Le storie in grammi di Davide Rocco Colacrai


Dal 2008 ad oggi ha ricevuto un’infinità di premi e riconoscimenti nazionali e internazionali che sottolineano il percorso letterario di un autore eclettico, considerato uno dei più interessanti poeti contemporanei, che ha firmato di recente l’ottavo libro di poesia dal titolo “Asintoti e altre storie in grammi” pubblicato con la casa editrice Le Mezzelane.

Davide Rocco Colacrai, nato e cresciuto a Zurigo, è arrivato in Italia per gli studi liceali e successivamente si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Firenze, dove ha conseguito anche una specializzazione in studi giuridici e il Master di II Livello in Psichiatria forense e Criminologia.

“Asintoti e altre storie in grammi” è una raccolta di frammenti in cui si specchia il mondo nelle sue plurime estensioni di vita. Si parla dell’11 settembre, della famiglia (la stessa storia viene raccontata da due punti di vista diversi, quello del padre e quello della madre), dei manicomi, dell’amicizia, dell’assenza e dell’amore. 

Come è nata la sua passione per la poesia?

Diciamo pure che ho sperimentato molteplici arti. Dalla musica, ho studiato pianoforte per dieci anni e flauto per quattro, alla pittura fino alla recitazione, ma ho trovato l’espressione più adatta a me, quella rispetto alla quale mi sento più a mio agio, che vivo con maggiore naturalezza, nella poesia. Sono solito dire, infatti, che la poesia è arrivata a me.

Come definirebbe il suo fortunato percorso di autore di poesie dall’inizio ad oggi e cosa le ha dato maggiori gratificazioni in questi anni?

Mi piace pensare al mio percorso – come autore – in termini di evoluzione: una crescita, e dunque una maturazione, come uomo, che si è inevitabilmente riflessa nei miei versi, e in particolare nel modo di scrivere e nei temi che le mie poesie trattano. In questo percorso ho avuto numerose gratificazioni, o più genericamente diversi momenti che mi hanno fatto trovare il senso e me lo hanno confermato. Dai libri pubblicati ai riconoscimenti conseguiti, i viaggi che ho potuto intraprendere e le persone che ho conosciuto; ma forse quella che mi aspettavo di meno, e che pertanto mi ha sorpreso e gratificato di più – oserei dire: una vera scommessa! – è stata questa: l’aver portato la poesia alle persone con una idea, che era stata definita di poesia in teatro – o di poesia visuale – e aver trovato un certo consenso.

Il suo ottavo volume si chiama “Asintoti e altre storie in grammi”. Se dovesse recensirlo, cosa scriverebbe?

Questa domanda mi piace molto! Dunque, lo definirei un libro completamente diverso dai classici libri di poesia. Infatti si presenta con un formato che hanno tipicamente le agende, si sfoglia come un’agenda, ed è ricco di storie, alcune delle quali raccontate anche da due punti di vista diversi. È sicuramente un libro sperimentale, molto personale anche se di personale viene raccontato poco (o poco in apparenza), e onesto.

Nei suoi libri scrive molto di temi attuali e a sfondo sociale. Con quali criteri sceglie gli argomenti da trattare?

Non ho un criterio – o non seguo un determinato criterio – in base al quale scegliere cosa scrivere. Sono una persona molto curiosa, leggo molto, mi piace studiare e approfondire i miei appunti – solitamente relativi a fatti sociali o storici – e quando mi ritengo pronto (e anche predisposto verso una tematica, predisposto a prendere una posizione, a proposito dell’onestà a cui accennavo prima) scrivo.

Spesso fa riferimenti al teatro e alla musica. Sono passioni che influenzano la sua produzione di poesie?

Decisamente sì. La musica mi accompagna sin da quando sono piccolo (e mi piace pensare anche da prima) e mi ha salvato la vita, e il teatro mi ha permesso di liberarmi di alcune mie paure, di essere più me stesso, di avere il coraggio per andare oltre, per evolvere meglio, con maggiore equilibrio.

Quale ruolo assume la poesia nel panorama culturale e nella società di oggi? C’è ancora spazio per questo tipo di espressione artistica?

C’è un grande fermento poetico anche se la poesia paga il fatto di essere messa sempre dopo la prosa, un po’ come la sorella sfigata. Secondo me, spetta a ogni poeta, nel suo piccolo, fare in modo che la poesia possa avere più forza, essere ascoltata con maggiore attenzione. In fondo, la poesia è fatta – sia come presupposto sia come conseguenza – della società in cui viviamo: c’è una biunivocità necessaria, inevitabile, la società stessa è poesia.

Ufagrà, l’ultimo futurista con la voglia di sperimentare

Conosco Antonio Fiore da molti anni, per lavoro ho seguito diverse sue mostre e ho ammirato subito le sue opere, oltre ad apprezzare la persona: umile come sanno essere soltanto i grandi e con la marcia in più della simpatia e del sorriso. Non a caso, lui ama dire: “Sono come i miei quadri: colorato, dinamico e solare. E cerco di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno”.

Autoritratto perfettamente calzante per un artista che, a 82 anni, continua a dipingere ancora con la voglia di sperimentare. Portando sempre in alto lo pseudonimo di Ufagrà con cui è conosciuto nell’ ambiente artistico, dove è noto anche per essere l’ultimo pittore futurista vivente. Nato a Segni, ex dirigente di industria, nel 2018 ha festeggiato i 40 anni di carriera.

Un traguardo eccezionale. Puoi fare una sintesi di questo lungo periodo?

Dall’ incontro con Sante Monachesi, nel 1977, mai avrei immaginato tanta evoluzione. Fino al 1984 sono stato suo allievo nel movimento Agrà a cui avevo aderito e successivamente ho firmato la “Dichiarazione di Futurismo Oggi” di Enzo Benedetto insieme agli altri futuristi viventi. Quella fu per me una grossa sterzata perché le frequentazioni avute in quel contesto, come ad esempio con le figlie di Balla, hanno creato in me la convinzione che il movimento futurista cessa nel 1944 con la morte del fondatore Marinetti, ma l’idea del futurismo non si esaurisce storicamente perché non è una scuola d’arte, bensì un’attitudine, un modo di intendere la vita. Non ci sono limiti temporali, perché l’evoluzione è continua. Con l’avvento della macchina, della locomotiva e dell’industrializzazione c’è la velocità, con l’invenzione dell’aereo c’è l’aeropittura e con la conquista dello spazio abbiamo la cosmopittura. Quindi, se dovessi racchiudere 40 anni di carriera in una parola, direi proprio evoluzione.

Monachesi non è stato, però, il tuo vero maestro in quanto in assoluto lo è stato Giacomo Balla che sicuramente ha influenzato il tuo percorso artistico. Un percorso iniziato come?

Ero un piccolo collezionista di opere d’arte e un gallerista mi propose l’acquisto di un quadro di Monachesi. Ero molto interessato, ma dissi al gallerista che lo avrei preso soltanto se Monachesi mi avesse fatto una dedica. E così lo incontrai, si parlò di futurismo e del movimento Agrà. Mi coinvolse molto, avevo una grande passione e da lì iniziò una collaborazione durata parecchi anni.

Fu lui a ideare per te lo pseudonimo di Ufagrà. Cosa significa esattamente?

Sì, lo ideò facendo il verso a Marinetti che usava dare a tutti un altro nome. U sta per universo in quanto il movimento Agrà è universale, F per il cognome Fiore e Agrà come il movimento.

In Italia sei l’ultimo futurista. Vuol dire che i giovani non trovano interesse per questo genere di arte?

Ho moltissimi estimatori giovani, alle mostre sono l’80-90% dei visitatori, ma nessun allievo. C’è stato un ragazzo che sembrava interessato, si chiamava Enzo Bozzi e veniva a trovarmi in studio a farmi vedere le sue creazioni realizzate con il polistirolo, ma è stata una vicinanza passeggera.

A 82 anni continui a lavorare e anche ad inventare nuovi abbinamenti. Di recente lo hai fatto con le “Battaglie cosmiche” utilizzando l’acciaio riflettente. Hai in programma altri connubi tra colori e materiali?

In realtà, dopo l’acciaio ho inserito il plexiglass colorato ed è l’ultima novità. Si trova in dieci quadri che dovevano essere esposti in una mostra in programma a Roma, nella galleria Vittoria di via Margutta, il prossimo 14 ottobre, ma è stata rinviata a causa del Covid. La faremo quando sarà possibile.

Come e dove trovi queste ispirazioni?

Mi vengono spontaneamente, sono pensieri che arrivano all’improvviso. Ci ragiono su, faccio i bozzetti e metto l’idea in pratica.

Il bilancio della tua attività artistica è indubbiamente positivo, con all’attivo 70 mostre di successo in tutta Italia e all’estero, numerosi riconoscimenti e citazioni su importanti pubblicazioni specializzate. Sei stato presente a Palazzo Venezia, al Padiglione Italia-Regione Lazio della 54esima Esposizione d’Arte Internazionale della Biennale di Venezia. Ufagrà è soddisfatto di quanto fatto finora?

Sono molto contento. Vivo l’arte con passione e parto dal presupposto che non devo piacere per forza. Faccio quello che sento. Ad esempio, l’opera che ho dedicato a Samantha Cristoforetti, è nata perché sentivo l’orgoglio di italiano e volevo dirglielo in questo modo.

Mi sembra di capire che è molto importante, per te, essere libero di esprimerti come vuoi, seguendo soltanto il tuo amore per l’arte.

Sono stato sempre libero. Mai un compromesso.   

