Violenza sulle donne, una guerra di tutti

Ogni due giorni e mezzo in Italia viene uccisa una donna. Sta nella crudezza di questa statistica l’entità del fenomeno del femminicidio, come si definisce l’omicidio di una donna in quanto tale. Dati che vanno ad incrementare quando si tiene conto delle varie forme di violenza, sia fisica sia psicologica, che quotidianamente le donne subiscono.

Se ne è parlato sabato scorso a Fiuggi nel convegno “M’ama non m’ama” organizzato dal centro antiviolenza “Fammi rinascere”, con interventi della responsabile Michaela Sevi, sociologa e assistente sociale, delle psicologhe Nadia Loreti e Roberta Cassetti e dell’avvocato Donatella Ceccarelli e i saluti, per conto del Comune termale, del vice sindaco Marina Tucciarelli e dell’assessore Simona Girolami.

Dal primo contatto con la vittima che si rivolge al numero verde del centro alla legislazione che regolamenta i reati connessi  alla violenza sulle donne, passando per le dinamiche che si sviluppano nelle coppie a rischio e ai numeri agghiaccianti di quella che è diventata una vera e propria emergenza sociale, il centro di Fiuggi ha offerto ancora una volta l’occasione di riflettere, evidenziando la necessità di non abbassare la guardia e di fare rete per combattere una guerra spesso invisibile ma cruenta. Un impegno che deve essere assunto da tutti. Da una società intera.

I dati più recenti dell’Istat parlano chiaro: il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).

Ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner il 13,6% delle donne (2 milioni 800 mila), in particolare il 5,2% (855 mila) da partner attuale e il 18,9% (2 milioni 44 mila) dall’ex partner. La maggior parte delle donne che avevano un partner violento in passato lo hanno lasciato proprio a causa della violenza subita (68,6%). In particolare, per il 41,7% è stata la causa principale per interrompere la relazione, per il 26,8% è stato un elemento importante della decisione.

Il 24,7% delle donne ha subìto almeno una violenza fisica o sessuale da parte di uomini non partner: il 13,2% da estranei e il 13% da persone conosciute. In particolare, il 6,3% da conoscenti, il 3% da amici, il 2,6% da parenti e il 2,5% da colleghi di lavoro.

Numeri dietro ai quali ci sono volti, storie, sofferenza, solitudine e le difficoltà di una società ancora poco reattiva a un fenomeno che è soprattutto culturale, nonostante nel tempo siano comunque cresciute sensibilizzazione e informazione. Ecco perché è importante parlarne, diffondere messaggi chiari e mirati, lavorare su più fronti per aiutare chi è la vittima innocente principale, ma anche chi quella violenza la subisce indirettamente. Come i bambini costretti a vivere in un ambiente violento o, nel peggiore e più frequenti dei casi, da orfani con la mamma morta e il padre in carcere.     

La riflessione di don Domenico sul dopo-Coronavirus

Parte dalle parole di Matteo (6,26-27) la riflessione di monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, sul dopo-Coronavirus, riportata in una lettera pastorale che ci permette di avere il punto di vista di un religioso illuminato, grande conoscitore della comunicazione, su quello che è e sarà la nostra vita in questo particolare momento storico.

Matteo diceva: “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?”.

Monsignor Domenico Pompili

Il presule, originario di Acuto in provincia di Frosinone, commenta riportando l’opinione di suo padre quando ascolta queste parole: “Sfido io che gli uccelli hanno da mangiare! Si mangiano quello che semino io”.  E aggiunge: “Nella reazione istintiva del contadino si riflette la mentalità dell’uomo che fa da sé. L’esatto contrario di quello che Gesù lascia intendere. Mai come ai tempi della pandemia siamo stati ricondotti all’essenziale: la vita è un dono fragile e nessuno può disporne. L’esito di questa consapevolezza è vivere senza ansia perché la garanzia della vita non sta nella nostra disponibilità. L’uomo, infatti, vive anzitutto di ciò che riceve, a cominciare dalla vita. Non è l’accumulo che ci preserva, ma la serenità di vivere giorno per giorno. Concentrarsi sul possesso è miope perché vale di più condividere con gli altri. Anche perché non serve a nulla vivere nell’oro se intorno a noi è il deserto. È illusorio pensare di star bene in un mondo malato”.

Che significa, dunque, essere capaci di osservare gli uccelli del cielo? “Vuol dire – spiega don Pompili – assumere un atteggiamento contemplativo che è il dono inatteso che abbiamo ricevuto dal tempo “sospeso” del coronavirus. Papa Francesco aveva affermato nella Laudato si’ che una nuova ecologia umana ha bisogno di contemplazione e non solo di tecnologia. Solo a condizione di essere capaci di fermarci a guardare e ascoltare, o meglio a contemplare, possiamo riconoscere le contraddizioni alle quali ci troviamo esposti, al di là delle nostre sempre più potenti capacità di fare e di agire. Certo, cinque anni fa l’Enciclica non aveva previsto il coronavirus, ma già invitava a non mettere la testa sotto la sabbia e far finta di non vedere quello che non va”.

E il vescovo entra nel merito del dopo-lockdown per chiedersi: “Siamo pronti a non lasciarci risucchiare dalla routine, ma a prendere coscienza che qualcosa è definitivamente cambiato e costringe anche noi a rivedere prassi, abitudini, tic mentali?”.

Perché secondo il vescovo di Rieti sono almeno tre le cose che non saranno più come prima.

“La prima è la fine dell’individualismo becero. Nessuno può immaginarsi a partire soltanto dal proprio “io, qui e ora”. Lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle a partire dalla connessione che si è manifestata tra noi e gli altri nel momento in cui abbiamo realizzato che nessuno se la cava da sé. E, per contro, che ciascuno dipende nel bene e nel male dall’altro”.

La seconda è un diverso rapporto con il tempo e con lo spazio. “Grazie ai nuovi linguaggi digitali – secondo don Domenico – il mondo è diventato improvvisamente più breve e più stretto e ci ha indotto a cambiare sguardo sulla realtà. Pensate a quanto meno abbiamo inquinato evitando i nostri spostamenti inutili, più vicini all’agitarsi inoperoso che a un agire costruttivo”.

Infine, l’aver individuato i problemi e le relazioni vere. “Abbiamo avuto la possibilità – scrive il vescovo nella sua lettera pastorale – di chiarire il falso dal vero problema, concentrandoci sull’essenziale: salute, affetti, fede, sorvolando su questioni effimere e secondarie”.

Di qui l’esigenza profonda di “non disperdere nel giro di poco tempo quel prezioso senso di solidarietà e di comunità che abbiamo visto essere la fonte della resilienza”.

Coronavirus, quella silenziosa strage di anziani

Le mani nodose, le rughe che solcano il viso, gli occhi stanchi, i movimenti impacciati. Sono i nostri anziani. Stroncati dentro le case di riposo, vittime di una straziante ecatombe.

Qui il Covid-19 ha picchiato duro e in silenzio, attaccando corpi già compromessi da malattie e usure dell’età.

Falcidiati a centinaia nei luoghi dove si aspettavano cure e attenzioni, trasformati all’improvviso in moderni lager per condannati a morte.

Erano i nostri anziani. Nonne e nonni, madri e padri con alle spalle storie diverse, eppure tutti così uguali.

Sembra di immaginarli. Con le mani tremanti e le gambe trascinate, i capelli radi e argentati, le camicie a quadretti e i maglioncini a colori pastello, i plaid abbandonati sui letti, lo sguardo smarrito e l’attesa costante di una visita.

Tanti, troppi di loro, finiti nella colonna di ambulanze che nella notte li preleva dalla casa di riposo e li porta in ospedale con ritardi fatali per la maggior parte di loro.

Soli, fragili, spaventati, ormai definitivamente lontani da figli, nipoti, fratelli e da ogni parvenza di vita. Una vita pur sempre da vivere, per quanto breve.

Morti che resteranno per sempre sulle coscienze. Perché stavolta il killer non è soltanto quel Coronavirus che da mesi controlla e stravolge le nostre esistenze. Perché stavolta qualcosa è andato maledettamente storto in quelle comunità, diventate drammatici focolai.

