aumento di spesa per l’acquisto di prodotti di qualità, la continua ricerca di nuove cotture e sperimentazioni in cucina.

Sull’onda di tale tendenza, è nata anche l’arte foodscapes, parola nata dalla fusione di food (cibo) e scape (paesaggio), che vuol dire fotografare alimenti e creare un panorama. Re assoluto di questa nuova espressione è Carl Warner, 56 anni, inglese, che trascorre il suo tempo nei negozi alimentari e nei mercati per selezionare i soggetti delle sue foto. Poi li compra e li porta nel suo studio, dove li fotografa singolarmente e, insieme ad una squadra di food stylist, costruisce quelli che appaiono come veri e propri quadri. Coloratissimi e stuzzicanti.

Nelle sue fotografie trovi di tutto: patate, melanzane, broccoli, pomodori, prosciutto, carote, spezie. Il tutto trasformato in scenari naturali dove l’occhio umano spazia e fa mille scoperte.   

Sin da piccolo Carl Warner si dedica alla pittura, con disegni che ritraggono un mondo fantastico, ispirandosi a Dali, Patrick Woodroofe e alle copertine d’album di Roger Dean. Dopo aver studiato arte al college, da Liverpool si trasferisce a Londra per studiare fotografia, film e televisione. Dopo anni di esperienza, si specializza in paesaggi alimentari costruiti con ingredienti naturali. Ingredienti che, una volta fotografati, non vengono certo sprecati. Vengono, infatti, consumati da Warner e dai suoi collaboratori o dati in beneficenza.

Il Bestiario di Facebook (parte 2)

Il repertorio degli utenti di Facebook è talmente vasto da richiedere una seconda parte del suo Bestiario, che ogni giorno si arricchisce di frasari e immagini postati fino allo sfinimento, a conferma che quella famosa mamma non usa anticoncezionali.

L’epiteto che va più di moda: rosiconi

Non è più possibile esprimere una propria opinione, soprattutto se si parla di politica. Arriva subito il genio di turno a darti del rosicone, che quasi sempre diventa sinonimo di piddino (anzi, di pidiota). Inutile spiegare che si può anche dissentire senza rodimenti e senza avere in testa tessere di partito o di quel partito.

La cura per i rosiconi: il Bruciakul

Dopo la diagnosi, la terapia. A chi rosica si consiglia di lenire le irritazioni con la pomata Bruciakul. Spesso viene prescritta anche per i tifosi di calcio.

L’epiteto che non passa di moda: buonisti e radical chic

Altre accuse ricorrenti soprattutto verso chi si schiera dalla parte dei più deboli oppure osa contrastare i pensieri di quelli che “portateli a casa tua”.  Quando il confronto è a senso unico.

I tuttologi

Sono quelli che ci capiscono. Di tutto. Sempre pronti a dare la propria ricetta per ogni evenienza. Le loro conoscenze non conoscono confini, soprattutto quelli della ridicolaggine.

Quelli che non leggono o non capiscono ciò che leggono

Commentano come i cavoli a merenda. Si limitano a guardare solo i titoli di un post o di una notizia, non perdono tempo a leggere tutto, smaniosi di far conoscere al mondo la propria opinione. Oppure non capiscono un’acca di quello che è scritto. Risultato: parole al vento, soprattutto quelle di chi tenta (inutilmente) di fargli capire che si trova fuori tema. O fuori di testa.

I cuochi da tastiera

Postano ogni cosa che cucinano, novelli Masterchef che nel 99% dei casi l’appetito te lo tolgono.

Le parole che sfiancano

Vergogna. Non ci sono parole. Buttate le chiavi. Dimissioni! Mi vergogno di essere italiano. Adesso basta! Prima gli italiani.
Se avessimo avuto un centesimo ogni volta che abbiamo letto queste espressioni saremmo diventati ricchi.

La mafia è una montagna di merda

Peppino Impastato ebbe il coraggio, pagando con la vita, di ribellarsi alla sua famiglia mafiosa, alle prevaricazioni e all’omertà. Il giornalista siciliano, ucciso tra l’8 e il 9 maggio 1978 – lo stesso giorno in cui venne ritrovato anche il corpo di Aldo Moro – definì la mafia “una montagna di merda” ed è un esempio delle battaglie sociali e culturali contro criminalità, violenza, prepotenza e corruzione.  

Il 21 marzo si celebra, dal 1996 (ma solo dal 2017 è diventata commemorazione nazionale), la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Un evento promosso dall’associazione Libera in un giorno non casuale: è stato scelto il primo giorno di primavera, che indica risveglio della natura, occasione per rinnovare la primavera della verità e della giustizia sociale.

<Per Libera – spiega l’associazione – è importante mantenere vivo il ricordo e la memoria delle vittime innocenti delle mafie. Uomini, donne e bambini che hanno perso la propria vita per mano della violenza mafiosa, per difendere la nostra libertà, la nostra democrazia. Una memoria condivisa e responsabile grazie alla testimonianza dei loro familiari che si impegnano affinché gli ideali, i sogni dei loro cari rimangono vivi. Ogni anno, il 21 marzo, primo giorno di primavera, in occasione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, in tanti luoghi del nostro Paese e all’estero, vengono letti tutti i nomi delle vittime innocenti delle mafie. Un lungo elenco, recitato come un interminabile rosario civile, per farli vivere ancora, per non farli morire mai. A partire dal 21 marzo e durante gli altri 364 giorni dell’anno, perché solo facendo della memoria uno strumento d’impegno e di responsabilità, si pone il seme di una nuova speranza>.

A Padova si terrà la manifestazione ufficiale della Giornata contro le mafie, ma in altre numerose città italiane sono in programma marce, cortei, eventi e presidi per dire “no” al cancro della mafia e rendere omaggio alle tante, troppe, vittime innocenti (sono oltre 16.000). Un fenomeno “trasversale” perché non coinvolge soltanto il Sud. Dice infatti don Ciotti, presidente dell’associazione Libera, nello spiegare la scelta di Padova: <Nessuna regione può considerarsi immune da questo fenomeno, anche nel nord est la mafia è radicata>.    

In prima linea nel sostenere la Giornata del 21 marzo ci sono gli studenti, che possono essere la vera spina nel fianco della mentalità mafiosa in quanto generazioni future. Un messaggio forte e chiaro, pieno di speranza.

