Giusy Ventimiglia, un mistero lungo tre anni

Quale è stato il destino di Giusy Ventimiglia? Cosa è accaduto a questa giovane donna fragile, già provata da un matrimonio infelice? Dopo tre anni quali speranze ci sono di trovare, almeno, il suo corpo? Sono le angoscianti domande che si pone la famiglia della donna, sparita il 13 novembre 2016 da Bagheria, in provincia di Palermo. All’epoca della scomparsa aveva 35 anni.

Giusy Ventimiglia, nata nel 1981, è uscita alle 7.30 di una domenica qualunque dalla casa del padre, che la ospitava dopo la fine della sua storia con il marito Michele da cui ha avuto un figlio (oggi ha 19 anni), e di lei non si è saputo più nulla. Il telefono ha agganciato per l’ultima volta la cella di una zona degradata delle campagne di Bagheria, tra le contrade Cordova e Dolce Impoverile. Cosa ci facesse Giusy in quel posto, in un orario piuttosto insolito per le sue abitudini, è ancora un mistero. Un mistero lungo tre anni.

Ne parlo con il fratello Salvo, convinto che Giusy sia ormai morta, e che a nome di tutta la famiglia – il padre, un altro fratello e una sorella – non smetterà mai di chiedere verità e giustizia. Salvo è anche il compagno di Lidia Vivoli, sopravvissuta nel 2012 all’aggressione dell’ex fidanzato, impegnata nella lotta contro la violenza sulle donne.  

Salvo Ventimiglia

Salvo, cosa pensa che sia successo a sua sorella?

Sono certo che mia sorella non ci sia più e che il colpevole se ne stia tranquillo tra Bagheria e dintorni. Giusy è stata vittima dell’ennesimo femminicidio.

Quindi crede che sia stata uccisa da un uomo che Giusy frequentava. La famiglia non era al corrente di una relazione?

No, mia sorella non si confidava, neanche con suo figlio. Con mio nipote ho cercato di sapere qualcosa, ma non mi ha saputo dire nulla. L’ha sentita la sera prima al telefono, era calma e tranquilla. Riguardo le sue frequentazioni, mi ha confermato che gli amici di Giusy erano effettivamente quelli intervistati da “Chi l’ha visto?”. E’ stato anche detto che Floriana, la sua migliore amica, le prendesse degli appuntamenti con gli uomini, ma a noi non risulta. Nessuno, prima della sua scomparsa, è venuta ad avvertirci di questa cosa e la nostra famiglia non avrebbe mai permesso che Giusy facesse il “mestiere”.  Oltretutto perché, se faceva questo, avrebbe avuto bisogno di rubare soldi e buoni fruttiferi, per oltre 10mila euro, dalla cassaforte di mio padre, come ha fatto? A chi li ha dati questi soldi? Certamente non li ha spesi per lei, mia sorella non andava dal parrucchiere, non andava dall’ estetista e si faceva dare i vestiti alla Caritas.

Le ricerche sono scattate subito?

Sono partite tardi, per il discorso dell’ allontanamento volontario che escludiamo assolutamente, Giusy non avrebbe mai lasciato il figlio. Non sappiamo neanche se sia uscita volontariamente da casa, perché non ci spieghiamo il motivo per cui abbia lasciato scritto il suo numero di telefono e il suo nome su un biglietto, lasciandolo attaccato al portachiavi dell’ingresso di casa. Forse in quel momento sapeva già che la sera non sarebbe rientrata. Nella zona dove è stato posizionato il suo cellulare sono state fatte le ricerche, ma solo a gennaio del 2017 e per mezza giornata.

A che punto sono le indagini?

Non sappiamo nulla, ho una grande rabbia perché noi familiari veniamo tenuti all’oscuro, non abbiamo mai comunicazioni. L’ultima volta che siamo stati convocati in Procura è stato a marzo del 2017, dopodiché il 15 giugno di quest’anno è stato convocato mio padre, 31 mesi dopo la scomparsa di mia sorella, per un prelievo del Dna.

Il prelievo del Dna è un atto importante, vi è stato spiegato il motivo?

Ci hanno detto che si tratta di una prassi, ma dopo tanto tempo ci sembra assurdo. Abbiamo potuto solo fare delle ipotesi, forse serviva per la comparazione con i resti ritrovati di un cadavere non identificato, ma non abbiamo certezze. L’unica cosa che hanno detto è che le indagini sono aperte e sono molto complicate.

Durante un collegamento con “Chi l’ha visto?”, che ha seguito molto il caso, un uomo di Bagheria davanti alle telecamere urlò che Giusy non sarebbe stata mai ritrovata. E’ stata approfondita questa dichiarazione?

Si tratta di una persona che, lo abbiamo appurato dopo, frequentava lo stesso bar dove mia sorella passava molto tempo. Ho avuto occasione di parlargli, mi ha detto esplicitamente che le persone coinvolte nella scomparsa di mia sorella hanno mentito, che non hanno detto tutto quello che sapevano. Mi ha detto anche che conosceva Giusy, cosa che non aveva dichiarato all’epoca. E si è rifiutato di dire quello che sapeva ai carabinieri. A questo punto l’ho segnalato io, ma non so se è stato ascoltato dagli inquirenti. Da lui ho ricevuto messaggi audio con minacce e offese perché non voleva essere coinvolto, non voleva essere cercato. Io l’ho denunciato e il 18 ci sarà l’udienza. Altro elemento controverso è la testimonianza di Floriana, l’amica di Giusy, che ha dato diverse versioni, poi morta di infarto.

Suo padre ha detto che, la mattina della scomparsa, Giusy si era truccata nonostante non fosse una sua abitudine. Cosa potrebbe significare questo particolare?


Conferma che quella mattina aveva un appuntamento a cui teneva. Giusy non si truccava mai, si metteva un cerchietto tra i capelli e basta.

Lei parla spesso dell’omertà che ha trovato nel suo paese. Chi vi sta vicino, chi vi sostiene in questo dramma?

Nessuno del mio paese. Solo la redazione di “Chi l’ha visto?” ha fatto il possibile, si è informata in Procura e ci è stata vicina con grande affetto.

Dopo tre lunghi anni, cosa chiede la famiglia Ventimiglia?

Vogliamo sapere cosa è successo a mia sorella e chi le ha fatto del male. E vogliamo che venga ritrovato il suo corpo per avere un posto dove piangerla.

Arturo Brachetti, l’uomo dai mille volti

Un leggendario trasformista italiano, applaudito in tutto il mondo. E’ Arturo Brachetti, mito del quick-change, che dal 19 ottobre torna in scena per la quarta stagione consecutiva con il suo spettacolo “Solo”, acclamato da oltre 300.000 spettatori in Europa nel 2019.

<In “Solo” apro le porte della mia casa – spiega il grande artista – fatta di ricordi e di fantasie, una casa senza luogo e senza tempo, in cui il sopra diventa il sotto e le scale si scendono per salire. Dentro ciascuno di noi esiste una casa come questa, dove ognuna delle stanze narra un aspetto diverso del nostro essere e gli oggetti della vita quotidiana prendono vita, conducendoci in mondi straordinari dove il solo limite è la fantasia. È una casa segreta, senza presente, passato e futuro, in cui conserviamo i sogni e i desideri>.

E dunque Brachetti schiude la porta di ogni camera, per scoprire la storia che è contenuta e che prende vita sul palcoscenico, tra surreale, verità e finzione, magia e realtà.

Brachetti presenta oltre 60 personaggi, molti creati appositamente per questo spettacolo, ma soprattutto propone anche un viaggio nella sua storia artistica, attraverso le altre affascinanti discipline in cui eccelle: grandi classici come le ombre cinesi, il mimo e la chapeaugraphie, e sorprendenti novità come il poetico sand painting e il magnetico raggio laser. Il mix tra scenografia tradizionale e videomapping, permette di enfatizzare i particolari e coinvolgere gli spettatori nello show.

La sua carriera comincia a Parigi, al Paradis Latin, nel 1979: da qui in poi la sua carriera è inarrestabile, in un crescendo continuo che lo ha affermato come uno dei pochi artisti italiani di livello internazionale, con una solida notorietà al di fuori del nostro paese. Si è esibito ai quattro angoli del pianeta, in diverse lingue e in centinaia di teatri. Il suo precedente one man show “L’uomo dai mille volti” è stato visto da oltre due milioni di spettatori. Le sue performance dalla velocità straordinaria sono inserite nel Guinness Book of Records.

Il suo nuovo tour inizierà al Teatro Rossini di Civitanova Marche e toccherà, fino a marzo 2020, numerose città italiane.   

L’omaggio di Napoli alla spezia più amata nel mondo

Da oggi a sabato 13 ottobre 2019 un evento… piccante in Piazza Carità a Napoli con il Festival del peperoncino. 

Una festa dedicata alla spezia più amata al mondo che prevede tante iniziative: percorsi di degustazioni, Show Cooking con chef che mostreranno al pubblico la preparazione di cibi particolari, la mostra di peperoncini che provengono da tutto il mondo e la divertente gara di palati infuocati.

Una settimana di manifestazioni con la presenza di prodotti tradizionali e meno standard, tutti con abbinamenti piccanti. Tra essi, il casatiello alla ‘nduja, la sfogliatella piccante, creme dal sapore fortissimo, cioccolato al peperoncino, salumi infuocati e la particolare birra habanero.

Il Festival del peperoncino è giunto alla seconda edizione, curata anche quest’anno dall’associazione Eccellenze in Piazza e patrocinata dal Comune che aderisce al progetto “Scegli Napoli” per sensibilizzare i cittadini all’acquisto di prodotti realizzati da aziende del territorio.