Morti che più delle altre devono farci riflettere. E vergognare.  

Coronavirus, la solitudine dei vivi e dei morti

Con quanti sentimenti dobbiamo confrontarci in questo assurdo periodo di pandemia? Troppi. Si affacciano, vanno via, tornano, ti sovrastano, padroneggiano, scandiscono ogni minuto della vita, di una vita che non è più ancorata a nulla.

Angoscia, tristezza, paura, incredulità, dolore, ma anche speranza e voglia di farcela. Sentimenti e sensazioni che si rincorrono e si intrecciano. Un mix inedito di percezioni che entrano ed escono dalla testa, dal corpo, dal cuore.

Dobbiamo farci i conti ogni giorno, mentre ascoltiamo e leggiamo i bollettini di guerra che ci raccontano di morti, giovani e anziani, con malattie pregresse e sani, poveri e ricchi, sconosciuti o famosi, settentrionali e meridionali, a testimonianza del fatto che Covid 19, il nemico invisibile che ha invaso l’umanità intera, è democratico e se ne sbatte delle frontiere e delle dichiarazioni dei redditi.

Ma c’è un sentimento che, più degli altri, simboleggia il dramma che ci ha colto a sorpresa. E’ la solitudine. Dei vivi e dei morti.

L’isolamento sociale, imposta come arma per sconfiggere la diffusione di un contagio che nessuno poteva prevedere negli anni della tecnologia rampante e della ricerca medica all’avanguardia, ci ha reso tutti un po’ più soli.

Lontani da amici e familiari, distaccati da colleghi e conoscenti, nonni che incontrano i nipoti soltanto con le videochiamate quando, più di altri, avrebbero bisogno di un abbraccio.

Ma nessuna solitudine sarà devastante come quella vissuta da chi si ammala e muore di Coronavirus. Un percorso che annulla i contatti fisici con i familiari, una via crucis che non prevede resurrezione.

L’addio, per i più fortunati, pronunciato dietro un telefono cellulare tenuto in mano da un infermiere generoso.

Una solitudine che continua nell’ultimo viaggio. In una bara anonima che, nei casi più agghiaccianti, verrà trasportata da un mezzo militare incolonnato in un macabro e triste corteo.

Italia, anno 2020. Non sembra così lontano il Regno di Napoli nel 1656, flagellato dalla peste, con il suo carico insopportabile di morte. E di solitudine.

Coronavirus, questa è la nostra guerra

corona

Ci voleva un micro batterio per farci scoprire che non siamo immortali e invincibili. Da un giorno all’altro ci siamo ritrovati smarriti, fragili e disorientati di fronte a uno tsumani emotivo mai sperimentato prima.


Senza preavviso alcuno, Covid 19 è piombato nelle nostre vite. E le ha sconvolte e ridimensionate, confinandoci nelle quattro mura domestiche diventate improvvisamente un rifugio di guerra. Perché questa è la nostra guerra. Quella che ci era stata risparmiata, a differenza dei nostri nonni, è arrivata con modalità e risvolti diversi, ma non è certo meno dolorosa e devastante.

La triste contabilità della pandemia fa annotare, ogni giorno, centinaia e centinaia di morti. Numeri sempre più crescenti, rimbalzati da un tg all’altro, da una conferenza stampa a un post sul web. Numeri da guerra, appunto. E numeri che non sono solo numeri. Perché dietro ogni numero c’è una persona, una vita vissuta, una storia. Migliaia di volti che resteranno sconosciuti. Troppi, per dedicare loro un ricordo dettagliato, un omaggio.

Nella prima linea della trincea, in questo inedito conflitto che questo altrettanto inedito ventiventi ci ha gettato addosso come zampilli di lava usciti da un vulcano impazzito, ci sono medici, infermieri, operatori sanitari, volontari, forze dell’ordine. Scesi nel campo di battaglia spesso disarmati e bersagli facili del nemico invisibile. Il Paese piange anche molti di loro. Vittime che si aggiungono a vittime, drammi che diventano infiniti.

Una guerra senza colpi di mortaio e case sventrate dalle bombe, ma con gli stessi effetti psicologici. Le stesse identiche ricadute economiche. Gli identici interrogativi su quando e come finirà. Le simili incertezze sul dopo.

Una guerra che, una volta terminata, richiederà una ricostruzione esattamente come accade con gli eventi bellici. La ricostruzione di un’intera economia, ma anche di una rete sociale andata in frantumi in poche settimane, impallinata senza la possibilità di schivare i colpi.

Ci voleva un virus dalla forma persino aggraziata, tanto da essere chiamato corona quasi ad evocare qualcosa di nobile, a farci entrare in un incubo dove non c’è più spazio per i progetti e i programmi, per i banali gesti di tutti i giorni, per la routine che spesso abbiamo maledetto.


Se vogliamo, però, dentro questo tunnel dove siamo sprofondati possiamo trovare l’opportunità di crescere come individui e come comunità. Ripensando i nostri modelli di vita, ricucendo gli strappi nei rapporti e guardando gli altri con occhi diversi.

Possiamo farlo e dobbiamo farlo. Ora che siamo consapevoli che un micro batterio può darci una pesante lezione di vita.

A Foggia barbiere gratis per i senzatetto

notizie smile

Lunedì è il suo giorno di riposo come per tutti i barbieri e i parrucchieri, ma Gianni Sciotta lo trascorre nel suo negozio anche se per un servizio diverso.

Nella mattinata di lunedì, Gianni Sciotta e il suo staff si dedicano a Foggia ai senzatetto. Per loro lavaggio e taglio dei capelli senza passare alla cassa.

Un gesto di grande solidarietà e senza voler apparire. A rendere noto il gesto di Gianni è stata l’associazione “Fratelli della Stazione” di Foggia che si occupa dei poveri della città.

barbiere Su Facebook oggi hanno scritto: “Grazie a Gianni Sciotta ed al suo staff, questa mattina un gruppo di poveri e senza dimora hanno potuto usufruire di taglio e lavaggio dei capelli e della barba. Un modo per riacquistare maggiore dignità, per riappropriarsi della loro immagine migliore e per sentirsi più inseriti nella nostra comunità”.

Un dettaglio non da poco: il nuovo look è piaciuto molto a chi ha usufruito del servizio.  

Sedotta e sclerata, il messaggio di Ileana

Da molto tempo seguo sui social Ileana Speziale e ho sempre avuto la curiosità di incontrarla. Una giovane donna bella e solare diventata ambasciatrice di un messaggio importante per chi, come lei, è affetto dalla sclerosi multipla, ma anche per chiunque incontri nella vita difficoltà e ostacoli.

L’occasione di incontrare Ileana si è presentata negli studi dell’ emittente radiofonica di Anagni Radio Hernica, dove è stata invitata per parlare del suo libro “Sedotta e Sclerata” come sta facendo in un lungo tour in tutta Italia.

Praticamente un’opera autobiografica con cui, attraverso la storia di Emily, Ileana Speziale ci fa conoscere il significato profondo di una parola che mi piace molto: resilienza. La volontà, in pratica, di trovare dentro di noi la forza interiore per superare i drammi della vita e trasformarli in opportunità. La capacità di assorbire un trauma senza andare in mille pezzi.

Nella chiacchierata con Marco Tagliaboschi, Ileana ha raccontato la sua storia, i suoi sogni, le finalità del suo libro. Trovate tutto nel video, buona visione.

Panettone “sospeso” per chi non può comprarlo

Non solo il caffè, anche il panettone è sospeso. E’ la bella abitudine di lasciare qualcosa di pagato a chi non può permettersi di acquistarlo. E se il caffè sospeso è targato Napoli, lo stesso gesto di solidarietà con il panettone parte da Milano, la culla del famoso dolce natalizio.

L’iniziativa è stata lanciata dal sindaco Beppe Sala, che è diventato un vero e proprio testimonial del progetto, insieme all’associazione Panettone Sospeso ETS e chi desidera partecipare, fino al 22 dicembre, può recarsi nelle pasticcerie associate (identificabili dal logo di ETS) e comprare un panettone che viene poi lasciato in negozio. Per ogni dolce acquistato, la pasticceria ne aggiungerà uno a sua volta. Il 23 dicembre, tutti i panettoni donati verranno raccolti e consegnati dall’associazione alla Casa dell’Accoglienza Jannacci, in viale Ortles 69.