Anche la Rai parteciperà alla commorazione con un palinsesto dedicato.  Il primo appuntamento sarà con “UnoMattina” su Rai1 per una lunga intervista a Don Ciotti, a seguire collegamenti e testimonianze raccolte dagli inviati di “Storie Italiane”. Rai2 approfondirà l’argomento all’interno della rubrica “Tg2 Italia” e con la trasmissione “I Fatti Vostri”. Rai3 invece ci sarà con “Agorà”. Nel pomeriggio, la rete ammiraglia offrirà una intervista a Emanuele Schifani, figlio di Vito Schifani, vittima della strage di Capaci, ospite a “Vieni da me”. A seguire, la “Vita in Diretta” darà ampio spazio alla Giornata e, in terza serata, ne parlerà anche “Sottovoce” di Gigi Marzullo. Su Rai3 è previsto invece un approfondimento pomeridiano, in onda alle 15.20, in “La Grande Storia – anniversari”, dal titolo “Donne e coraggio, voci contro la mafia”. I telegiornali daranno ampio risalto alla cronaca della Giornata. RaiNews24 seguirà in diretta la manifestazione con gli inviati a Padova e in altre piazze d’Italia rappresentative della lotta alla criminalità. La TgR dedicherà spazi informativi all’interno di tutte le edizioni dei Tg regionali. Rai Movie ricorderà la Giornata con pellicole d’autore come “Il giudice ragazzino” e “Gente di rispetto”. Anche Rai Storia con “Diario Civile” e Rai Gulp, con il cartone animato “Giovanni e Paolo e il mistero dei Pupi”, si occuperanno dell’evento.

Il portale web di Rai Scuola ospiterà uno speciale con i documenti filmati che ricostruiscono l’elenco delle morti per mafia. Radio1 dedicherà grande parte della programmazione alla Giornata; Radio2 si mobiliterà ospitando Don Luigi Ciotti a “Caterpillar”; Radio3 racconterà le diverse manifestazioni attraverso “Tutta la città ne parla” e “Fahrenheit”. Oltre a uno spot istituzionale, la Giornata impegnerà anche il sito e i canali social di Responsabilità Sociale Rai.

Un esercito di fantasmi

Un esercito di persone scomparse. Un esercito di fantasmi. Nel 2018 sono sparite nel nulla 4.723 persone in più rispetto al 2017. Sono i dati forniti dalla relazione semestrale dell’ufficio del commissario straordinario del governo per le persone scomparse, che definisce il fenomeno “devastante e sconvolgente nonostante aumentino i ritrovamenti e la prevenzione”. Dalla stessa relazione apprendiamo che dal 1974 (è l’anno di avvio delle statistiche in materia) al 31 dicembre 2018 le persone scomparse in Italia sono 229.687. Ne sono state rintracciate 171.974. Questi numeri tengono conto sia dei cittadini italiani sia di quelli stranieri che vivono in Italia. In particolare, quando si parola di stranieri si fa riferimento ai minori dei quali perdono le tracce una volta arrivati nel nostro Paese, con il rischio che vengano ridotti in schiavitù dalle organizzazioni criminali.

Un dato positivo comunque c’è: l’aumento dei ritrovamenti che sono, al 31 dicembre 2018, il 74,4 per cento, contro il 57,8 per cento del 2017. Nel dettaglio, nel 2018 le denunce di persone scomparse sono state 18.468 persone e di queste sono 13.745 quelle non ancora ritrovate. Gli italiani scomparsi all’estero sono 235 minorenni, 168 maggiorenni e 29 over 65.  Le regioni con il più alto numero di ricercati sono la Sicilia (16.635), il Lazio (8.023), la Lombardia (6.103), la Campania (4.699), la Calabria (4.659) e la Puglia (4.080).


Ma perché una persona, che spesso apparentemente vive in tranquillità, sparisce all’improvviso? In questo caso la relazione sottolinea che “la motivazione dell’allontanamento volontario in caso di scomparsa di una donna, anche minorenne, sia in realtà da rubricare come “possibile vittima di reato”, ponendo l’attenzione, una volta di più sulla tragedia dei femminicidi. Secondo i dati del Ministero dell’Interno – si legge ancora – nei primi 9 mesi del 2018 sono stati 81 i casi di allontanamento dalla casa familiare di una donna spesso a causa di “reati spia” ovvero atti persecutori, maltrattamenti, violenze e percorse. Ma ancora più spesso è accaduto che una donna sia stata denunciata dal marito o compagno per essersi allontanata dalla propria casa, dalla propria prole per altri interessi. La realtà, secondo l’esperienza maturata in questi anni, celava un’altra verità, la donna scomparsa era stata uccisa e occultata dall’autore della denuncia”.

C’è poi la casistica dei possibili disturbi psicologici che comprende 581 casi, 473 italiani e 108 stranieri (12 minorenni, 416 maggiorenni e 153 over 65). Molto spesso si tratta di malati di Alzheimer o di adulti affetti da malattie neurologiche. Mentre le sottrazioni dei minori da parte di un coniuge o di un familiare sono 454.

Il fenomeno delle scomparse è un’emergenza tale da coinvolgere non solo forze dell’ordine e inquirenti, ma anche trasmissioni televisive (“Chi l’ha visto?” di Rai Tre è un baluardo dell’informazione in tal senso), associazioni nate ad hoc (come Penelope) e una buona fetta di altri settori della società.   

Nell’epoca del web, anche Facebook dà una buona mano a veicolare informazioni, avvistamenti, approfondimenti, segnalazioni. E’ il caso della pagina Missing People Italy (nella foto in alto la loro copertina) aperta a giugno del 2012, 6000 followers, gestita da volontari di più parti di Italia, dalla Liguria alla Sicilia, che si sono messi a disposizione de familiari degli scomparsi per aiutarli a ritrovare i propri cari. Spiegano gli amministratori: <Siamo persone sensibili alla tematica delle persone scomparse. Anni fa, con altre persone che nel frattempo per vari motivi non gestiscono più la pagina, decidemmo di creare la pagina stessa per diffondere gli appelli sul web. La problematica “persone scomparse”, è spesso sottovalutata, è un vero e proprio fenomeno sociale del quale si parla ancora poco. Alla nostra pagina è associato un blog con schede di persone scomparse, autorizzate dalle famiglie. Cerchiamo sempre di valutare con attenzione gli appelli che girano in rete (la materia ” privacy” è una cosa molto delicata) prima di postare. Tempo fa decidemmo di denominare la pagina in inglese per poter permettere alle tante persone straniere (che spesso ci contattano) che chiedono aiuto. Non siamo un’associazione ufficiale, ma un gruppo di volontari online. Grazie ad internet ed alle tante pagine internazionali dedicate a questa tematica nei vari paesi d’Europa, abbiamo costruito una serie di contatti con associazioni internazionali ufficiali. Sulla nostra pagina cerchiamo di aggiornare quotidianamente con link su articoli di scomparsi, o condividendo appelli trovati in rete o schede presenti sul nostro blog. In passato abbiamo contribuito a risolvere alcuni casi grazie a persone che hanno visto gli appelli>.

