I miei comfort food. E come li preparo io

Un’altra mia grande passione, oltre a quello del giornalismo – che in realtà è una professione, ma come si dice? Trova un lavoro che ti piace e non lavorerai neanche un giorno della tua vita – è sicuramente la cucina. Sì, lo confesso: non mi perdo un cooking show, so tutto di Carlo Cracco, Antonino Cannavacciuolo, Bruno Barbieri, Norbert Niederkofler, Massimo Bottura, Nadia Santini, Heinz Beck e Annie Féolde solo per nominare i più celebri, un ristorante stellato mi attira più di una boutique di Gucci e mi commuovo davanti ad una zizzona di Battipaglia.

Il cibo, in generale, è consolatorio, sopperisce alle malinconie, stuzzica i ricordi, coccola, soddisfa palato e anima. Ma alcuni piatti lo sono in modo particolare e ognuno di noi ha i suoi. Non a caso si chiama comfort food. E vi racconto i miei, di comfort food, cinque per la precisione, con qualche piccola annotazione. Tranquilli, non voglio annoiarvi con le solite ricette che ormai si trovano dappertutto, aggiungerò soltanto brevi commenti personali. Della serie: come li cucino io.

Al primo posto c’è sicuramente la pasta e fagioli. Mi piace aggiungere un pezzo di cotica, i borlotti sono sempre di quelli da ammollare e non rinuncio ai ditalini rigati.

Segue il purè di patate. E’ molto importante, oltre alla scelta del tipo di patata – deve essere farinosa e bianca – che il burro sia a temperatura ambiente. E aggiungo soltanto latte biologico.

Come può mancare la lasagna rossa? Per me deve essere semplice, con pochi ingredienti. Punto tutto sul sugo, bello denso e profumato di basilico, non necessariamente con la carne, e sulla mozzarella che deve essere di qualità. No all’aggiunta di besciamella, che amo invece nella lasagna bianca.

E’ lei, sua maestà la polenta. Farina di mais a kilometro zero (che utilizzo anche per fare la tradizionale pizza rossa da abbinare ai broccoletti), salsicce e spuntature dal macellaio di fiducia. In alternativa, ma anche se ne avanza un po’, al forno con il gorgonzola come mi hanno insegnato gli amici milanesi.

Per i golosi come me, tutti i dolci sono comfort food. Ma devo ancora trovarne uno più buono del tiramisù. La versione classica resta un must. Le rivisitazioni alla fragola o al limone? Non le disdegno, ma l’originale non si batte.

Bene, questi sono i miei comfort food. E i vostri quali sono?

Omaggio al re del pop Michael Jackson

Sergio Cortés, sosia di Michael Jackson, si esibirà il 30 novembre al Teatro Colosseo di Torino a partire dalle 21. Uno spettacolo che è un tributo al mito del pop scomparso dieci anni fa.

Cortés non assomiglia a Michael Jackson soltanto fisicamente, ma è in grado di cantare le sue canzoni allo stesso identico modo, tanto da mandare in visibilio i fans del grande artista che il mondo ha perso troppo presto.

In un’intervista, il cantante spagnolo ha detto: <Ho sempre ammirato il Re del pop, ma le circostanze che mi hanno portato a lui i realtà sono state molto casuali. Nel 1987 un giornalista che mi ha visto per strada mi ha proposto di partecipare a un reportage proprio per la mia somiglianza con Michael Jackson. Io non mi sono mai operato per assomigliare al mio idolo, è tutto assolutamente casuale, mi piace pensare che è un regalo di Dio. Dopo la pubblicazione di questo reportage su un’importante rivista spagnola, mi hanno offerto varie collaborazioni dove dovevo interpretare Michael e ho accettato volentieri perché mi piace ballare e cantare, la mia voce è molto simile alla sua e adoro le sue canzoni.  Con il tempo, poi, ho scoperto che sul palco sono molto felice!».

Lo spettacolo dura due ore e sul palco Sergio Cortés fa rivivere la musica e la storia di Jackson, insieme ad una band collaudata formata da musicisti di grande professionalità e un corpo di otto ballerini.

Il calvario di Chiara, massacrata dal suo uomo

Massacrata di botte dal fidanzato. Colpita con calci e pugni sulla testa per ore. Nove mesi di coma e poi il lento risveglio. Ma Chiara (foto in alto) non è più la stessa, il trauma lascia segni indelebili. Chiara non parla. Chiara è su una sedia a rotelle. E da quel giorno maledetto trascorre anni difficili, ricoverata in più ospedali dove subisce numerosi interventi chirurgici. La sua vita è devastata, ma Chiara è forte, vuole andare avanti. Soprattutto vuole superare le violenze patite da quello che era il suo compagno, Maurizio Falcioni, condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione per tentato omicidio e maltrattamenti, pena che l’uomo sta scontando nel carcere di Velletri.

Chiara Insidioso ha soltanto 19 anni quando il compagno, quasi il doppio della sua età, la riduce in fin di vita. E’ il 3 febbraio del 2014. Al culmine di una lite, scaturita dalla gelosia ossessiva di lui, nella casa dove vivono insieme a Casal Berlocchi, vicino Roma, Maurizio Falcioni si accanisce contro la ragazza. Non è la prima volta che la picchia, ma in questo caso la furia è incontenibile. Quando la soccorrono, Chiara giace in una pozza di sangue. E’ l’inizio di un lungo calvario.  

Attualmente Chiara si trova nella struttura dell’associazione onlus Casa Iride, a Roma, dove si accolgono pazienti in stato vegetativo.  E’ qui da tre anni, ma i genitori lottano per dare a Chiara una sistemazione più adeguata. Chiara non è in stato vegetativo, continua a gridare la mamma Danielle Conjarts, olandese, che ha lanciato su Facebook l’hashtag #unastrutturaperchiarainsidioso per chiedere alle istituzioni, a chi ne ha potere, di occuparsi della giovane sopravvissuta. E’ l’appello di una donna che ogni giorno parte da Cerveteri, dove abita, e muovendosi con i mezzi pubblici va da Chiara e le sta vicino per qualche ora.

Danielle (nella foto sotto con Chiara) è una bella donna che ha sul viso i segni della sofferenza, ma nel cuore la speranza di una vita migliore per la sua unica figlia. E’ una donna gentile e forte. Testarda, come si definisce lei.

Danielle, come sta adesso Chiara?

Chiara capisce tutto, conosce due lingue perché io ho sempre parlato con lei in olandese. Capisce tutto, ma non parla.

Perché chiede una nuova struttura dove portare Chiara?

Casa Iride è una struttura eccellente per chi è in stato vegetativo, ma Chiara non è in questo stato. A Chiara serve un posto dove può incontrare altri ragazzi, dove ci sono attrezzature adatte, dove può fare la logopedia. Ha bisogno di socializzare perché questo a Chiara manca proprio.

Esistono in Italia strutture del genere?

Ci sono, ma sono poche.

Chi dovrebbe intervenire per trasferirla in un posto più adatto a lei?

Penso il giudice tutelare, ma soprattutto la sanità pubblica, che però purtroppo in Italia non funziona bene.  

Chiara è stata almeno risarcita per quanto le è accaduto?

Fino ad ora no. Il risarcimento è stato stabilito, lui dovrebbe dare 400 euro al mese, questo ha deciso la Cassazione, lavorando in carcere. Ma al momento Chiara non ha ricevuto nulla. Chiara prende 290 euro di pensione e 500 di accompagnamento.  Niente altro.   

Chiusa la vicenda giudiziaria, ora bisogna pensare al futuro di Chiara. Dal punto di vista medico, ci sono buone possibilità che Chiara si riprenda ancora di più?

I medici non si sbilanciano, dicono che dopo cinque anni una persona con questo tipo di lesioni non può migliorare. Invece Chiara sta migliorando, lo vedo ogni giorno. Mia figlia è un miracolo, ha una grande forza, più di me che sono molto testarda. Lei è stata sempre una capocciona e il suo carattere è rimasto come era. Lei reagisce: si offende, ride, piange, si arrabbia. Le ho comprato un tablet, lei fa le ricerche, va a cercare gli amici su Facebook, fa le videochiamate. Ecco perché penso che in una struttura diversa potrebbe migliorare molto. Chiara ha bisogno di stimoli, di incontrare gente, lei cerca i contatti. E nella struttura dove si trova oggi è limitata in questo.

Cosa si sente di dire sulla storia terribile di Chiara vittima di un uomo violento? Possiamo solo immaginare il suo dolore di mamma.