La strada in salita dei diritti civili

Maria Paola Gaglione aveva 18 anni e amava Ciro, nato in un corpo femminile che non lo rappresenta, che non sente suo. Maria Paola è morta a Caivano, nel Napoletano, in un incidente che sarebbe stato provocato dal fratello Michele mentre inseguiva in moto i due fidanzati, entrambi in sella ad uno scooter. E’ stato arrestato con l’accusa di omicidio preterintenzionale. In base alle prime ricostruzioni, sembra che volesse dare una lezione alla sorella perché non accettava quella relazione fuori dai canoni tradizionali, poco consona alla tranquillizzante “normalità”.  Un episodio di cronaca che ha portato di nuovo sotto i riflettori l’intolleranza, la discriminazione e l’odio che è costretto a subire chi ha orientamenti sessuali “diversi” e identità di genere non conformi. Persone non trattate come tali, nell’anno 2020 ancora obiettivi di bullismo e derisione.  

Roberta Mesiti

Inizia da qui la mia chiacchierata con Roberta Mesiti, presidente della sede Agedo di Frosinone. Agedo vuol dire associazione genitori di omosessuali, un’onlus nazionale formata da familiari di persone Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) fondata nel 1993, oggi presente in trenta città italiane. A Frosinone è operativa dal 2019.

Come si può commentare una storia così orribile?

Una tragedia consumata in ambito familiare che evidenzia due scenari: una cultura patriarcale dove l’uomo si sente in diritto di intervenire pesantemente nella vita di una sorella per correggerla e, strettamente collegato, un atto di transfobia neanche ben codificato. In questi casi non bisogna puntare il dito, ma porsi delle domande. Quanto ci si confronta in famiglia? Quanto si ha voglia di ascoltare i propri familiari? E che tipo di informazione arriva quando si parla di Lgbt? Un discorso fondamentale che riguarda media e istituzioni. Il fratello di Maria Paola avrebbe detto che la sorella “era infettata” da Ciro, una dichiarazione che rimanda ad una patologia scientificamente inesistente. E’ importante quindi l’informazione corretta, ma anche la formazione promossa dalle istituzioni, attraverso buone prassi, per prevenire questa cultura della discriminazione.

Cosa fa Agedo, in concreto, per chi si rivolge alla vostra associazione?

Offriamo servizi gratuiti e su base volontaria a chi si mette in contatto con noi. Servizi che partono dall’ ascolto telefonico non appena arriva la richiesta di sostegno, seguito da incontri con i volontari e proseguendo un percorso a seconda delle necessità e delle esigenze di chi ci contatta.

Chi si rivolge a voi?

La nostra utenza è formata da genitori, ragazze e ragazzi. I primi ci chiamano perché si sentono impreparati di fronte ad un coming out (quando i figli dichiarano la propria omosessualità, ndr) che spesso arriva inaspettato e vogliono sapere come gestire la situazione. I ragazzi e le ragazze chiedono sostegno quando dopo il coming out non vengono accettati, per capire come debbono comportarsi con i familiari.

Quali obiettivi si prefigge Agedo e in quali contesti opera?

I nostri obiettivi sono il dialogo, perché in famiglia bisogna parlarne, e reperire informazioni scientifiche. Ed ancora la formazione per i volontari perché chi interviene deve essere competente. Collaboriamo inoltre con le istituzioni attraverso progetti nella scuola. Raccontiamo le nostre esperienze e offriamo un altro punto di vista, soprattutto per contrastare il bullismo. Facciamo formazione anche in ambiti lavorativi e a livello nazionale siamo impegnati in tavoli consultivi con diverse realtà istituzionali tra cui il Miur.

Un altro fronte caldo è quello legislativo. Da tempo si attende una legge contro l’omotransfobia, da poco approdata alla Camera e proposta dal deputato Alessandro Zan. Sarà la volta buona?

Questo è uno snodo fondamentale perché contempla il riconoscimento normativo e un importante lavoro sulla cultura, aspetti che non vanno scissi. L’iter è lungo e complesso e noi lo seguiamo con attenzione.

Agedo è nata nel 1993. Dopo tanti anni possiamo dire che qualche passo avanti è stato fatto o ci sono ancora troppe sacche di arretratezza?

Passi in avanti ci sono stati, anche se quando ci arrivano notizie come quelle di Caivano ci dobbiamo interrogare, perché sono realtà sommerse che emergono in modo tragico.  E’ stata fatta molta fatica per approvare, nel 2016, la legge sulle unioni civili che ha dato dignità a quelle che sono semplicemente coppie. Ma le questioni aperte ci sono ancora, come ad esempio l’omogenitorialità di cui la politica finora non ha voluto farsi carico. Ma deve farlo, perché parliamo di persone e di figli.  

Il teatro nelle case per resistere alla pandemia

Durante il lockdown, chiuso nella sua abitazione di Roma, ha portato il teatro e l’arte nelle case dei followers attraverso la sua pagina di Facebook come segno di condivisione e di speranza. Un’esperienza raccontata nel libro “Sulle ali dell’arte” della casa editrice Accademia Edizioni ed Eventi di Giuseppe De Nicola, presentato in anteprima nazionale il 28 luglio ad Ascoli Piceno e che a breve si potrà trovare in 2500 librerie italiane. Ancora un successo per Vincenzo Bocciarelli, attore di teatro, cinema e televisione ma anche insegnante di recitazione e pittore. Recentemente l’artista ha ricevuto l’attestato di benemerenza, conferito dall’Academy of Art and Image, per l’impegno profuso e il fattivo contributo culturale e sociale. Lo incontro mentre è impegnato con la Compagnia di Sebastiano Lo Monaco nelle prove dell’Amleto di Shakespeare che debutterà in autunno a Verbania. Lui interpreterà Re Claudio, patrigno di Amleto, con la regia di Alessio Pizzech.

Che tipo di esperienza è stata “Bocciarelli Home Theatre”, l’appuntamento social ideato nel periodo dell’isolamento causa Covid?

 Ho voluto dialogare con il pubblico in un momento solo in apparenza di smarrimento, che in realtà è diventato un’occasione per ritrovarsi. Una cura dello spirito e dell’anima attraverso l’arte e il teatro come strumenti di condivisione. Ho trovato persone con un grande peso specifico, molto connesse alla luce, decisamente belle anime. Ne è nato un gruppo di bocciarelliani e bocciarelliane che ho voluto coinvolgere in prima persona selezionando le loro poesie, le loro dediche, le loro riflessioni, i loro scritti. Un momento catartico, emozionante. Un vero e proprio percorso, gremito di presenze virtuali ma molto concrete, che ho voluto poi sviscerare, soprattutto di notte, per farne un racconto.  

In questo libro racconti anche molto di te come persona e non solo come attore.

Mi sono messo a nudo, quasi senza rendermene conto, perché ho raccontato anche questioni molto intime. Ma ho voglia di sincerità e di avere il coraggio di dire come stanno le cose. E credo di poterle dire dopo tanti anni di vissuto e di viaggi. Racconto anche di un mondo che sta andando a scatafascio, come quando tornando in Italia da un set in Thailandia non riconoscevo più il mio Paese. Ma racconto soprattutto la mia vita da eremita, i sogni, le disavventure, i voli pindarici.

Il teatro con Glauco Mauri e Giorgio Albertazzi, il cinema con Florestano Vancini e Giulio Base e le fiction televisive “Orgoglio”, “Il bello delle donne”, “Un caso di coscienza”, solo per citare alcune delle tue numerose esperienze. Ma quale è l’espressione artistica che ti rappresenta maggiormente?

Vengo dal grande teatro ed è quello che mi rappresenta di più perché è nel teatro che posso esprimere tutte le mie potenzialità, senza i limiti dell’inquadratura del cinema e della televisione.  Sul palcoscenico sei te stesso, devi gestirti da solo. Nel cinema devi trovare il personaggio giusto, un buon direttore della fotografia e un ottimo montatore perché un montaggio sbagliato può rovinare anche la migliore interpretazione.

La televisione ti ha dato molta popolarità, cosa significa per chi viene dal teatro?

La tv è stata una palestra pazzesca e mi ha fatto conoscere al grande pubblico, un’esperienza bellissima che mi ha viziato un po’. Ho avuto subito empatia con il pubblico delle grandi fiction, ho sentito concretamente apprezzamenti, ammirazione e amore. Continuamente mi chiedono quando torno in televisione, mi dicono che sono bravo e questo  fa molto piacere.

Intanto ti prepari a debuttare con Amleto, ma nell’imminenza anche a condurre la 15esima edizione del concorso internazionale “Musica Sacra” 2020 in programma venerdì 4 settembre alle 20.30 nella Basilica dei Santi dodici Apostoli di Roma che sarà trasmesso in mondovisione su TelePace, Maria Tv  e Radio Vaticana.

Sono molto felice di essere stato chiamato a condurre il concerto di gala, un evento internazionale di alto valore e colgo l’occasione per ringraziare la gentilissima Daniela de Marco, direttrice artistica dell’Accademia Musicale Europea e del concorso per questa meravigliosa opportunità. Per me rappresenta inoltre un ritorno al grande pubblico dopo mesi durante i quali mi sono visto cancellare e slittare opportunità di lavoro e impegni per ovvi motivi. Sono molto felice ed emozionato che tutto ciò avvenga dal cuore della città eterna, la mia Roma, che amo profondamente. 

Violenza sulle donne, una guerra di tutti

Ogni due giorni e mezzo in Italia viene uccisa una donna. Sta nella crudezza di questa statistica l’entità del fenomeno del femminicidio, come si definisce l’omicidio di una donna in quanto tale. Dati che vanno ad incrementare quando si tiene conto delle varie forme di violenza, sia fisica sia psicologica, che quotidianamente le donne subiscono.

Se ne è parlato sabato scorso a Fiuggi nel convegno “M’ama non m’ama” organizzato dal centro antiviolenza “Fammi rinascere”, con interventi della responsabile Michaela Sevi, sociologa e assistente sociale, delle psicologhe Nadia Loreti e Roberta Cassetti e dell’avvocato Donatella Ceccarelli e i saluti, per conto del Comune termale, del vice sindaco Marina Tucciarelli e dell’assessore Simona Girolami.