L’Associazione Panettone Sospeso ETS è un’organizzazione no profit che è nata proprio per raccogliere e donare panettoni a persone in stato di indigenza a  Milano, e consentire loro di celebrare il Natale con il dolce della tradizione. Partendo dal presupposto che ogni anno sono sempre di più le persone che si trovano a vivere sotto la soglia di povertà. Il panettone può così diventare un piccolo gesto per aiutare le persone in difficoltà.

Queste le pasticcerie che hanno aderito al Panettone Sospeso:

Alvin’s – via Melchiorre Gioia, 141
Davide Longoni – via Gerolamo Tiraboschi, 19
Giacomo – via Pasquale Sottocorno, 5
Moriondo – via Marghera, 10
Massimo 1970 – via Giuseppe Ripamonti, 5
San Gregorio – via San Gregorio, 1
Sant Ambroeus – corso Giacomo Matteotti, 7
Ungaro – via Ronchi, 39
Vergani – via Mercadante 17 e corso di Porta Romana 51.

I miei comfort food. E come li preparo io

Un’altra mia grande passione, oltre a quello del giornalismo – che in realtà è una professione, ma come si dice? Trova un lavoro che ti piace e non lavorerai neanche un giorno della tua vita – è sicuramente la cucina. Sì, lo confesso: non mi perdo un cooking show, so tutto di Carlo Cracco, Antonino Cannavacciuolo, Bruno Barbieri, Norbert Niederkofler, Massimo Bottura, Nadia Santini, Heinz Beck e Annie Féolde solo per nominare i più celebri, un ristorante stellato mi attira più di una boutique di Gucci e mi commuovo davanti ad una zizzona di Battipaglia.

Il cibo, in generale, è consolatorio, sopperisce alle malinconie, stuzzica i ricordi, coccola, soddisfa palato e anima. Ma alcuni piatti lo sono in modo particolare e ognuno di noi ha i suoi. Non a caso si chiama comfort food. E vi racconto i miei, di comfort food, cinque per la precisione, con qualche piccola annotazione. Tranquilli, non voglio annoiarvi con le solite ricette che ormai si trovano dappertutto, aggiungerò soltanto brevi commenti personali. Della serie: come li cucino io.

Al primo posto c’è sicuramente la pasta e fagioli. Mi piace aggiungere un pezzo di cotica, i borlotti sono sempre di quelli da ammollare e non rinuncio ai ditalini rigati.

Segue il purè di patate. E’ molto importante, oltre alla scelta del tipo di patata – deve essere farinosa e bianca – che il burro sia a temperatura ambiente. E aggiungo soltanto latte biologico.

Come può mancare la lasagna rossa? Per me deve essere semplice, con pochi ingredienti. Punto tutto sul sugo, bello denso e profumato di basilico, non necessariamente con la carne, e sulla mozzarella che deve essere di qualità. No all’aggiunta di besciamella, che amo invece nella lasagna bianca.

E’ lei, sua maestà la polenta. Farina di mais a kilometro zero (che utilizzo anche per fare la tradizionale pizza rossa da abbinare ai broccoletti), salsicce e spuntature dal macellaio di fiducia. In alternativa, ma anche se ne avanza un po’, al forno con il gorgonzola come mi hanno insegnato gli amici milanesi.

Per i golosi come me, tutti i dolci sono comfort food. Ma devo ancora trovarne uno più buono del tiramisù. La versione classica resta un must. Le rivisitazioni alla fragola o al limone? Non le disdegno, ma l’originale non si batte.

Bene, questi sono i miei comfort food. E i vostri quali sono?

Dolci invenduti regalati ai bisognosi

Il gesto di solidarietà questa volta arriva dalla Sardegna, esattamente da Quartu Sant’Elena. Nicola Loi, titolare della pasticceria Miky’s Dream Bakery, ogni sera lascia fuori dal locale i dolci invenduti (nella foto sotto), mettendoli a disposizione di chi non può permettersi di acquistarli.

Un gesto che aiuta, ma che evita anche l’odioso spreco alimentare, un fenomeno ancora eccessivo.

Miky’s Dream Bakery, racconta Fanpage, ha annunciato l’iniziativa attraverso un post su Facebook, che dice “Ogni sera alla chiusura lasceremo appesi fuori dei pacchetti con il non venduto! Per chi volesse…”. Chiunque, dunque, può cogliere questa occasione senza entrare in pasticceria con imbarazzo. Nicola e i suoi collaboratori sistemano i loro prodotti dentro numerose borse. E a quanti fanno notare che le buste con i dolci potrebbero essere prese da chi non ne ha nessun bisogno ma vuole solo risparmiare, la pasticceria risponde: <Abbiamo messo in conto anche quello ma non importa, facciamo questo lavoro con il cuore e buttare del cibo ci farebbe veramente male>.

Laureato in… generosità

A 26 anni si è laureato con 110 e lode alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’università di Messina. E come regalo ha chiesto ad amici e parenti di pagare le tasse universitarie a due amici studenti poco abbienti. Il bel gesto di solidarietà è di Piero Dotto, 26enne di Letojanni, in provincia di Catania. Che ha scelto così di festeggiare il conseguimento della laurea, raggiunta con la discussione della tesi “Sindrome di Joubert: aspetti clinici, genetici e neuroradiologici”.

Piero Dotto

Il neo dottore ha pensato a due studenti che non hanno le possibilità economiche di proseguire gli studi per garantire loro un futuro accademico. Piero Dotto, raccontano chi lo conosce, è “un ragazzo semplice, perfettamente integrato nel tessuto sociale della cittadina letojannese, ed anche in quello parrocchiale dove fa parte della Confraternita di San Giuseppe e dell’Azione Cattolica”.

Ora che ha ottenuto la laurea, Piero terrà tre mesi di tirocinio per conseguire l’abilitazione alla professione e successivamente proverà a superare l’esame di ammissione per la specializzazione in nefrologia, reumatologia e dialisi.

Donano le ferie al collega con il figlio malato

Un operaio delle acciaierie Ast di Terni ha un figlio minorenne malato e, data la gravità della patologia, si adopera per assisterlo. Ma finisce le ferie e i permessi per farlo. E’ a questo punto che scatta la solidarietà dei colleghi e dei sindacati.

Rsu e rappresentanti dei metalmeccanici di Fim, Fiom e Uilm incontra la direzione aziendale per chiedere un accordo grazie al quale i colleghi possono donare giorni di riposo al dipendente in difficoltà. 

Un episodio singolo che, però, potrebbe diventare strutturale. Entro il 31 gennaio 2020 le parti torneranno ad incontrarsi per verificare se ci sono le condizioni per realizzare lo strumento della banca ore ferie e permessi “solidali” a favore di chi ne ha bisogno.

<Come organizzazioni sindacali – spiegano  le sigle impegnate nel caso – riteniamo tale iniziativa importante e lodevole certi che, a fronte di casi eccezionali come questi, i lavoratori di Ast non faranno venir meno il proprio contributo e attenzione nel solco della storia e dei valori solidali del movimento dei lavoratori stessi>.

Buon compleanno al Maestro della Tarsia

Oggi Carlo Turri avrebbe compiuto 83 anni. E ne sono passati due da quando il Maestro della Tarsia non c’è più. Anagnino doc ed artigiano di eccellenza, Turri ha lasciato ricordi indelebili in chi lo ha conosciuto, ma soprattutto ha tramandato le sue opere, realizzate intarsiando legno rigorosamente a mano. Le lavorava nella sua bottega-esposizione a pochi passi dalla maestosa Basilica Cattedrale di Anagni, dove la figlia Rita continua l’attività del creativo padre, dal quale ha ereditato talento e amore per l’arte antica dell’intarsio.

Carlo Turri era un artista che amava moltissimo la sua città, perennemente impegnato a farla conoscere, sempre in prima linea quando si trattava di promuoverla, mettendo a disposizione non solo la sua arte, ma anche la sua voce di cittadino. Che alzava spesso e volentieri quando riteneva che non si facesse abbastanza per aiutare i turisti a conoscere la Città dei Papi. Si batteva molto, Carlo Turri, per migliorare la sua Anagni.