Ho cercato di essere forte, ma per il dispiacere ho avuto un infarto e due anni dopo ne ho rischiato un altro. Sono crollata per lo stress, per il dolore. Di stress ne ho molto, anche per il viaggio di due ore e mezza che ogni giorno affronto. Ma per Chiara lo faccio volentieri, lei ha bisogno di me e io ho soltanto lei.  

Chiara ricorda quanto di orribile le è accaduto?

Certo, lo ricorda da almeno due anni. Io gliel’ho anche chiesto in modo esplicito e lei mi ha risposto sì.

In un’intervista, l’aggressore di Chiara ha dichiarato di essere pentito, di voler chiedere scusa.

Per carità, ma di che cosa? Chi lo conosce bene sa che è sempre stato un violento e nessuno ci ha mai chiesto scusa, nemmeno i suoi familiari.

Lei e il papà di Chiara, il suo ex marito, vi siete sempre opposti al rapporto tra Chiara e Falcioni.

Certo. Chiara ha vissuto con me fino a 17 anni, poi si è trasferita dal padre per motivi di studio.  Per me è stato un duro colpo. Quando ho saputo che stava con lui ho sempre detto che non andava bene, ma Chiara non ha voluto sentire nulla.

Dolci invenduti regalati ai bisognosi

Il gesto di solidarietà questa volta arriva dalla Sardegna, esattamente da Quartu Sant’Elena. Nicola Loi, titolare della pasticceria Miky’s Dream Bakery, ogni sera lascia fuori dal locale i dolci invenduti (nella foto sotto), mettendoli a disposizione di chi non può permettersi di acquistarli.

Un gesto che aiuta, ma che evita anche l’odioso spreco alimentare, un fenomeno ancora eccessivo.

Miky’s Dream Bakery, racconta Fanpage, ha annunciato l’iniziativa attraverso un post su Facebook, che dice “Ogni sera alla chiusura lasceremo appesi fuori dei pacchetti con il non venduto! Per chi volesse…”. Chiunque, dunque, può cogliere questa occasione senza entrare in pasticceria con imbarazzo. Nicola e i suoi collaboratori sistemano i loro prodotti dentro numerose borse. E a quanti fanno notare che le buste con i dolci potrebbero essere prese da chi non ne ha nessun bisogno ma vuole solo risparmiare, la pasticceria risponde: <Abbiamo messo in conto anche quello ma non importa, facciamo questo lavoro con il cuore e buttare del cibo ci farebbe veramente male>.

Laureato in… generosità

A 26 anni si è laureato con 110 e lode alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’università di Messina. E come regalo ha chiesto ad amici e parenti di pagare le tasse universitarie a due amici studenti poco abbienti. Il bel gesto di solidarietà è di Piero Dotto, 26enne di Letojanni, in provincia di Catania. Che ha scelto così di festeggiare il conseguimento della laurea, raggiunta con la discussione della tesi “Sindrome di Joubert: aspetti clinici, genetici e neuroradiologici”.

Piero Dotto

Il neo dottore ha pensato a due studenti che non hanno le possibilità economiche di proseguire gli studi per garantire loro un futuro accademico. Piero Dotto, raccontano chi lo conosce, è “un ragazzo semplice, perfettamente integrato nel tessuto sociale della cittadina letojannese, ed anche in quello parrocchiale dove fa parte della Confraternita di San Giuseppe e dell’Azione Cattolica”.

Ora che ha ottenuto la laurea, Piero terrà tre mesi di tirocinio per conseguire l’abilitazione alla professione e successivamente proverà a superare l’esame di ammissione per la specializzazione in nefrologia, reumatologia e dialisi.

Cosimo racconta Sasà: è stata la mia terapia

Lui è Salvatore Cerruti, per gli amici Sasà o Cerry.  E’ il personaggio del vigile urbano interpretato da Cosimo Alberti, 53 anni, napoletano, nella fiction italiana “Un posto al sole”.  Inserito inizialmente nella serie quasi come una comparsa, nel corso del tempo Sasà è riuscito a ritagliarsi un ruolo centrale, tanto da arrivare ad essere uno dei volti più apprezzati dal pubblico. Grazie indubbiamente alla simpatia del personaggio creato dagli autori, ma soprattutto alla bravura dell’attore che veste i suoi panni. Ho voluto incontrarlo per conoscerlo meglio e, come Sasà, ha simpatia da vendere.

Cosimo, quando hai iniziato a recitare?

Ho iniziato da piccolo con padre Roberto nell’asilo dove mia madre mi mandava. Padre Roberto era un vero artista e portava i sacramenti in scena. Organizzava piccole recite e io partecipavo. Oltre a recitare, ero un animatore, coinvolgevo gli altri. Avevo 13-14 anni, una mia amica mi parlò di un laboratorio teatrale e ho iniziato così. Non avevo mai pensato di mettere a frutto il mio talento, anche se da piccolo rimanevo incantato davanti alla televisione e in particolare quando vedevo il mago Silvan e Corrado mi immaginavo al posto loro, desideravo fare televisione. La cosa curiosa è che entrambi li ricordo con lo smoking e al mio debutto in televisione ho indossato proprio lo smoking (nelle foto sotto con Amii Stewart, Mario Merola e Gloriana). Ho lavorato per un decennio a Canale 21, una tv privata di Napoli, dove sono stato assunto come attore per la trasmissione “Napoli in parole e in musica” e la presentavo con la cantante Gloriana. Già facevo teatro, l’ho fatto per molto tempo. E quando ho iniziato a farlo mi si è aperto un mondo.

Quando e come sei arrivato a “Un posto al sole”?

Il personaggio è nato quattro anni fa, ma all’inizio neanche ci si scommetteva perché aveva un ruolo marginale, era solo di appoggio agli altri attori, Cerruti non aveva neanche un nome. Poi gli autori hanno deciso di farlo crescere, solo un anno dopo ha avuto un nome, Salvatore. Poi ha avuto la casa e la famiglia.

“Un posto al sole” è molto seguito. Perché piace così tanto?

Perché c’è Napoli, per la qualità degli attori e degli autori, perché si parla della quotidianità e lo spettatore riesce ad immedesimarsi.

Girare ogni giorno e da molti anni con i colleghi immagino che faccia nascere anche l’amicizia tra di voi.

Registriamo a blocchi e quindi non ci vediamo mai tutti insieme, però si diventa amici della propria storyline. Infatti sono molto amico di Antonella Prisco che interpreta Mariella, tanto che è stata anche la mia testimone di nozze nella realtà (foto sotto).

Giusto, ti sei sposato di recente con Christian Luino, un bellissimo ragazzo. Tanti auguri.

Grazie mille, mi sono sposato a settembre.

E a questo proposito, il personaggio di Cerruti ha portato in tv anche la tematica dell’omosessualità con l’amore che nasce tra Salvatore Cerruti e il dottor Sarti.

Non è stato un caso. Già qualche anno fa la tematica era stata affrontata con un bacio tra due ragazzi, ma non era stato molto incisivo trattandosi appunto di ragazzi. Adesso, con due adulti, uno che indossa una divisa e l’altro che fa il medico è diverso. Ora, dopo il bacio che i due si sono dati, la tematica è stata sdoganata facendo capire che, in fondo, l’omosessualità non è così cattiva. E nelle prossime puntate si parlerà anche della famiglia che Cerruti formerà. Tu sai che non posso anticipare nulla, ma un’evoluzione ci sarà.

Tu sei nella realtà appassionato di musica popolare, di tammuriata, e anche Sasà lo è. Possiamo dire che questo personaggio ti rappresenta molto?

Diciamo che sono io, però non assomiglio molto a Cerruti. Perché lui è sottomesso, lui subisce, è uno sfortunato. Invece io, scusa la presunzione, sono forte, caparbio, positivo, propositivo e sono fortunato. Lui è vittima del padre, io mi sono ribellato molto a mio padre. Se poi vogliamo andare nel profondo della mia vita privata, fino all’anno scorso ero molto discreto rispetto alla mia diversità, non lo nascondevo ma neanche lo ostentavo. Però ero timoroso, lo confesso. Ma recitando la parte di Cerruti, sono riuscito ad accettarmi ed ho fatto accettare Cerruti. Grazie agli autori, per me è stata una sorta di terapia. Dire apertamente sul set “ti amo” ad un uomo, mi ha aiutato ad accettarlo nell’inconscio. E se Cerruti è stato terapeutico per me, mi auguro che lo possa essere per tanti altri. Sai quanti padri possono accettare un figlio omosessuale vedendo queste storie? Sai quanti genitori possono immedesimarsi e cambiare opinione?

Quindi hai cominciato da poco a dichiarare la tua omosessualità. Non era semplice, immagino a causa dell’omofobia che, purtroppo, esiste ancora.