Dal primo contatto con la vittima che si rivolge al numero verde del centro alla legislazione che regolamenta i reati connessi  alla violenza sulle donne, passando per le dinamiche che si sviluppano nelle coppie a rischio e ai numeri agghiaccianti di quella che è diventata una vera e propria emergenza sociale, il centro di Fiuggi ha offerto ancora una volta l’occasione di riflettere, evidenziando la necessità di non abbassare la guardia e di fare rete per combattere una guerra spesso invisibile ma cruenta. Un impegno che deve essere assunto da tutti. Da una società intera.

I dati più recenti dell’Istat parlano chiaro: il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).

Ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner il 13,6% delle donne (2 milioni 800 mila), in particolare il 5,2% (855 mila) da partner attuale e il 18,9% (2 milioni 44 mila) dall’ex partner. La maggior parte delle donne che avevano un partner violento in passato lo hanno lasciato proprio a causa della violenza subita (68,6%). In particolare, per il 41,7% è stata la causa principale per interrompere la relazione, per il 26,8% è stato un elemento importante della decisione.

Il 24,7% delle donne ha subìto almeno una violenza fisica o sessuale da parte di uomini non partner: il 13,2% da estranei e il 13% da persone conosciute. In particolare, il 6,3% da conoscenti, il 3% da amici, il 2,6% da parenti e il 2,5% da colleghi di lavoro.

Numeri dietro ai quali ci sono volti, storie, sofferenza, solitudine e le difficoltà di una società ancora poco reattiva a un fenomeno che è soprattutto culturale, nonostante nel tempo siano comunque cresciute sensibilizzazione e informazione. Ecco perché è importante parlarne, diffondere messaggi chiari e mirati, lavorare su più fronti per aiutare chi è la vittima innocente principale, ma anche chi quella violenza la subisce indirettamente. Come i bambini costretti a vivere in un ambiente violento o, nel peggiore e più frequenti dei casi, da orfani con la mamma morta e il padre in carcere.     

Patto di amicizia tra Anagni a Assisi nel nome di Chiara

di Enrica Bruni – Il prossimo 11 agosto, nella sala consiliare del Comune di Assisi, verrà siglato il Patto di Amicizia tra le due comunità rappresentate dal sindaco di Anagni, Daniele Natalia, e il sindaco di Assisi, Stefania Proietti, e le loro delegazioni. Una cerimonia semplice sancirà il legame tra le due città, permeate fin dal Medioevo di storia religiosa di altissimo significato, ben nota, documentata e conosciuta in tutto il mondo.

Questo Patto di Amicizia consentirà di promuovere, in modo unitario e coordinato, diverse iniziative per aumentare la visibilità e la promozione delle straordinarie ricchezze artistiche e culturali, un patrimonio dell’umanità e del sentimento religioso, che Assisi e Anagni custodiscono da tanti secoli.

La storia delle nostre città, interpretata dai massimi interpreti dell’epoca, appare senza dubbio intrecciata alle personali vicissitudini di San Francesco e Santa Chiara, alla loro santità, che si rivelava già in vita al popolo attraverso ogni loro gesto e azione.

Quasi come due rotaie dello stesso binario, le loro esistenze correvano parallele, collegate e sorrette dalla stessa vivida fede e dal desiderio di testimoniare in casta umiltà il Vangelo in ogni loro opera e iniziativa, sempre a favore dei sofferenti e dei poveri.

Tre Papi anagnini si sono confrontati con la santità di Chiara e Francesco. Gregorio IX aiutò Francesco a redigere la sua regola. Alessandro IV, nell’ anno 1255, iscrisse Santa Chiara nel libro dei Santi, a soli due anni dalla morte, nella maestosa Cattedrale di Santa Maria Annunziata di Anagni. Il pontefice Innocenzo III ne approvò la regola non bollata, di cui il prossimo anno ricorre l’ottavo centenario.       

L’esistenza terrena di Santa Chiara, le circostanze personali, le sue opere di preghiera e di carità, si svolsero quasi in simbiosi spirituale con quelle di San Francesco, che conobbe sin da bambina e che le ispirò l’ideale di vita a cui rimase fedele fino alla morte avvenuta l’11 agosto 1253 ad Assisi, dove le sue spoglie riposano nella stupenda Basilica a lei dedicata.

Così oggi, questo impegnativo incontro tra le due città che segnarono da una parte la vita terrena e dall’altra l’ascesa agli altari di Santa Chiara, trova la sua valida ragion d’essere e il suo fondamento in queste radici antiche. In questo filo invisibile dello spirito, teso tra Assisi e Anagni fin da quel lontano e lieto evento di canonizzazione.  

In questi tempi di spinta globalizzazione, dell’apparire mediatico, degli schermi sempre accesi e accessibili delle telecomunicazioni, di cui Santa Chiara fu dichiarata patrona da Papa Pio XII nel 1958, si celebra questo patto di amicizia fra le due comunità, riprendendo idealmente e portando ancora avanti quel binario su cui tutti possono salire, indicato da Chiara e Francesco quale unico percorso di salvezza possibile per tutta l’umanità.

Questo vincolo amicale tra i luoghi legati alla Santa, proprio nel giorno della sua ricorrenza, si concretizza in un’annata difficile per tutto il mondo, in un tempo che, a causa della pandemia, non concede spazio a particolari sfarzi o festeggiamenti in grande stile, imponendo sobrietà in tutte le cerimonie pubbliche.

Ma, forse, a Santa Chiara questa semplicità ridotta all’essenziale sarà comunque gradita. Perché lei preferiva pregare, vivere e sacrificarsi nell’ombra, per meglio indicare agli uomini, presi dai loro travagli, tutto il fulgore della luce eterna che li attendeva fuori dal tunnel delle loro tribolazioni e di cui voleva essere solo un umile specchio fedele.     

Ringrazio l’Amministrazione comunale di Assisi e questa città che mi hanno accolto con gentilezza e affabilità. Grazie agli amici che nei momenti di difficoltà non mi hanno mai abbandonato.

Enrica

Casa Pappagallo, la goduria del cibo sul web

Non chiamatelo chef, lui è un cuciniere curioso. Si autodefinisce così Luca Pappagallo, 55 anni, tra i più seguiti e amati cuochi del web, che spadella dalla sua abitazione di Arcidosso, in provincia di Grosseto, strappando like su like alla miriade di ammiratori che lo segue costantemente. Del resto, le dinamiche della rete Pappagallo le conosce bene. Già nel 1999, quando internet era ancora tutto da scoprire, lui ha fondato Cookaround, tra i primi siti dedicati alla cucina in Italia, che continua a gestire anche dopo il passaggio di proprietà a Mondadori. Ma oggi la sua forza è Casa Pappagallo, il blog nato un anno e mezzo fa, da dove ogni giorno il cuciniere curioso sforna piatti golosi, autentici e soprattutto facili da replicare. Con l’immancabile godurioso assaggio finale.

Qual è il segreto di Casa Pappagallo?


Casa Pappagallo nasce dal concetto che cucino a casa mia in maniera diretta e semplice, con proposte mai sopra le righe, senza stare lì a pontificare, senza fare show. Parlo con le persone che mi seguono, non propongo tutorial, cucino in modo rilassato. Credo sia questo che piace alla gente. Il gradimento sta salendo in modo esponenziale, come interazioni siamo ai livelli di Giallo Zafferano, non è poco.  

Come è nata la tua passione per la cucina? E come è iniziata la tua avventura sul web?

Del tutto in modo casuale. L’amore per il cibo è nato seguendo la nonna e la mamma, mi piaceva guardare e assaggiare. Poi ho iniziato a raccogliere informazioni, ho viaggiato molto, ho preso contatti con chi cucinava in più parti del mondo e riportavo le loro ricette con lo stile italiano. Una raccolta che è diventata una specie di quadernino delle ricette, sai quelli di una volta con tanti appunti, con foglietti volanti, dove si scriveva chi aveva dato la ricetta. Ho portato questo in rete nel 1999 quando internet era appena agli inizi e non aveva neanche una buona reputazione. Ma io ci ho creduto e da lì è partito tutto.

Non hai mai avuto un ristorante, nonostante la lunga esperienza ai fornelli. Perché?    

Non sono mai stato interessato, credo che avere un ristorante significhi dover fare bene poche cose. In questo modo, come cucino io, si può fare bene molte più cose.

Che effetto fa sapere che migliaia di persone ti seguono e, a leggere i commenti sulla tua pagina Facebook, sono entusiasti dei tuoi piatti?

Una soddisfazione enorme. Cosa c’è di più bello di leggere che ormai sono uno di famiglia e che copiare le mie ricette è facile e fanno fare bella figura? Questa mattina ho postato la ricetta di una torta e dopo poco tempo, credimi, già mi inviavano foto del dolce in preparazione. Mi fa un enorme piacere.

Come definiresti le tue ricette? Punti sul tradizionale o ti piace inventare anche nuovi piatti?

Direi che prediligo la cucina semplice e tradizionale con qualche contaminazione dovuta ai miei viaggi, ma mai estrema. Chi dice di inventare nuovi piatti è un pallonaro, ormai non c’è più niente da scoprire.

Da tempo la televisione è invasa dai cosiddetti show cooking, una moda che sembra non tramontare mai. Qual è la tua opinione a proposito?

Ho partecipato spesso a “La prova del cuoco” con la conduzione di Elisa Isoardi, non sono contrario alla cucina in televisione. Quello che è importante è fare bene questi programmi e non tutti ci riescono, ma comunque non passeranno mai di moda perché tutti mangiamo e non ci nutriamo semplicemente.