A favore del turismo, sicuramente Turri ha dato un importante contributo. Difficile che un turista diretto alla Cattedrale non entrasse a dare un’occhiata alla sua bottega, attirato da quei quadri in legno caldi ed espressivi e, di recente, anche dai raffinati gioielli realizzati con la stessa tecnica, che hanno segnato l’evoluzione dell’arte di Turri. Bottega che è stata sempre anche mèta di molte personalità in visita ad Anagni e set di varie trasmissioni televisive che hanno voluto intervistare Turri per conoscere da vicino il suo modo di intarsiare. Ed ancora oggi, grazie a Rita Turri, quella mostra rappresenta un ottimo biglietto da visita per chi sceglie di conoscere Anagni.

Ma Carlo Turri non era solo un artista del legno. Era anche un uomo di grande simpatia con le sue indimenticabili battute in dialetto. Tanto che per molti anni ha fatto parte del Gruppo Teatrale Anagnino, all’interno del quale era tra gli attori più amati e divertenti. La presenza scenica e una naturale propensione alla goliardia hanno fatto sì che Turri diventasse un punto di riferimento anche nel teatro locale (VIDEO).

Carlo Turri ha dato molto e in più ambiti, con una grande generosità. Per questo sicuramente Anagni non ha dimenticato uno dei suoi figli più talentuosi. Buon compleanno, Maestro della Tarsia.

Il libro per bambini di nonno Paul McCartney

Un nonno di eccezione. E’ Paul McCartney, il grande bassista dei grandi Beatles, baronetto, eclettico compositore, ma anche uomo sempre in prima linea a sostegno di associazioni benefiche per i diritti umani e degli animali. Paul, che ora ha 77 anni, è nonno di 8 nipotini. Ed è pensando a loro che ha scritto il libro illustrato “Hey Grandude”, giocando nel titolo con la canzone “Hey Jude”

<L’ho scritto – ha spiegato il famoso Beatle – per i nonni di tutto il mondo e per i bambini, in modo da dargli qualcosa da leggere loro prima di metterli a dormire>.

Non è il suo primo libro. Nel 2005 Paul McCartney aveva collaborato con Dunbar e Philip Ardagh alla stesura di un altro volume per bambini, “High in the Clouds”, che sta per diventare un cartone animato. Ora si cimenta, da nonno molto amato da tutti i suoi nipotini, in un libro con illustrazioni dell’artista canadese Kathryn Durst e pubblicato dalla Random House Kids.

Una performance, neanche a dirlo molto attesa quasi come lo erano i dischi dei Beatles, di cui McCartney è estremamente orgoglioso e che ha motivato così su Twitter: <Perché questa idea? Perchè ho otto nipoti, tutti bellissimi. Una volta uno di loro mi ha chiamato “Hey Grandude!”, da quel momento è diventato il mio soprannome. Allora mi sono detto che poteva essere una bella idea per un libro. Perciò ho iniziato a scrivere delle storie e ne ho parlato con gli editori che erano contenti di quello che stavo facendo. Principalmente il protagonista sarà un personaggio chiamato Grandude, che rappresenterà tutti i nonni, che vivrà tantissime avventure con i suoi nipoti>.

Buon compleanno, Maestro Gismondi

Il suo principale cruccio era quello di non essere considerato abbastanza nel suo paese, Anagni. Lui che aveva installato opere in tutto il mondo, ricevendo apprezzamenti ovunque, guadagnandosi anche l’appellativo di “scultore del Papa” per aver realizzato lavori per Paolo VI e Giovanni Paolo II come le porte della Biblioteca e dell’Archivio del Vaticano, il cofanetto per le chiavi delle Porte Sante, le monete della città del Vaticano e molto altro. Lui era Tommaso Gismondi, uno dei più grandi scultori del XX secolo, nato il 28 agosto 1906 e scomparso il 26 aprile 2003. Nemo profheta in patria, ripeteva spesso. Lo diceva con amarezza, ma aveva anche un carattere – per molti, un caratteraccio – che gli permetteva di infischiarsene.

Ho conosciuto Tommaso Gismondi quando lavoravo per il quotidiano “Il Tempo”, si faceva intervistare volentieri, e per gli anni a venire sono andata spesso a trovarlo nel suo laboratorio-museo a ridosso della Basilica Cattedrale di Anagni, nell’angolo che ora è intitolato a lui, dove la nipote Valentina continua a tenere viva la memoria del famoso nonno, ma anche della mamma Donata, figlia dello scultore e sua unica allieva, che ha avuto la fortuna di ereditarne i geni artistici. Ho molti ricordi di Donatella (così era chiamata da tutti) e del padre. Le piacevoli chiacchierate in mezzo ai bozzetti dei bronzi plasmati da Tommaso con indosso il grembiule azzurro, la risata genuina di Donatella quando il padre sparava qualche parolaccia, i racconti dello scultore sulla sua vita intensa, gran parte trascorsa in Argentina prima di decidere di stabilirsi nella città che gli aveva dato i natali e che amava, i suoi progetti senza limiti anche ad età avanzata.

Ho pensato a lui in questi giorni per l’approssimarsi del suo compleanno, il 28 agosto, una data impressa nella mente perché per molto tempo gli ho fatto gli auguri personalmente o al telefono. E ricordo che lui spesso ringraziava commentando: “Sono ancora vivo alla faccia di chi mi vuole male”.

Non era un segreto che Tommaso Gismondi percepisse ostilità da parte dei concittadini, ma soprattutto delle “autorità” che, lo diceva sempre, non gli permettevano di realizzare opere per la sua città. Lui che aveva firmato il portale di bronzo nella chiesa più antica di Parigi, a Montmartre, e sculture monumentali a Santo Domingo, in Australia, in Brasile, in Argentina e in molti altri Paesi. Lui che aveva ricevuto nel suo studio, il 31 agosto 1986, Papa Giovanni Paolo II in occasione della visita pastorale del pontefice ad Anagni. Un privilegio riservato a pochi che Gismondi rivendicava con orgoglio e sottolineava con la mega fotografia che ha immortalato il suo abbraccio con Carol Wojtyla in quella speciale occasione, posizionata all’ingresso del museo permanente.   

 A sedici anni dalla morte, per Anagni il nome di Tommaso Gismondi resta comunque un vanto, sicuramente rivalutato da molti perché il tempo stempera incomprensioni e conflittualità e senza dubbio un punto fermo dell’arte del ventesimo secolo.


Buon compleanno, Maestro. Alla faccia di chi ti ha voluto male.

Il cane che accompagna i bambini in sala operatoria

Si chiama Serena ed è un cane di razza Bassett  Hound, considerata ottima per la compagnia e in particolare propensa a stare con i bambini dato il carattere affettuoso e gioioso dei suoi esemplari, originariamente utilizzati per la caccia.

Da qualche settimana Serena svolge una missione straordinaria: accompagna i bambini in sala operatoria all’ospedale Santa Maria di Firenze, attende che l’intervento finisca e si fa trovare pronta al risveglio del piccolo. Lo fa due volte al mese nell’ambito di un progetto di pet therapy finanziato dall’associazione Onlus “Vorrei prendere il treno” di Iacopo Melio attraverso una raccolta di fondi che ha riscosso notevoli adesioni.     

«I bambini ospedalizzati – ha spiegato Marco Pezzati, direttore dell’area pediatrica aziendale, al quotidiano La Stampa – hanno accolto molto bene questa iniziativa, che li aiuta a vivere al meglio un momento difficile e a dimenticare il disagio del post-intervento e superare così la paura della stanza d’ospedale. I genitori hanno particolarmente apprezzato l’iniziativa perché ha contribuito a rendere più piacevole il ricovero ospedaliero dei loro bambini. Anche il personale medico e infermieristico è molto soddisfatto dell’iniziativa che considera un valido supporto nella gestione dei piccoli pazienti e si augura che Serena e gli operatori dell’Associazione possano nel prossimo futuro aumentare i giorni di frequenza nel reparto di Pediatria. Auspico – ha aggiunto Pezzati – che iniziative del genere si possano replicare anche negli altri reparti pediatrici della nostra Azienda; è ormai dimostrato che nel percorso di cura anche dei piccoli pazienti la vicinanza degli animali da compagnia rappresenta un eccezionale sostegno».