C’è ancora molto da fare per l’omofobia, anche se noto che per un omofobo che attacca gli omosessuali ci sono centinaia di persone pronte a contrastarlo. Io ho cominciato a dire di essere omosessuale solo l’anno scorso, ma anche perché ho avuto due compagni che temevano il giudizio degli altri e quindi nascondevano la relazione. Ma con l’arrivo di Christian, che invece vive tutto in modo naturale, sono riuscito a liberarmi.         

Cosa vedresti nel tuo futuro professionale?

Ho fatto qualche parte piccola nel cinema, ma mi piacerebbe farlo bene e recitare in un film impegnato, anche se mi piace anche il cinema più leggero. Diciamolo, altrimenti Christian De Sica si piglia collera.

Donano le ferie al collega con il figlio malato

Un operaio delle acciaierie Ast di Terni ha un figlio minorenne malato e, data la gravità della patologia, si adopera per assisterlo. Ma finisce le ferie e i permessi per farlo. E’ a questo punto che scatta la solidarietà dei colleghi e dei sindacati.

Rsu e rappresentanti dei metalmeccanici di Fim, Fiom e Uilm incontra la direzione aziendale per chiedere un accordo grazie al quale i colleghi possono donare giorni di riposo al dipendente in difficoltà. 

Un episodio singolo che, però, potrebbe diventare strutturale. Entro il 31 gennaio 2020 le parti torneranno ad incontrarsi per verificare se ci sono le condizioni per realizzare lo strumento della banca ore ferie e permessi “solidali” a favore di chi ne ha bisogno.

<Come organizzazioni sindacali – spiegano  le sigle impegnate nel caso – riteniamo tale iniziativa importante e lodevole certi che, a fronte di casi eccezionali come questi, i lavoratori di Ast non faranno venir meno il proprio contributo e attenzione nel solco della storia e dei valori solidali del movimento dei lavoratori stessi>.

CineFutura Fest, i ciak dei giovani

Il cinema non è soltanto spettacolo, ma anche cultura, conoscenza e formazione. E permette di testimoniare, con un linguaggio accessibile a tutti, l’evoluzione dei tempi. In questo ambito nasce CineFutura Fest, con l’obiettivo – spiegano gli organizzatori – <di valorizzare il rapporto tra i giovani ed il cinema e al tempo stesso per esaltare, la capacità che l’audiovisivo ha, di approfondire temi sociali di grande importanza>. Questi temi sono: ambiente e cultura, arte e storia, diversità e integrazione.

La prima edizione del Festival si terrà il 7 e 8 novembre 2019 a Roma, presso il The Churche Palace di via Aurelia, ed è rivolto ai giovani di tutta Italia, invitati a realizzare cortometraggi intesi soprattutto come strumento didattico. Gli autori degli audiovisivi sono divisi in due categorie: Junior dai 14 a 18 anni e Senior dai 18 ai 25.


Oltre alle proiezioni, sono in programma workshop, seminari ed eventi speciali di approfondimento. Il presidente del Festival è l’attore Lino Banfi, il direttore artistico è Steve Della Casa, critico cinematografico (foto sotto). Il comitato Tecnico Scientifico che selezionerà gli audiovisivi sarà formato da Steve Della Casa, Carlo Principini, Paolo Mastrorosato, Francesca Arganelli, Paola Comin e Rita Statte.

La giuria che assegnerà i premi finali sarà formata da Lino Banfi, Cinzia Th Torrini ed altri personaggi della cultura e dello spettacolo. Un ruolo centrale lo avranno le scuole, essendo le iniziative inserite nel Piano Nazionale Cinema del Ministero dell’Istruzione e del Ministero dei Beni Culturali. Il Festival è promosso anche da Accademia Artisti in partenariato con il Liceo Leoniano di Anagni e Ancei Formazione e Ricerca.

Le creature di Rambaldi in mostra a Roma

Indimenticabile E.T., la creatura più popolare di Carlo Rambaldi. Da oggi e fino al 6 gennaio 2020 gli effetti speciali del tre volte Premio Oscar, scomparso 7 anni fa, si possono ammirare nella rassegna “La meccanica dei mostri”, al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Una mostra tutta dedicata a Rambaldi che, prima di affermarsi ad Hollywood, aveva lavorato in opere italiane come “L’Odissea” televisiva e “Profondo rosso” al cinema. I suoi mostri e i suoi alieni sono stati protagonisti di film di alcuni dei registi più importanti degli ultimi decenni.

Oltre all’extraterrestre più famoso del cinema sono suoi King Kong e Alien, ma anche il burattino Pinocchio dello sceneggiato televisivo di Comencini e i 18 guerrieri del film “Barbarella” di Roger Vadim. La mostra al Palaexpo di via Nazionale ospita anche gli effetti speciali della Factory Makinarium che si è occupata del restauro delle opere di Rambaldi.

 <Attraverso materiali provenienti dall’archivio privato di Rambaldi, alcuni dei quali inediti – spiegano dal Palazzo delle Esposizioni – la mostra costruirà un percorso in grado di tracciare la storia del cinema italiano e internazionale, dagli anni Sessanta ai nostri giorni. Porrà, inoltre, l’accento sulla tradizione artigianale italiana come “marchio di qualità” che da sempre distingue le maestranze cinematografiche del nostro Paese>.

In contemporanea, al Palazzo delle Esposizioni si inaugurano “Sublimi anatomie” e “Katy Couprie. Dizionario folle del corpo”, altre due mostre che ruotano attorno al fascino misterioso dell’organismo umano e alle sue trasformazioni.

Giusy Ventimiglia, un mistero lungo tre anni

Quale è stato il destino di Giusy Ventimiglia? Cosa è accaduto a questa giovane donna fragile, già provata da un matrimonio infelice? Dopo tre anni quali speranze ci sono di trovare, almeno, il suo corpo? Sono le angoscianti domande che si pone la famiglia della donna, sparita il 13 novembre 2016 da Bagheria, in provincia di Palermo. All’epoca della scomparsa aveva 35 anni.

Giusy Ventimiglia, nata nel 1981, è uscita alle 7.30 di una domenica qualunque dalla casa del padre, che la ospitava dopo la fine della sua storia con il marito Michele da cui ha avuto un figlio (oggi ha 19 anni), e di lei non si è saputo più nulla. Il telefono ha agganciato per l’ultima volta la cella di una zona degradata delle campagne di Bagheria, tra le contrade Cordova e Dolce Impoverile. Cosa ci facesse Giusy in quel posto, in un orario piuttosto insolito per le sue abitudini, è ancora un mistero. Un mistero lungo tre anni.

Ne parlo con il fratello Salvo, convinto che Giusy sia ormai morta, e che a nome di tutta la famiglia – il padre, un altro fratello e una sorella – non smetterà mai di chiedere verità e giustizia. Salvo è anche il compagno di Lidia Vivoli, sopravvissuta nel 2012 all’aggressione dell’ex fidanzato, impegnata nella lotta contro la violenza sulle donne.  

Salvo Ventimiglia

Salvo, cosa pensa che sia successo a sua sorella?

Sono certo che mia sorella non ci sia più e che il colpevole se ne stia tranquillo tra Bagheria e dintorni. Giusy è stata vittima dell’ennesimo femminicidio.

Quindi crede che sia stata uccisa da un uomo che Giusy frequentava. La famiglia non era al corrente di una relazione?

No, mia sorella non si confidava, neanche con suo figlio. Con mio nipote ho cercato di sapere qualcosa, ma non mi ha saputo dire nulla. L’ha sentita la sera prima al telefono, era calma e tranquilla. Riguardo le sue frequentazioni, mi ha confermato che gli amici di Giusy erano effettivamente quelli intervistati da “Chi l’ha visto?”. E’ stato anche detto che Floriana, la sua migliore amica, le prendesse degli appuntamenti con gli uomini, ma a noi non risulta. Nessuno, prima della sua scomparsa, è venuta ad avvertirci di questa cosa e la nostra famiglia non avrebbe mai permesso che Giusy facesse il “mestiere”.  Oltretutto perché, se faceva questo, avrebbe avuto bisogno di rubare soldi e buoni fruttiferi, per oltre 10mila euro, dalla cassaforte di mio padre, come ha fatto? A chi li ha dati questi soldi? Certamente non li ha spesi per lei, mia sorella non andava dal parrucchiere, non andava dall’ estetista e si faceva dare i vestiti alla Caritas.

Le ricerche sono scattate subito?