Durante il lockdown il cibo è diventato un punto centrale della nostra vita in isolamento. Dal tuo osservatorio che riscontri hai avuto in tal senso?

Per quanto riguarda Casa Pappagallo durante il lockdown abbiamo avuto un aumento del 400-500% di interazioni, un incremento esponenziale che aveva dell’incredibile e molti mi hanno conosciuto in quel periodo. C’è stata poi una fase calante in cui le persone si erano stancate anche del cibo, ma superato questo momento depressivo siamo tornati a numeri eccezionali.

Ci sono in vista nuovi progetti o continuerai ancora per molto con Casa Pappagallo?

Sicuramente continuo con Casa Pappagallo, ma sto pensando a nuovi format per aggiungere qualcosa e migliorare. Una volta internet era solo velocità, oggi alla velocità bisogna aggiungere la qualità e con il mio staff, in totale siamo sette persone, pensiamo sempre a nuovi modi per raggiungere più utenti possibili. Ad esempio, da poco abbiamo inserito i sottotitoli ai video, che permettono a chi vuole di seguire facilmente la ricetta anche quando è in giro, quando si trova su un autobus.

Guardando i tuoi video, si capisce che oltre a cucinare ti piace molto anche mangiare e di tutto.  Ma se dovessi scegliere un solo piatto, il tuo preferito?

Vado sempre sulla semplicità e dico spaghetti al pomodoro. Perché se hai un pomodoro buono, non serve altro.

p.s.  Lo ammetto: anche io sono tra le migliaia di persone che replica le ricette di Luca.  Confermo che sono semplici, gustose e danno grandi soddisfazioni. Grazie, cuciniere curioso.

La riflessione di don Domenico sul dopo-Coronavirus

Parte dalle parole di Matteo (6,26-27) la riflessione di monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, sul dopo-Coronavirus, riportata in una lettera pastorale che ci permette di avere il punto di vista di un religioso illuminato, grande conoscitore della comunicazione, su quello che è e sarà la nostra vita in questo particolare momento storico.

Matteo diceva: “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?”.

Monsignor Domenico Pompili

Il presule, originario di Acuto in provincia di Frosinone, commenta riportando l’opinione di suo padre quando ascolta queste parole: “Sfido io che gli uccelli hanno da mangiare! Si mangiano quello che semino io”.  E aggiunge: “Nella reazione istintiva del contadino si riflette la mentalità dell’uomo che fa da sé. L’esatto contrario di quello che Gesù lascia intendere. Mai come ai tempi della pandemia siamo stati ricondotti all’essenziale: la vita è un dono fragile e nessuno può disporne. L’esito di questa consapevolezza è vivere senza ansia perché la garanzia della vita non sta nella nostra disponibilità. L’uomo, infatti, vive anzitutto di ciò che riceve, a cominciare dalla vita. Non è l’accumulo che ci preserva, ma la serenità di vivere giorno per giorno. Concentrarsi sul possesso è miope perché vale di più condividere con gli altri. Anche perché non serve a nulla vivere nell’oro se intorno a noi è il deserto. È illusorio pensare di star bene in un mondo malato”.

Che significa, dunque, essere capaci di osservare gli uccelli del cielo? “Vuol dire – spiega don Pompili – assumere un atteggiamento contemplativo che è il dono inatteso che abbiamo ricevuto dal tempo “sospeso” del coronavirus. Papa Francesco aveva affermato nella Laudato si’ che una nuova ecologia umana ha bisogno di contemplazione e non solo di tecnologia. Solo a condizione di essere capaci di fermarci a guardare e ascoltare, o meglio a contemplare, possiamo riconoscere le contraddizioni alle quali ci troviamo esposti, al di là delle nostre sempre più potenti capacità di fare e di agire. Certo, cinque anni fa l’Enciclica non aveva previsto il coronavirus, ma già invitava a non mettere la testa sotto la sabbia e far finta di non vedere quello che non va”.

E il vescovo entra nel merito del dopo-lockdown per chiedersi: “Siamo pronti a non lasciarci risucchiare dalla routine, ma a prendere coscienza che qualcosa è definitivamente cambiato e costringe anche noi a rivedere prassi, abitudini, tic mentali?”.

Perché secondo il vescovo di Rieti sono almeno tre le cose che non saranno più come prima.

“La prima è la fine dell’individualismo becero. Nessuno può immaginarsi a partire soltanto dal proprio “io, qui e ora”. Lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle a partire dalla connessione che si è manifestata tra noi e gli altri nel momento in cui abbiamo realizzato che nessuno se la cava da sé. E, per contro, che ciascuno dipende nel bene e nel male dall’altro”.

La seconda è un diverso rapporto con il tempo e con lo spazio. “Grazie ai nuovi linguaggi digitali – secondo don Domenico – il mondo è diventato improvvisamente più breve e più stretto e ci ha indotto a cambiare sguardo sulla realtà. Pensate a quanto meno abbiamo inquinato evitando i nostri spostamenti inutili, più vicini all’agitarsi inoperoso che a un agire costruttivo”.

Infine, l’aver individuato i problemi e le relazioni vere. “Abbiamo avuto la possibilità – scrive il vescovo nella sua lettera pastorale – di chiarire il falso dal vero problema, concentrandoci sull’essenziale: salute, affetti, fede, sorvolando su questioni effimere e secondarie”.

Di qui l’esigenza profonda di “non disperdere nel giro di poco tempo quel prezioso senso di solidarietà e di comunità che abbiamo visto essere la fonte della resilienza”.

Coronavirus, quella silenziosa strage di anziani

Le mani nodose, le rughe che solcano il viso, gli occhi stanchi, i movimenti impacciati. Sono i nostri anziani. Stroncati dentro le case di riposo, vittime di una straziante ecatombe.

Qui il Covid-19 ha picchiato duro e in silenzio, attaccando corpi già compromessi da malattie e usure dell’età.

Falcidiati a centinaia nei luoghi dove si aspettavano cure e attenzioni, trasformati all’improvviso in moderni lager per condannati a morte.

Erano i nostri anziani. Nonne e nonni, madri e padri con alle spalle storie diverse, eppure tutti così uguali.

Sembra di immaginarli. Con le mani tremanti e le gambe trascinate, i capelli radi e argentati, le camicie a quadretti e i maglioncini a colori pastello, i plaid abbandonati sui letti, lo sguardo smarrito e l’attesa costante di una visita.

Tanti, troppi di loro, finiti nella colonna di ambulanze che nella notte li preleva dalla casa di riposo e li porta in ospedale con ritardi fatali per la maggior parte di loro.

Soli, fragili, spaventati, ormai definitivamente lontani da figli, nipoti, fratelli e da ogni parvenza di vita. Una vita pur sempre da vivere, per quanto breve.

Morti che resteranno per sempre sulle coscienze. Perché stavolta il killer non è soltanto quel Coronavirus che da mesi controlla e stravolge le nostre esistenze. Perché stavolta qualcosa è andato maledettamente storto in quelle comunità, diventate drammatici focolai.

Morti che più delle altre devono farci riflettere. E vergognare.  

Coronavirus, la solitudine dei vivi e dei morti

Con quanti sentimenti dobbiamo confrontarci in questo assurdo periodo di pandemia? Troppi. Si affacciano, vanno via, tornano, ti sovrastano, padroneggiano, scandiscono ogni minuto della vita, di una vita che non è più ancorata a nulla.

Angoscia, tristezza, paura, incredulità, dolore, ma anche speranza e voglia di farcela. Sentimenti e sensazioni che si rincorrono e si intrecciano. Un mix inedito di percezioni che entrano ed escono dalla testa, dal corpo, dal cuore.

Dobbiamo farci i conti ogni giorno, mentre ascoltiamo e leggiamo i bollettini di guerra che ci raccontano di morti, giovani e anziani, con malattie pregresse e sani, poveri e ricchi, sconosciuti o famosi, settentrionali e meridionali, a testimonianza del fatto che Covid 19, il nemico invisibile che ha invaso l’umanità intera, è democratico e se ne sbatte delle frontiere e delle dichiarazioni dei redditi.

Ma c’è un sentimento che, più degli altri, simboleggia il dramma che ci ha colto a sorpresa. E’ la solitudine. Dei vivi e dei morti.

L’isolamento sociale, imposta come arma per sconfiggere la diffusione di un contagio che nessuno poteva prevedere negli anni della tecnologia rampante e della ricerca medica all’avanguardia, ci ha reso tutti un po’ più soli.

Lontani da amici e familiari, distaccati da colleghi e conoscenti, nonni che incontrano i nipoti soltanto con le videochiamate quando, più di altri, avrebbero bisogno di un abbraccio.

Ma nessuna solitudine sarà devastante come quella vissuta da chi si ammala e muore di Coronavirus. Un percorso che annulla i contatti fisici con i familiari, una via crucis che non prevede resurrezione.

L’addio, per i più fortunati, pronunciato dietro un telefono cellulare tenuto in mano da un infermiere generoso.

Una solitudine che continua nell’ultimo viaggio. In una bara anonima che, nei casi più agghiaccianti, verrà trasportata da un mezzo militare incolonnato in un macabro e triste corteo.

Italia, anno 2020. Non sembra così lontano il Regno di Napoli nel 1656, flagellato dalla peste, con il suo carico insopportabile di morte. E di solitudine.

Coronavirus, questa è la nostra guerra

corona

Ci voleva un micro batterio per farci scoprire che non siamo immortali e invincibili. Da un giorno all’altro ci siamo ritrovati smarriti, fragili e disorientati di fronte a uno tsumani emotivo mai sperimentato prima.