La pet therapy, letteralmente terapia dell’animale da affezione, si affianca a tradizionali cure, trattamenti e interventi socio-sanitari. E’ un intervento sussidiario che aiuta, rinforza, arricchisce e coadiuva le tradizionali terapie e può essere impiegata su pazienti di qualsiasi età e affetti da diverse patologie con l’obiettivo, sempre raggiunto, di migliorare la qualità della vita.

Oltre ai cani, nella pet therapy vengono impiegati soprattutto cavalli e delfini, per la gioia di bambini e adulti.

Anna Vita, diva suo malgrado

“Diva suo malgrado” perché non amava stare sotto i riflettori, veniva presa dal panico quando doveva girare una scena, sul set non si trovava a suo agio. Rifuggiva la notorietà, Anna Vita, star dei fotoromanzi e del cinema nel dopoguerra, per oltre trenta anni titolare dell’albergo La Coccinella di Anagni. Fuggì proprio in Ciociaria quando, delusa dall’ambiente dello spettacolo, decise di cambiare vita dedicandosi a quello che era il suo vero amore, la scultura e la pittura. Un talento ereditato dal padre Mario.

Nei giorni scorsi, parlavo di lei con l’amico e collega Ivan Quiselli che aveva ritrovato un mio vecchio articolo, intitolato appunto “Anna Vita, diva suo malgrado”, convenendo di ricordarla in qualche modo a quasi dieci anni dalla morte.

Ho conosciuto Anna nel suo albergo, andando a trovare degli amici che soggiornavano da lei. Non passava inosservata, la signora della Coccinella, da tanti vista come stravagante, forse anche un po’ strana. Nonostante la differenza di età, facemmo subito amicizia e ci siamo viste spesso nella sua casa adiacente all’albergo. Una casa-museo. Piena di ricordi, di foto, di opere realizzate dal padre e da lei di cui andava molto orgogliosa. Era di queste che amava parlare, non del cinema che pure le aveva portato successo e fama grazie ai film interpretati con Totò e Vittorio De Sica e diretti da registi del calibro di Michelangelo Antonioni, Giorgio Simonelli, Steno, Mario Monicelli. Mi diceva: “Mi ritenevo inadeguata, negata per il cinema, impreparata e non ho mai capito cosa ci trovassero in me. Non riuscivo neanche a memorizzare le battute, non era la mia strada. In realtà ho sempre sognato di diventare una giornalista>.

Non si sentiva bella, Anna Vita. Eppure, per il suo fascino, veniva chiamata “La Greta Garbo dei poveri” o “La malattia degli italiani” e aveva ammaliato anche importanti attori. Ed aveva carattere, Anna. Nel 1952 Federico Fellini le offrì la parte di protagonista nel film “Lo sceicco bianco” (interpretato poi da Brunella Bono), ma lei non accettò perché la pellicola ironizzava sull’ambiente da cui proveniva, il fotoromanzo, litigò con il regista e ne andò in America dalla sorella, chiudendo definitivamente con lo star system. Dopo 18 anni arrivò ad Anagni dove ha vissuto fino a dicembre 2009, quando se ne è andata dopo un breve periodo di malattia. Aveva 83 anni.

L’ho vista per l’ultima volta sei, sette mesi prima. Mi aveva cercato per parlarmi di un suo progetto: creare una grande scultura, raffigurante l’albero della vita, da posizionare nel parco che circondava l’albergo, da inaugurare con una festa alla presenza di tanti bambini. Era entusiasta dell’idea, mi disse che ci stava già lavorando, chiedendomi di aiutarla per l’organizzazione. Non fece, non facemmo in tempo.

La morte, comunque, non la spaventava. “Sono già morta una volta”, mi aveva detto in un’intervista. Raccontando di quando, nel 1990, durante un intervento chirurgico, si era ritrovata lungo un viale celeste dove c’era tanta gente che conosceva. Si sentiva felice. Arrivata a metà di quel viale, era però tornata indietro risvegliandosi nel letto di ospedale. “In questa esperienza ho trovato sollievo e non dolore – disse – e quindi credo che la morte sia un grande piacere”.

Era nata in Calabria, Anna Vita, ma aveva vissuto molto a Roma, una città che amava ma che non le mancava perché preferiva vivere in campagna, a contatto con la natura, con i suoi cani e i suoi ricordi, lontana dalle copertine e da un mondo che non le apparteneva. Aveva scelto, semplicemente, di essere se stessa. Forse anche un po’ strana, ma fedele alla sua personalità.

Le fotografie da… mangiare

Il cibo è senza dubbio uno dei principali piaceri della vita. Lo testimonia la crescita esponenziale di format televisivi con al centro la cucina (alcuni di essi diventati trasmissioni cult), l’aumento di spesa per l’acquisto di prodotti di qualità, la continua ricerca di nuove cotture e sperimentazioni in cucina.

Sull’onda di tale tendenza, è nata anche l’arte foodscapes, parola nata dalla fusione di food (cibo) e scape (paesaggio), che vuol dire fotografare alimenti e creare un panorama. Re assoluto di questa nuova espressione è Carl Warner, 56 anni, inglese, che trascorre il suo tempo nei negozi alimentari e nei mercati per selezionare i soggetti delle sue foto. Poi li compra e li porta nel suo studio, dove li fotografa singolarmente e, insieme ad una squadra di food stylist, costruisce quelli che appaiono come veri e propri quadri. Coloratissimi e stuzzicanti.

Nelle sue fotografie trovi di tutto: patate, melanzane, broccoli, pomodori, prosciutto, carote, spezie. Il tutto trasformato in scenari naturali dove l’occhio umano spazia e fa mille scoperte.   

Sin da piccolo Carl Warner si dedica alla pittura, con disegni che ritraggono un mondo fantastico, ispirandosi a Dali, Patrick Woodroofe e alle copertine d’album di Roger Dean. Dopo aver studiato arte al college, da Liverpool si trasferisce a Londra per studiare fotografia, film e televisione. Dopo anni di esperienza, si specializza in paesaggi alimentari costruiti con ingredienti naturali. Ingredienti che, una volta fotografati, non vengono certo sprecati. Vengono, infatti, consumati da Warner e dai suoi collaboratori o dati in beneficenza.

Il Bestiario di Facebook (parte 2)

Il repertorio degli utenti di Facebook è talmente vasto da richiedere una seconda parte del suo Bestiario, che ogni giorno si arricchisce di frasari e immagini postati fino allo sfinimento, a conferma che quella famosa mamma non usa anticoncezionali.

L’epiteto che va più di moda: rosiconi

Non è più possibile esprimere una propria opinione, soprattutto se si parla di politica. Arriva subito il genio di turno a darti del rosicone, che quasi sempre diventa sinonimo di piddino (anzi, di pidiota). Inutile spiegare che si può anche dissentire senza rodimenti e senza avere in testa tessere di partito o di quel partito.

La cura per i rosiconi: il Bruciakul

Dopo la diagnosi, la terapia. A chi rosica si consiglia di lenire le irritazioni con la pomata Bruciakul. Spesso viene prescritta anche per i tifosi di calcio.

L’epiteto che non passa di moda: buonisti e radical chic

Altre accuse ricorrenti soprattutto verso chi si schiera dalla parte dei più deboli oppure osa contrastare i pensieri di quelli che “portateli a casa tua”.  Quando il confronto è a senso unico.

I tuttologi

Sono quelli che ci capiscono. Di tutto. Sempre pronti a dare la propria ricetta per ogni evenienza. Le loro conoscenze non conoscono confini, soprattutto quelli della ridicolaggine.

Quelli che non leggono o non capiscono ciò che leggono

Commentano come i cavoli a merenda. Si limitano a guardare solo i titoli di un post o di una notizia, non perdono tempo a leggere tutto, smaniosi di far conoscere al mondo la propria opinione. Oppure non capiscono un’acca di quello che è scritto. Risultato: parole al vento, soprattutto quelle di chi tenta (inutilmente) di fargli capire che si trova fuori tema. O fuori di testa.