8 Marzo, non è qui la festa

8 Marzo, ma cosa c’è da festeggiare? La Giornata internazionale della donna è stata ufficializzata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 1977 per ricordare le conquiste sociali raggiunte, ma soprattutto per sensibilizzare sulla parità dei generi, ancora un obiettivo lontano. Si associa questa data anche alla morte di centinaia di operaie in un incendio nella fabbrica tessile “Cotton and Cotton” di New York. Ad appiccare il fuoco sarebbe stato il proprietario per reprimere uno sciopero delle dipendenti, ma non ci sarebbero tracce precise di questo fatto di cronaca.

Qualunque sia l’origine di questa “festa”, l’occasione dovrebbe essere un forte momento di riflessione, soprattutto sul fenomeno esecrabile del femminicidio, una vera e propria emergenza che richiede uno sforzo maggiore per essere arginata. Ed allora, facciamo che l’8 Marzo sia una tappa per ragionare e chiedere più rispetto e per interrogarci sui motivi che portano a rapporti malati di coppia. Altro che spogliarelli nei locali per le cenette tra amiche!

Dal 2000 ad oggi, in Italia, sono state uccise oltre tremila donne. Un numero impressionante che equivale al 37,1% degli omicidi commessi nel nostro Paese. E’ quanto emerge da un recente rapporto Eures, secondo il quale nel 50% dei casi l’aggressore è il partner della vittima, spinto da gelosia e possesso e incapace di accettare una separazione. Nel 44,5% dei casi la vittima aveva denunciato I femminicidi sono in aumento al Nord (+ 30%) e in forte calo al Sud (- 42.7%) e le prime regioni italiane dove le donne vengono uccise sono state, nel 2017 e nel 2018, Lombardia, Veneto, Campania, Emilia Romagna, Piemonte, Toscana e Lazio.  Negli ultimi anni sono state vittime di femminicidio 71 donne nel 2015, 72 nel 2016, 68 nel 2017 e 79 nel 2018.  Statistiche che variano, comunque, a seconda della fonte dal momento che non sempre si può stabilire se il delitto è stato consumato nei confronti della donna in quanto tale.

Fanno altrettanto paura i numeri dell’ultimo rapporto Istat sulle violenze: Il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).

Ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner il 13,6% delle donne (2 milioni 800 mila), in particolare il 5,2% (855 mila) da partner attuale e il 18,9% (2 milioni 44 mila) dall’ex partner. La maggior parte delle donne che avevano un partner violento in passato lo hanno lasciato proprio a causa della violenza subita (68,6%). In particolare, per il 41,7% è stata la causa principale per interrompere la relazione, per il 26,8% è stato un elemento importante della decisione.

Il 24,7% delle donne ha subìto almeno una violenza fisica o sessuale da parte di uomini non partner: il 13,2% da estranei e il 13% da persone conosciute. In particolare, il 6,3% da conoscenti, il 3% da amici, il 2,6% da parenti e il 2,5% da colleghi di lavoro.

Le donne subiscono minacce (12,3%), sono spintonate o strattonate (11,5%), sono oggetto di schiaffi, calci, pugni e morsi (7,3%). Altre volte sono colpite con oggetti che possono fare male (6,1%). Meno frequenti le forme più gravi come il tentato strangolamento, l’ustione, il soffocamento e la minaccia o l’uso di armi. Tra le donne che hanno subìto violenze sessuali, le più diffuse sono le molestie fisiche, cioè l’essere toccate o abbracciate o baciate contro la propria volontà (15,6%), i rapporti indesiderati vissuti come violenze (4,7%), gli stupri (3%) e i tentati stupri (3,5%).

Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner, nel 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici. Anche le violenze fisiche (come gli schiaffi, i calci, i pugni e i morsi) sono per la maggior parte opera dei partner o ex. Gli sconosciuti sono autori soprattutto di molestie sessuali (76,8% fra tutte le violenze commesse da sconosciuti).

I bambini ci salveranno

Per fortuna ci sono loro, a lanciare messaggi di speranza. I bambini e gli adolescenti. Con azioni concrete ogni giorno ci ricordano la forza della solidarietà, si schierano dalla parte dei più deboli, non conoscono sentimenti di odio e credono in una società migliore, priva di pregiudizi.

Sono i cittadini di domani ed hanno ricevuto la nomina di “Alfiere della Repubblica” dal Capo dello Stato Sergio Mattarella.  Storie di impegno sociale con protagonisti giovanissimi eroi. Come Anna Balbi, 12 anni, di San Giovanni a Teduccio, periferia di Napoli. Si è distinta per l’aiuto che offre ai bisognosi: dopo la scuola, collabora con la mensa per i poveri e per gli anziani, è attiva in associazioni come Libera e Wwf e quando un bambino disabile è finito nel mirino di due bulli più grandi, è intervenuta pubblicamente a sua difesa. Dice di non sopportare sopraffazioni ed angherie, che da grande farà la pediatra e non lascerà mai Napoli perché c’è tanto da fare.

Poi ci sono Filippo e Federico Bolondi, 10 e 12 anni, milanesi. Insieme al padre hanno realizzato un’App contro il bullismo per «aumentare l’autostima dei ragazzi tra i 10 e i 16 anni, attraverso lo scambio di messaggi positivi in uno spazio protetto da insulti e offese».

Marcos Alexandre Cappato De Araujo, 17enne di Milano, si è distinto grazie ad un cortometraggio sulla disabilità. Da circa 10 anni si impegna per difendere i diritti di chi, come lui, è costretto a vivere una sedia a rotelle e la sua priorità è la lotta alle barriere architettoniche.

Un altro esempio di impegno sociale arriva da Cupra Marittima (Ascoli Piceno) con Celeste Montenovo, 10 anni, che partecipa alle attività di diverse associazioni benefiche mettendosi a disposizione di chi vive in condizioni difficili. In particolare, presta volontariato presso l’Unione ciechi di Ascoli Piceno e ha dedicato alle problematiche dei non vedenti la tesina per la conclusione del suo percorso di studi.