Sono partite tardi, per il discorso dell’ allontanamento volontario che escludiamo assolutamente, Giusy non avrebbe mai lasciato il figlio. Non sappiamo neanche se sia uscita volontariamente da casa, perché non ci spieghiamo il motivo per cui abbia lasciato scritto il suo numero di telefono e il suo nome su un biglietto, lasciandolo attaccato al portachiavi dell’ingresso di casa. Forse in quel momento sapeva già che la sera non sarebbe rientrata. Nella zona dove è stato posizionato il suo cellulare sono state fatte le ricerche, ma solo a gennaio del 2017 e per mezza giornata.

A che punto sono le indagini?

Non sappiamo nulla, ho una grande rabbia perché noi familiari veniamo tenuti all’oscuro, non abbiamo mai comunicazioni. L’ultima volta che siamo stati convocati in Procura è stato a marzo del 2017, dopodiché il 15 giugno di quest’anno è stato convocato mio padre, 31 mesi dopo la scomparsa di mia sorella, per un prelievo del Dna.

Il prelievo del Dna è un atto importante, vi è stato spiegato il motivo?

Ci hanno detto che si tratta di una prassi, ma dopo tanto tempo ci sembra assurdo. Abbiamo potuto solo fare delle ipotesi, forse serviva per la comparazione con i resti ritrovati di un cadavere non identificato, ma non abbiamo certezze. L’unica cosa che hanno detto è che le indagini sono aperte e sono molto complicate.

Durante un collegamento con “Chi l’ha visto?”, che ha seguito molto il caso, un uomo di Bagheria davanti alle telecamere urlò che Giusy non sarebbe stata mai ritrovata. E’ stata approfondita questa dichiarazione?

Si tratta di una persona che, lo abbiamo appurato dopo, frequentava lo stesso bar dove mia sorella passava molto tempo. Ho avuto occasione di parlargli, mi ha detto esplicitamente che le persone coinvolte nella scomparsa di mia sorella hanno mentito, che non hanno detto tutto quello che sapevano. Mi ha detto anche che conosceva Giusy, cosa che non aveva dichiarato all’epoca. E si è rifiutato di dire quello che sapeva ai carabinieri. A questo punto l’ho segnalato io, ma non so se è stato ascoltato dagli inquirenti. Da lui ho ricevuto messaggi audio con minacce e offese perché non voleva essere coinvolto, non voleva essere cercato. Io l’ho denunciato e il 18 ci sarà l’udienza. Altro elemento controverso è la testimonianza di Floriana, l’amica di Giusy, che ha dato diverse versioni, poi morta di infarto.

Suo padre ha detto che, la mattina della scomparsa, Giusy si era truccata nonostante non fosse una sua abitudine. Cosa potrebbe significare questo particolare?


Conferma che quella mattina aveva un appuntamento a cui teneva. Giusy non si truccava mai, si metteva un cerchietto tra i capelli e basta.

Lei parla spesso dell’omertà che ha trovato nel suo paese. Chi vi sta vicino, chi vi sostiene in questo dramma?

Nessuno del mio paese. Solo la redazione di “Chi l’ha visto?” ha fatto il possibile, si è informata in Procura e ci è stata vicina con grande affetto.

Dopo tre lunghi anni, cosa chiede la famiglia Ventimiglia?

Vogliamo sapere cosa è successo a mia sorella e chi le ha fatto del male. E vogliamo che venga ritrovato il suo corpo per avere un posto dove piangerla.

Arturo Brachetti, l’uomo dai mille volti

Un leggendario trasformista italiano, applaudito in tutto il mondo. E’ Arturo Brachetti, mito del quick-change, che dal 19 ottobre torna in scena per la quarta stagione consecutiva con il suo spettacolo “Solo”, acclamato da oltre 300.000 spettatori in Europa nel 2019.

<In “Solo” apro le porte della mia casa – spiega il grande artista – fatta di ricordi e di fantasie, una casa senza luogo e senza tempo, in cui il sopra diventa il sotto e le scale si scendono per salire. Dentro ciascuno di noi esiste una casa come questa, dove ognuna delle stanze narra un aspetto diverso del nostro essere e gli oggetti della vita quotidiana prendono vita, conducendoci in mondi straordinari dove il solo limite è la fantasia. È una casa segreta, senza presente, passato e futuro, in cui conserviamo i sogni e i desideri>.

E dunque Brachetti schiude la porta di ogni camera, per scoprire la storia che è contenuta e che prende vita sul palcoscenico, tra surreale, verità e finzione, magia e realtà.

Brachetti presenta oltre 60 personaggi, molti creati appositamente per questo spettacolo, ma soprattutto propone anche un viaggio nella sua storia artistica, attraverso le altre affascinanti discipline in cui eccelle: grandi classici come le ombre cinesi, il mimo e la chapeaugraphie, e sorprendenti novità come il poetico sand painting e il magnetico raggio laser. Il mix tra scenografia tradizionale e videomapping, permette di enfatizzare i particolari e coinvolgere gli spettatori nello show.

La sua carriera comincia a Parigi, al Paradis Latin, nel 1979: da qui in poi la sua carriera è inarrestabile, in un crescendo continuo che lo ha affermato come uno dei pochi artisti italiani di livello internazionale, con una solida notorietà al di fuori del nostro paese. Si è esibito ai quattro angoli del pianeta, in diverse lingue e in centinaia di teatri. Il suo precedente one man show “L’uomo dai mille volti” è stato visto da oltre due milioni di spettatori. Le sue performance dalla velocità straordinaria sono inserite nel Guinness Book of Records.

Il suo nuovo tour inizierà al Teatro Rossini di Civitanova Marche e toccherà, fino a marzo 2020, numerose città italiane.   

L’omaggio di Napoli alla spezia più amata nel mondo

Da oggi a sabato 13 ottobre 2019 un evento… piccante in Piazza Carità a Napoli con il Festival del peperoncino. 

Una festa dedicata alla spezia più amata al mondo che prevede tante iniziative: percorsi di degustazioni, Show Cooking con chef che mostreranno al pubblico la preparazione di cibi particolari, la mostra di peperoncini che provengono da tutto il mondo e la divertente gara di palati infuocati.

Una settimana di manifestazioni con la presenza di prodotti tradizionali e meno standard, tutti con abbinamenti piccanti. Tra essi, il casatiello alla ‘nduja, la sfogliatella piccante, creme dal sapore fortissimo, cioccolato al peperoncino, salumi infuocati e la particolare birra habanero.

Il Festival del peperoncino è giunto alla seconda edizione, curata anche quest’anno dall’associazione Eccellenze in Piazza e patrocinata dal Comune che aderisce al progetto “Scegli Napoli” per sensibilizzare i cittadini all’acquisto di prodotti realizzati da aziende del territorio.

Gli stand saranno aperti dalle 9.30 alle 22 e sono previste iniziative in collaborazione con l’Accademia Italiana del Peperoncino di Diamante e il Consorzio del Peperoncino di Diamante.

Buon compleanno al Maestro della Tarsia

Oggi Carlo Turri avrebbe compiuto 83 anni. E ne sono passati due da quando il Maestro della Tarsia non c’è più. Anagnino doc ed artigiano di eccellenza, Turri ha lasciato ricordi indelebili in chi lo ha conosciuto, ma soprattutto ha tramandato le sue opere, realizzate intarsiando legno rigorosamente a mano. Le lavorava nella sua bottega-esposizione a pochi passi dalla maestosa Basilica Cattedrale di Anagni, dove la figlia Rita continua l’attività del creativo padre, dal quale ha ereditato talento e amore per l’arte antica dell’intarsio.

Carlo Turri era un artista che amava moltissimo la sua città, perennemente impegnato a farla conoscere, sempre in prima linea quando si trattava di promuoverla, mettendo a disposizione non solo la sua arte, ma anche la sua voce di cittadino. Che alzava spesso e volentieri quando riteneva che non si facesse abbastanza per aiutare i turisti a conoscere la Città dei Papi. Si batteva molto, Carlo Turri, per migliorare la sua Anagni.

A favore del turismo, sicuramente Turri ha dato un importante contributo. Difficile che un turista diretto alla Cattedrale non entrasse a dare un’occhiata alla sua bottega, attirato da quei quadri in legno caldi ed espressivi e, di recente, anche dai raffinati gioielli realizzati con la stessa tecnica, che hanno segnato l’evoluzione dell’arte di Turri. Bottega che è stata sempre anche mèta di molte personalità in visita ad Anagni e set di varie trasmissioni televisive che hanno voluto intervistare Turri per conoscere da vicino il suo modo di intarsiare. Ed ancora oggi, grazie a Rita Turri, quella mostra rappresenta un ottimo biglietto da visita per chi sceglie di conoscere Anagni.