I cuochi da tastiera

Postano ogni cosa che cucinano, novelli Masterchef che nel 99% dei casi l’appetito te lo tolgono.

Le parole che sfiancano

Vergogna. Non ci sono parole. Buttate le chiavi. Dimissioni! Mi vergogno di essere italiano. Adesso basta! Prima gli italiani.
Se avessimo avuto un centesimo ogni volta che abbiamo letto queste espressioni saremmo diventati ricchi.

La mafia è una montagna di merda

Peppino Impastato ebbe il coraggio, pagando con la vita, di ribellarsi alla sua famiglia mafiosa, alle prevaricazioni e all’omertà. Il giornalista siciliano, ucciso tra l’8 e il 9 maggio 1978 – lo stesso giorno in cui venne ritrovato anche il corpo di Aldo Moro – definì la mafia “una montagna di merda” ed è un esempio delle battaglie sociali e culturali contro criminalità, violenza, prepotenza e corruzione.  

Il 21 marzo si celebra, dal 1996 (ma solo dal 2017 è diventata commemorazione nazionale), la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Un evento promosso dall’associazione Libera in un giorno non casuale: è stato scelto il primo giorno di primavera, che indica risveglio della natura, occasione per rinnovare la primavera della verità e della giustizia sociale.

<Per Libera – spiega l’associazione – è importante mantenere vivo il ricordo e la memoria delle vittime innocenti delle mafie. Uomini, donne e bambini che hanno perso la propria vita per mano della violenza mafiosa, per difendere la nostra libertà, la nostra democrazia. Una memoria condivisa e responsabile grazie alla testimonianza dei loro familiari che si impegnano affinché gli ideali, i sogni dei loro cari rimangono vivi. Ogni anno, il 21 marzo, primo giorno di primavera, in occasione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, in tanti luoghi del nostro Paese e all’estero, vengono letti tutti i nomi delle vittime innocenti delle mafie. Un lungo elenco, recitato come un interminabile rosario civile, per farli vivere ancora, per non farli morire mai. A partire dal 21 marzo e durante gli altri 364 giorni dell’anno, perché solo facendo della memoria uno strumento d’impegno e di responsabilità, si pone il seme di una nuova speranza>.

A Padova si terrà la manifestazione ufficiale della Giornata contro le mafie, ma in altre numerose città italiane sono in programma marce, cortei, eventi e presidi per dire “no” al cancro della mafia e rendere omaggio alle tante, troppe, vittime innocenti (sono oltre 16.000). Un fenomeno “trasversale” perché non coinvolge soltanto il Sud. Dice infatti don Ciotti, presidente dell’associazione Libera, nello spiegare la scelta di Padova: <Nessuna regione può considerarsi immune da questo fenomeno, anche nel nord est la mafia è radicata>.    

In prima linea nel sostenere la Giornata del 21 marzo ci sono gli studenti, che possono essere la vera spina nel fianco della mentalità mafiosa in quanto generazioni future. Un messaggio forte e chiaro, pieno di speranza.

Anche la Rai parteciperà alla commorazione con un palinsesto dedicato.  Il primo appuntamento sarà con “UnoMattina” su Rai1 per una lunga intervista a Don Ciotti, a seguire collegamenti e testimonianze raccolte dagli inviati di “Storie Italiane”. Rai2 approfondirà l’argomento all’interno della rubrica “Tg2 Italia” e con la trasmissione “I Fatti Vostri”. Rai3 invece ci sarà con “Agorà”. Nel pomeriggio, la rete ammiraglia offrirà una intervista a Emanuele Schifani, figlio di Vito Schifani, vittima della strage di Capaci, ospite a “Vieni da me”. A seguire, la “Vita in Diretta” darà ampio spazio alla Giornata e, in terza serata, ne parlerà anche “Sottovoce” di Gigi Marzullo. Su Rai3 è previsto invece un approfondimento pomeridiano, in onda alle 15.20, in “La Grande Storia – anniversari”, dal titolo “Donne e coraggio, voci contro la mafia”. I telegiornali daranno ampio risalto alla cronaca della Giornata. RaiNews24 seguirà in diretta la manifestazione con gli inviati a Padova e in altre piazze d’Italia rappresentative della lotta alla criminalità. La TgR dedicherà spazi informativi all’interno di tutte le edizioni dei Tg regionali. Rai Movie ricorderà la Giornata con pellicole d’autore come “Il giudice ragazzino” e “Gente di rispetto”. Anche Rai Storia con “Diario Civile” e Rai Gulp, con il cartone animato “Giovanni e Paolo e il mistero dei Pupi”, si occuperanno dell’evento.

Il portale web di Rai Scuola ospiterà uno speciale con i documenti filmati che ricostruiscono l’elenco delle morti per mafia. Radio1 dedicherà grande parte della programmazione alla Giornata; Radio2 si mobiliterà ospitando Don Luigi Ciotti a “Caterpillar”; Radio3 racconterà le diverse manifestazioni attraverso “Tutta la città ne parla” e “Fahrenheit”. Oltre a uno spot istituzionale, la Giornata impegnerà anche il sito e i canali social di Responsabilità Sociale Rai.

Un esercito di fantasmi

Un esercito di persone scomparse. Un esercito di fantasmi. Nel 2018 sono sparite nel nulla 4.723 persone in più rispetto al 2017. Sono i dati forniti dalla relazione semestrale dell’ufficio del commissario straordinario del governo per le persone scomparse, che definisce il fenomeno “devastante e sconvolgente nonostante aumentino i ritrovamenti e la prevenzione”. Dalla stessa relazione apprendiamo che dal 1974 (è l’anno di avvio delle statistiche in materia) al 31 dicembre 2018 le persone scomparse in Italia sono 229.687. Ne sono state rintracciate 171.974. Questi numeri tengono conto sia dei cittadini italiani sia di quelli stranieri che vivono in Italia. In particolare, quando si parola di stranieri si fa riferimento ai minori dei quali perdono le tracce una volta arrivati nel nostro Paese, con il rischio che vengano ridotti in schiavitù dalle organizzazioni criminali.

Un dato positivo comunque c’è: l’aumento dei ritrovamenti che sono, al 31 dicembre 2018, il 74,4 per cento, contro il 57,8 per cento del 2017. Nel dettaglio, nel 2018 le denunce di persone scomparse sono state 18.468 persone e di queste sono 13.745 quelle non ancora ritrovate. Gli italiani scomparsi all’estero sono 235 minorenni, 168 maggiorenni e 29 over 65.  Le regioni con il più alto numero di ricercati sono la Sicilia (16.635), il Lazio (8.023), la Lombardia (6.103), la Campania (4.699), la Calabria (4.659) e la Puglia (4.080).


Ma perché una persona, che spesso apparentemente vive in tranquillità, sparisce all’improvviso? In questo caso la relazione sottolinea che “la motivazione dell’allontanamento volontario in caso di scomparsa di una donna, anche minorenne, sia in realtà da rubricare come “possibile vittima di reato”, ponendo l’attenzione, una volta di più sulla tragedia dei femminicidi. Secondo i dati del Ministero dell’Interno – si legge ancora – nei primi 9 mesi del 2018 sono stati 81 i casi di allontanamento dalla casa familiare di una donna spesso a causa di “reati spia” ovvero atti persecutori, maltrattamenti, violenze e percorse. Ma ancora più spesso è accaduto che una donna sia stata denunciata dal marito o compagno per essersi allontanata dalla propria casa, dalla propria prole per altri interessi. La realtà, secondo l’esperienza maturata in questi anni, celava un’altra verità, la donna scomparsa era stata uccisa e occultata dall’autore della denuncia”.

C’è poi la casistica dei possibili disturbi psicologici che comprende 581 casi, 473 italiani e 108 stranieri (12 minorenni, 416 maggiorenni e 153 over 65). Molto spesso si tratta di malati di Alzheimer o di adulti affetti da malattie neurologiche. Mentre le sottrazioni dei minori da parte di un coniuge o di un familiare sono 454.