  
Un altro Alfiere della Repubblica è Leonardo Cesaretti, 16 anni, residente ad Albano Laziale (Roma), vittima di bullismo. Ha reagito offrendo il suo impegno a favore dei più deboli, soprattutto nelle sezioni di sport integrato e nelle attività di supporto all’hockey su sedia a rotelle.

Sono solo alcune delle storie che i giovani “costruttori di comunità” hanno fatto conoscere all’Italia intera, dimostrando che valori come solidarietà e vicinanza non sono scomparsi, ma che bisogna coltivarli fin da piccoli per contribuire a migliorare una società che sembra aver perso le coordinate. Per fortuna ci sono loro. I nostri giovanissimi eroi.

Guardiamoci negli occhi!

Pensavo fosse uno scherzo o, come si dice oggi, una fake news. Invece no, è tutto vero. A Bolzano sono stati installati dei cuscini protettivi ai pali della città per evitare che si faccia male chi cammina guardando il telefono. In pratica, se sei distratto dallo smartphone e sbatti contro un palo si può attuire il colpo.

L’iniziativa, promossa dalla Provincia di Bolzano, fa parte della campagna #staysmart che si prefigge l’obiettivo di sensibilizzare i cittadini sull’utilizzo corretto dei dispositivi elettronici, invitandoli ad essere meno dipendenti. Insomma, un rimedio a quello che è un vero e proprio male dei nostri tempi. Che ci deve far riflettere. Perché, diciamocelo, pur considerando innovativa e lodevole l’iniziativa, è davvero triste dover correre ai ripari in questo modo. Ma tant’è. In effetti, oggi si incontrano tante, troppe persone in giro che camminano puntando solo ed esclusivamente il proprio cellulare, senza mai alzare gli occhi. Con il rischio, appunto, di dare una testata.

Ammettiamolo: siamo i nuovi zombie. Schiavi della tecnologia e quasi incuranti dei rapporti più diretti. A passeggio ma senza vedere gli altri, ai quali si riserva un fugace saluto perché troppo impegnati a leggere il messaggio su WhatsApp, la mail appena arrivata o l’aggiornamento delle storie di Facebook.

Del resto, la dipendenza da internet e dal telefono cellulare è considerata una vera e propria patologia. Una malattia della società moderna. Ma è davvero questo il progresso? Riflettiamoci su e pensiamo a come uscirne. Cominciando da una mossa semplice semplice: torniamo a guardarci negli occhi!

Bentornato Montalbano!

La pasta ‘ncasciata è il suo piatto preferito e difficilmente manca in tavola nelle puntate che da venti anni catturano un vasto pubblico. Il commissario Salvo Montalbano, interpretato da Luca Zingaretti, torna su Rai Uno a festeggiare l’importante traguardo con due nuovi film. Vanno ad aggiungersi agli episodi che dal 1999 danno vita al personaggio più amato uscito dalla penna di Andrea Camilleri.

Tutto si svolge nella città immaginaria di Vigàta e nell’altrettanto immaginaria provincia di Montelusa. La città corrisponde nella realtà a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, dove Camilleri è nato. Il commissariato è collocato nel municipio di Scicli, la casa di Montalbano è nella contrada Punta Secca, frazione balneare di Santa Croce Camerina, e la mannara, luogo dove il commissario indaga su molti fatti di sangue, è in realtà la Fornace Penna.

In una intervista, Camilleri ha dichiarato che Vigàta in realtà non è altro che il cortile della scuola che ha frequentato da giovane: <In questo luogo, nelle pause di metà mattinata ed all’uscita da scuola in attesa delle corriere, i ragazzi provenienti dal territorio vicino raccontavano le storie dei propri paesi ed è dall’unione di tutte queste storie che ha preso corpo un paese immaginario che in seguito ho chiamato Vigàta ispirandomi alla vicina Licata. Ora, Porto Empedocle è un posto di diciottomila abitanti che non può sostenere un numero eccessivo di delitti, manco fosse Chicago ai tempi del proibizionismo: non è che siano santi, ma neanche sono a questi livelli. Allora, tanto valeva mettere un nome di fantasia: c’è Licata vicino, e così ho pensato: Vigàta. Ma Vigàta non è neanche lontanamente Licata. È un luogo ideale, questo lo vorrei chiarire una volta per tutte».

<Sono stati venti anni bellissimi>, ha detto l’attore romano che interpreta Montalbano, capace di tenere incollati allo schermo una media di 11 milioni di telespettatori a puntata. Sicuramente è la serie tv più longeva, incentrata sulle indagini del commissario di Polizia che toccano i più svariati casi di malavita siciliana. E il commissario Montalbano non è un solo successo italiano:  trasmesso in più di venti Paesi al mondo, nel 2016 è risultato tra i dieci programmi più visti nel Regno Unito.

Ma la serie tv deve il suo successo, oltre ai personaggi principali (il commissario, Cantarella, Fazio, Mimì Augello e l’eterna fidanzata Livia), anche al linguaggio. Il sito MAMe ha selezionato, a questo proposito, le seguenti dieci frasi cult. E con esse diamo il bentornato a Montalbano.   