Ma Carlo Turri non era solo un artista del legno. Era anche un uomo di grande simpatia con le sue indimenticabili battute in dialetto. Tanto che per molti anni ha fatto parte del Gruppo Teatrale Anagnino, all’interno del quale era tra gli attori più amati e divertenti. La presenza scenica e una naturale propensione alla goliardia hanno fatto sì che Turri diventasse un punto di riferimento anche nel teatro locale (VIDEO).

Carlo Turri ha dato molto e in più ambiti, con una grande generosità. Per questo sicuramente Anagni non ha dimenticato uno dei suoi figli più talentuosi. Buon compleanno, Maestro della Tarsia.

Ligabue fa ballare… sul mondo

Fino al 27 ottobre 2019 si può assistere al musical “Balliamo sul Mondo” in programma al Teatro Nazionale CheBanca di Milano. E’ uno spettacolo musicale con la regia di Chiara Noschese e la direzione creativa di Luciano Ligabue (è sua la canzone che dà il nome all’evento).

Quale storia racconta? E’ la notte di Capodanno del 1990 con un gruppo di compagni di liceo seduti al Bar Mario, luogo di ritrovo abituale di un piccolo paese di provincia del Nord Italia. Matteo, il più riflessivo e nostalgico del gruppo, ha organizzato questa serata per festeggiare insieme l’ultimo Capodanno prima della maturità. Mario, il proprietario del bar, un po’ reticente inizialmente, ha accettato di prestargli il locale per quest’ultima riunione di gruppo. La serata trascorre tra canzoni, musica, risate, ma anche liti, accuse e rinfacci. Alla fine della serata la proposta di Matteo: rivedersi al Bar Mario, dieci anni dopo, per festeggiare insieme il Capodanno del 2000.

La colonna sonora del musical è, ovviamente, formata dai più grandi successi di Ligabue.

L’autismo non ferma Samuele che sogna Sanremo

Non sarà certo l’autismo a rubare i sogni di Samuele. Di che pasta sia fatto lo ha già dimostrato diplomandosi con il massimo dei voti, incidendo un disco (VIDEO), gareggiando alla selezione di “Sanremo Giovani” e partecipando come testimonial alla maratona Telethon. Ma le sfide, per un ragazzo così intraprendente nonostante il disturbo di cui soffre, non sono finite. E una supera le altre: la partecipazione al Festival di Sanremo. Samuele ci punta con il sostegno della famiglia, una bellissima famiglia di Gela, in Sicilia. Questa è la storia di Samuele Di Natale, 22 anni, raccontata dalla mamma Provvidenza Infurno (con lui nella foto sotto).

Signora Provvidenza, Samuele è riuscito anche a prendere la maturità, una bella soddisfazione.  

Samuele si è diplomato in sociopedagogia. Dopo la terza media ero decisa a ritirarlo da scuola perché gli autistici non si abituano facilmente ai nuovi ambienti, ma i fratelli maggiori Rosario e Antonio, che lo adorano, hanno insistito per provare a fargli continuare gli studi.  Prima di iscriverlo ho girato molti istituti a Gela perché a me interessava che Samuele stesse bene, ero ansiosa soprattutto per il bullismo, e quindi sono andata anche in una scuola femminile che mi è piaciuta molto. E infatti nel giro di dieci giorni Samuele si è ambientato. Poi ha fatto un percorso tranquillo, sempre rispettato dai docenti e dalle compagne. Non ci speravo proprio, invece ha meravigliato tutti diplomandosi.

La notizia ebbe una certa risonanza a livello nazionale.

Si, arrivarono tanti giornalisti, ne parlarono ai telegiornali e il giorno dopo gli esami abbiamo avuto la sorpresa di ricevere la telefonata di Matteo Renzi, proprio quell’anno era stata approvata la legge “Dopo di Noi” voluta dal suo Governo. Gli abbiamo parlato delle nostre difficoltà perché ad oggi non abbiamo ancora una struttura e non abbiamo sostegni né dal Comune né dalla Regione. Siamo sempre andati avanti con i sacrifici della famiglia e sono stati molti perché io sono una casalinga e mio marito ha una pensione da operaio metalmeccanico. Pensi che i figli più grandi quando andavano a scuola rinunciavano alle gite pur di far fare la terapia a Samuele.  

Come vive una famiglia quando un componente è affetto da autismo?

La vita cambia, gira intorno a lui, si deve vivere in base alle sue esigenze. Abbiamo scoperto di questo maledetto autismo quando Samuele aveva 17 mesi, allora non si sapeva neanche cosa fosse, non se ne parlava. Però ce la facciamo a seguirlo perché i miei figli maggiori adorano il fratello, vivono per lui, sono meravigliosi. Io dico sempre che il caso di Samuele ha rafforzato l’unione della nostra famiglia.

Samuele ha una grande passione per la musica.

Da sei anni studia all’Accademia di canto di Giuseppe Lavore che ha creduto nel suo talento. Ed è riuscito ad arrivare alla selezione nazionale di Sanremo Giovani. La cosa più bella è che adesso ha inciso l’inno per i ragazzi autistici “Non arrenderti mai” scritto da Emanuele Bunetto e Giuseppe Lavore. Siamo stati ospiti di diverse trasmissioni televisive e addirittura Mogol, dopo averlo sentito cantare, lo ha ringraziato dicendo: “Ecco cosa può fare un ragazzo autistico, dove può arrivare”.   Per Samuele la musica è un modo per liberarsi dalle ansie. Mio figlio non parla molto, ma vediamo che quando finisce di cantare scende dal palco come illuminato.     

Come trascorre la sua giornata Samuele?

Fino a giugno è stato impegnato, grazie alla cooperativa Nido d’argento, ai Servizi sociali del Comune di Gela. Adesso che questo impegno è finito, trascorre il suo tempo soprattutto in famiglia, perché al di fuori dei fratelli e dei genitori non frequenta molto. Non ha amici, purtroppo gli altri ragazzi non lo cercano e non vengono a trovarlo e questo, come madre, mi dispiace molto perché non è giusto. Eppure Samuele è un ragazzo dolcissimo, io lo definisco l’angelo sulla terra, vive di carezze e baci.

Il caso di Samuele è sicuramente importante anche per sensibilizzare tutti sull’autismo.

Si, infatti il messaggio che vogliamo trasmettere alle altre famiglie che vivono lo stesso problema è che se ce l’ha fatta Samuele possono farcela anche i loro figli.

Avete contatti con altri genitori con figli autistici?

Abbiamo costituito un’associazione che si chiama Amautismo, mio marito Orazio è il vice presidente e il presidente è l’ingegnere Antonino Biondo, stiamo lottando per avere un Centro diurno a Gela dove ci sono almeno 200 ragazzi autistici.

Samuele è anche un ragazzo molto religioso.

Ha una grande fede. Ogni giorno segue il rosario su Tv 2000, ogni anno lo porto a Lourdes e segue sempre la messa perché la domenica Samuele ha due passioni: la Chiesa e il Milan. Quando Papa Francesco è venuto a Piazza Armerina, gli ho detto che mio figlio è autistico e lui mi ha risposto “E che vuoi che sia? E’ bello come il sole” e lo ha baciato.      

Sui prossimi impegni artistici di Samuele ci sono delle novità importanti, come spiega il fratello Rosario che lo segue in questo settore.  <E’ in programma un album con dodici brani inediti dopo il singolo perché abbiamo avuto l’onore di essere contattati da autori nazionali e regionali che hanno visto la storia di Samuele e ci stanno regalando un sogno. Di questo ringraziamo molto il direttore artistico Giuseppe Lavore. E noi faremo tutto per far felice Samuele che vuole arrivare sul palco di Sanremo in gara o come ospite. Abbiamo parlato di questo obiettivo nella trasmissione Rai di Eleonora Daniele, spero che qualcuno ci ascolti perché Samuele quando canta dimentica tutti i suoi problemi>.       

Giochi di parole per ridere con intelligenza

Una bella risata riconcilia con la vita. E di un sano divertimento, ogni tanto, abbiamo bisogno proprio tutti. Solo per questo dovremmo essere grati a chi, grazie al suo talento, ha la capacità di regalarci spazi di leggerezza e strapparci un sorriso. E’ il caso di Alessandro Pagani, autore di un libro che contiene battute, freddure, giochi di parole e doppi sensi, offerti al lettore con garbo e intelligenza. Si tratta di “500 chicche di riso”, una raccolta di perle di umorismo che hanno anche l’ambizione di offrire uno spaccato del mondo meno ingessato, forse parecchio paradossale ma certamente più divertente.    