Il fenomeno delle scomparse è un’emergenza tale da coinvolgere non solo forze dell’ordine e inquirenti, ma anche trasmissioni televisive (“Chi l’ha visto?” di Rai Tre è un baluardo dell’informazione in tal senso), associazioni nate ad hoc (come Penelope) e una buona fetta di altri settori della società.   

Nell’epoca del web, anche Facebook dà una buona mano a veicolare informazioni, avvistamenti, approfondimenti, segnalazioni. E’ il caso della pagina Missing People Italy (nella foto in alto la loro copertina) aperta a giugno del 2012, 6000 followers, gestita da volontari di più parti di Italia, dalla Liguria alla Sicilia, che si sono messi a disposizione de familiari degli scomparsi per aiutarli a ritrovare i propri cari. Spiegano gli amministratori: <Siamo persone sensibili alla tematica delle persone scomparse. Anni fa, con altre persone che nel frattempo per vari motivi non gestiscono più la pagina, decidemmo di creare la pagina stessa per diffondere gli appelli sul web. La problematica “persone scomparse”, è spesso sottovalutata, è un vero e proprio fenomeno sociale del quale si parla ancora poco. Alla nostra pagina è associato un blog con schede di persone scomparse, autorizzate dalle famiglie. Cerchiamo sempre di valutare con attenzione gli appelli che girano in rete (la materia ” privacy” è una cosa molto delicata) prima di postare. Tempo fa decidemmo di denominare la pagina in inglese per poter permettere alle tante persone straniere (che spesso ci contattano) che chiedono aiuto. Non siamo un’associazione ufficiale, ma un gruppo di volontari online. Grazie ad internet ed alle tante pagine internazionali dedicate a questa tematica nei vari paesi d’Europa, abbiamo costruito una serie di contatti con associazioni internazionali ufficiali. Sulla nostra pagina cerchiamo di aggiornare quotidianamente con link su articoli di scomparsi, o condividendo appelli trovati in rete o schede presenti sul nostro blog. In passato abbiamo contribuito a risolvere alcuni casi grazie a persone che hanno visto gli appelli>.

8 Marzo, non è qui la festa

8 Marzo, ma cosa c’è da festeggiare? La Giornata internazionale della donna è stata ufficializzata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 1977 per ricordare le conquiste sociali raggiunte, ma soprattutto per sensibilizzare sulla parità dei generi, ancora un obiettivo lontano. Si associa questa data anche alla morte di centinaia di operaie in un incendio nella fabbrica tessile “Cotton and Cotton” di New York. Ad appiccare il fuoco sarebbe stato il proprietario per reprimere uno sciopero delle dipendenti, ma non ci sarebbero tracce precise di questo fatto di cronaca.

Qualunque sia l’origine di questa “festa”, l’occasione dovrebbe essere un forte momento di riflessione, soprattutto sul fenomeno esecrabile del femminicidio, una vera e propria emergenza che richiede uno sforzo maggiore per essere arginata. Ed allora, facciamo che l’8 Marzo sia una tappa per ragionare e chiedere più rispetto e per interrogarci sui motivi che portano a rapporti malati di coppia. Altro che spogliarelli nei locali per le cenette tra amiche!

Dal 2000 ad oggi, in Italia, sono state uccise oltre tremila donne. Un numero impressionante che equivale al 37,1% degli omicidi commessi nel nostro Paese. E’ quanto emerge da un recente rapporto Eures, secondo il quale nel 50% dei casi l’aggressore è il partner della vittima, spinto da gelosia e possesso e incapace di accettare una separazione. Nel 44,5% dei casi la vittima aveva denunciato I femminicidi sono in aumento al Nord (+ 30%) e in forte calo al Sud (- 42.7%) e le prime regioni italiane dove le donne vengono uccise sono state, nel 2017 e nel 2018, Lombardia, Veneto, Campania, Emilia Romagna, Piemonte, Toscana e Lazio.  Negli ultimi anni sono state vittime di femminicidio 71 donne nel 2015, 72 nel 2016, 68 nel 2017 e 79 nel 2018.  Statistiche che variano, comunque, a seconda della fonte dal momento che non sempre si può stabilire se il delitto è stato consumato nei confronti della donna in quanto tale.

Fanno altrettanto paura i numeri dell’ultimo rapporto Istat sulle violenze: Il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).

Ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner il 13,6% delle donne (2 milioni 800 mila), in particolare il 5,2% (855 mila) da partner attuale e il 18,9% (2 milioni 44 mila) dall’ex partner. La maggior parte delle donne che avevano un partner violento in passato lo hanno lasciato proprio a causa della violenza subita (68,6%). In particolare, per il 41,7% è stata la causa principale per interrompere la relazione, per il 26,8% è stato un elemento importante della decisione.

Il 24,7% delle donne ha subìto almeno una violenza fisica o sessuale da parte di uomini non partner: il 13,2% da estranei e il 13% da persone conosciute. In particolare, il 6,3% da conoscenti, il 3% da amici, il 2,6% da parenti e il 2,5% da colleghi di lavoro.

Le donne subiscono minacce (12,3%), sono spintonate o strattonate (11,5%), sono oggetto di schiaffi, calci, pugni e morsi (7,3%). Altre volte sono colpite con oggetti che possono fare male (6,1%). Meno frequenti le forme più gravi come il tentato strangolamento, l’ustione, il soffocamento e la minaccia o l’uso di armi. Tra le donne che hanno subìto violenze sessuali, le più diffuse sono le molestie fisiche, cioè l’essere toccate o abbracciate o baciate contro la propria volontà (15,6%), i rapporti indesiderati vissuti come violenze (4,7%), gli stupri (3%) e i tentati stupri (3,5%).

Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner, nel 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici. Anche le violenze fisiche (come gli schiaffi, i calci, i pugni e i morsi) sono per la maggior parte opera dei partner o ex. Gli sconosciuti sono autori soprattutto di molestie sessuali (76,8% fra tutte le violenze commesse da sconosciuti).

I bambini ci salveranno

Per fortuna ci sono loro, a lanciare messaggi di speranza. I bambini e gli adolescenti. Con azioni concrete ogni giorno ci ricordano la forza della solidarietà, si schierano dalla parte dei più deboli, non conoscono sentimenti di odio e credono in una società migliore, priva di pregiudizi.

Sono i cittadini di domani ed hanno ricevuto la nomina di “Alfiere della Repubblica” dal Capo dello Stato Sergio Mattarella.  Storie di impegno sociale con protagonisti giovanissimi eroi. Come Anna Balbi, 12 anni, di San Giovanni a Teduccio, periferia di Napoli. Si è distinta per l’aiuto che offre ai bisognosi: dopo la scuola, collabora con la mensa per i poveri e per gli anziani, è attiva in associazioni come Libera e Wwf e quando un bambino disabile è finito nel mirino di due bulli più grandi, è intervenuta pubblicamente a sua difesa. Dice di non sopportare sopraffazioni ed angherie, che da grande farà la pediatra e non lascerà mai Napoli perché c’è tanto da fare.

Poi ci sono Filippo e Federico Bolondi, 10 e 12 anni, milanesi. Insieme al padre hanno realizzato un’App contro il bullismo per «aumentare l’autostima dei ragazzi tra i 10 e i 16 anni, attraverso lo scambio di messaggi positivi in uno spazio protetto da insulti e offese».

Marcos Alexandre Cappato De Araujo, 17enne di Milano, si è distinto grazie ad un cortometraggio sulla disabilità. Da circa 10 anni si impegna per difendere i diritti di chi, come lui, è costretto a vivere una sedia a rotelle e la sua priorità è la lotta alle barriere architettoniche.

Un altro esempio di impegno sociale arriva da Cupra Marittima (Ascoli Piceno) con Celeste Montenovo, 10 anni, che partecipa alle attività di diverse associazioni benefiche mettendosi a disposizione di chi vive in condizioni difficili. In particolare, presta volontariato presso l’Unione ciechi di Ascoli Piceno e ha dedicato alle problematiche dei non vedenti la tesina per la conclusione del suo percorso di studi.