Senza preavviso alcuno, Covid 19 è piombato nelle nostre vite. E le ha sconvolte e ridimensionate, confinandoci nelle quattro mura domestiche diventate improvvisamente un rifugio di guerra. Perché questa è la nostra guerra. Quella che ci era stata risparmiata, a differenza dei nostri nonni, è arrivata con modalità e risvolti diversi, ma non è certo meno dolorosa e devastante.

La triste contabilità della pandemia fa annotare, ogni giorno, centinaia e centinaia di morti. Numeri sempre più crescenti, rimbalzati da un tg all’altro, da una conferenza stampa a un post sul web. Numeri da guerra, appunto. E numeri che non sono solo numeri. Perché dietro ogni numero c’è una persona, una vita vissuta, una storia. Migliaia di volti che resteranno sconosciuti. Troppi, per dedicare loro un ricordo dettagliato, un omaggio.

Nella prima linea della trincea, in questo inedito conflitto che questo altrettanto inedito ventiventi ci ha gettato addosso come zampilli di lava usciti da un vulcano impazzito, ci sono medici, infermieri, operatori sanitari, volontari, forze dell’ordine. Scesi nel campo di battaglia spesso disarmati e bersagli facili del nemico invisibile. Il Paese piange anche molti di loro. Vittime che si aggiungono a vittime, drammi che diventano infiniti.

Una guerra senza colpi di mortaio e case sventrate dalle bombe, ma con gli stessi effetti psicologici. Le stesse identiche ricadute economiche. Gli identici interrogativi su quando e come finirà. Le simili incertezze sul dopo.

Una guerra che, una volta terminata, richiederà una ricostruzione esattamente come accade con gli eventi bellici. La ricostruzione di un’intera economia, ma anche di una rete sociale andata in frantumi in poche settimane, impallinata senza la possibilità di schivare i colpi.

Ci voleva un virus dalla forma persino aggraziata, tanto da essere chiamato corona quasi ad evocare qualcosa di nobile, a farci entrare in un incubo dove non c’è più spazio per i progetti e i programmi, per i banali gesti di tutti i giorni, per la routine che spesso abbiamo maledetto.


Se vogliamo, però, dentro questo tunnel dove siamo sprofondati possiamo trovare l’opportunità di crescere come individui e come comunità. Ripensando i nostri modelli di vita, ricucendo gli strappi nei rapporti e guardando gli altri con occhi diversi.

Possiamo farlo e dobbiamo farlo. Ora che siamo consapevoli che un micro batterio può darci una pesante lezione di vita.

Coronavirus, nel Lazio economia a picco

coronavirus

Il nuovo Coronavirus non porta con sé soltanto malattia, decessi e paura. La conseguenza della sua diffusione è pesantissima anche sul fronte dell’economia, che sta già pagando e pagherà un costo molto salato. Quali settori rischiano maggiormente la recessione e il collasso? Quale sarà la ricaduta occupazionale al termine di questa emergenza sanitaria?

L’ho chiesto al presidente regionale di Confcommercio Lazio Sud, Giovanni Acampora, che ci aggiorna sulla situazione e sulle prospettive nel Lazio.

acampora
Presidente Acampora, come si può definire lo stato economico del Lazio in questo momento a seguito del caso Covid-2019?
Con una sola parola, possiamo dire che è disastroso.
Ed entrando nel dettaglio?
Turismo, somministrazione e trasporti hanno ricevuto il contraccolpo più forte di questa emergenza. E nel momento in cui questi tre settori hanno una forte battuta di arresto, come sta avvenendo, si riversa su tutti gli altri settori dell’economia. A Roma ci sono il 95% delle cancellazioni alberghiere, ma il trend sarà lo stesso in tutte le province del Lazio. Le agenzie di viaggio hanno disdetto completamente i pacchetti turistici e per gli albergatori non c’è soltanto il problema delle disdette, ma devono fare fronte anche al rimborso delle prenotazioni annullate.
In termini di posti di lavoro a rischio, si possono fare dei numeri?
Nel Lazio si prevede una contrazione occupazionale di 50mila addetti se si continua in questi termini, stiamo parlando di cifre mostruose.
Cosa si può fare?
Innanzitutto auspico la collaborazione di tutte le istituzioni, che non ci siano fughe in avanti e primedonne e che non si speculi su questa che è una tragedia nazionale. Grande esempio stanno dando le associazioni di categoria, questo lo devo dire, c’è collaborazione. Abbiamo fatto un incontro con la Regione Lazio e la parola d’ordine è stata: calma, guardare le problematiche vere e soprattutto di non infondere il panico. C’è bisogno, con tutte le precauzioni del caso, di dare una speranza ma bisogna tenere conto che è un virus nuovo, non bisogna fare i tuttologi e seguire i consigli della comunità scientifica. Stiamo subendo questa conseguenza, ma siamo un grande paese e sappiamo che ci risolleveremo.
Naturalmente servono anche aiuti ai comparti in sofferenza. Cosa stanno facendo le associazioni di categoria per questo obiettivo?
Abbiamo chiesto una serie di misure di sostegno al governo e spero che vengano prese in considerazione, alla Regione Lazio abbiano chiesto di muoversi affinché le agevolazioni per le zone rosse vengano estese a tutto il territorio nazionale. Su questo sono grato ai colleghi delle altre associazioni perché stanno dimostrando maturità e coesione in un momento difficile. Ed è un bell’esempio di umanità. Dopo i livelli del governo e della Regione, importante è anche il sostegno che arriva dal terzo livello, quello comunale.
Cosa possono fare, in concreto, le amministrazioni locali?
I Comuni possono e devono intervenire agevolando le imprese attraverso quella che è l’imposizione fiscale locale, in pratica i tributi. L’intervento dei sindaci è determinante anche nelle piccole cose che possono in qualche modo dare speranza all’economia, perché altrimenti le aziende chiudono.
Economia a picco e spettro della disoccupazione, problemi seri. Ci sono altre preoccupazioni da mettere in conto?
Ovviamente la nostra prima preoccupazione è quella sanitaria, non quanto per la malattia ma per le ripercussioni che essa ha sul sistema sanitario nazionale. Un aumento forte di pazienti manda in sovraccarico il sistema perché non siamo preparati a numeri così elevati.
Poi c’è la paura. E’ giustificata?
Vorrei lanciare un appello. Dobbiamo continuare a fare una vita normale con tutte le precauzioni richieste. Non succede nulla se si va in un bar e si fa colazione sedendosi a un tavolino. Un segnale di speranza va pur dato, altrimenti siamo distrutti.

La storia di Emanuele, tra dolore e speranza

emanuele e giamptero ghidini Emanuele aveva appena 16 anni quando si gettò nel fiume Chiese e morì. Era il 24 novembre del 2013. Il giovane di Gavardo, in provincia di Brescia, tornava da una festa con gli amici dove aveva assunto sostanze allucinogene. La droga aveva annebbiato il suo cervello.

Prima di buttarsi nell’acqua gelida e terminare la sua breve vita Emanuele gridava che voleva morire. Il dramma si consumò vicino casa, dove lo attendevano i genitori e le due sorelle.

Un tuffo e tutto finì. In un fiume che Emanuele conosceva bene. Proprio qui, da bambino, aveva perso il suo pesciolino rosso.

Non è quindi un caso che si chiami “Ema pesciolino rosso” la fondazione che Gianpietro Ghidini, il papà di Emanuele, ha fondato per aiutare i giovani ad amare la vita, per sensibilizzarli sul delicato tema delle dipendenze, per accompagnarli nell’insidioso periodo dell’adolescenza.

Gianpietro Ghidini parla di Emanuele a giovani come lui nelle scuole, nei teatri, negli oratori. E parla anche ai loro genitori, raccontando la sua esperienza di papà colpito dal dolore più terribile che si possa sentire.

emanuele ghidini

Incontro Gianpietro Ghidini con molto piacere per conoscere più da vicino una storia che mi ha sempre colpito anche perché dalla terribile esperienza quale è la perdita di un figlio è nata un’attività di speranza che può aiutare concretamente i coetanei di Emanuele.

Che ragazzo era Emanuele? Cosa ricorda soprattutto di lui?

Emanuele era un ragazzo pieno di energia vitale. Aveva molti amici e non è mai stato depresso, fino a quando negli ultimi mesi non ha scelto di provare delle sostanze dopo aver conosciuto ragazzi più grandi di lui. L’ultimo giorno della sua vita avevo notato nei suoi occhi una certa tristezza e gli avevo chiesto se voleva parlare con me, ma poi un appuntamento di lavoro mi aveva costretto a rimandare al giorno dopo il colloquio. Ma il giorno dopo era troppo tardi perché Emanuele, dopo una festa durante la quale ingeriva una droga sintetica, si gettava nel fiume vicino a casa.

Dove ha trovato la forza per trasformare il dolore per la morte di Emanuele in un un’attività sociale e informativa indirizzata ai giovani e ai genitori?

Quando ero giovane sognavo di fare il missionario, prendermi cura degli altri. Poi la vita, a seguito di varie vicissitudini, mi aveva fatto percorrere altre strade, dimenticandomi del mio sogno. Ed è stato sempre un sogno a indicarmi la via. Dopo due giorni dalla morte di Emanuele, sognavo di salvarlo dall’acqua e dopo essermi svegliato ho sentito dentro di me un’energia inesauribile e ho capito che avrei potuto salvarmi solo aiutando altri giovani come Emanuele che rischiano di perdersi.

Quando parla nelle scuole, che tipo di gioventù incontra?

Facciamo incontri sia nelle scuole medie che nelle superiori. Gli incontri sono molto intensi e diamo spazio anche alle loro domande, affinché siano loro i protagonisti dell’incontro.

Cosa le chiedono principalmente gli studenti dopo aver sentito la storia di
Emanuele?

Chiedono spesso come ho fatto a trovare il coraggio di rialzarmi dopo un dolore simile, cosa hanno provato le sorelle e la mamma, quali parole direi ad Emanuele se potessi averlo qui davanti a me, se hanno trovato lo spacciatore.