Gli stand saranno aperti dalle 9.30 alle 22 e sono previste iniziative in collaborazione con l’Accademia Italiana del Peperoncino di Diamante e il Consorzio del Peperoncino di Diamante.

Buon compleanno al Maestro della Tarsia

Oggi Carlo Turri avrebbe compiuto 83 anni. E ne sono passati due da quando il Maestro della Tarsia non c’è più. Anagnino doc ed artigiano di eccellenza, Turri ha lasciato ricordi indelebili in chi lo ha conosciuto, ma soprattutto ha tramandato le sue opere, realizzate intarsiando legno rigorosamente a mano. Le lavorava nella sua bottega-esposizione a pochi passi dalla maestosa Basilica Cattedrale di Anagni, dove la figlia Rita continua l’attività del creativo padre, dal quale ha ereditato talento e amore per l’arte antica dell’intarsio.

Carlo Turri era un artista che amava moltissimo la sua città, perennemente impegnato a farla conoscere, sempre in prima linea quando si trattava di promuoverla, mettendo a disposizione non solo la sua arte, ma anche la sua voce di cittadino. Che alzava spesso e volentieri quando riteneva che non si facesse abbastanza per aiutare i turisti a conoscere la Città dei Papi. Si batteva molto, Carlo Turri, per migliorare la sua Anagni.

A favore del turismo, sicuramente Turri ha dato un importante contributo. Difficile che un turista diretto alla Cattedrale non entrasse a dare un’occhiata alla sua bottega, attirato da quei quadri in legno caldi ed espressivi e, di recente, anche dai raffinati gioielli realizzati con la stessa tecnica, che hanno segnato l’evoluzione dell’arte di Turri. Bottega che è stata sempre anche mèta di molte personalità in visita ad Anagni e set di varie trasmissioni televisive che hanno voluto intervistare Turri per conoscere da vicino il suo modo di intarsiare. Ed ancora oggi, grazie a Rita Turri, quella mostra rappresenta un ottimo biglietto da visita per chi sceglie di conoscere Anagni.

Ma Carlo Turri non era solo un artista del legno. Era anche un uomo di grande simpatia con le sue indimenticabili battute in dialetto. Tanto che per molti anni ha fatto parte del Gruppo Teatrale Anagnino, all’interno del quale era tra gli attori più amati e divertenti. La presenza scenica e una naturale propensione alla goliardia hanno fatto sì che Turri diventasse un punto di riferimento anche nel teatro locale (VIDEO).

Carlo Turri ha dato molto e in più ambiti, con una grande generosità. Per questo sicuramente Anagni non ha dimenticato uno dei suoi figli più talentuosi. Buon compleanno, Maestro della Tarsia.

Ligabue fa ballare… sul mondo

Fino al 27 ottobre 2019 si può assistere al musical “Balliamo sul Mondo” in programma al Teatro Nazionale CheBanca di Milano. E’ uno spettacolo musicale con la regia di Chiara Noschese e la direzione creativa di Luciano Ligabue (è sua la canzone che dà il nome all’evento).

Quale storia racconta? E’ la notte di Capodanno del 1990 con un gruppo di compagni di liceo seduti al Bar Mario, luogo di ritrovo abituale di un piccolo paese di provincia del Nord Italia. Matteo, il più riflessivo e nostalgico del gruppo, ha organizzato questa serata per festeggiare insieme l’ultimo Capodanno prima della maturità. Mario, il proprietario del bar, un po’ reticente inizialmente, ha accettato di prestargli il locale per quest’ultima riunione di gruppo. La serata trascorre tra canzoni, musica, risate, ma anche liti, accuse e rinfacci. Alla fine della serata la proposta di Matteo: rivedersi al Bar Mario, dieci anni dopo, per festeggiare insieme il Capodanno del 2000.

La colonna sonora del musical è, ovviamente, formata dai più grandi successi di Ligabue.

L’autismo non ferma Samuele che sogna Sanremo

Non sarà certo l’autismo a rubare i sogni di Samuele. Di che pasta sia fatto lo ha già dimostrato diplomandosi con il massimo dei voti, incidendo un disco (VIDEO), gareggiando alla selezione di “Sanremo Giovani” e partecipando come testimonial alla maratona Telethon. Ma le sfide, per un ragazzo così intraprendente nonostante il disturbo di cui soffre, non sono finite. E una supera le altre: la partecipazione al Festival di Sanremo. Samuele ci punta con il sostegno della famiglia, una bellissima famiglia di Gela, in Sicilia. Questa è la storia di Samuele Di Natale, 22 anni, raccontata dalla mamma Provvidenza Infurno (con lui nella foto sotto).

Signora Provvidenza, Samuele è riuscito anche a prendere la maturità, una bella soddisfazione.  

Samuele si è diplomato in sociopedagogia. Dopo la terza media ero decisa a ritirarlo da scuola perché gli autistici non si abituano facilmente ai nuovi ambienti, ma i fratelli maggiori Rosario e Antonio, che lo adorano, hanno insistito per provare a fargli continuare gli studi.  Prima di iscriverlo ho girato molti istituti a Gela perché a me interessava che Samuele stesse bene, ero ansiosa soprattutto per il bullismo, e quindi sono andata anche in una scuola femminile che mi è piaciuta molto. E infatti nel giro di dieci giorni Samuele si è ambientato. Poi ha fatto un percorso tranquillo, sempre rispettato dai docenti e dalle compagne. Non ci speravo proprio, invece ha meravigliato tutti diplomandosi.

La notizia ebbe una certa risonanza a livello nazionale.

Si, arrivarono tanti giornalisti, ne parlarono ai telegiornali e il giorno dopo gli esami abbiamo avuto la sorpresa di ricevere la telefonata di Matteo Renzi, proprio quell’anno era stata approvata la legge “Dopo di Noi” voluta dal suo Governo. Gli abbiamo parlato delle nostre difficoltà perché ad oggi non abbiamo ancora una struttura e non abbiamo sostegni né dal Comune né dalla Regione. Siamo sempre andati avanti con i sacrifici della famiglia e sono stati molti perché io sono una casalinga e mio marito ha una pensione da operaio metalmeccanico. Pensi che i figli più grandi quando andavano a scuola rinunciavano alle gite pur di far fare la terapia a Samuele.  

Come vive una famiglia quando un componente è affetto da autismo?

La vita cambia, gira intorno a lui, si deve vivere in base alle sue esigenze. Abbiamo scoperto di questo maledetto autismo quando Samuele aveva 17 mesi, allora non si sapeva neanche cosa fosse, non se ne parlava. Però ce la facciamo a seguirlo perché i miei figli maggiori adorano il fratello, vivono per lui, sono meravigliosi. Io dico sempre che il caso di Samuele ha rafforzato l’unione della nostra famiglia.

Samuele ha una grande passione per la musica.

Da sei anni studia all’Accademia di canto di Giuseppe Lavore che ha creduto nel suo talento. Ed è riuscito ad arrivare alla selezione nazionale di Sanremo Giovani. La cosa più bella è che adesso ha inciso l’inno per i ragazzi autistici “Non arrenderti mai” scritto da Emanuele Bunetto e Giuseppe Lavore. Siamo stati ospiti di diverse trasmissioni televisive e addirittura Mogol, dopo averlo sentito cantare, lo ha ringraziato dicendo: “Ecco cosa può fare un ragazzo autistico, dove può arrivare”.   Per Samuele la musica è un modo per liberarsi dalle ansie. Mio figlio non parla molto, ma vediamo che quando finisce di cantare scende dal palco come illuminato.     

Come trascorre la sua giornata Samuele?

Fino a giugno è stato impegnato, grazie alla cooperativa Nido d’argento, ai Servizi sociali del Comune di Gela. Adesso che questo impegno è finito, trascorre il suo tempo soprattutto in famiglia, perché al di fuori dei fratelli e dei genitori non frequenta molto. Non ha amici, purtroppo gli altri ragazzi non lo cercano e non vengono a trovarlo e questo, come madre, mi dispiace molto perché non è giusto. Eppure Samuele è un ragazzo dolcissimo, io lo definisco l’angelo sulla terra, vive di carezze e baci.

Il caso di Samuele è sicuramente importante anche per sensibilizzare tutti sull’autismo.

Si, infatti il messaggio che vogliamo trasmettere alle altre famiglie che vivono lo stesso problema è che se ce l’ha fatta Samuele possono farcela anche i loro figli.

Avete contatti con altri genitori con figli autistici?

Abbiamo costituito un’associazione che si chiama Amautismo, mio marito Orazio è il vice presidente e il presidente è l’ingegnere Antonino Biondo, stiamo lottando per avere un Centro diurno a Gela dove ci sono almeno 200 ragazzi autistici.

Samuele è anche un ragazzo molto religioso.

Ha una grande fede. Ogni giorno segue il rosario su Tv 2000, ogni anno lo porto a Lourdes e segue sempre la messa perché la domenica Samuele ha due passioni: la Chiesa e il Milan. Quando Papa Francesco è venuto a Piazza Armerina, gli ho detto che mio figlio è autistico e lui mi ha risposto “E che vuoi che sia? E’ bello come il sole” e lo ha baciato.      