Alessandro Pagani ha 55 anni, è fiorentino e durante gli anni Ottanta ha mosso i primi passi nei settori artistici che più ama, la musica e la scrittura. Ha esordito con svariati gruppi fiorentini alle tastiere e alla batteria, fino alla parentesi durata dieci anni con il gruppo Valvola e l’etichetta discografica indipendente Shado Records. Attualmente suona la batteria con gli Stolen Apple (“Trenches” è il disco di debutto uscito nel 2016), band che sta per registrare il secondo album. Nel campo della scrittura, dopo il libretto autoprodotto “Le domande improponibili” del 2015, sono usciti i libri “Perché non cento?” (Alter Ego/Augh Edizioni di Viterbo), “Io mi libro” e l’ultima creatura “500 chicche di riso”, entrambi per 96, Rue de La Fontaine di Follonica.  

Come è nata l’idea di scrivere battute umoristiche?

L’idea è nata nei pomeriggi afosi di un lontano agosto, a spasso col cane, con l’incontro di due universi: quello nella mia testa e quello al di fuori. Perché non provare ad unire questi due mondi apparentemente diversi tra loro attraverso l’ironia, il sarcasmo, l’umorismo, per vedere le cose da un altro punto di vista? L’idea delle domande improponibili e dei successivi scritti è venuta proprio così, con l’incontro fra situazioni paradossali e personaggi bizzarri filtrati – o per meglio dire trasformati – in chiave comica attraverso le molteplici possibilità che offre il caleidoscopio della lingua italiana.

La leggerezza è anche il tuo modo di affrontare la vita? E quanto ha influito sulle tue scelte editoriali?

Lo spirito goliardico che mi ha sempre contraddistinto deve aver influito certamente questa scelta, visto che da sempre per me è una cosa naturale giocare con ogni tipo di contesto per sdrammatizzare gli eventi. Sono convinto che l’individuo manchi ancora di una visione maggiormente ironica della vita, che faccia vedere gli accadimenti con occhio più distaccato. Dovremmo imparare a ridere più di noi stessi attraversando ed incrociando le nostre coscienze, forse con questo nuovo atteggiamento la vita conterrebbe meno dispiaceri.

Come viene accolto dal pubblico questo tipo di scrittura?

La letteratura umoristica è considerata ancora di nicchia e se ne ignorano i motivi, visto che la scuola italiana è stata nobilissima e di fama internazionale. Difatti non si tratta di una lettura leggera o meno impegnata, ma diversa. Molte delle frasi contenute nei miei libri devono essere rilette più volte per capirne il senso, ma quando poi arrivano – e i miei lettori lo testimoniano – ciò che segue è un sorriso che fa pensare.

Un vulcano di idee come te avrà già altri progetti in cantiere. Quali sono?

L’idea è quella di scrivere un racconto umoristico e di pubblicare alcune poesie scritte durante l’adolescenza, per tornare indietro nel tempo e confrontarmi con i miei cambiamenti.

C’era una volta il Carosello

Susanna tutta panna, Carmencita, Calimero, Miguel (son mi), l’ippopotamo dei pannolini: sono soltanto alcuni dei più famosi personaggi che animavano il Carosello televisivo. Quello, per intenderci, da vedere prima di andare a letto come una volta si diceva ai bambini. Altri tempi, altri modi di proporre la pubblicità.

A ripensarci adesso, Carosello non è stato solo marketing, ma ha rappresentato la storia di un’epoca (tra il 1957 e il 1977). La Fondazione Magnani-Rocca dedica al Carosello una mostra nella Villa dei Capolavori di Mamiano di Traversetolo, in provincia di Parma, che si può visitare fino all’8 dicembre 2019, curata da Dario Cimorelli e Stefano Roffi.

Il percorso espositivo presenta i manifesti, i bozzetti e gli spot (ma allora neanche si chiamavano così) di quelle originali scenette con spesso protagonisti personaggi celebri come Mina, Frank Sinatra, Patty Pravo, Ornella Vanoni, Gianni Morandi, Totò, Alberto Sordi, Virna Lisi, Vittorio Gassman, Mike Bongiorno, Pippo Baudo, Raffella Carrà, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello.

La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale, dove, oltre ai saggi dei curatori e alla riproduzione di tutte le opere esposte, vengono ripubblicati testi fondamentali di Omar Calabrese su Carosello e su Armando Testa, a cui vengono affiancati nuovi testi di Emmanuel Grossi su cinema, musica e animazione in rapporto a Carosello, Roberto Lacarbonara sull’attività di Pino Pascali in ambito pubblicitario, Stefano Bulgarelli sulla Scuola modenese di Carosello. 

<Carosello – spiegano gli organizzatori – era trasmesso in bianco e nero, ma aveva i colori del consumo, un nuovo mondo di beni luccicanti che per la prima volta si presentavano sulla scena sociale: lavatrici, frigoriferi, automobili, alimenti in scatola e tanto altro. E ha insegnato così a vivere la modernità del mondo dell’industria e come questi beni andavano impiegati e collocati nel modo di vita di ciascuno. Carosello non era solo pubblicità, ma un paesaggio fiabesco dove regnavano felicità e benessere, affascinante per una popolazione come quella italiana che proveniva da un lungo periodo di disagi e povertà>.

Il libro per bambini di nonno Paul McCartney

Un nonno di eccezione. E’ Paul McCartney, il grande bassista dei grandi Beatles, baronetto, eclettico compositore, ma anche uomo sempre in prima linea a sostegno di associazioni benefiche per i diritti umani e degli animali. Paul, che ora ha 77 anni, è nonno di 8 nipotini. Ed è pensando a loro che ha scritto il libro illustrato “Hey Grandude”, giocando nel titolo con la canzone “Hey Jude”

<L’ho scritto – ha spiegato il famoso Beatle – per i nonni di tutto il mondo e per i bambini, in modo da dargli qualcosa da leggere loro prima di metterli a dormire>.

Non è il suo primo libro. Nel 2005 Paul McCartney aveva collaborato con Dunbar e Philip Ardagh alla stesura di un altro volume per bambini, “High in the Clouds”, che sta per diventare un cartone animato. Ora si cimenta, da nonno molto amato da tutti i suoi nipotini, in un libro con illustrazioni dell’artista canadese Kathryn Durst e pubblicato dalla Random House Kids.

Una performance, neanche a dirlo molto attesa quasi come lo erano i dischi dei Beatles, di cui McCartney è estremamente orgoglioso e che ha motivato così su Twitter: <Perché questa idea? Perchè ho otto nipoti, tutti bellissimi. Una volta uno di loro mi ha chiamato “Hey Grandude!”, da quel momento è diventato il mio soprannome. Allora mi sono detto che poteva essere una bella idea per un libro. Perciò ho iniziato a scrivere delle storie e ne ho parlato con gli editori che erano contenti di quello che stavo facendo. Principalmente il protagonista sarà un personaggio chiamato Grandude, che rappresenterà tutti i nonni, che vivrà tantissime avventure con i suoi nipoti>.

Roberto Bolle, la danza a portata di tutti

Dal 6 al 9 settembre al Teatro San Carlo di Napoli è di scena la grande danza con Roberto Bolle and Friends.

L’étoile della Scala di Milano e ballerino principale dell’American Ballet Theater di New York, una vera e propria icona, sarà il protagonista dell’evento insieme ad altri dieci ballerini nell’ambito di un progetto voluto per portare la danza alla portata di tutti. Il tour 2019 è iniziato lo scorso luglio alla Terme di Caracalla.

Il programma prevede soprattutto il repertorio classico, ma lascia spazio anche alla sperimentazione contemporanea e al pop. Quindi il pubblico potrà ammirare coreografie di Petipa, Ivanov e Roland Petit, insieme a quelle meno convenzionali di Bubeníček, Galili, Vainonen e Bigonzetti.

Le serate si aprono con il Pas de deux de Il Corsaro di Petipa con Tatiana Melnik di Hungarian National Ballet, prosegue con lo straordinario Bakhtiyar Adamzhan dell’Astana Opera, con il virtuosismo d’eccellenza del III atto del Don Chisciotte di Petipa con Daniil Simkin (dello Staatsballett Berlin e dell’American Ballet Theatre di New York) e Maia Makhateli del Dutch National Ballet, con lo scintillante Pas de deux de Le Fiamme di Parigi di Vainonen con la coppia Tatiana Melnik, Bakhtiyar Adamzhan.

L’étoile dei due Mondi sarà in coppia con Alexandre Riabko dell’Hamburg Ballett in Opus 100 – für Maurice, centesima creazione di John Neumeier, intenso duetto dedicato a Maurice Béjart in occasione del suo settantesimo compleanno su ballate di Simon & Garfunkel che racconta il sodalizio artistico tra i grandi coreografi e che del nostro tempo e interpreterà Serenata, estratto dall’opera “Cantata” di Mauro Bigonzetti, coreografia omaggio ai colori del Sud in coppia con la Guest Artist Stefania Figliossi.