Probabilmente, da genitore, avrà dovuto fare i conti anche con i sensi di colpa. Cosa consiglia agli altri genitori che hanno figli adolescenti per prevenire tragedie come la sua?

Di solito facciamo incontri al mattino con gli studenti e la sera con i genitori. Non ho nulla da insegnare ai genitori, ma racconto loro dei miei errori e cerco di aiutarli per trovare un modo di evitarli.

Ritiene che nel nostro Paese il fenomeno droga sia sufficientemente valutato dalle istituzioni?

Sono convinto che così come molti cantanti non prendono mai posizione contro la droga, la stessa cosa fanno molti politici, perché ovviamente andare contro certi fenomeni significa perdere consensi.

A Foggia barbiere gratis per i senzatetto

notizie smile

Lunedì è il suo giorno di riposo come per tutti i barbieri e i parrucchieri, ma Gianni Sciotta lo trascorre nel suo negozio anche se per un servizio diverso.

Nella mattinata di lunedì, Gianni Sciotta e il suo staff si dedicano a Foggia ai senzatetto. Per loro lavaggio e taglio dei capelli senza passare alla cassa.

Un gesto di grande solidarietà e senza voler apparire. A rendere noto il gesto di Gianni è stata l’associazione “Fratelli della Stazione” di Foggia che si occupa dei poveri della città.

barbiere Su Facebook oggi hanno scritto: “Grazie a Gianni Sciotta ed al suo staff, questa mattina un gruppo di poveri e senza dimora hanno potuto usufruire di taglio e lavaggio dei capelli e della barba. Un modo per riacquistare maggiore dignità, per riappropriarsi della loro immagine migliore e per sentirsi più inseriti nella nostra comunità”.

Un dettaglio non da poco: il nuovo look è piaciuto molto a chi ha usufruito del servizio.  

Sedotta e sclerata, il messaggio di Ileana

Da molto tempo seguo sui social Ileana Speziale e ho sempre avuto la curiosità di incontrarla. Una giovane donna bella e solare diventata ambasciatrice di un messaggio importante per chi, come lei, è affetto dalla sclerosi multipla, ma anche per chiunque incontri nella vita difficoltà e ostacoli.

L’occasione di incontrare Ileana si è presentata negli studi dell’ emittente radiofonica di Anagni Radio Hernica, dove è stata invitata per parlare del suo libro “Sedotta e Sclerata” come sta facendo in un lungo tour in tutta Italia.

Praticamente un’opera autobiografica con cui, attraverso la storia di Emily, Ileana Speziale ci fa conoscere il significato profondo di una parola che mi piace molto: resilienza. La volontà, in pratica, di trovare dentro di noi la forza interiore per superare i drammi della vita e trasformarli in opportunità. La capacità di assorbire un trauma senza andare in mille pezzi.

Nella chiacchierata con Marco Tagliaboschi, Ileana ha raccontato la sua storia, i suoi sogni, le finalità del suo libro. Trovate tutto nel video, buona visione.

Le luminarie di Gaeta accendono il mare d’inverno

Sono una gioia per gli occhi e un toccasana per l’umore, mettono allegria e rendono il Natale magico come dovrebbe essere la festa più bella dell’anno. Ma, soprattutto, è un evento che ha dato vita e benessere nella stagione invernale ad una località finora conosciuta soltanto per le sue spiagge. Non a caso si chiama “Favole di luce”, lo straordinario allestimento di luminarie che da quattro anni proietta Gaeta, sul litorale pontino, 22 mila abitanti che d’estate diventano 100 mila, nel mercato nazionale del turismo. Grazie ad un sindaco visionario e lungimirante, Cosmo Mitrano, che ci ha creduto sempre nonostante le perplessità iniziali di molti.

Sindaco, come è nato questo progetto?

E’ nato nel 2016, è stato un momento di follia. Quando è partito questo progetto volevano addirittura sfiduciarmi, non avevo nessuno a favore, neanche un consigliere, neanche un cittadino. Perché il discorso populistico è sempre lo stesso, secondo tutti avrei dovuto prendere quei soldi e darli ai poveri. Ma secondo me l’amministratore deve creare le condizioni giuridiche e amministrative per creare sviluppo, perché è lo sviluppo che genera occupazione e quindi benessere.  Oggi io ho cambiato le abitudini delle attività commerciali di Gaeta, prima il 15 ottobre chiudevano e alcuni riaprivano a metà dicembre, altri a marzo e aprile. Ora non chiudono mai.

Un’operazione che ha portato cosa finora?

La destagionalizzazione del turismo. Sicuramente siamo riusciti a riposizionare Gaeta sul mercato nazionale del turismo, non è soltanto località balneare ma anche meta invernale. I miei competitor, da novembre a gennaio non sono più le città balneari ma Pescasseroli, Roccaraso, Salerno anch’essa famosa per le luminarie.

Diamo qualche numero?

In uno dei week-end di dicembre abbiamo raggiunto il record di 30-35 mila turisti. E da quest’anno arrivano bus tutti i giorni, anche quelli infrasettimanali, non era mai accaduto sinora. Ecco perché stiamo contando su questo progetto e vogliamo anche rafforzarlo, allungando ancora di più la stagione con carnevale, che quest’anno avrà tre date.

Quale lavoro di marketing e di comunicazione c’è dietro questi risultati?

Lavoriamo annualmente sulle strategie di comunicazione e sull’innovazione. La politica si fa sempre trascinare dall’emergenza, invece secondo me deve sedersi a tavolino e dare enfasi alla programmazione, pensare alla città, a come la vogliamo tra dieci anni e capire quale percorso gestionale dobbiamo seguire per raggiungere gli obiettivi. Con Favole di luce studiamo continuamente il fenomeno, vediamo da dove arrivano i turisti per poi tarare la comunicazione su questi dati. L’anno scorso abbiamo puntato su Roma e sulla Toscana e stanno arrivando turisti da Roma e dalla Toscana.

Quale è l’impatto economico della manifestazione in termini di ritorno?

L’impatto diretto è calcolato in circa 5 milioni di euro in tre mesi, ma c’è anche l’indotto. Chi oggi viene a vedere le luminarie, può rimanere emozionato e tornare a primavera o in estate. E questo sta accadendo.

 Le luminarie di Gaeta si possono ammirare fino al 19 gennaio 2020

Panettone “sospeso” per chi non può comprarlo

Non solo il caffè, anche il panettone è sospeso. E’ la bella abitudine di lasciare qualcosa di pagato a chi non può permettersi di acquistarlo. E se il caffè sospeso è targato Napoli, lo stesso gesto di solidarietà con il panettone parte da Milano, la culla del famoso dolce natalizio.

L’iniziativa è stata lanciata dal sindaco Beppe Sala, che è diventato un vero e proprio testimonial del progetto, insieme all’associazione Panettone Sospeso ETS e chi desidera partecipare, fino al 22 dicembre, può recarsi nelle pasticcerie associate (identificabili dal logo di ETS) e comprare un panettone che viene poi lasciato in negozio. Per ogni dolce acquistato, la pasticceria ne aggiungerà uno a sua volta. Il 23 dicembre, tutti i panettoni donati verranno raccolti e consegnati dall’associazione alla Casa dell’Accoglienza Jannacci, in viale Ortles 69.

L’Associazione Panettone Sospeso ETS è un’organizzazione no profit che è nata proprio per raccogliere e donare panettoni a persone in stato di indigenza a  Milano, e consentire loro di celebrare il Natale con il dolce della tradizione. Partendo dal presupposto che ogni anno sono sempre di più le persone che si trovano a vivere sotto la soglia di povertà. Il panettone può così diventare un piccolo gesto per aiutare le persone in difficoltà.

Queste le pasticcerie che hanno aderito al Panettone Sospeso:

Alvin’s – via Melchiorre Gioia, 141
Davide Longoni – via Gerolamo Tiraboschi, 19
Giacomo – via Pasquale Sottocorno, 5
Moriondo – via Marghera, 10
Massimo 1970 – via Giuseppe Ripamonti, 5
San Gregorio – via San Gregorio, 1
Sant Ambroeus – corso Giacomo Matteotti, 7
Ungaro – via Ronchi, 39
Vergani – via Mercadante 17 e corso di Porta Romana 51.

I miei comfort food. E come li preparo io

Un’altra mia grande passione, oltre a quello del giornalismo – che in realtà è una professione, ma come si dice? Trova un lavoro che ti piace e non lavorerai neanche un giorno della tua vita – è sicuramente la cucina. Sì, lo confesso: non mi perdo un cooking show, so tutto di Carlo Cracco, Antonino Cannavacciuolo, Bruno Barbieri, Norbert Niederkofler, Massimo Bottura, Nadia Santini, Heinz Beck e Annie Féolde solo per nominare i più celebri, un ristorante stellato mi attira più di una boutique di Gucci e mi commuovo davanti ad una zizzona di Battipaglia.

Il cibo, in generale, è consolatorio, sopperisce alle malinconie, stuzzica i ricordi, coccola, soddisfa palato e anima. Ma alcuni piatti lo sono in modo particolare e ognuno di noi ha i suoi. Non a caso si chiama comfort food. E vi racconto i miei, di comfort food, cinque per la precisione, con qualche piccola annotazione. Tranquilli, non voglio annoiarvi con le solite ricette che ormai si trovano dappertutto, aggiungerò soltanto brevi commenti personali. Della serie: come li cucino io.

Al primo posto c’è sicuramente la pasta e fagioli. Mi piace aggiungere un pezzo di cotica, i borlotti sono sempre di quelli da ammollare e non rinuncio ai ditalini rigati.