Sui prossimi impegni artistici di Samuele ci sono delle novità importanti, come spiega il fratello Rosario che lo segue in questo settore.  <E’ in programma un album con dodici brani inediti dopo il singolo perché abbiamo avuto l’onore di essere contattati da autori nazionali e regionali che hanno visto la storia di Samuele e ci stanno regalando un sogno. Di questo ringraziamo molto il direttore artistico Giuseppe Lavore. E noi faremo tutto per far felice Samuele che vuole arrivare sul palco di Sanremo in gara o come ospite. Abbiamo parlato di questo obiettivo nella trasmissione Rai di Eleonora Daniele, spero che qualcuno ci ascolti perché Samuele quando canta dimentica tutti i suoi problemi>.       

Giochi di parole per ridere con intelligenza

Una bella risata riconcilia con la vita. E di un sano divertimento, ogni tanto, abbiamo bisogno proprio tutti. Solo per questo dovremmo essere grati a chi, grazie al suo talento, ha la capacità di regalarci spazi di leggerezza e strapparci un sorriso. E’ il caso di Alessandro Pagani, autore di un libro che contiene battute, freddure, giochi di parole e doppi sensi, offerti al lettore con garbo e intelligenza. Si tratta di “500 chicche di riso”, una raccolta di perle di umorismo che hanno anche l’ambizione di offrire uno spaccato del mondo meno ingessato, forse parecchio paradossale ma certamente più divertente.    

Alessandro Pagani ha 55 anni, è fiorentino e durante gli anni Ottanta ha mosso i primi passi nei settori artistici che più ama, la musica e la scrittura. Ha esordito con svariati gruppi fiorentini alle tastiere e alla batteria, fino alla parentesi durata dieci anni con il gruppo Valvola e l’etichetta discografica indipendente Shado Records. Attualmente suona la batteria con gli Stolen Apple (“Trenches” è il disco di debutto uscito nel 2016), band che sta per registrare il secondo album. Nel campo della scrittura, dopo il libretto autoprodotto “Le domande improponibili” del 2015, sono usciti i libri “Perché non cento?” (Alter Ego/Augh Edizioni di Viterbo), “Io mi libro” e l’ultima creatura “500 chicche di riso”, entrambi per 96, Rue de La Fontaine di Follonica.  

Come è nata l’idea di scrivere battute umoristiche?

L’idea è nata nei pomeriggi afosi di un lontano agosto, a spasso col cane, con l’incontro di due universi: quello nella mia testa e quello al di fuori. Perché non provare ad unire questi due mondi apparentemente diversi tra loro attraverso l’ironia, il sarcasmo, l’umorismo, per vedere le cose da un altro punto di vista? L’idea delle domande improponibili e dei successivi scritti è venuta proprio così, con l’incontro fra situazioni paradossali e personaggi bizzarri filtrati – o per meglio dire trasformati – in chiave comica attraverso le molteplici possibilità che offre il caleidoscopio della lingua italiana.

La leggerezza è anche il tuo modo di affrontare la vita? E quanto ha influito sulle tue scelte editoriali?

Lo spirito goliardico che mi ha sempre contraddistinto deve aver influito certamente questa scelta, visto che da sempre per me è una cosa naturale giocare con ogni tipo di contesto per sdrammatizzare gli eventi. Sono convinto che l’individuo manchi ancora di una visione maggiormente ironica della vita, che faccia vedere gli accadimenti con occhio più distaccato. Dovremmo imparare a ridere più di noi stessi attraversando ed incrociando le nostre coscienze, forse con questo nuovo atteggiamento la vita conterrebbe meno dispiaceri.

Come viene accolto dal pubblico questo tipo di scrittura?

La letteratura umoristica è considerata ancora di nicchia e se ne ignorano i motivi, visto che la scuola italiana è stata nobilissima e di fama internazionale. Difatti non si tratta di una lettura leggera o meno impegnata, ma diversa. Molte delle frasi contenute nei miei libri devono essere rilette più volte per capirne il senso, ma quando poi arrivano – e i miei lettori lo testimoniano – ciò che segue è un sorriso che fa pensare.

Un vulcano di idee come te avrà già altri progetti in cantiere. Quali sono?

L’idea è quella di scrivere un racconto umoristico e di pubblicare alcune poesie scritte durante l’adolescenza, per tornare indietro nel tempo e confrontarmi con i miei cambiamenti.

C’era una volta il Carosello

Susanna tutta panna, Carmencita, Calimero, Miguel (son mi), l’ippopotamo dei pannolini: sono soltanto alcuni dei più famosi personaggi che animavano il Carosello televisivo. Quello, per intenderci, da vedere prima di andare a letto come una volta si diceva ai bambini. Altri tempi, altri modi di proporre la pubblicità.

A ripensarci adesso, Carosello non è stato solo marketing, ma ha rappresentato la storia di un’epoca (tra il 1957 e il 1977). La Fondazione Magnani-Rocca dedica al Carosello una mostra nella Villa dei Capolavori di Mamiano di Traversetolo, in provincia di Parma, che si può visitare fino all’8 dicembre 2019, curata da Dario Cimorelli e Stefano Roffi.

Il percorso espositivo presenta i manifesti, i bozzetti e gli spot (ma allora neanche si chiamavano così) di quelle originali scenette con spesso protagonisti personaggi celebri come Mina, Frank Sinatra, Patty Pravo, Ornella Vanoni, Gianni Morandi, Totò, Alberto Sordi, Virna Lisi, Vittorio Gassman, Mike Bongiorno, Pippo Baudo, Raffella Carrà, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello.

La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale, dove, oltre ai saggi dei curatori e alla riproduzione di tutte le opere esposte, vengono ripubblicati testi fondamentali di Omar Calabrese su Carosello e su Armando Testa, a cui vengono affiancati nuovi testi di Emmanuel Grossi su cinema, musica e animazione in rapporto a Carosello, Roberto Lacarbonara sull’attività di Pino Pascali in ambito pubblicitario, Stefano Bulgarelli sulla Scuola modenese di Carosello. 

<Carosello – spiegano gli organizzatori – era trasmesso in bianco e nero, ma aveva i colori del consumo, un nuovo mondo di beni luccicanti che per la prima volta si presentavano sulla scena sociale: lavatrici, frigoriferi, automobili, alimenti in scatola e tanto altro. E ha insegnato così a vivere la modernità del mondo dell’industria e come questi beni andavano impiegati e collocati nel modo di vita di ciascuno. Carosello non era solo pubblicità, ma un paesaggio fiabesco dove regnavano felicità e benessere, affascinante per una popolazione come quella italiana che proveniva da un lungo periodo di disagi e povertà>.

Il libro per bambini di nonno Paul McCartney

Un nonno di eccezione. E’ Paul McCartney, il grande bassista dei grandi Beatles, baronetto, eclettico compositore, ma anche uomo sempre in prima linea a sostegno di associazioni benefiche per i diritti umani e degli animali. Paul, che ora ha 77 anni, è nonno di 8 nipotini. Ed è pensando a loro che ha scritto il libro illustrato “Hey Grandude”, giocando nel titolo con la canzone “Hey Jude”

<L’ho scritto – ha spiegato il famoso Beatle – per i nonni di tutto il mondo e per i bambini, in modo da dargli qualcosa da leggere loro prima di metterli a dormire>.

Non è il suo primo libro. Nel 2005 Paul McCartney aveva collaborato con Dunbar e Philip Ardagh alla stesura di un altro volume per bambini, “High in the Clouds”, che sta per diventare un cartone animato. Ora si cimenta, da nonno molto amato da tutti i suoi nipotini, in un libro con illustrazioni dell’artista canadese Kathryn Durst e pubblicato dalla Random House Kids.

Una performance, neanche a dirlo molto attesa quasi come lo erano i dischi dei Beatles, di cui McCartney è estremamente orgoglioso e che ha motivato così su Twitter: <Perché questa idea? Perchè ho otto nipoti, tutti bellissimi. Una volta uno di loro mi ha chiamato “Hey Grandude!”, da quel momento è diventato il mio soprannome. Allora mi sono detto che poteva essere una bella idea per un libro. Perciò ho iniziato a scrivere delle storie e ne ho parlato con gli editori che erano contenti di quello che stavo facendo. Principalmente il protagonista sarà un personaggio chiamato Grandude, che rappresenterà tutti i nonni, che vivrà tantissime avventure con i suoi nipoti>.

Roberto Bolle, la danza a portata di tutti

Dal 6 al 9 settembre al Teatro San Carlo di Napoli è di scena la grande danza con Roberto Bolle and Friends.

L’étoile della Scala di Milano e ballerino principale dell’American Ballet Theater di New York, una vera e propria icona, sarà il protagonista dell’evento insieme ad altri dieci ballerini nell’ambito di un progetto voluto per portare la danza alla portata di tutti. Il tour 2019 è iniziato lo scorso luglio alla Terme di Caracalla.

Il programma prevede soprattutto il repertorio classico, ma lascia spazio anche alla sperimentazione contemporanea e al pop. Quindi il pubblico potrà ammirare coreografie di Petipa, Ivanov e Roland Petit, insieme a quelle meno convenzionali di Bubeníček, Galili, Vainonen e Bigonzetti.

Le serate si aprono con il Pas de deux de Il Corsaro di Petipa con Tatiana Melnik di Hungarian National Ballet, prosegue con lo straordinario Bakhtiyar Adamzhan dell’Astana Opera, con il virtuosismo d’eccellenza del III atto del Don Chisciotte di Petipa con Daniil Simkin (dello Staatsballett Berlin e dell’American Ballet Theatre di New York) e Maia Makhateli del Dutch National Ballet, con lo scintillante Pas de deux de Le Fiamme di Parigi di Vainonen con la coppia Tatiana Melnik, Bakhtiyar Adamzhan.