Completano il programma Soirées Musicales, creazione del 1996 di Helgi Tomasson per il San Francisco Ballet, su musica di Britten con Misa Kuranaga e Angelo Greco, artisti del San Francisco Ballet e lo strepitoso Les Bourgeois, pezzo per un grande solista di Ben Van Cauwenberghsu con musica di Jaques Brel e Jean Samuele Cortinovis. In scena lo straordinario Daniil Simkin.

Due mesi di grandi eventi con il Festival “RomaEuropa”

Torna anche quest’anno il “Romaeuropa Festival”, giunto alla 34esima edizione. Ospiterà, nelle sale e nelle zone più suggestive della città, una selezione di spettacoli internazionali di teatro, musica, danza, arti visive, oltre alla sezione “Kids + Family” che è dedicata alle giovani generazioni. Il programma prevede 126 eventi dal 17 settembre al 24 novembre 2019 con la partecipazione di 377 artisti provenienti da 27 Paesi.

Due mesi ricchissimi, con un cartellone articolato che «travalica tutti i generi», come ha sostenuto Fabrizio Grifasi, direttore generale e artistico della Fondazione Romaeuropa. Le aspettative sono molto alte, considerando le eccellenti performance dell’edizione 2018, che ha registrato oltre 70mila presenze e una importante partecipazione di under 35.

Molte delle iniziative si terranno nei complessi monumentali dell’Auditorium Parco della Musica e del MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo: nelle quattro sale principali disegnate da Renzo Piano si svolgeranno gli spettacoli, ma anche l’inaugurazione e la serata finale del Festival. La rassegna coinvolgerà anche altre importanti location della Capitale come il Teatro Olimpico, l’Accademia di Francia, Villa Medici e il Teatro Argentina. Nella sala Santa Rita, gioiello barocco utilizzato come spazio polifunzionale, andrà in scena, per tutta la durata del Festival, una delle installazioni più attese.


<Il Festival – spiegano gli organizzatori – non coinvolgerà solo il centro storico di Roma: a Sudovest, in zone limitrofe, culturalmente evolute e caratterizzate da una massiccia frequentazione serale di ragazzi, il Vascello a Monteverde e il Vittoria a Testaccio, edificati nella prima metà del secolo scorso, hanno contribuito coraggiosamente nel corso dei decenni a rivitalizzare la scena teatrale romana. A questi due spazi sono affidati alcuni degli spettacoli più di tendenza del “Romaeuropa”. Ancora più a Sud, due esempi di riqualificazione urbanistica, il Mattatoio a Testaccio e il Teatro India in zona Marconi, consentono di ambientare spettacoli sperimentali, ma anche rassegne di teatro, danza, arti visive ed eventi per ragazzi, immersi nella realtà fantasmatica dell’archeologia industriale>.

L’inaugurazione è affidata alla danza energica, selvaggia e tagliente della coreografa Lia Rodrigues e la serata finale è all’insegna della grande musica con una line up d’eccezione composta dall’atteso ritorno di Ryuichi Sakamoto al fianco di Alva Noto per presentare il loro “Two”. Altri artisti attesi sono Christian Fennesz impegnato, al fianco dei visuals di Lillevan, nella presentazione del suo ultimo disco “Agorà”, il pianista e compositore Chassol con il suo “Ludi” e l’attrice e cantante Fatoumata Diawara.

L’edizione 2019 del “Romaeuropa Festival” avrà come titolo “Landscape”, un paesaggio da scoprire e da attraversare. Il programma, infatti, può essere letto come una cartina volta a rappresentare un panorama singolare: la geografia del mondo di oggi.

Buon compleanno, Maestro Gismondi

Il suo principale cruccio era quello di non essere considerato abbastanza nel suo paese, Anagni. Lui che aveva installato opere in tutto il mondo, ricevendo apprezzamenti ovunque, guadagnandosi anche l’appellativo di “scultore del Papa” per aver realizzato lavori per Paolo VI e Giovanni Paolo II come le porte della Biblioteca e dell’Archivio del Vaticano, il cofanetto per le chiavi delle Porte Sante, le monete della città del Vaticano e molto altro. Lui era Tommaso Gismondi, uno dei più grandi scultori del XX secolo, nato il 28 agosto 1906 e scomparso il 26 aprile 2003. Nemo profheta in patria, ripeteva spesso. Lo diceva con amarezza, ma aveva anche un carattere – per molti, un caratteraccio – che gli permetteva di infischiarsene.

Ho conosciuto Tommaso Gismondi quando lavoravo per il quotidiano “Il Tempo”, si faceva intervistare volentieri, e per gli anni a venire sono andata spesso a trovarlo nel suo laboratorio-museo a ridosso della Basilica Cattedrale di Anagni, nell’angolo che ora è intitolato a lui, dove la nipote Valentina continua a tenere viva la memoria del famoso nonno, ma anche della mamma Donata, figlia dello scultore e sua unica allieva, che ha avuto la fortuna di ereditarne i geni artistici. Ho molti ricordi di Donatella (così era chiamata da tutti) e del padre. Le piacevoli chiacchierate in mezzo ai bozzetti dei bronzi plasmati da Tommaso con indosso il grembiule azzurro, la risata genuina di Donatella quando il padre sparava qualche parolaccia, i racconti dello scultore sulla sua vita intensa, gran parte trascorsa in Argentina prima di decidere di stabilirsi nella città che gli aveva dato i natali e che amava, i suoi progetti senza limiti anche ad età avanzata.

Ho pensato a lui in questi giorni per l’approssimarsi del suo compleanno, il 28 agosto, una data impressa nella mente perché per molto tempo gli ho fatto gli auguri personalmente o al telefono. E ricordo che lui spesso ringraziava commentando: “Sono ancora vivo alla faccia di chi mi vuole male”.

Non era un segreto che Tommaso Gismondi percepisse ostilità da parte dei concittadini, ma soprattutto delle “autorità” che, lo diceva sempre, non gli permettevano di realizzare opere per la sua città. Lui che aveva firmato il portale di bronzo nella chiesa più antica di Parigi, a Montmartre, e sculture monumentali a Santo Domingo, in Australia, in Brasile, in Argentina e in molti altri Paesi. Lui che aveva ricevuto nel suo studio, il 31 agosto 1986, Papa Giovanni Paolo II in occasione della visita pastorale del pontefice ad Anagni. Un privilegio riservato a pochi che Gismondi rivendicava con orgoglio e sottolineava con la mega fotografia che ha immortalato il suo abbraccio con Carol Wojtyla in quella speciale occasione, posizionata all’ingresso del museo permanente.   

 A sedici anni dalla morte, per Anagni il nome di Tommaso Gismondi resta comunque un vanto, sicuramente rivalutato da molti perché il tempo stempera incomprensioni e conflittualità e senza dubbio un punto fermo dell’arte del ventesimo secolo.


Buon compleanno, Maestro. Alla faccia di chi ti ha voluto male.

Sere d’estate con i personaggi di Montesano

Sabato 24 agosto, a partire dalle 21.30, Enrico Montesano sarà al Castello di Santa Severa di Santa Marinella, in provincia di Roma, con lo spettacolo “One Man Show”. Parteciperà alla rassegna “Sere d’Estate, organizzata dalla Regione Lazio e realizzata da LAZIOcrea in collaborazione con il Comune di Santa Marinella e Coopculture.

Dopo una lunga serie di tutto esaurito in varie città italiane con “Rugantino” e “Il Conte Tacchia”, tra le interpretazioni più riuscite dell’attore romano, Montesano arriva a teatro con una raccolta dei pezzi più esilaranti del suo repertorio.

La carriera di Enrico Montesano, iniziata negli anni Sessanta, è lunga e costellata di successi. Tra gli spettacoli teatrali più riusciti, “Bravo!”, nella stagione 1979-1980 e “Beati voi” del 1991-1992 dove è riuscito a dimostrare le sue qualità e, privilegiando la parola, ha affrontato con la sua satira temi sociali e politici. Numerosi i personaggi legati al suo nome: dalla romantica Donna Inglese a Torquato il pensionato, da a Dudù e Cocò a zia Sally.

Da artista poliedrico, ha inoltre proposto imitazioni, barzellette, canzoni satiriche e nuovi personaggi come il Rapper Femo Blas, per gli amici Blas Femo, e monologhi sull’attualità.

Un’infinità di proposte messe in scena con lo spettacolo “One man Show” che riassume cinquanta anni di carriera di Montesano.