  • Insomma ci sono uomini di qualità che, messi in certi posti, risultano inadatti proprio per le loro qualità all’occhi di gente che qualità non ne ha, ma in compenso fa politica.
    Da  ‘La prima indagine di Montalbano’
  • Bella. E non è solamente bella. Appartiene a quella categoria che dalle nostre parti, una volta, era chiamata di “fimmine di letto”. 
    Ha un modo di taliarti, un modo di darti la mano, un modo d’accavallare le gambe, che il sangue ti si arrimiscolia. Ti fa capire che sotto o sopra un linzolo, potrebbe pigliare foco come la carta …
    Da ‘Il quarto segreto’ tratto dal volume ‘La paura di Montalbano’
  • “La massima fortuna che un omo può aviri nella vita è quella di non arrivare mai a un punto di disperazione dal quale non puoi tomare
    Da ‘Il medaglione’
  • Lo sai perché su di te soffia il ghibli? Perché tu sei il deserto. Il vento fa scomparire le orme appena stampate sul tuo corpo. Non credere che queste mie parole siano dettate da rancore, gelosia o altro. Nascono solo dal bene che ti ho voluto. Ti auguro non che tu possa trovare la felicità, ma che nel tuo deserto possa accadere il miracolo di un’oasi. Addio, Laura”
  • Da ‘Noli me tangere’
  • “Dimmi in quale occasione ti sono parsa complicata!”
    “Tu non l’appari, ma lo sei. Dentro, nel profondo di te. Intuisco in te come un continuo scontro contraddittorio che riesci a nascondere assai bene. Dentro di te c’è un vero e proprio labirinto, Arianna, pieno d’angoli oscuri, di viottoli ciechi, d’abissi e di caverne.”
    “Addirittura!”
    “Tu non puoi o non vuoi rendertene conto. Sappi comunque che io non mi ci avventurerei nemmeno se mi fornissi il tuo filo, Arianna. Avrei paura a incontrare il tuo Minotauro. Non sono mica Teseo.”
    Da ‘Il tuttomio
  • “Arriva un momento nel quale t’adduni, t’accorgi che la tua vita è cangiata. Fatti impercettibili si sono accumulati fino a determinare la svolta. O macari fatti ben visibili, di cui però non hai calcolato la portata, le conseguenze.”
    Da ‘Il ladro di merendine’
  • “Un autentico cretino, difficile a trovarsi in questi tempi in cui i cretini si camuffano da intelligenti.”
    Da ‘Il ladro di merendine’
  • “È un gioco tinto, quello dei ricordi, nel quale finisci sempre col perdere.”
    Da ‘L’odore della notte’
  • “Nisciuna pausa può essere concessa in questa sempre più delirante corsa che si nutre di verbi all’infinito: nascere, mangiare, studiare, scopare, produrre, zappingare, accattare, vendere, cacare e morire. ”
    Da ‘L’odore della notte’
  • Pirchì non si pò campare per anni e anni e anni con una pirsona accanoscennola di dintra e di fora, senza avvirtiri che in questa pirsona è avvinuto un qualichi cangiamento.”
    Da ‘Una lama di luce’

Il bestiario di Facebook

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Ho avuto più volte modo di dire la mia sui social, in particolare quello che penso di Facebook (anche con i post, su questo sito, Social ma non troppo e Travolti dalle fake news). Nuovi modi di comunicare che, a mio avviso, andrebbero utilizzati con maggiore buon senso. Oggi provo a stilare una sorta di bestiario, tra il serio e il faceto.

L’IDENTIKIT DI CHI INSULTA

E’ il problema più preoccupante dei social, dove tutti si sentono autorizzati ad insultare gli altri. Il peggiore è quello che lo fa mentre mostra nel profilo Padre Pio, la Madonna o i propri figli (chissà cosa tramanderà loro). Ci sono poi quelli (tanti, troppi) che hanno poca dimestichezza con le acca: le ignorano quando servono, abbondano se non vengono richieste: in genere ce l’hanno con gli stranieri, che probabilmente conoscono la lingua italiana meglio di loro. Da non sottovalutare, però, l’utente che ha studiato: non sempre il grado di istruzione coincide con l’intelligenza o con il buon senso. Il fenomeno, insomma, è piuttosto trasversale.

LE FRASI STANDARD

The winner is… “E allora il Pd”? E’ come il colore nero, sta bene su tutto. Seguono pidioti, zecche rosse, è tutto un magna magna, è colpa di chi ha governato prima (se si parla di politica) stessero a casa loro, sono finti profughi, hanno il telefono di ultima generazione, vogliono pure la wi-fi, arrivano palestrati, portateli a casa vostra, e, naturalmente, prima gli italiani (se si parla di immigrazione), dove sono finiti i soldi dell’Unicef, dove sono finiti i soldi raccolti per i terremotati (siamo entrati nel capitolo fake news).  

L’INVIDIA SOCIALE

Chiunque guadagna va odiato. Ultimamente nel mirino ci sono i conduttori televisivi. Gli haters, in questo caso, sono quelli che… io pago il canone, c’è gente che muore di fame, i pensionati non arrivano a fine mese, quei soldi dateli ai terremotati.

IL BENALTRISMO

Un termine che fa parte soprattutto del linguaggio giornalistico, indicando chi elude un problema sostenendo che ce ne sono altri, più gravi, da affrontare. Sui social il benaltrismo impera. E, dunque, se si parla di un intervento per le scuole non sta bene perché le strade sono a pezzi, non si deve dibattere di randagismo perché sono più importanti i servizi sanitari, guai ad occuparsi di agricoltura se il commercio langue e così via.

I SELFIE DEI POLITICI

Alcuni fanno concorrenza a Chiara Ferragni, non avendone né il fisico né le capacità di influencer, altri esibiscono figli e cani, molti non perdono occasione per un clic con i propri supporter. Anche la politica si adegua ai tempi del web. Purtroppo.

Aiutiamo chi vive in strada

Scatta l’emergenza freddo in tutta Italia e la Comunità di Sant’Egidio è come sempre in prima linea per aiutare chi vive in strada. <Ciascuno di noi – dicono dalla Comunità – può dare una mano. Fermiamoci ad ascoltare chi vive per strada! In questi giorni abbiamo lanciato una grande campagna nazionale in soccorso delle persone senza dimora, sia portando coperte e indumenti caldi nei centri di raccolta, sia partecipando di persona alle distribuzioni>.

E’ possibile aiutare concretamente, a Roma e in diverse città d’Italia, unendosi alle iniziative di soccorso alle persone senza dimora, sia portando coperte e indumenti caldi nei centri di raccolta, sia partecipando di persona alle distribuzioni. Sul sito (www.santegidio.org) si trovano tutti gli indirizzi dei centri di raccolta.

Ed in molte città italiane sono state aperte strutture per l’accoglienza. Come a Napoli, nel centro storico, per aiutare 15 persone senza casa. <Sono italiani e stranieri, giovani ed anziani, amici cari – spiega la Comunità – che erano esposti al freddo e alla malattia. Uno di loro, l’ultimo che si è aggiunto, è un anziano di 77 anni, appena dimesso dall’ospedale, e viveva nei giardini lì attorno. Un altro ci ha detto: “Stare in giro tutto il giorno al freddo è come un lavoro, devi continuamente cercare riparo e aiuto per tutto, quando sono qui posso riposare!. Già in pochi giorni hanno ritrovato il piacere di un luogo caldo ed accogliente, dove possono arrivare la sera, cenare, chiacchierare, poi riposare. Un luogo dove essere senza pensieri, non come la strada, dove come dice un altro amico: “Tutto ciò che lasci fuori dal cartone non lo troverai più!”>.

Anche a Torino la Comunità di Sant’Egidio offre ospitalità a chi non ha casa. Visto il freddo intenso e la necessità di offrire un posto al caldo alle persone senza dimora, la sala accanto alla chiesa dei Santi Martiri – che normalmente ospita gli incontri di riflessione della Comunità – è stata trasformata in un rifugio per la notte che accoglie 6 persone. Brandine e piumoni, asciugamani e stufette ad olio riscaldano la notte di chi non ha niente.