L’étoile dei due Mondi sarà in coppia con Alexandre Riabko dell’Hamburg Ballett in Opus 100 – für Maurice, centesima creazione di John Neumeier, intenso duetto dedicato a Maurice Béjart in occasione del suo settantesimo compleanno su ballate di Simon & Garfunkel che racconta il sodalizio artistico tra i grandi coreografi e che del nostro tempo e interpreterà Serenata, estratto dall’opera “Cantata” di Mauro Bigonzetti, coreografia omaggio ai colori del Sud in coppia con la Guest Artist Stefania Figliossi.

Completano il programma Soirées Musicales, creazione del 1996 di Helgi Tomasson per il San Francisco Ballet, su musica di Britten con Misa Kuranaga e Angelo Greco, artisti del San Francisco Ballet e lo strepitoso Les Bourgeois, pezzo per un grande solista di Ben Van Cauwenberghsu con musica di Jaques Brel e Jean Samuele Cortinovis. In scena lo straordinario Daniil Simkin.

Due mesi di grandi eventi con il Festival “RomaEuropa”

Torna anche quest’anno il “Romaeuropa Festival”, giunto alla 34esima edizione. Ospiterà, nelle sale e nelle zone più suggestive della città, una selezione di spettacoli internazionali di teatro, musica, danza, arti visive, oltre alla sezione “Kids + Family” che è dedicata alle giovani generazioni. Il programma prevede 126 eventi dal 17 settembre al 24 novembre 2019 con la partecipazione di 377 artisti provenienti da 27 Paesi.

Due mesi ricchissimi, con un cartellone articolato che «travalica tutti i generi», come ha sostenuto Fabrizio Grifasi, direttore generale e artistico della Fondazione Romaeuropa. Le aspettative sono molto alte, considerando le eccellenti performance dell’edizione 2018, che ha registrato oltre 70mila presenze e una importante partecipazione di under 35.

Molte delle iniziative si terranno nei complessi monumentali dell’Auditorium Parco della Musica e del MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo: nelle quattro sale principali disegnate da Renzo Piano si svolgeranno gli spettacoli, ma anche l’inaugurazione e la serata finale del Festival. La rassegna coinvolgerà anche altre importanti location della Capitale come il Teatro Olimpico, l’Accademia di Francia, Villa Medici e il Teatro Argentina. Nella sala Santa Rita, gioiello barocco utilizzato come spazio polifunzionale, andrà in scena, per tutta la durata del Festival, una delle installazioni più attese.


<Il Festival – spiegano gli organizzatori – non coinvolgerà solo il centro storico di Roma: a Sudovest, in zone limitrofe, culturalmente evolute e caratterizzate da una massiccia frequentazione serale di ragazzi, il Vascello a Monteverde e il Vittoria a Testaccio, edificati nella prima metà del secolo scorso, hanno contribuito coraggiosamente nel corso dei decenni a rivitalizzare la scena teatrale romana. A questi due spazi sono affidati alcuni degli spettacoli più di tendenza del “Romaeuropa”. Ancora più a Sud, due esempi di riqualificazione urbanistica, il Mattatoio a Testaccio e il Teatro India in zona Marconi, consentono di ambientare spettacoli sperimentali, ma anche rassegne di teatro, danza, arti visive ed eventi per ragazzi, immersi nella realtà fantasmatica dell’archeologia industriale>.

L’inaugurazione è affidata alla danza energica, selvaggia e tagliente della coreografa Lia Rodrigues e la serata finale è all’insegna della grande musica con una line up d’eccezione composta dall’atteso ritorno di Ryuichi Sakamoto al fianco di Alva Noto per presentare il loro “Two”. Altri artisti attesi sono Christian Fennesz impegnato, al fianco dei visuals di Lillevan, nella presentazione del suo ultimo disco “Agorà”, il pianista e compositore Chassol con il suo “Ludi” e l’attrice e cantante Fatoumata Diawara.

L’edizione 2019 del “Romaeuropa Festival” avrà come titolo “Landscape”, un paesaggio da scoprire e da attraversare. Il programma, infatti, può essere letto come una cartina volta a rappresentare un panorama singolare: la geografia del mondo di oggi.

Buon compleanno, Maestro Gismondi

Il suo principale cruccio era quello di non essere considerato abbastanza nel suo paese, Anagni. Lui che aveva installato opere in tutto il mondo, ricevendo apprezzamenti ovunque, guadagnandosi anche l’appellativo di “scultore del Papa” per aver realizzato lavori per Paolo VI e Giovanni Paolo II come le porte della Biblioteca e dell’Archivio del Vaticano, il cofanetto per le chiavi delle Porte Sante, le monete della città del Vaticano e molto altro. Lui era Tommaso Gismondi, uno dei più grandi scultori del XX secolo, nato il 28 agosto 1906 e scomparso il 26 aprile 2003. Nemo profheta in patria, ripeteva spesso. Lo diceva con amarezza, ma aveva anche un carattere – per molti, un caratteraccio – che gli permetteva di infischiarsene.

Ho conosciuto Tommaso Gismondi quando lavoravo per il quotidiano “Il Tempo”, si faceva intervistare volentieri, e per gli anni a venire sono andata spesso a trovarlo nel suo laboratorio-museo a ridosso della Basilica Cattedrale di Anagni, nell’angolo che ora è intitolato a lui, dove la nipote Valentina continua a tenere viva la memoria del famoso nonno, ma anche della mamma Donata, figlia dello scultore e sua unica allieva, che ha avuto la fortuna di ereditarne i geni artistici. Ho molti ricordi di Donatella (così era chiamata da tutti) e del padre. Le piacevoli chiacchierate in mezzo ai bozzetti dei bronzi plasmati da Tommaso con indosso il grembiule azzurro, la risata genuina di Donatella quando il padre sparava qualche parolaccia, i racconti dello scultore sulla sua vita intensa, gran parte trascorsa in Argentina prima di decidere di stabilirsi nella città che gli aveva dato i natali e che amava, i suoi progetti senza limiti anche ad età avanzata.

Ho pensato a lui in questi giorni per l’approssimarsi del suo compleanno, il 28 agosto, una data impressa nella mente perché per molto tempo gli ho fatto gli auguri personalmente o al telefono. E ricordo che lui spesso ringraziava commentando: “Sono ancora vivo alla faccia di chi mi vuole male”.

Non era un segreto che Tommaso Gismondi percepisse ostilità da parte dei concittadini, ma soprattutto delle “autorità” che, lo diceva sempre, non gli permettevano di realizzare opere per la sua città. Lui che aveva firmato il portale di bronzo nella chiesa più antica di Parigi, a Montmartre, e sculture monumentali a Santo Domingo, in Australia, in Brasile, in Argentina e in molti altri Paesi. Lui che aveva ricevuto nel suo studio, il 31 agosto 1986, Papa Giovanni Paolo II in occasione della visita pastorale del pontefice ad Anagni. Un privilegio riservato a pochi che Gismondi rivendicava con orgoglio e sottolineava con la mega fotografia che ha immortalato il suo abbraccio con Carol Wojtyla in quella speciale occasione, posizionata all’ingresso del museo permanente.   

 A sedici anni dalla morte, per Anagni il nome di Tommaso Gismondi resta comunque un vanto, sicuramente rivalutato da molti perché il tempo stempera incomprensioni e conflittualità e senza dubbio un punto fermo dell’arte del ventesimo secolo.


Buon compleanno, Maestro. Alla faccia di chi ti ha voluto male.

Sere d’estate con i personaggi di Montesano

Sabato 24 agosto, a partire dalle 21.30, Enrico Montesano sarà al Castello di Santa Severa di Santa Marinella, in provincia di Roma, con lo spettacolo “One Man Show”. Parteciperà alla rassegna “Sere d’Estate, organizzata dalla Regione Lazio e realizzata da LAZIOcrea in collaborazione con il Comune di Santa Marinella e Coopculture.

Dopo una lunga serie di tutto esaurito in varie città italiane con “Rugantino” e “Il Conte Tacchia”, tra le interpretazioni più riuscite dell’attore romano, Montesano arriva a teatro con una raccolta dei pezzi più esilaranti del suo repertorio.

La carriera di Enrico Montesano, iniziata negli anni Sessanta, è lunga e costellata di successi. Tra gli spettacoli teatrali più riusciti, “Bravo!”, nella stagione 1979-1980 e “Beati voi” del 1991-1992 dove è riuscito a dimostrare le sue qualità e, privilegiando la parola, ha affrontato con la sua satira temi sociali e politici. Numerosi i personaggi legati al suo nome: dalla romantica Donna Inglese a Torquato il pensionato, da a Dudù e Cocò a zia Sally.

Da artista poliedrico, ha inoltre proposto imitazioni, barzellette, canzoni satiriche e nuovi personaggi come il Rapper Femo Blas, per gli amici Blas Femo, e monologhi sull’attualità.

Un’infinità di proposte messe in scena con lo spettacolo “One man Show” che riassume cinquanta anni di carriera di Montesano.

Il Festival del folk in nome della pace

Nel periodo di Ferragosto sono numerosi gli eventi organizzati ovunque. Se trascorrete le vostre vacanze in Sicilia, non potete perdere il Festival delle tradizioni popolari a Petralia Sottana, in provincia di Palermo, che esprime il folklore del Mediterraneo. Soprattutto canti e danze, ma come spiegano gli organizzatori <soprattutto per la possibilità di arricchirsi l’un l’altro con tradizioni e culture diverse, in nome della fratellanza e della pace>. Il programma si svolge dal 14 al 18 agosto 2019.