Il Festival del folk in nome della pace

Nel periodo di Ferragosto sono numerosi gli eventi organizzati ovunque. Se trascorrete le vostre vacanze in Sicilia, non potete perdere il Festival delle tradizioni popolari a Petralia Sottana, in provincia di Palermo, che esprime il folklore del Mediterraneo. Soprattutto canti e danze, ma come spiegano gli organizzatori <soprattutto per la possibilità di arricchirsi l’un l’altro con tradizioni e culture diverse, in nome della fratellanza e della pace>. Il programma si svolge dal 14 al 18 agosto 2019.

In questa occasione il borgo, di una bellezza straordinaria, si trasforma in palcoscenico per esibizioni teatrali, musicali e di danze popolari offerti da gruppi folkloristici provenienti da ogni parte del mondo. E il pubblico è coinvolto in modo attivo, dal momento che può partecipare a workshop organizzati, laboratori, degustazioni culinarie e danze in piazza.

L’evento è organizzato dall’associazione Ballo Pantomima della Cordella, che ogni anno coinvolge numerosi artisti locali e internazionali. La festa è patrocinata dal Comune di Petralia Sottana in collaborazione con l’Opificio culturale Pa.Ge.Mus e le associazioni Teatro della Rabba e Fuori di testa.

Tutto si svolge nel centro della città e nei principali vicoli, location ideali per spettacoli di danza, workshop di musica, canti polivocali, laboratori di tammorra e ballo su tamburo, oltre alla grande festa di Ferragosto e al concertone della sera del 14 agosto. I luoghi protagonisti delle diverse iniziative folkloristiche sono Piazza Umberto, la Pineta comunale, corso Paolo Agliata, piazza Finocchiaro Aprile, piazza Misericordia e piazza Gramsci.

Uno degli appuntamenti più tradizionali è rappresentato dal Ballo della Cordella, che dal 1936 vede protagoniste dodici coppie di ballerini, simbolo dei mesi dell’anno. Si svolge nella prima domenica dopo Ferragosto, per rievocare l’antico corteo nuziale e ringraziare con la danza tipica il raccolto del grano (un tempo era in onore della dea Cerere) nonché come rito propiziatorio per quello nuovo.

Tutti danzano intrecciando le cordelle per formare le figure che rappresentano le quattro stagioni (semina, germinazione, raccolto e pane), il tutto accompagnato da canti e balli della tradizione, incisi in un cd messo in vendita per i visitatori.

In chat con un truffatore “romantico”

Quando Justin Mitonga mi chiede l’amicizia su Facebook, riconosco subito quella foto, rubata ad un attore dell’Azerbaijan per truffare numerose donne con false promesse di matrimonio e ingannevoli storie di amore. Sono le cosiddette truffe “romantiche”, che di romantico non hanno nulla. Un’immagine, tra le più utilizzate dall’organizzazione criminale che si cela dietro questi raggiri, resa pubblica dalla trasmissione “Chi l’ha visto?” insieme a decine di altre foto rubate a personaggi in vista per estorcere denaro a donne sole e psicologicamente fragili. Una foto, quella che nel mio caso risponde al nome di Justin Mitonga, scelta anche per far innamorare Caterina. Lei, una semplice pensionata, per trovare i diecimila euro che chiedeva Matteo, il suo innamorato in rete, è arrivata a indebitarsi. Una volta ottenuto i soldi, ovviamente Matteo è sparito e Caterina, resasi conto di essere stata vittima di una truffa, si è lasciata morire. Per la vergogna e per la delusione.

Il mio primo istinto è quello di eliminare la richiesta. Poi prevale la curiosità del mestiere. E la voglia di capire come agiscono questi criminali del web, collegati alla mafia nigeriana, in grado di far cadere in trappola un’infinità di donne (ma tra le vittime ci sono anche molti uomini) pronte a sborsare migliaia di euro pur di accontentare un sedicente promesso sposo.

Accetto l’amicizia di Justin Mitonga e controllo subito il suo profilo Facebook. Non c’è traccia di altre amicizie o di post. Il motivo lo spiega lui alla prima chat che non tarda ad arrivare: è da poco su Facebook, si è iscritto per conoscere gente dopo la separazione dalla moglie ed è rimasto colpito da me. Si presenta come un ingegnere edile, francese, in cerca di nuove amicizie. Naturalmente vuole sapere tutto di me. Mi spaccio per romana, titolare di un negozio di abbigliamento, anch’io separata.

Tutto come da copione. Justin è gentile, premuroso, si fa vivo un paio di volte al giorno interessandosi della mia giornata di lavoro, chiede continuamente come sto, si dice contento di avere questa nuova amicizia.

Al quarto giorno di “amicizia” invia la “sua” foto con i “suoi” tre figli. Anch’essa rubata all’attore. Dice di essere innamorato dei suoi ragazzi, accreditandosi così anche come papà affettuoso. Quando gli faccio i complimenti per la bellezza dei figli, rinomina il mio profilo con il nome “Il mio amore”. Poi sparisce per un paio di giorni. Quando riappare, mi spiega che ha avuto problemi con la connessione Internet, di non averla potuta rinnovare per un momentaneo problema economico. Aggiungendo che, pur di sentire il suo amore (che sarei io), sta usando la connessione di un vicino di casa.

Dopo una settimana, comincia ad inviare cuoricini e a pronunciare frasi d’amore. Faccio la difficile, chiedo perché si espone così tanto dal momento che non ci conosciamo. Mi telefona con messenger, non rispondo, gli scrivo di essere molto impegnata. Lui è comprensivo, si scusa e mi chiede di metterci in contatto con Hangout per conoscerci meglio. Prendo tempo, gli dico che possiamo farlo anche su messenger. Risponde che in questo modo viene disturbato da troppe notifiche, mentre il suo desiderio è quello di parlare con me nella massima tranquillità.

I contatti vanno avanti per una quindicina di giorni durante i quali Justin insiste per conoscere il mio indirizzo di posta elettronica così da accedere alla chat Hangout. Io temporeggio. Per convincermi, intensifica le sue dichiarazioni d’amore, mi riempie di attenzioni, si dice innamorato pazzo. Continuo a stare al gioco.

A questo punto, però, l’account di Justin Mitonga viene disattivato. Non so cosa sia accaduto. Forse ha avuto problemi con altri contatti, potrebbero averlo scoperto, oppure ha visto bene il mio profilo – mi sono accorta che da qualche giorno segue le mie storie – scoprendo che lavoro faccio veramente. Un mestiere rischioso, per gente come lui.

Al termine di questa esperienza, trovo incredibile che, nonostante questa foto rubata e molte altre siano ormai di dominio pubblico, si continui ad utilizzarle per ingannare donne indifese di tutto il mondo. Nella giungla che è diventato il web, queste truffe – le indagini hanno appurato che partono soprattutto dalla Costa d’Avorio – sono sicuramente tra le più odiose perché vanno a colpire i sentimenti di persone vulnerabili, facilmente raggirabili con precise tattiche psicologiche, evidentemente ben studiate.

Ma il mio pensiero va soprattutto a Caterina, morta perché ha visto naufragare il suo sogno d’amore, e a tutte le altre donne prese in giro nella maniera più ignobile.

Max Giusti, un comico cattivissimo

L’estate è il periodo giusto per trascorrere qualche ora in relax divertendosi, come accade con lo spettacolo “Cattivissimo Max” in programma giovedì 8 agosto all’Anfiteatro di Albano Laziale, ore 21.30. Protagonista il comico Max Giusti.

<Si tratta – spiega Max Giusti – di un viaggio comico di circa due ore, un susseguirsi di monologhi e aneddoti vissuti che rimbalzano in un continuo ping pong fra ieri e oggi. L’alternarsi fra ciò che è stato e la vita frenetica e smart dei giorni nostri, paleserà quanto è cambiato il concetto di quotidianità basato sul lavoro, il tempo libero e i rapporti interpersonali. Ad esempio, il bombardamento sistematico di offerte on line ha influenzato fortemente le nostre scelte su dove e quando andare in vacanza, come tenersi in forma, cosa acquistare. Oppure i numerosi programmi televisivi di cucina che hanno rivoluzionato la quotidianità cambiando completamente il concetto di “casareccio”; e ancora, i social o le nuove mode che hanno cambiato i metodi di relazionarsi all’altro sesso, soprattutto per chi, avendo circa 50 anni, era abituato a tutt’altro>.

Gli spettatori verranno spesso coinvolti nello spettacolo e Max Giusti, accompagnato dalla storica SuperMaxBand, sarà sempre pronto ad interagire con il pubblico. Risate garantite anche con le interpretazioni viste a “Tale e Quale”: Boy George, Al Bano, Renato Zero, Vasco Rossi, Franco Califano e Pierangelo Bertoli.