Altra importante iniziativa è la guida “Dove mangiare, dormire, lavarsi” 2019 a Roma” per chi non ha casa o è in difficoltà. Giunto alla 29esima edizione, questo libretto pubblicato dalla Comunità di Sant’Egidio è un aiuto a orientarsi nel mondo della solidarietà. E’ rivolto prima di tutto a chi ha bisogno di aiuto: poveri, persone senza fissa dimora, anziani o stranieri. Per questo è distribuito gratuitamente a chi ne fa richiesta. Ma è utile anche a tutti coloro che operano nel sociale. Ci sono i posti dove si può avere aiuto e accoglienza, dove si può aiutare ed essere accoglienti.



I bambini non si toccano

La cronaca di questi giorni ha fornito una notizia agghiacciante: un bambino di 7 anni ucciso in casa, a Cardito nel Napoletano. Episodio ancora tutto da chiarire, con il convivente della mamma fermato dopo che la sorellina del povero bambino, 8 anni, ferita gravemente, ha parlato di lui come di un violento che li picchiava in continuazione. Una storia maturata in un ambiente familiare disagiato che fa inorridire perché a perdere la vita è un bambino non adeguatamente protetto. E spesso i minori sono oggetto di abusi e violenze proprio da parte di chi dovrebbe tutelarli, dagli adulti ai quali i bambini si affidano completamente.

I dati di questo triste fenomeno sono allarmanti, ma non esaustivi, come spiegano da Telefono Azzurro che dal 1987 è in prima linea in Italia per dare ascolto ai bambini maltrattati: <In Italia, purtroppo, non viene attuato un monitoraggio sistematico da parte di organi istituzionali che consenta di avere un quadro aggiornato, completo della diffusione dell’abuso in danno di bambini e adolescenti. 

I dati a nostra disposizione non ci permettono di avere un quadro preciso del numero dei bambini maltrattati e abusati nel nostro Paese, tuttavia è possibile affermare che tali dati rappresentano una probabile sottostima del fenomeno: molto alto è il numero dei casi che restano “sommersi”, ossia che non vengono denunciati>.

Maltrattamenti, abusi sessuali e bullismo sono le principali fonti di rischio per i bambini di cui si occupa Telefono Azzurro. In un report di Emergenza Infanzia, l’associazione evidenzia che a chiamare il call center, il numero 114 da dove rispondono gli esperti, è nella maggior parte dei casi è un adulto: solo nell’11,7% dei casi a chiamare è il bambino o l’adolescente coinvolto nella situazione di emergenza. E’ evidente come la decodifica di una situazione di emergenza non sia semplice per un bambino e come sia necessario, a maggior ragione per situazioni che coinvolgono bambini di età fino a 10 anni, il coinvolgimento di un adulto per la richiesta di aiuto.   

I dati relativi alle caratteristiche del campione di bambini e adolescenti per i quali è stato richiesto l’intervento del 114 evidenziano solo un lieve scarto tra maschi e femmine vittime di situazioni di emergenza/disagio (maschi 51,5% – femmine 48,5%).

I dati relativi alle caratteristiche del campione di bambini e adolescenti per i quali è stato richiesto l’intervento del 114 evidenziano solo un lieve scarto tra maschi e femmine vittime di situazioni di emergenza/disagio (maschi 51,5% – femmine 48,5%). Le richieste di intervento hanno riguardato prevalentemente (nel 63,7% dei casi) bambini di età compresa tra 0 e 10 anni, nel 21,0% minori di età compresa tra gli 11 e i 14 e nel 15,3% ragazzi tra i 15 e i 18 anni.  Le richieste pervenute al servizio non riguardano solo minori di nazionalità italiana, ma anche straniera: il 19,4% dei bambini e adolescenti segnalati al 114 è straniero. 

A Cassino la pietra del ghetto

La Biblioteca della Shoah di Fiuggi, area didattica della Fondazione Levi Pelloni, in questi giorni sta promuovendo una serie di appuntamenti nelle scuole e nelle sedi istituzionali del Lazio per celebrare il Giorno della Memoria. Pino Pelloni, Luciana e Margherita Ascarelli dopo essere stati presenti nelle scuole di Zagarolo, Olevano Romano e Cerreto Laziale, proseguiranno i loro incontri con i giovani a Roma (lunedì 28, Via Vittoria, 24) e Cassino (mercoledì 30, Palazzo Municipale, Sala Pier Carlo Restagno). Il tema che viene presentato agli studenti riguarda le leggi razziali del 1938 mentre l’appuntamento di domenica 27, voluto dal Comune di Olevano Romano di concerto con l’Associazione Welcome to Tivoli, è il risultato del progetto didattico/formativo “Mio Dio perché?”, realizzato con gli Istituti Comprensivi dei Comuni di Olevano Romano e Cerreto Laziale.

Mercoledì 30 gennaio l’amministrazione comunale di Cassino, su proposta del Centro Documentazione e Studi Cassinati e in collaborazione con La Fondazione Levi Pelloni, ricorderà i cugini Settimio e Marco Giacomo Giuseppe Efrati, cittadini ebrei nati a Cassino, e finiti nella razzia del Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943 e mai piu tornati da Auschwitz. Il convegno, in calendario alle ore 10.30, contempla gli interventi del sindaco di Cassino Carlo Maria D’Alessandro, di Pino Pelloni (“Il dovere della memoria”), Luciana Ascarelli (“Le leggi razziali del 1938”) e Gaetano De Angelis-Curtis (La storia dei cugino Efrati, ebrei di Cassino).

Per l’occasione verranno installate, a ricordo del loro sacrificio e nell’area del Monumento ai Caduti, due copie della Menorah di Anticoli, l’antica pietra (sec.XV) rinvenuta nel ghetto ebraico di Anticoli, l’odierna Fiuggi. L’antica Menorah di Anticoli, rinvenuta in via del Macello nel borgo di Fiuggi, non è la prima volta che viene utilizzata come segno di riconoscimento e di ricordo sia come dono a personalità che si sono distinte nella ricerca storica e nell’esercizio del dovere dell’accoglienza e della solidarietà, sia come segno di memoria per cittadini europei, ebrei e non solo, che sono state vittime dei totalitarismi del Novecento.

La Menorah di Anticoli, un’incisione di fattura catalana, il che ha fatto ipotizzare la sua datazione alla fine del XV, rappresenta un documento molto importante per la storia di Fiuggi e la sua copia è stata realizzata da Luigi Severa.