In questa occasione il borgo, di una bellezza straordinaria, si trasforma in palcoscenico per esibizioni teatrali, musicali e di danze popolari offerti da gruppi folkloristici provenienti da ogni parte del mondo. E il pubblico è coinvolto in modo attivo, dal momento che può partecipare a workshop organizzati, laboratori, degustazioni culinarie e danze in piazza.

L’evento è organizzato dall’associazione Ballo Pantomima della Cordella, che ogni anno coinvolge numerosi artisti locali e internazionali. La festa è patrocinata dal Comune di Petralia Sottana in collaborazione con l’Opificio culturale Pa.Ge.Mus e le associazioni Teatro della Rabba e Fuori di testa.

Tutto si svolge nel centro della città e nei principali vicoli, location ideali per spettacoli di danza, workshop di musica, canti polivocali, laboratori di tammorra e ballo su tamburo, oltre alla grande festa di Ferragosto e al concertone della sera del 14 agosto. I luoghi protagonisti delle diverse iniziative folkloristiche sono Piazza Umberto, la Pineta comunale, corso Paolo Agliata, piazza Finocchiaro Aprile, piazza Misericordia e piazza Gramsci.

Uno degli appuntamenti più tradizionali è rappresentato dal Ballo della Cordella, che dal 1936 vede protagoniste dodici coppie di ballerini, simbolo dei mesi dell’anno. Si svolge nella prima domenica dopo Ferragosto, per rievocare l’antico corteo nuziale e ringraziare con la danza tipica il raccolto del grano (un tempo era in onore della dea Cerere) nonché come rito propiziatorio per quello nuovo.

Tutti danzano intrecciando le cordelle per formare le figure che rappresentano le quattro stagioni (semina, germinazione, raccolto e pane), il tutto accompagnato da canti e balli della tradizione, incisi in un cd messo in vendita per i visitatori.

In chat con un truffatore “romantico”

Quando Justin Mitonga mi chiede l’amicizia su Facebook, riconosco subito quella foto, rubata ad un attore dell’Azerbaijan per truffare numerose donne con false promesse di matrimonio e ingannevoli storie di amore. Sono le cosiddette truffe “romantiche”, che di romantico non hanno nulla. Un’immagine, tra le più utilizzate dall’organizzazione criminale che si cela dietro questi raggiri, resa pubblica dalla trasmissione “Chi l’ha visto?” insieme a decine di altre foto rubate a personaggi in vista per estorcere denaro a donne sole e psicologicamente fragili. Una foto, quella che nel mio caso risponde al nome di Justin Mitonga, scelta anche per far innamorare Caterina. Lei, una semplice pensionata, per trovare i diecimila euro che chiedeva Matteo, il suo innamorato in rete, è arrivata a indebitarsi. Una volta ottenuto i soldi, ovviamente Matteo è sparito e Caterina, resasi conto di essere stata vittima di una truffa, si è lasciata morire. Per la vergogna e per la delusione.

Il mio primo istinto è quello di eliminare la richiesta. Poi prevale la curiosità del mestiere. E la voglia di capire come agiscono questi criminali del web, collegati alla mafia nigeriana, in grado di far cadere in trappola un’infinità di donne (ma tra le vittime ci sono anche molti uomini) pronte a sborsare migliaia di euro pur di accontentare un sedicente promesso sposo.

Accetto l’amicizia di Justin Mitonga e controllo subito il suo profilo Facebook. Non c’è traccia di altre amicizie o di post. Il motivo lo spiega lui alla prima chat che non tarda ad arrivare: è da poco su Facebook, si è iscritto per conoscere gente dopo la separazione dalla moglie ed è rimasto colpito da me. Si presenta come un ingegnere edile, francese, in cerca di nuove amicizie. Naturalmente vuole sapere tutto di me. Mi spaccio per romana, titolare di un negozio di abbigliamento, anch’io separata.

Tutto come da copione. Justin è gentile, premuroso, si fa vivo un paio di volte al giorno interessandosi della mia giornata di lavoro, chiede continuamente come sto, si dice contento di avere questa nuova amicizia.

Al quarto giorno di “amicizia” invia la “sua” foto con i “suoi” tre figli. Anch’essa rubata all’attore. Dice di essere innamorato dei suoi ragazzi, accreditandosi così anche come papà affettuoso. Quando gli faccio i complimenti per la bellezza dei figli, rinomina il mio profilo con il nome “Il mio amore”. Poi sparisce per un paio di giorni. Quando riappare, mi spiega che ha avuto problemi con la connessione Internet, di non averla potuta rinnovare per un momentaneo problema economico. Aggiungendo che, pur di sentire il suo amore (che sarei io), sta usando la connessione di un vicino di casa.

Dopo una settimana, comincia ad inviare cuoricini e a pronunciare frasi d’amore. Faccio la difficile, chiedo perché si espone così tanto dal momento che non ci conosciamo. Mi telefona con messenger, non rispondo, gli scrivo di essere molto impegnata. Lui è comprensivo, si scusa e mi chiede di metterci in contatto con Hangout per conoscerci meglio. Prendo tempo, gli dico che possiamo farlo anche su messenger. Risponde che in questo modo viene disturbato da troppe notifiche, mentre il suo desiderio è quello di parlare con me nella massima tranquillità.

I contatti vanno avanti per una quindicina di giorni durante i quali Justin insiste per conoscere il mio indirizzo di posta elettronica così da accedere alla chat Hangout. Io temporeggio. Per convincermi, intensifica le sue dichiarazioni d’amore, mi riempie di attenzioni, si dice innamorato pazzo. Continuo a stare al gioco.

A questo punto, però, l’account di Justin Mitonga viene disattivato. Non so cosa sia accaduto. Forse ha avuto problemi con altri contatti, potrebbero averlo scoperto, oppure ha visto bene il mio profilo – mi sono accorta che da qualche giorno segue le mie storie – scoprendo che lavoro faccio veramente. Un mestiere rischioso, per gente come lui.

Al termine di questa esperienza, trovo incredibile che, nonostante questa foto rubata e molte altre siano ormai di dominio pubblico, si continui ad utilizzarle per ingannare donne indifese di tutto il mondo. Nella giungla che è diventato il web, queste truffe – le indagini hanno appurato che partono soprattutto dalla Costa d’Avorio – sono sicuramente tra le più odiose perché vanno a colpire i sentimenti di persone vulnerabili, facilmente raggirabili con precise tattiche psicologiche, evidentemente ben studiate.

Ma il mio pensiero va soprattutto a Caterina, morta perché ha visto naufragare il suo sogno d’amore, e a tutte le altre donne prese in giro nella maniera più ignobile.

Max Giusti, un comico cattivissimo

L’estate è il periodo giusto per trascorrere qualche ora in relax divertendosi, come accade con lo spettacolo “Cattivissimo Max” in programma giovedì 8 agosto all’Anfiteatro di Albano Laziale, ore 21.30. Protagonista il comico Max Giusti.

<Si tratta – spiega Max Giusti – di un viaggio comico di circa due ore, un susseguirsi di monologhi e aneddoti vissuti che rimbalzano in un continuo ping pong fra ieri e oggi. L’alternarsi fra ciò che è stato e la vita frenetica e smart dei giorni nostri, paleserà quanto è cambiato il concetto di quotidianità basato sul lavoro, il tempo libero e i rapporti interpersonali. Ad esempio, il bombardamento sistematico di offerte on line ha influenzato fortemente le nostre scelte su dove e quando andare in vacanza, come tenersi in forma, cosa acquistare. Oppure i numerosi programmi televisivi di cucina che hanno rivoluzionato la quotidianità cambiando completamente il concetto di “casareccio”; e ancora, i social o le nuove mode che hanno cambiato i metodi di relazionarsi all’altro sesso, soprattutto per chi, avendo circa 50 anni, era abituato a tutt’altro>.

Gli spettatori verranno spesso coinvolti nello spettacolo e Max Giusti, accompagnato dalla storica SuperMaxBand, sarà sempre pronto ad interagire con il pubblico. Risate garantite anche con le interpretazioni viste a “Tale e Quale”: Boy George, Al Bano, Renato Zero, Vasco Rossi, Franco Califano e Pierangelo Bertoli.

Un nonno speciale di nome Gino Bartali

Un campione indimenticato che ha fatto sognare gli appassionati di ciclismo tra gli anni Trenta e Cinquanta, vincendo tre Giri di Italia e due Tour de France e aggiudicandosi più volte corse importantissime come la Milano – Sanremo e il Giro di Lombardia. Gino Bartali, soprannominato Ginettaccio, scomparso nel 2000 a Firenze, in questi giorni avrebbe compiuto 105 anni (è nato a Ponte a Ema, in Toscana, il 18 luglio 1914). Una ricorrenza non passata inosservata, a conferma di quanto sia ancora vivo il ricordo di uno sportivo che correva con forza e sacrificio in un periodo storico affatto facile. Grande avversario di un altro campione, Fausto Coppi, dal 2013 Bartali è stato dichiarato “Giusto tra le nazioni” dallo Yad Vashem, il memoriale ufficiale israeliano delle vittime dell’olocausto, per la sua attività a favore degli ebrei durante la seconda guerra mondiale.

Parlo di lui con la nipote Gioia Bartali, che tiene alta la memoria del famoso nonno non solo correndo in bicicletta come lui indossando la sua maglia del Tour de France del 1952, ma soprattutto ricordandolo in occasione degli eventi che si promuovono in onore del ciclista. Per un gioco del destino, Gioia Bartali vive a Montegranaro, paese di Michele Gismondi, gregario di Coppi.  (Nella foto in alto Gioia Bartali con nonno Gino e nonna Adriana)

Che ricordi ha di Gino Bartali come nonno?