  
Un altro Alfiere della Repubblica è Leonardo Cesaretti, 16 anni, residente ad Albano Laziale (Roma), vittima di bullismo. Ha reagito offrendo il suo impegno a favore dei più deboli, soprattutto nelle sezioni di sport integrato e nelle attività di supporto all’hockey su sedia a rotelle.

Sono solo alcune delle storie che i giovani “costruttori di comunità” hanno fatto conoscere all’Italia intera, dimostrando che valori come solidarietà e vicinanza non sono scomparsi, ma che bisogna coltivarli fin da piccoli per contribuire a migliorare una società che sembra aver perso le coordinate. Per fortuna ci sono loro. I nostri giovanissimi eroi.

Guardiamoci negli occhi!

Pensavo fosse uno scherzo o, come si dice oggi, una fake news. Invece no, è tutto vero. A Bolzano sono stati installati dei cuscini protettivi ai pali della città per evitare che si faccia male chi cammina guardando il telefono. In pratica, se sei distratto dallo smartphone e sbatti contro un palo si può attuire il colpo.

L’iniziativa, promossa dalla Provincia di Bolzano, fa parte della campagna #staysmart che si prefigge l’obiettivo di sensibilizzare i cittadini sull’utilizzo corretto dei dispositivi elettronici, invitandoli ad essere meno dipendenti. Insomma, un rimedio a quello che è un vero e proprio male dei nostri tempi. Che ci deve far riflettere. Perché, diciamocelo, pur considerando innovativa e lodevole l’iniziativa, è davvero triste dover correre ai ripari in questo modo. Ma tant’è. In effetti, oggi si incontrano tante, troppe persone in giro che camminano puntando solo ed esclusivamente il proprio cellulare, senza mai alzare gli occhi. Con il rischio, appunto, di dare una testata.

Ammettiamolo: siamo i nuovi zombie. Schiavi della tecnologia e quasi incuranti dei rapporti più diretti. A passeggio ma senza vedere gli altri, ai quali si riserva un fugace saluto perché troppo impegnati a leggere il messaggio su WhatsApp, la mail appena arrivata o l’aggiornamento delle storie di Facebook.

Del resto, la dipendenza da internet e dal telefono cellulare è considerata una vera e propria patologia. Una malattia della società moderna. Ma è davvero questo il progresso? Riflettiamoci su e pensiamo a come uscirne. Cominciando da una mossa semplice semplice: torniamo a guardarci negli occhi!

Bentornato Montalbano!

La pasta ‘ncasciata è il suo piatto preferito e difficilmente manca in tavola nelle puntate che da venti anni catturano un vasto pubblico. Il commissario Salvo Montalbano, interpretato da Luca Zingaretti, torna su Rai Uno a festeggiare l’importante traguardo con due nuovi film. Vanno ad aggiungersi agli episodi che dal 1999 danno vita al personaggio più amato uscito dalla penna di Andrea Camilleri.

Tutto si svolge nella città immaginaria di Vigàta e nell’altrettanto immaginaria provincia di Montelusa. La città corrisponde nella realtà a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, dove Camilleri è nato. Il commissariato è collocato nel municipio di Scicli, la casa di Montalbano è nella contrada Punta Secca, frazione balneare di Santa Croce Camerina, e la mannara, luogo dove il commissario indaga su molti fatti di sangue, è in realtà la Fornace Penna.

In una intervista, Camilleri ha dichiarato che Vigàta in realtà non è altro che il cortile della scuola che ha frequentato da giovane: <In questo luogo, nelle pause di metà mattinata ed all’uscita da scuola in attesa delle corriere, i ragazzi provenienti dal territorio vicino raccontavano le storie dei propri paesi ed è dall’unione di tutte queste storie che ha preso corpo un paese immaginario che in seguito ho chiamato Vigàta ispirandomi alla vicina Licata. Ora, Porto Empedocle è un posto di diciottomila abitanti che non può sostenere un numero eccessivo di delitti, manco fosse Chicago ai tempi del proibizionismo: non è che siano santi, ma neanche sono a questi livelli. Allora, tanto valeva mettere un nome di fantasia: c’è Licata vicino, e così ho pensato: Vigàta. Ma Vigàta non è neanche lontanamente Licata. È un luogo ideale, questo lo vorrei chiarire una volta per tutte».

<Sono stati venti anni bellissimi>, ha detto l’attore romano che interpreta Montalbano, capace di tenere incollati allo schermo una media di 11 milioni di telespettatori a puntata. Sicuramente è la serie tv più longeva, incentrata sulle indagini del commissario di Polizia che toccano i più svariati casi di malavita siciliana. E il commissario Montalbano non è un solo successo italiano:  trasmesso in più di venti Paesi al mondo, nel 2016 è risultato tra i dieci programmi più visti nel Regno Unito.

Ma la serie tv deve il suo successo, oltre ai personaggi principali (il commissario, Cantarella, Fazio, Mimì Augello e l’eterna fidanzata Livia), anche al linguaggio. Il sito MAMe ha selezionato, a questo proposito, le seguenti dieci frasi cult. E con esse diamo il bentornato a Montalbano.   

  • Insomma ci sono uomini di qualità che, messi in certi posti, risultano inadatti proprio per le loro qualità all’occhi di gente che qualità non ne ha, ma in compenso fa politica.
    Da  ‘La prima indagine di Montalbano’
  • Bella. E non è solamente bella. Appartiene a quella categoria che dalle nostre parti, una volta, era chiamata di “fimmine di letto”. 
    Ha un modo di taliarti, un modo di darti la mano, un modo d’accavallare le gambe, che il sangue ti si arrimiscolia. Ti fa capire che sotto o sopra un linzolo, potrebbe pigliare foco come la carta …
    Da ‘Il quarto segreto’ tratto dal volume ‘La paura di Montalbano’
  • “La massima fortuna che un omo può aviri nella vita è quella di non arrivare mai a un punto di disperazione dal quale non puoi tomare
    Da ‘Il medaglione’
  • Lo sai perché su di te soffia il ghibli? Perché tu sei il deserto. Il vento fa scomparire le orme appena stampate sul tuo corpo. Non credere che queste mie parole siano dettate da rancore, gelosia o altro. Nascono solo dal bene che ti ho voluto. Ti auguro non che tu possa trovare la felicità, ma che nel tuo deserto possa accadere il miracolo di un’oasi. Addio, Laura”
  • Da ‘Noli me tangere’
  • “Dimmi in quale occasione ti sono parsa complicata!”
    “Tu non l’appari, ma lo sei. Dentro, nel profondo di te. Intuisco in te come un continuo scontro contraddittorio che riesci a nascondere assai bene. Dentro di te c’è un vero e proprio labirinto, Arianna, pieno d’angoli oscuri, di viottoli ciechi, d’abissi e di caverne.”
    “Addirittura!”
    “Tu non puoi o non vuoi rendertene conto. Sappi comunque che io non mi ci avventurerei nemmeno se mi fornissi il tuo filo, Arianna. Avrei paura a incontrare il tuo Minotauro. Non sono mica Teseo.”
    Da ‘Il tuttomio
  • “Arriva un momento nel quale t’adduni, t’accorgi che la tua vita è cangiata. Fatti impercettibili si sono accumulati fino a determinare la svolta. O macari fatti ben visibili, di cui però non hai calcolato la portata, le conseguenze.”
    Da ‘Il ladro di merendine’
  • “Un autentico cretino, difficile a trovarsi in questi tempi in cui i cretini si camuffano da intelligenti.”
    Da ‘Il ladro di merendine’
  • “È un gioco tinto, quello dei ricordi, nel quale finisci sempre col perdere.”
    Da ‘L’odore della notte’
  • “Nisciuna pausa può essere concessa in questa sempre più delirante corsa che si nutre di verbi all’infinito: nascere, mangiare, studiare, scopare, produrre, zappingare, accattare, vendere, cacare e morire. ”
    Da ‘L’odore della notte’
  • Pirchì non si pò campare per anni e anni e anni con una pirsona accanoscennola di dintra e di fora, senza avvirtiri che in questa pirsona è avvinuto un qualichi cangiamento.”
    Da ‘Una lama di luce’