<Lo sviluppo maggiore della comunità ebraica anticolana – spiega Pino Pelloni – si ebbe quando, nel 1291, molti discendenti di Abramo furono espulsi dall’Italia meridionale. Non risulta che in Anticoli abbiano aperto un Banco di Prestito, come è testimoniato in Anagni, Alatri e Veroli, mentre è documentata l’attività privata di commerci e lavori artigianali, dell’arte speziale e della scrittura. Gli ebrei, presenti nelle contrade del Basso Lazio, se sono sopravvissuti alle persecuzioni lo devono alla loro utilità nella società in cui vivevano e al loro spirito di adattamento presso le comunità che li ospitavano.

La stessa esistenza della comunità ebraica in Anticoli e negli altri centri vicini, trova risposta anche nei comportamenti delle Chiese locali, che da una parte tentavano l’assimilazione religiosa e dall’altra favorivano la loro esistenza. E’ risaputo come la Camera Apostolica adoperasse ogni mezzo per invitare sottobanco gli Ebrei a prestare denaro a usura ai cristiani in modo che questi fossero in grado di adempiere al loro dovere di contribuenti. Prestiti che il potere temporale vietava ai sudditi, tollerandoli e sollecitandoli agli Ebrei. Pertanto le comunità ebraiche erano socialmente utili alla Chiesa e al Feudo>.

Liberi di scegliere, tutto vero

E’ stato tratto da una storia vera il film “Liberi di scegliere” andato in onda martedì sera su Rai Uno con protagonista l’attore Alessandro Preziosi (foto a destra). Un tv movie che lancia un forte messaggio di speranza, soprattutto ai giovani che vogliono prendere in mano la propria vita e ribellarsi a un destino ereditato. L’obiettivo che nella realtà si è prefissato Roberto Di Bella (foto a sinistra), dal 2011 presidente del Tribunale dei Minori di Reggio Calabria. Per tutelare i ragazzi che crescono in contesti mafiosi, ha finora emesso provvedimenti di allontanamento dalle famiglie di 70 minori (dagli 11 anni in su) per indicargli la strada della libertà, spesso seguita anche dalle madri, allo stesso modo condizionate dagli ambienti in cui hanno vissuto. E il film ha ben raccontato la storia di uno di questi ragazzi salvato da una vita criminale.

Il regista Giacomo Campiotti ha diretto un film che fa onore al servizio pubblico, raccontando l’impegno civile del magistrato, 53 anni, che della sua esperienza ha detto, in una recente intervista a La Voce di New York: <In Calabria vengono commessi reati molto gravi. Negli anni abbiamo avuto diversi casi di omicidi, detenzione e porto di armi; abbiamo giudicato minori che hanno commesso estorsioni o che hanno favorito la latitanza di esponenti ‘ndranghetistici. Altri coinvolti a pieno titolo nelle dinamiche delle faide e associative.  Questo accade perché la ‘ndrangheta ha una struttura su base familiare e allora c’è spesso una continuità all’interno della stessa famiglia>.

Un impegno che il magistrato porta avanti da sempre, sfidando apertamente ogni giorno la criminalità organizzata, in collaborazione con la Procura della Repubblica per i Minorenni, la Procura Antimafia e, in alcuni casi, con l’associazione “Libera“  di Don Ciotti.

“Liberi di scegliere” è il nome del protocollo ideato dal magistrato per allontanare i minori dall’ambiente familiare e far decadere la potestà genitoriale dei boss e delle loro mogli, incluso all’interno del Testo Unico contro la criminalità organizzata (legge Bova) che il Consiglio regionale della Calabria ha approvato nei mesi scorsi.

<Quando ho avuto modo di conoscere e incontrare il presidente Di Bella, sin da subito ho capito l’enorme impatto sociale che la sua intuizione avrebbe potuto avere tanto in Calabria quanto nel resto del Paese – ha detto l’onorevole Arturo Bova, presidente della Commissione contro la ‘ndrangheta –  e gli chiesi allora di scrivere di proprio pugno la norma che sarebbe diventata legge e che avrebbe disciplinato in via definitiva il programma. Sono entusiasta del fatto che la Calabria, grazie alla legge che abbiamo approvato, sia stata la prima regione italiana a disciplinare un protocollo così importante>.

Grazie al film di Rai Uno è stato possibile riflettere su una tematica delicata e, purtroppo, molto attuale nel nostro Paese, ma anche conoscere un magistrato che ha sempre lavorato in silenzio e con dedizione in una delle regioni italiane più difficili, senza alcuna tentazione di protagonismo, come solo i grandi uomini al servizio dello Stato sanno fare.

Travolti dalle fake news

I social sono pieni di fake news. False informazioni messe in circolo ad arte per avvelenare il clima, in particolare quello politico. E’ la piattaforma Facebook a detenere il triste primato di pubblicazione di fatti non veri condivisi da milioni di persone. Una disinformazione alla quale tutti ci dovremmo ribellare. Ma cosa si fa per contrastare questo fenomeno?

Mark Zuckerberg ha annunciato, di recente, di aver dato vita ad una nuova collaborazione nel Regno Unito con l’associazione benefica e indipendente Full Fact, che si occuperà proprio di verificare la veridicità e l’affidabilità di articoli, immagini e video condivisi sul social network.  Come verrà strutturata questa operazione verità?

Nel comunicato di Facebook si legge: <In pratica, resta sempre valida la segnalazione delle notizie false da parte degli utenti. Ricevuta la segnalazione, entra in gioco il team di Full Fact che procederà all’analisi del contenuto, verificando l’accuratezza del contenuto stesso per poi valutarlo come vero, falso oppure un mix di entrambi. Una volta fatto questo passaggio, gli utenti saranno avvisati se un contenuto che stanno per condividere è stato verificato come falso, ma a nessuno sarà impedito di condividere o leggere qualsiasi contenuto, che sia falso o meno. Full Fact si concentrerà sulla revisione e valutazione della disinformazione che costituisce il maggior potenziale per danneggiare la sicurezza delle persone o minare i processi democratici, come pericolose cure per il cancro, false storie che si diffondono dopo attacchi terroristici o falsi contenuti su come votare prima delle elezioni>.

Ma quale è l’utente tipo che abbocca?  Un recente studio, condotto dalle università di New York e Princeton, ha dimostrato che la propensione a condividere notizie false sui social network non sia del tutto legata allo stato sociale dell’utente, alla formazione, al sesso, quanto, invece, all’età. E sarebbero gli over 65 quelli più solerti a condividere fake news.