Sono gli unici che ho perché non ho avuto il privilegio di conoscerlo quando correva e di viverlo come memoria perché era una persona molto riservata. Quando è scomparso io avevo 30 anni ed ho degli spaccati di vissuto molto belli, delle serene situazioni familiari quando c’era perché lui era sempre molto impegnato e non era sempre presente in casa. Era spesso in giro, negli allenamenti e nelle corse quando era professionista e poi nella seconda fase della sua vita ha continuato a viaggiare. Era sempre sponsor di qualcosa, lo invitavano agli eventi e sono stati davvero tanti perché ogni tanto mi arrivano testimonianze in tal senso.

Quest’anno agli esami di maturità una traccia, per la prova scritta di italiano, riguardava proprio Gino Bartali. Un’occasione per farlo conoscere anche ai più giovani.

Negli ultimi anni sono usciti molti testi che lo riguardano e questo ha favorito l’approccio scolastico. Quest’anno è stato il massimo e quello che si è voluto trattare non è stato tanto l’aspetto di Gino Bartali, ma piuttosto si è voluto proporre una riflessione ai ragazzi di come un personaggio sportivo possa collegarsi a più contesti sociali, alla luce di quella che è stata la sua storia nel periodo della guerra.

Si riferisce all’impegno sociale a favore degli ebrei. Un altro aspetto importante della vita di Bartali, che ha sempre tenuto nascosto.

E’ stata una scoperta per tutti. Mio padre (Andrea, figlio maggiore del ciclista, ndr) conosceva la storia perché lui gliela aveva raccontata durante un viaggio, ma con la raccomandazione di non dirlo a nessuno, perché lui era molto riservato e, soprattutto, era un uomo umile. Non ha voluto alcun riconoscimento o premi legati a questo perché voleva essere ricordato solo come un grande campione sportivo. A me un giorno disse che di lui si sarebbe parlato più da morto che da vivo, in quel momento non ho messo a fuoco, poi ho capito. Lui ha vissuto una vita davvero esemplare e lo ha fatto per scelta perché era molto cattolico, devoto alla Madonna e all’Ordine del Carmelo. Con questo Ordine aveva preso i voti a 21 anni e ha chiesto di essere seppellito solo con il mantello dell’Ordine carmelitano. In questo percorso di fede che ha fatto, legato soprattutto alla prematura scomparsa del fratello che morì in corsa (Giulio Bartali, morto nel 1936 a soli 20 anni, ndr) credo che lui abbia fatto proprio una promessa di vita. Infatti disse una frase molto bella, affermando che aveva voluto fare le cose per bene per la promessa fatta e che la Madonna lo aveva aiutato a non farlo sbagliare. Ed è bello ricordare anche che molti dei trofei che lui ha vinto sono stati portati nelle chiese, sia come gesto di ringraziamento perché ha ritrovato la forza di risalire in bicicletta dopo la morte del fratello grazie alla fede, sia per raggiungere in qualche modo proprio suo fratello. E nel Museo della Memoria che si trova nel Vescovado di Assisi, l’anno scorso in occasione della partenza del Giro di Italia, io e mia sorella Stella abbiamo voluto portare la cappellina che il nonno aveva in casa dedicata alla sua Santa prediletta, Santa Teresina del Bambin Gesù. Questa cappellina, consacrata dal cardinale Elia Dalla Costa, è nata nel 1937 dopo la scomparsa del fratello Giulio, è dedicata a lui e c’è un’incisione sul lumino di mio nonno.

Di questo impegno sociale e di altri aspetti ha parlato molto suo padre nel bellissimo libro “Gino Bartali, il mio papà”.

Ha scritto questo libro come un regalo per il suo papà, che ha sempre accompagnato e sostenuto anche se non ha seguito le sue orme perché mio nonno non incoraggiava figli e nipoti a salire in bicicletta per il motivo che per lui è stato davvero dura. Correre ai suoi tempi non era facile, lui ha subìto un po’ di tutto, anche un’aggressione al Tour de France. Quando nonno è scomparso, in un certo senso papà lo ha sostituito, nell’ambiente era una persona benvoluta da tutti e sempre disponibile.

C’è poi la famosa rivalità con Coppi. Voi Bartali siete in contatto con i familiari di Coppi?

Come no. Quest’anno ho conosciuto sia Marina che Faustino e con Faustino siamo stati anche ospiti di una trasmissione in Rai con Caterina Balivo.

Gino Bartali e Fausto Coppi

Ma questa rivalità era vera o è una leggenda?

Dal punto di vista sportivo sicuramente c’era sicuramente, correvano per due squadre diverse e ovviamente la rivalità esisteva, testimoniata da molti episodi. Quello che noi sappiamo è quello che ha raccontato la stampa, che mio nonno non amava molto. Si arrabbiava se venivano scritte non vere, una volta inventarono persino che fosse morto in un incidente e scrisse subito un telegramma a mia nonna per tranquillizzarla. La stampa ha giocato molto su questa rivalità perché Bartali e Coppi facevano notizia e questo non ha fatto che incitare i loro tifosi.           

C’è una figura molto importante nella vita di Gino Bartali, quella della moglie Adriana, scomparsa nel 2014.

Con lei aveva un legame strettissimo e io parlo sempre anche di mia nonna perchè lui non sarebbe stato quello che è stato senza di lei. Nonna Adriana è stata una donna molto umile, sempre dietro mio nonno. Lui in casa era molto carino con lei, la chiamava Adrianina e si metteva a sua disposizione per tutto, anche per fare la spesa. Il loro è stato un amore meraviglioso. Una volta mia nonna mi disse che quando andava a dormire sentiva il nonno respirare.

Un aiuto per le mamme in difficoltà

Non sempre le donne possono affrontare la maternità con la gioia e la serenità che il momento richiederebbe. Sono molti i casi bisognosi di sostegno e assistenza, a causa di situazioni che la donna è costretta ad affrontare. Come difficoltà economiche, rapporti tesi con i partner, fragilità psicologiche o qualsiasi altro ostacolo che rende complicato il periodo della gravidanza, ma anche la scelta stessa di far nascere un figlio. Una realtà di cui si occupa quotidianamente il Centro Aiuto per la Vita che si trova all’interno dell’ospedale dei bambini “Buzzi” di Milano (foto a sinistra), guidato dalla dottoressa Paola Persico, psicologa (foto a destra). La incontro per conoscere più da vicino un servizio che in Lombardia viene definito di eccellenza.

Dottoressa Persico, quando e come è nato questo Centro?
E’ nato nel 2012. Per oltre dieci anni ho fatto esperienza, come psicologa e psicoterapeuta, al “Mangiagalli” di Milano assistendo persone con gravi difficoltà e maternità difficili. Ho desiderato, dopo questo periodo, insieme ad altri professionisti che mi hanno dato una mano, di istituire questo centro nell’ospedale “Buzzi”, che è il secondo a Milano. Al Centro siamo in cinque tra psicologhe, psicoterapeute ed educatrici e poi ci sono tantissimi volontari che ci aiutano. Operiamo in collaborazione con enti, istituzioni e servizi sociali.

Di cosa si occupa il Centro?
Ci occupiamo di donne con maternità difficili. Sono quelle che quando scoprono di aspettare un bambino non sanno se tenerlo, le aiutiamo ma naturalmente la scelta è sempre libera; quelle che hanno difficoltà economiche e per loro ci sono i contributi; sono le donne che vanno sostenute perché hanno diagnosi gravi di natura genetiche, mamme che hanno l’Aids e donne che sono vittime di violenza.

Spesso i Centri per la Vita vengono visti come un ostacolo all’attuazione della legge 194 che regola l’interruzione volontaria della gravidanza. E’ così?
Non siamo assolutamente contro la legge, che deve esserci per non far rischiare la vita alle donne con gli aborti clandestini. Ed infatti collaboriamo all’interno dell’ospedale con il reparto della 194 da dove ci segnalano i casi più difficili affinché le donne in crisi, che hanno difficoltà a scegliere o non vogliono abortire, vengano sostenute. E questo è proprio l’obiettivo della legge.    

Di quanti casi vi siete occupati finora?
Siamo arrivati a mille bambini, ma non dirò mai che sono stati “salvati” perché sono le mamme che hanno deciso di tenerli, quindi diciamo che abbiamo sostenuto mille donne che hanno voluto il proprio bambino nonostante le difficoltà. Poi, grazie alla collaborazione di cui abbiamo parlato con il reparto della 194, abbiamo fatto nascere altri 200 bambini. Inoltre all’interno dell’ospedale c’è uno sportello contro la violenza. Noi segnaliamo le donne che hanno bisogno e lo sportello attiva tutte le procedure. E purtroppo i casi sono tanti, con compagni che picchiano le donne perché non sono d’accordo di tenere il bambino dall’inizio o nel corso della gravidanza.