Segue il purè di patate. E’ molto importante, oltre alla scelta del tipo di patata – deve essere farinosa e bianca – che il burro sia a temperatura ambiente. E aggiungo soltanto latte biologico.

Come può mancare la lasagna rossa? Per me deve essere semplice, con pochi ingredienti. Punto tutto sul sugo, bello denso e profumato di basilico, non necessariamente con la carne, e sulla mozzarella che deve essere di qualità. No all’aggiunta di besciamella, che amo invece nella lasagna bianca.

E’ lei, sua maestà la polenta. Farina di mais a kilometro zero (che utilizzo anche per fare la tradizionale pizza rossa da abbinare ai broccoletti), salsicce e spuntature dal macellaio di fiducia. In alternativa, ma anche se ne avanza un po’, al forno con il gorgonzola come mi hanno insegnato gli amici milanesi.

Per i golosi come me, tutti i dolci sono comfort food. Ma devo ancora trovarne uno più buono del tiramisù. La versione classica resta un must. Le rivisitazioni alla fragola o al limone? Non le disdegno, ma l’originale non si batte.

Bene, questi sono i miei comfort food. E i vostri quali sono?

Omaggio al re del pop Michael Jackson

Sergio Cortés, sosia di Michael Jackson, si esibirà il 30 novembre al Teatro Colosseo di Torino a partire dalle 21. Uno spettacolo che è un tributo al mito del pop scomparso dieci anni fa.

Cortés non assomiglia a Michael Jackson soltanto fisicamente, ma è in grado di cantare le sue canzoni allo stesso identico modo, tanto da mandare in visibilio i fans del grande artista che il mondo ha perso troppo presto.

In un’intervista, il cantante spagnolo ha detto: <Ho sempre ammirato il Re del pop, ma le circostanze che mi hanno portato a lui i realtà sono state molto casuali. Nel 1987 un giornalista che mi ha visto per strada mi ha proposto di partecipare a un reportage proprio per la mia somiglianza con Michael Jackson. Io non mi sono mai operato per assomigliare al mio idolo, è tutto assolutamente casuale, mi piace pensare che è un regalo di Dio. Dopo la pubblicazione di questo reportage su un’importante rivista spagnola, mi hanno offerto varie collaborazioni dove dovevo interpretare Michael e ho accettato volentieri perché mi piace ballare e cantare, la mia voce è molto simile alla sua e adoro le sue canzoni.  Con il tempo, poi, ho scoperto che sul palco sono molto felice!».

Lo spettacolo dura due ore e sul palco Sergio Cortés fa rivivere la musica e la storia di Jackson, insieme ad una band collaudata formata da musicisti di grande professionalità e un corpo di otto ballerini.

Il calvario di Chiara, massacrata dal suo uomo

Massacrata di botte dal fidanzato. Colpita con calci e pugni sulla testa per ore. Nove mesi di coma e poi il lento risveglio. Ma Chiara (foto in alto) non è più la stessa, il trauma lascia segni indelebili. Chiara non parla. Chiara è su una sedia a rotelle. E da quel giorno maledetto trascorre anni difficili, ricoverata in più ospedali dove subisce numerosi interventi chirurgici. La sua vita è devastata, ma Chiara è forte, vuole andare avanti. Soprattutto vuole superare le violenze patite da quello che era il suo compagno, Maurizio Falcioni, condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione per tentato omicidio e maltrattamenti, pena che l’uomo sta scontando nel carcere di Velletri.

Chiara Insidioso ha soltanto 19 anni quando il compagno, quasi il doppio della sua età, la riduce in fin di vita. E’ il 3 febbraio del 2014. Al culmine di una lite, scaturita dalla gelosia ossessiva di lui, nella casa dove vivono insieme a Casal Berlocchi, vicino Roma, Maurizio Falcioni si accanisce contro la ragazza. Non è la prima volta che la picchia, ma in questo caso la furia è incontenibile. Quando la soccorrono, Chiara giace in una pozza di sangue. E’ l’inizio di un lungo calvario.  

Attualmente Chiara si trova nella struttura dell’associazione onlus Casa Iride, a Roma, dove si accolgono pazienti in stato vegetativo.  E’ qui da tre anni, ma i genitori lottano per dare a Chiara una sistemazione più adeguata. Chiara non è in stato vegetativo, continua a gridare la mamma Danielle Conjarts, olandese, che ha lanciato su Facebook l’hashtag #unastrutturaperchiarainsidioso per chiedere alle istituzioni, a chi ne ha potere, di occuparsi della giovane sopravvissuta. E’ l’appello di una donna che ogni giorno parte da Cerveteri, dove abita, e muovendosi con i mezzi pubblici va da Chiara e le sta vicino per qualche ora.

Danielle (nella foto sotto con Chiara) è una bella donna che ha sul viso i segni della sofferenza, ma nel cuore la speranza di una vita migliore per la sua unica figlia. E’ una donna gentile e forte. Testarda, come si definisce lei.

Danielle, come sta adesso Chiara?

Chiara capisce tutto, conosce due lingue perché io ho sempre parlato con lei in olandese. Capisce tutto, ma non parla.

Perché chiede una nuova struttura dove portare Chiara?

Casa Iride è una struttura eccellente per chi è in stato vegetativo, ma Chiara non è in questo stato. A Chiara serve un posto dove può incontrare altri ragazzi, dove ci sono attrezzature adatte, dove può fare la logopedia. Ha bisogno di socializzare perché questo a Chiara manca proprio.

Esistono in Italia strutture del genere?

Ci sono, ma sono poche.

Chi dovrebbe intervenire per trasferirla in un posto più adatto a lei?

Penso il giudice tutelare, ma soprattutto la sanità pubblica, che però purtroppo in Italia non funziona bene.  

Chiara è stata almeno risarcita per quanto le è accaduto?

Fino ad ora no. Il risarcimento è stato stabilito, lui dovrebbe dare 400 euro al mese, questo ha deciso la Cassazione, lavorando in carcere. Ma al momento Chiara non ha ricevuto nulla. Chiara prende 290 euro di pensione e 500 di accompagnamento.  Niente altro.   

Chiusa la vicenda giudiziaria, ora bisogna pensare al futuro di Chiara. Dal punto di vista medico, ci sono buone possibilità che Chiara si riprenda ancora di più?

I medici non si sbilanciano, dicono che dopo cinque anni una persona con questo tipo di lesioni non può migliorare. Invece Chiara sta migliorando, lo vedo ogni giorno. Mia figlia è un miracolo, ha una grande forza, più di me che sono molto testarda. Lei è stata sempre una capocciona e il suo carattere è rimasto come era. Lei reagisce: si offende, ride, piange, si arrabbia. Le ho comprato un tablet, lei fa le ricerche, va a cercare gli amici su Facebook, fa le videochiamate. Ecco perché penso che in una struttura diversa potrebbe migliorare molto. Chiara ha bisogno di stimoli, di incontrare gente, lei cerca i contatti. E nella struttura dove si trova oggi è limitata in questo.

Cosa si sente di dire sulla storia terribile di Chiara vittima di un uomo violento? Possiamo solo immaginare il suo dolore di mamma.

Ho cercato di essere forte, ma per il dispiacere ho avuto un infarto e due anni dopo ne ho rischiato un altro. Sono crollata per lo stress, per il dolore. Di stress ne ho molto, anche per il viaggio di due ore e mezza che ogni giorno affronto. Ma per Chiara lo faccio volentieri, lei ha bisogno di me e io ho soltanto lei.  

Chiara ricorda quanto di orribile le è accaduto?

Certo, lo ricorda da almeno due anni. Io gliel’ho anche chiesto in modo esplicito e lei mi ha risposto sì.

In un’intervista, l’aggressore di Chiara ha dichiarato di essere pentito, di voler chiedere scusa.

Per carità, ma di che cosa? Chi lo conosce bene sa che è sempre stato un violento e nessuno ci ha mai chiesto scusa, nemmeno i suoi familiari.

Lei e il papà di Chiara, il suo ex marito, vi siete sempre opposti al rapporto tra Chiara e Falcioni.

Certo. Chiara ha vissuto con me fino a 17 anni, poi si è trasferita dal padre per motivi di studio.  Per me è stato un duro colpo. Quando ho saputo che stava con lui ho sempre detto che non andava bene, ma Chiara non ha voluto sentire nulla.

Dolci invenduti regalati ai bisognosi

Il gesto di solidarietà questa volta arriva dalla Sardegna, esattamente da Quartu Sant’Elena. Nicola Loi, titolare della pasticceria Miky’s Dream Bakery, ogni sera lascia fuori dal locale i dolci invenduti (nella foto sotto), mettendoli a disposizione di chi non può permettersi di acquistarli.

Un gesto che aiuta, ma che evita anche l’odioso spreco alimentare, un fenomeno ancora eccessivo.

Miky’s Dream Bakery, racconta Fanpage, ha annunciato l’iniziativa attraverso un post su Facebook, che dice “Ogni sera alla chiusura lasceremo appesi fuori dei pacchetti con il non venduto! Per chi volesse…”. Chiunque, dunque, può cogliere questa occasione senza entrare in pasticceria con imbarazzo. Nicola e i suoi collaboratori sistemano i loro prodotti dentro numerose borse. E a quanti fanno notare che le buste con i dolci potrebbero essere prese da chi non ne ha nessun bisogno ma vuole solo risparmiare, la pasticceria risponde: <Abbiamo messo in conto anche quello ma non importa, facciamo questo lavoro con il cuore e buttare del cibo ci farebbe veramente male>.

Laureato in… generosità

A 26 anni si è laureato con 110 e lode alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’università di Messina. E come regalo ha chiesto ad amici e parenti di pagare le tasse universitarie a due amici studenti poco abbienti. Il bel gesto di solidarietà è di Piero Dotto, 26enne di Letojanni, in provincia di Catania. Che ha scelto così di festeggiare il conseguimento della laurea, raggiunta con la discussione della tesi “Sindrome di Joubert: aspetti clinici, genetici e neuroradiologici”.