E in Italia come siamo messi? Male, molto male. La disinformazione galoppa, coinvolgendo tutto e tutti: Amatrice, reddito di cittadinanza, inchieste giudiziarie, dichiarazioni dei politici, emigrati ecc. ecc. Siamo travolti dalle fake news, si salvi chi può.

Più che di osservatori per verificare quanto si posta (ma della collaborazione di Facebook con Full Act si devono ancora vedere i risultati e, personalmente, non sono molto ottimista) occorrerebbe l’onestà intellettuale di riconoscere, quando viene segnalato, di aver sbagliato a condividere notizie farlocche. E non succede quasi mai. Sarebbe necessario, poi, verificare di persona, attingendo ad altri fonti più credibili, ciò che si sta pubblicando. Ma forse è chiedere troppo, in una società – virtuale o reale non fa differenza – dove prevale la superficialità e l’incattivimento.

Giornale cartaceo addio

E’ notizia di questi giorni che cessa le pubblicazioni l’edizione cartacea del mensile Rolling Stone. Rimane solo online con il sito rollingstone.it. <Rolling Stone non chiude ma si evolve per seguire dove va il mondo>, dice Luciano Bernardini de Pace, editore dal settembre 2014, convintissimo della sua scelta: <Il sito ha 2,5 milioni di utenti unici, 435mila follower su Facebook e 231mila su Instagram. Questi sono i numeri che indicano qual è la strada. Il mercato pubblicitario oggi chiede il digitale ed è un’opportunità che secondo me va presa senza esitazioni>.

Le scelte degli editori, comprensibilmente, tengono conto dei freddi numeri e di una società che, evolvendo, diventa sempre più digitale. Ma è davvero evoluzione? Chi, come me, ha lavorato per molti anni nelle redazioni dei quotidiani, non può non avvertire un senso di disagio, pur consapevole che il mondo sta cambiando e che, in qualche modo, è necessario stare al passo con i tempi.

E’ accaduto già con le fotografie. Sono rare, ormai, quelle stampate, raccolte in un album da vedere e rivedere. Adesso i ricordi restano negli smartphone e sui social. Ma hanno lo stesso valore? E danno le stesse emozioni?

Siamo destinati a vivere anche senza il giornale cartaceo? Temo di sì. Perdendo anche un rito che i giovanissimi neppure conoscono: l’acquisto del quotidiano dall’edicolante, con il profumo della stampa fresca. Prenderlo e tenerlo tra le mani, sfogliarlo, spiegazzarlo, riporlo a fine giornata pensando all’edizione del giorno dopo.

E’ la stessa cosa leggere su un monitor? Sicuramente più veloce, meno dispendioso, più pratico. Un gesto solo meccanico, che mai potrà rimpiazzare la bellezza di girare pagine e macchiarsi le dita di inchiostro.

Faber l’indimenticabile

Da venti anni ci ha lasciato Fabrizio De Andrè, che parlando della sua scelta di fare musica disse: <Cosa avrebbe potuto fare alla fine degli anni Cinquanta un giovane nottambulo, incazzato, mediamente colto, sensibile alle vistose infamie di classe, innamorato dei topi e dei piccioni, forte bevitore, vagheggiatore di ogni miglioramento sociale, amico delle bagasce, cantore feroce di qualunque cordata politica, sposo inaffidabile, musicomane e assatanato di qualsiasi pezzo di carta stampata? Se fosse sopravvissuto e gliene si fosse data l’occasione, costui, molto probabilmente, sarebbe diventato un cantautore. Così infatti è stato ma ci voleva un esempio>.

Ma dire “fare musica” nel caso di Faber è riduttivo. Perché De Andrè, che per i critici è il più grande cantautore italiano, ci ha insegnato a guardare la vita con gli occhi dell’umanità. Con i suoi testi, anche esagerati e sconvolgenti, che sanno di impegno sociale ma anche di amore, che parlano di cattivi e di fate buone, di lotte politiche e intime contraddizioni.

Una discografia immensa, la sua, con testi che non possono lasciare indifferenti. Oggi la sua Genova lo ha ricordato con vari eventi, ma anche altre città hanno voluto fare un tributo a Faber (il nomignolo che gli diede l’amico Paolo Villaggio) a venti anni dalla scomparsa. Un vuoto enorme, fortunatamente colmato – come accade solo con i grandi – dalla sua musica senza tempo.

Social, ma non troppo

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Non amo molto i social. O, meglio, negli ultimi anni ho visto più limiti che vantaggi. Sono iscritta a Facebook dal 2009, ho un profilo Instagram da qualche anno, Twitter non mi attira particolarmente, la chat di WhatsApp la uso praticamente da quando è nata. Insomma, non sono proprio così asocial, ma diciamo la verità: ne farei volentieri a meno se non fosse che un lavoro come il mio non può prescindere da questi infernali meccanismi.

Facebook è la piattaforma che mi ha deluso di più. Nata e concepita originariamente come un mezzo per ritrovare compagni di scuola, amici e parenti lontani (e la funzione l’assolve a meraviglia), nel corso degli anni si è trasformata in uno sfogatoio di frustrazioni, odio sociale e violenza verbale. Quello che più detesto nella vita reale. Un fenomeno crescente dove basta un click per mettere alla gogna la vittima di turno, diffamare i nemici e illudersi di contare qualcosa, di avere voce in capitolo.

Per non parlare, poi, del cyberbullismo, così esteso tra i più giovani , fenomeno aberrante che ha portato anche a suicidi e traumi seri. Un problema in più, difficile da gestire, per genitori di adolescenti e insegnanti.

Ma è la tuttologia il vero male dei social. Dove ogni giorno si laureano medici, ingegneri, sismologi, psicologi ecc. E’ la vecchia storia degli italiani che, quando gioca la Nazionale, si sentono tutti allenatori. E’ davvero uno spasso – perché, naturalmente, meglio essere easy e non prendersi troppo sul serio – leggere tutte le soluzioni individuate per ogni problema di cui si dibatte. Fosse la cottura del pollo o la manovra finanziaria. Vere perle di saggezza in chiave social.

Cosa fare? Come gestire il mondo virtuale? Ognuno ha la sua ricetta. Per me ho scelto il basso profilo, che significa usare ogni strumento con parsimonia ma, soprattutto, con educazione. Questa, però, è come quel famoso coraggio manzoniano: se non ce l’hai non puoi dartela. Nella vita vera come in quella virtuale.

Ed ora, naturalmente, mi aspetto almeno… un like.