A quale tipo di mamma il Centro dà una mano? E cosa fa in concreto?
In percentuale, il 40% di loro sono mamme italiane, mentre una volta venivano soprattutto le straniere. Sono donne che vivono in povertà. A loro diamo pannolini, corredini, borsa della spesa, passeggini e quanto può essere utile. Poi ogni tanto diamo anche dei contribuiti. Sono fondi del progetto Gemma, 170 euro al mese fino a quando il bambino non compie 9 mese a partire dall’inizio della gravidanza, e i fondi della Regione Lombardia che da sempre è attiva per questo tipo di aiuti. Da due anni ha istituito il bonus famiglia, sono 1500 euro quando nasce il bambino e aiuta le mamme almeno a sfamare il bambino. Perché purtroppo ho visto casi di enorme povertà, come quello di un bambino che veniva nutrito solo con acqua e camomilla perché la mamma non poteva comperare il latte o la donna che faceva il bagnetto al figlio aprendo il portone dell’androne per avere un po’ di luce, non avendola in casa. Non posso dimenticare neanche i gemellini giapponesi tenuti in una scatola perché i genitori non avevano nulla, abbiamo dato loro subito una carrozzina. Ci sono anche le donne giovani che devono lasciare le famiglie non d’accordo con la scelta di mandare avanti la gravidanza, per loro abbiamo apposite case-famiglia.

Questi casi di estrema povertà sono in crescita?
Purtroppo sì. Prima erano un centinaio di casi l’anno, adesso siamo già a 200. I casi sono quasi raddoppiati.

Avete qualche nuovo progetto in cantiere?
In vista abbiamo progetto per sensibilizzare le donne sulla contraccezione, perché ci sono donne, anche elevate culturalmente, che non hanno le giuste informazioni. Molte non sanno che possono rimanere incinte mentre allattano e quindi arrivano disperate con una seconda gravidanza, altre non curano questo aspetto perché impegnate a lavorare tutto il giorno. Speriamo di portare a buon fine questo importante progetto.

Nuovo disco per i Brigallè, continua l’impegno sociale

Quando la musica incontra l’impegno sociale. Di esempi ce ne sono molti, a conferma del linguaggio universale di un’arte che può anche trasmettere messaggi potenti. Un messaggio come quello lanciato dai Brigallè.

Il gruppo è nato nel 2013 in Ciociaria, esattamente a Morolo, in provincia di Frosinone, con l’obiettivo di rivalutare i canti popolari e proporre brani in dialetto. In poco tempo si è fatto conoscere anche fuori dai confini locali grazie all’energia che trasmette in ogni sua esibizione, coinvolgendo il pubblico con musica e danza.

Di recente, Andrea De Castro (fisarmonica), Giulia Mengozzi (tamburo a Cornice e voce), Tommaso Bauco (canto), Diego Pistolesi (organetto) Luciano Moriconi (chitarre e basso) e Stefano Bauco (fiati) hanno inciso “La ballata del Sacco” (nel VIDEO sopra), una canzone che non è solo tale, ma rappresenta una mirata denuncia sociale.

Il gruppo Brigallè

Con questo brano, infatti, i Brigallè testimoniano la grave situazione ambientale di cui soffre la loro terra, evidenziando con il giusto pathos la sofferenza della gente che nella Valle del fiume Sacco ci vive. Il loro lavoro ha riscosso un grande successo, premiando una scelta che fa onore ai musicisti di Morolo. Un percorso che continua con il nuovo disco dei Brigallè. Sarà presentato venerdì 19 luglio proprio a Morolo, dalle 21.30 in poi alla Passeggiata di S. Antonio. Ma cosa propone questa nuova avventura musicale?

Rispondono i Brigallè: <Il disco si chiama “Sogni nel Sacco”. La nostra associazione Gente Allegra, che promuove e sostiene la divulgazione della musica popolare, è lieta di presentare questa nuova sfida: produrre un disco di brani inediti scritti e musicati dai componenti del Gruppo Brigallè. Dopo il fortunato successo ottenuto con il primo disco “Sangue Divino”, che ci ha regalato grandi soddisfazioni – prima tra tutte il palco dell’Umbria Folk Festival 2017 – abbiamo voluto riprovarci ancora. Il nuovo viaggio musicale che abbiamo intrapreso ha visto protagonista la nostra terra, la Ciociaria. Il titolo scelto “Sogni nel sacco” non è casuale, ma è la frase più giusta per raccogliere brani dedicati ad una utopica speranza.

Oltre al tema dell’inquinamento – continuano i Brigallè – abbiamo parlato delle schiavitù sociali, di amore, di brigantaggio, rispolverando un passato che amiamo ricordare, vedi “I Saturnali” di Ernesto Biondi, speranzosi che oggi come allora non sia sempre il “potente” a decidere le sorti del più debole. La magia di questo nuovo lavoro ci onora dalla presenza del Maestro Gianni Perilli, collaboratore stretto di Ennio Morricone, Pino Daniele, Eugenio Bennato, MBL, autore di numerose opere quali la famosissima colonna sonora del programma Rai “Linea Blu”. Abbiamo lavorato con passione e dedizione alla realizzazione di questo sogno che finalmente…”su fa vero”.

Fiuggi ricorda Ennio Fantastichini

Fiuggi ricorda l’attore Enrico Fantastichini (foto a sinistra), amato figlio acquisito, scomparso lo scorso dicembre a 63 anni. Lo farà nell’ambito del Premio Fiuggi per lo spettacolo in programma sabato 13 luglio, a partire dalle 21.30, nel giardino dell’Excelsior. Fantastichini ha vissuto per molti anni a Fiuggi, dove il padre era in servizio come maresciallo dei carabinieri, e il legame con la città termale è stato sempre presente.

Nell’occasione, verranno ricordati anche Franco Zeffirelli, Ugo Gregoretti e Valentina Cortese, morti di recente. Saranno presenti Mariano Rigillo, Elena Cotta, Lisa Ferlazzo Natoli, Stefano Reali e i ragazzi del Cinema Americana.

Si tratta di una produzione Fondazione Levi Pelloni, MediaEventi e ArtandPassion, in collaborazione con FederAlberghi Fiuggi.

L’evento è inserito nella rassegna FiuggiPlateaEuropa, la più longeva manifestazione della città termale, che quest’anno festeggia trenta anni, ideata e diretta dal giornalista e scrittore Pino Pelloni (foto a destra) che così presenta l’edizione 2019: <FiuggiPlateaEuropa offre performances di attualità e di ampio respiro culturale, con la partecipazione di scrittori, politici, personaggi pubblici, che hanno contribuito ad arricchire con la loro presenza le stagioni fiuggine, offrendo una importante visibilità mediatica anche internazionale a Fiuggi e alle sue terme. Da Giulio Andreotti nelle vesti di Bonifacio VIII al D’Annunzio pornodivo, dalla giovanissima presidente della Camera Irene Pivetti a Fausto Bertinotti, da Gervaso, Salvalaggio, Augias, Camilleri, Melograni, Curzi, Zichichi, Crepet, Quilici, Pazzaglia e Tony Renis alle giovani scrittrici erotiche. Una ribalta di grande prestigio, che quest’anno, insieme al rinato Premio Fiuggi per lo Spettacolo che sabato 13 luglio convoglia a Fiuggi i più bei nomi della scena italiana, presenta incontri con scrittori nella rassegna Libri al Borgo (6 luglio: Felice Vinci, 20 luglio: Chiara Ricci, 26 luglio: Ludina Barzini, 31 luglio: Massimo De Martino) e una serie di appuntamenti denominati “Anniversari” con illustri personaggi a ricordare Giulio Andreotti, Gabriele D’Annunzio, Primo Levi, Oriana Fallaci, Peppino Ciarrapico, la caduta del Muro di Berlino.Tra gli altri appuntamenti, presso la Sala consiliare, anche la Giornata Europea della Cultura Ebraica il 12 settembre e la decima edizione del FiuggiStoria-Lazio Meridionale il 28 settembre>. 

A Procida la grande festa del pesce azzurro

Tra le isole più belle del Golfo di Napoli c’è sicuramente Procida, dove risaltano i colori dei fiori e delle facciate delle abitazioni. Una delle caratteristica del luogo è l’ottima cucina, se si ama il pesce fresco, che arricchisce non poco la vacanza. Molto famosa, sull’isola ed esattamente nel borgo della Corricella, è la Festa delle alici, quest’anno in programma sabato 13 luglio a partire dalle 21.

La manifestazione è giunta alla sua ottava edizione ed è organizzata dall’Associazione Marinara della Corricella.

Per l’occasione il borgo sarà illuminato e i pescatori, che lavorano da generazioni solcando il mare, metteranno a disposizione il frutto del proprio lavoro e faranno gustare piatti da leccarsi i baffi, realizzati con il pesce azzurro appena pescato. In sottofondo un intrattenimento musicale particolarmente curato.

Un appuntamento che ogni anno attira numerosi turisti curiosi di riscoprire le tradizioni autentiche di un borgo incantevole.

I cavalli di battaglia di Gigi Proietti

E’ uno degli attori italiani più amati dal pubblico e maggiormente versatile. Alla soglia degli 80 anni, che compirà nel 2020, Gigi Proietti non si risparmia e torna in scena con “Cavalli di battaglia”, visto anche in Rai, in programma il 18 luglio 2019 a Roma, nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica.

Al pubblico offrirà una carrellata del suo vasto repertorio formato da tanti generi: popolare, drammaturgico, canoro, mimico, poetico, parodistico, comico , umano, multiculturale. Una contaminazione di generi che caratterizzano i suoi spettacoli e che sono gli ingredienti del suo grande successo.

Proietti sarà accompagnato da un’orchestra di 25 elementi diretti dal Maestro Mario Vicari, da un corpo di ballo  e da attori del Laboratorio di teatro che dirige per trovare nuovi talenti e che da diversi anni  partecipano ai suoi spettacoli. Ci saranno anche le figlie dell’attore, Susanna e Carlotta, che canteranno e si esibiranno in scene comiche.