Piero Dotto

Il neo dottore ha pensato a due studenti che non hanno le possibilità economiche di proseguire gli studi per garantire loro un futuro accademico. Piero Dotto, raccontano chi lo conosce, è “un ragazzo semplice, perfettamente integrato nel tessuto sociale della cittadina letojannese, ed anche in quello parrocchiale dove fa parte della Confraternita di San Giuseppe e dell’Azione Cattolica”.

Ora che ha ottenuto la laurea, Piero terrà tre mesi di tirocinio per conseguire l’abilitazione alla professione e successivamente proverà a superare l’esame di ammissione per la specializzazione in nefrologia, reumatologia e dialisi.

Cosimo racconta Sasà: è stata la mia terapia

Lui è Salvatore Cerruti, per gli amici Sasà o Cerry.  E’ il personaggio del vigile urbano interpretato da Cosimo Alberti, 53 anni, napoletano, nella fiction italiana “Un posto al sole”.  Inserito inizialmente nella serie quasi come una comparsa, nel corso del tempo Sasà è riuscito a ritagliarsi un ruolo centrale, tanto da arrivare ad essere uno dei volti più apprezzati dal pubblico. Grazie indubbiamente alla simpatia del personaggio creato dagli autori, ma soprattutto alla bravura dell’attore che veste i suoi panni. Ho voluto incontrarlo per conoscerlo meglio e, come Sasà, ha simpatia da vendere.

Cosimo, quando hai iniziato a recitare?

Ho iniziato da piccolo con padre Roberto nell’asilo dove mia madre mi mandava. Padre Roberto era un vero artista e portava i sacramenti in scena. Organizzava piccole recite e io partecipavo. Oltre a recitare, ero un animatore, coinvolgevo gli altri. Avevo 13-14 anni, una mia amica mi parlò di un laboratorio teatrale e ho iniziato così. Non avevo mai pensato di mettere a frutto il mio talento, anche se da piccolo rimanevo incantato davanti alla televisione e in particolare quando vedevo il mago Silvan e Corrado mi immaginavo al posto loro, desideravo fare televisione. La cosa curiosa è che entrambi li ricordo con lo smoking e al mio debutto in televisione ho indossato proprio lo smoking (nelle foto sotto con Amii Stewart, Mario Merola e Gloriana). Ho lavorato per un decennio a Canale 21, una tv privata di Napoli, dove sono stato assunto come attore per la trasmissione “Napoli in parole e in musica” e la presentavo con la cantante Gloriana. Già facevo teatro, l’ho fatto per molto tempo. E quando ho iniziato a farlo mi si è aperto un mondo.

Quando e come sei arrivato a “Un posto al sole”?

Il personaggio è nato quattro anni fa, ma all’inizio neanche ci si scommetteva perché aveva un ruolo marginale, era solo di appoggio agli altri attori, Cerruti non aveva neanche un nome. Poi gli autori hanno deciso di farlo crescere, solo un anno dopo ha avuto un nome, Salvatore. Poi ha avuto la casa e la famiglia.

“Un posto al sole” è molto seguito. Perché piace così tanto?

Perché c’è Napoli, per la qualità degli attori e degli autori, perché si parla della quotidianità e lo spettatore riesce ad immedesimarsi.

Girare ogni giorno e da molti anni con i colleghi immagino che faccia nascere anche l’amicizia tra di voi.

Registriamo a blocchi e quindi non ci vediamo mai tutti insieme, però si diventa amici della propria storyline. Infatti sono molto amico di Antonella Prisco che interpreta Mariella, tanto che è stata anche la mia testimone di nozze nella realtà (foto sotto).

Giusto, ti sei sposato di recente con Christian Luino, un bellissimo ragazzo. Tanti auguri.

Grazie mille, mi sono sposato a settembre.

E a questo proposito, il personaggio di Cerruti ha portato in tv anche la tematica dell’omosessualità con l’amore che nasce tra Salvatore Cerruti e il dottor Sarti.

Non è stato un caso. Già qualche anno fa la tematica era stata affrontata con un bacio tra due ragazzi, ma non era stato molto incisivo trattandosi appunto di ragazzi. Adesso, con due adulti, uno che indossa una divisa e l’altro che fa il medico è diverso. Ora, dopo il bacio che i due si sono dati, la tematica è stata sdoganata facendo capire che, in fondo, l’omosessualità non è così cattiva. E nelle prossime puntate si parlerà anche della famiglia che Cerruti formerà. Tu sai che non posso anticipare nulla, ma un’evoluzione ci sarà.

Tu sei nella realtà appassionato di musica popolare, di tammuriata, e anche Sasà lo è. Possiamo dire che questo personaggio ti rappresenta molto?

Diciamo che sono io, però non assomiglio molto a Cerruti. Perché lui è sottomesso, lui subisce, è uno sfortunato. Invece io, scusa la presunzione, sono forte, caparbio, positivo, propositivo e sono fortunato. Lui è vittima del padre, io mi sono ribellato molto a mio padre. Se poi vogliamo andare nel profondo della mia vita privata, fino all’anno scorso ero molto discreto rispetto alla mia diversità, non lo nascondevo ma neanche lo ostentavo. Però ero timoroso, lo confesso. Ma recitando la parte di Cerruti, sono riuscito ad accettarmi ed ho fatto accettare Cerruti. Grazie agli autori, per me è stata una sorta di terapia. Dire apertamente sul set “ti amo” ad un uomo, mi ha aiutato ad accettarlo nell’inconscio. E se Cerruti è stato terapeutico per me, mi auguro che lo possa essere per tanti altri. Sai quanti padri possono accettare un figlio omosessuale vedendo queste storie? Sai quanti genitori possono immedesimarsi e cambiare opinione?

Quindi hai cominciato da poco a dichiarare la tua omosessualità. Non era semplice, immagino a causa dell’omofobia che, purtroppo, esiste ancora.

C’è ancora molto da fare per l’omofobia, anche se noto che per un omofobo che attacca gli omosessuali ci sono centinaia di persone pronte a contrastarlo. Io ho cominciato a dire di essere omosessuale solo l’anno scorso, ma anche perché ho avuto due compagni che temevano il giudizio degli altri e quindi nascondevano la relazione. Ma con l’arrivo di Christian, che invece vive tutto in modo naturale, sono riuscito a liberarmi.         

Cosa vedresti nel tuo futuro professionale?

Ho fatto qualche parte piccola nel cinema, ma mi piacerebbe farlo bene e recitare in un film impegnato, anche se mi piace anche il cinema più leggero. Diciamolo, altrimenti Christian De Sica si piglia collera.

Donano le ferie al collega con il figlio malato

Un operaio delle acciaierie Ast di Terni ha un figlio minorenne malato e, data la gravità della patologia, si adopera per assisterlo. Ma finisce le ferie e i permessi per farlo. E’ a questo punto che scatta la solidarietà dei colleghi e dei sindacati.

Rsu e rappresentanti dei metalmeccanici di Fim, Fiom e Uilm incontra la direzione aziendale per chiedere un accordo grazie al quale i colleghi possono donare giorni di riposo al dipendente in difficoltà. 

Un episodio singolo che, però, potrebbe diventare strutturale. Entro il 31 gennaio 2020 le parti torneranno ad incontrarsi per verificare se ci sono le condizioni per realizzare lo strumento della banca ore ferie e permessi “solidali” a favore di chi ne ha bisogno.

<Come organizzazioni sindacali – spiegano  le sigle impegnate nel caso – riteniamo tale iniziativa importante e lodevole certi che, a fronte di casi eccezionali come questi, i lavoratori di Ast non faranno venir meno il proprio contributo e attenzione nel solco della storia e dei valori solidali del movimento dei lavoratori stessi>.

CineFutura Fest, i ciak dei giovani

Il cinema non è soltanto spettacolo, ma anche cultura, conoscenza e formazione. E permette di testimoniare, con un linguaggio accessibile a tutti, l’evoluzione dei tempi. In questo ambito nasce CineFutura Fest, con l’obiettivo – spiegano gli organizzatori – <di valorizzare il rapporto tra i giovani ed il cinema e al tempo stesso per esaltare, la capacità che l’audiovisivo ha, di approfondire temi sociali di grande importanza>. Questi temi sono: ambiente e cultura, arte e storia, diversità e integrazione.

La prima edizione del Festival si terrà il 7 e 8 novembre 2019 a Roma, presso il The Churche Palace di via Aurelia, ed è rivolto ai giovani di tutta Italia, invitati a realizzare cortometraggi intesi soprattutto come strumento didattico. Gli autori degli audiovisivi sono divisi in due categorie: Junior dai 14 a 18 anni e Senior dai 18 ai 25.


Oltre alle proiezioni, sono in programma workshop, seminari ed eventi speciali di approfondimento. Il presidente del Festival è l’attore Lino Banfi, il direttore artistico è Steve Della Casa, critico cinematografico (foto sotto). Il comitato Tecnico Scientifico che selezionerà gli audiovisivi sarà formato da Steve Della Casa, Carlo Principini, Paolo Mastrorosato, Francesca Arganelli, Paola Comin e Rita Statte.

La giuria che assegnerà i premi finali sarà formata da Lino Banfi, Cinzia Th Torrini ed altri personaggi della cultura e dello spettacolo. Un ruolo centrale lo avranno le scuole, essendo le iniziative inserite nel Piano Nazionale Cinema del Ministero dell’Istruzione e del Ministero dei Beni Culturali. Il Festival è promosso anche da Accademia Artisti in partenariato con il Liceo Leoniano di Anagni e Ancei Formazione e Ricerca.