Capolavori italiani: le infiorate di Spello

Quando l’incontro tra arte, fede e tradizione crea capolavori. E’ il caso delle infiorate del Corpus Domini: lunghi tappeti floreali che addobbano le strade in occasione della solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, tra le principali dell’anno liturgico della Chiesa cattolica. Il Corpus Domini rievoca la liturgia della Messa del Giovedì Santo, solennità istituita ad Orvieto da Papa Urbano IV nel 1264.   

Quello dell’infiorata è un rito antico che ogni anno coinvolge intere comunità nella condivisione della scelta e della lavorazione dei fiori, ridotti a petali, utilizzati per realizzare i quadri. Per parlare di questa particolare arte, Carisma.blog ha scelto la città di Spello, splendido borgo umbro, dove le infiorate diventano scenografia per eventi ed iniziative che ogni anno attirano numerosi turisti.

Tutto si svolge il 22 e il 23 giugno e, per la prima volta, la città di Spello parteciperà al concorso delle “Communities in Bloom. In virtù del legame con i fiori e della tradizione radicata delle infiorate, la città è stata selezionata, infatti, tra la rete associativa dei Comuni Fioriti per partecipare a questa prestigiosa competizione internazionale quale esempio italiano che si contraddistingue per qualità ambientale e particolare attenzione al decoro urbano. L’evento con cui la città di Spello ha scelto di partecipare, in rappresentanza dell’Italia è la tradizionale festa della “capatura” dei fiori denominata “M’ama non m’ama” che si è svolta venerdì 14 giugno in piazza della Repubblica.

Il sindaco Moreno Landrini

<Si tratta di un riconoscimento che va a tutti i cittadini>, dice il sindaco Moreno Landrini,  che aggiunge : <Abbiamo potuto partecipare a questo concorso grazie alle Infiorate, che sono la manifestazione principale della nostra comunità, ma anche grazie al concorso dei vicoli e balconi fioriti promosso dalla Pro Loco. Per questo ringrazio gli infioratori e tutti gli spellani che ogni giorno si impegnano per rendere Spello, città d’arte e dei fiori, bella agli occhi del mondo>.

Spello è in gara con una piccola città canadese e una slovena.  Spiega Fabrizio De Santis, presidente della Pro Loco: < Il clou c’è stato venerdì sera con il M’ama non m’ama. Per quell’occasione sulla facciata del palazzo comunale sono state proiettate immagini delle Infiorate. Un’occasione unica per promuovere la città e le sue bellezze>.

Un evento che vede protagonisti anche i giovani. Sono circa 500, compresi i baby-infioratori dell’Accademia dei boccioli (Scuola dell’infanzia) e gli Studenti in fiore (Scuola secondaria di primo grado) dell’Istituto Omnicomprensivo G. Ferraris di Spello, che venerdì 14 giugno hanno ricevuto la simbolica investitura a infioratori nel corso della quale riceveranno la Maglia d’Autore 2019 realizzata da Fabio Taticchi sul tema “Mettici il cuore”. <Puntiamo molto sulla collaborazione con i ragazzi – spiega Mirko Di Cola, il nuovo presidente dell’associazione Infiorate di Spello – e siamo in grande sinergia con le scuole.  Abbiamo lavorato molto per realizzare l’evento di quest’anno in perfetta sicurezza e siamo pronti a garantire un fine settimana davvero unico, in attesa del prossimo grande appuntamento rappresentato dal nuovo Museo delle Infiorate che diventerà un Museo interattivo per permettere ai visitatori di vivere la magia della notte del Corpus Domini e delle Infiorate durante tutto l’arco dell’anno>.

Tra le novità dell’edizione 2019 c’è anche la Notte Romantica, iniziativa dei Borghi più Belli d’Italia per celebrare il solstizio d’estate insieme agli innamorati. Sabato 22 giugno la Notte dei fiori si arricchisce di percorsi ed itinerari di sapore romantico pensati per le coppie di ogni età. <Il programma inizierà – dichiara l’assessore Irene Falcinelli – con una passeggiata al tramonto tra fiori ed erbe che partirà da Collepino per proseguire con un romantico aperitivo in musica e la preparazione della tradizionale Acqua di San Giovanni.  La serata si concluderà in piazza della Repubblica con un concerto e selfie romantici a mezzanotte>.

Sono solo alcune delle iniziative che ruotano intorno alle rinomate infiorate di Spello, tra gli eventi più suggestivi di una regione da sempre impegnata nella promozione delle sue bellezze.

Perugia torna al passato con il Palio Arnense

Dal 19 al 23 giugno torna il Palio Arnense, appuntamento annuo con la tradizione che si svolge nel Castello medievale di Ripa a Perugia. Si tratta della rievocazione storica dell’antica festa di S.Antonio Abate, risalente al Cinquecento.

Nell’occasione il borgo di Ripa si divide in due parrocchie (della Pieve e di Sant’Emiliano) come era una volta e fa rivivere l’atmosfera dell’epoca, fine Rinascimento. Nelle tre serate della manifestazione, il castello e le vie si riempiono di personaggi storici, popolani e nobili, che sfilano insieme con l’arrivo previsto a Campo della Lizza dove va in scena il Palio, con le contrade che si sfidano a morra e al lancio del formaggio, i giochi di una volta.

Non manca, ovviamente, lo spazio per la buona cucina, con al centro i sapori tradizionali che si possono gustare in locali trasformati in antiche taverne.

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La voce degli artisti sardi contro la Sla

Tredici artisti sardi, attori comici e musicisti, hanno unito le forze dando vita alla canzone “Per chi non lo Sla” con il nobile obiettivo di appoggiare la lotta contro quella che oggi è una delle malattie neurodegenerative più devastanti. Un progetto di solidarietà targato Sardegna il cui ricavato è andato all’associazione “Io sto con Paolo”, nata per sostenere il più giovane malato di Sla d’Italia, Paolo Palumbo di Oristano: a 18 anni, la grave patologia ha fermato il suo sogno di diventare un grande chef.     

Al progetto hanno aderito Marco “Baz” Bazzoni e Pino & gli anticorpi, star del programma televisivo Colorado, Benito Urgu (attualmente in corsa per il Nastro d’argento come migliore attore nel film “L’uomo che comprò la luna”), i Tenorenis visti a “Striscia la notizia”, Giuseppe Masia, i Battor Moritteddos, Alvin Solinas, Francesco Porcu, Marco Piccu, gli Amakiaus di Ignazio Deligia, Daniele Contu, Nicola Cancedda e Soleandro, che hanno scritto il testo della canzone. Il loro video ha ottenuto oltre 5 milioni di visualizzazioni su Youtube. E’ particolarmente toccante la presenza dei malati nel video.

Ne parlo con uno di loro, Ignazio Deligia, leader del gruppo demenziale Amakiaus (in sardo vuol dire “Impazziti”), molto conosciuto in Sardegna, che ha vinto anche il Festival della canzone dialettale a Sanremo. Un gruppo longevo: 36 anni dedicati alla musica fino al 2018, con all’attivo 12 album.

Ignazio, come è nata l’iniziativa di incidere un disco per la lotta contro la Sla?

Già da qualche tempo con il mio gruppo, un gruppo storico qui in Sardegna, devolvevamo i proventi dei nostri dischi all’Aicla, un’associazione che si occupa di queste patologie. Dopo lo scioglimento del gruppo mi sono dedicato al cabaret e dall’incontro con altri comici sardi è nato il disco “Per chi non lo Sla”.

Mi dici qualcosa dell’associazione “Io sto con Paolo” che avete scelto di sostenere?

E’ un’associazione nata per sostenere Paolo, il più giovane malato di Sla, un ex cuoco che ha inventato anche il modo di far sentire i gusti ai malati di Sla che, come sai, non deglutiscono.

Dopo il video sono in programma altre iniziative legate a questo progetto?

Un paio di settimane fa il video è stato proiettato al Palazzo dei Congressi del Quirinale, il regista Rai Antonio Centomani lo ha voluto fortemente. E il prossimo 7 ottobre alcuni di noi saranno di nuovo al Quirinale. Io, Francesco Porcu, Soleandro e Davide Urgu dei Tenorenis parteciperemo ad una giornata dedicata a questa malattia, un’iniziativa promossa dalla Revert, associazione che si occupa della ricerca sulle cellule staminali cerebrali, una speranza per chi è colpito dalla Sla e dalle altre malattie neurovegetative.

Che risonanza ha avuto il disco?

E’ andato benissimo, il brano è molto pop e piace, siamo ovviamente soddisfatti dei 5 milioni di visualizzazioni del video.

Il video inizia con la voce di Benito Urgu, un nome importantissimo per la Sardegna.

Benito Urgu è un comico che ha fatto diverse cose in Rai con Nino Frassica, da noi è una vera e propria leggenda. E’ un omino di 80 anni che, se fosse nato a Napoli, sarebbe stato il comico più importante di tutti i tempi perché lui, oltre a far ridere, è bravissimo come autore di canzoni ed imitatore. Un artista a tutto tondo.

Oltre a questa bellissima iniziativa solidale, con gli altri comici sardi avete condiviso ulteriori esperienze?

Certo, siamo sempre in contatto. Con Francesco Porcu, ad esempio, abbiamo fatto un film insieme che è nelle sale da febbraio con un discreto successo, si chiama “A Si Biri”, che significa arrivederci, di Francesco Trudu.

Ed Ignazio Deligia di cosa si sta occupando in questo momento?

Attualmente mi sto preparando per fare “La sai l’ultima?” su Mediaset.

In bocca al lupo ad Ignazio e grazie alla Sardegna, terra meravigliosa con il cuore grande!