Coronavirus, quella silenziosa strage di anziani

Le mani nodose, le rughe che solcano il viso, gli occhi stanchi, i movimenti impacciati. Sono i nostri anziani. Stroncati dentro le case di riposo, vittime di una straziante ecatombe.

Qui il Covid-19 ha picchiato duro e in silenzio, attaccando corpi già compromessi da malattie e usure dell’età.

Falcidiati a centinaia nei luoghi dove si aspettavano cure e attenzioni, trasformati all’improvviso in moderni lager per condannati a morte.

Erano i nostri anziani. Nonne e nonni, madri e padri con alle spalle storie diverse, eppure tutti così uguali.

Sembra di immaginarli. Con le mani tremanti e le gambe trascinate, i capelli radi e argentati, le camicie a quadretti e i maglioncini a colori pastello, i plaid abbandonati sui letti, lo sguardo smarrito e l’attesa costante di una visita.

Tanti, troppi di loro, finiti nella colonna di ambulanze che nella notte li preleva dalla casa di riposo e li porta in ospedale con ritardi fatali per la maggior parte di loro.

Soli, fragili, spaventati, ormai definitivamente lontani da figli, nipoti, fratelli e da ogni parvenza di vita. Una vita pur sempre da vivere, per quanto breve.

Morti che resteranno per sempre sulle coscienze. Perché stavolta il killer non è soltanto quel Coronavirus che da mesi controlla e stravolge le nostre esistenze. Perché stavolta qualcosa è andato maledettamente storto in quelle comunità, diventate drammatici focolai.

Morti che più delle altre devono farci riflettere. E vergognare.  

Coronavirus, la solitudine dei vivi e dei morti

Con quanti sentimenti dobbiamo confrontarci in questo assurdo periodo di pandemia? Troppi. Si affacciano, vanno via, tornano, ti sovrastano, padroneggiano, scandiscono ogni minuto della vita, di una vita che non è più ancorata a nulla.

Angoscia, tristezza, paura, incredulità, dolore, ma anche speranza e voglia di farcela. Sentimenti e sensazioni che si rincorrono e si intrecciano. Un mix inedito di percezioni che entrano ed escono dalla testa, dal corpo, dal cuore.

Dobbiamo farci i conti ogni giorno, mentre ascoltiamo e leggiamo i bollettini di guerra che ci raccontano di morti, giovani e anziani, con malattie pregresse e sani, poveri e ricchi, sconosciuti o famosi, settentrionali e meridionali, a testimonianza del fatto che Covid 19, il nemico invisibile che ha invaso l’umanità intera, è democratico e se ne sbatte delle frontiere e delle dichiarazioni dei redditi.

Ma c’è un sentimento che, più degli altri, simboleggia il dramma che ci ha colto a sorpresa. E’ la solitudine. Dei vivi e dei morti.

L’isolamento sociale, imposta come arma per sconfiggere la diffusione di un contagio che nessuno poteva prevedere negli anni della tecnologia rampante e della ricerca medica all’avanguardia, ci ha reso tutti un po’ più soli.

Lontani da amici e familiari, distaccati da colleghi e conoscenti, nonni che incontrano i nipoti soltanto con le videochiamate quando, più di altri, avrebbero bisogno di un abbraccio.

Ma nessuna solitudine sarà devastante come quella vissuta da chi si ammala e muore di Coronavirus. Un percorso che annulla i contatti fisici con i familiari, una via crucis che non prevede resurrezione.

L’addio, per i più fortunati, pronunciato dietro un telefono cellulare tenuto in mano da un infermiere generoso.

Una solitudine che continua nell’ultimo viaggio. In una bara anonima che, nei casi più agghiaccianti, verrà trasportata da un mezzo militare incolonnato in un macabro e triste corteo.

Italia, anno 2020. Non sembra così lontano il Regno di Napoli nel 1656, flagellato dalla peste, con il suo carico insopportabile di morte. E di solitudine.

Coronavirus, questa è la nostra guerra

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Ci voleva un micro batterio per farci scoprire che non siamo immortali e invincibili. Da un giorno all’altro ci siamo ritrovati smarriti, fragili e disorientati di fronte a uno tsumani emotivo mai sperimentato prima.


Senza preavviso alcuno, Covid 19 è piombato nelle nostre vite. E le ha sconvolte e ridimensionate, confinandoci nelle quattro mura domestiche diventate improvvisamente un rifugio di guerra. Perché questa è la nostra guerra. Quella che ci era stata risparmiata, a differenza dei nostri nonni, è arrivata con modalità e risvolti diversi, ma non è certo meno dolorosa e devastante.

La triste contabilità della pandemia fa annotare, ogni giorno, centinaia e centinaia di morti. Numeri sempre più crescenti, rimbalzati da un tg all’altro, da una conferenza stampa a un post sul web. Numeri da guerra, appunto. E numeri che non sono solo numeri. Perché dietro ogni numero c’è una persona, una vita vissuta, una storia. Migliaia di volti che resteranno sconosciuti. Troppi, per dedicare loro un ricordo dettagliato, un omaggio.

Nella prima linea della trincea, in questo inedito conflitto che questo altrettanto inedito ventiventi ci ha gettato addosso come zampilli di lava usciti da un vulcano impazzito, ci sono medici, infermieri, operatori sanitari, volontari, forze dell’ordine. Scesi nel campo di battaglia spesso disarmati e bersagli facili del nemico invisibile. Il Paese piange anche molti di loro. Vittime che si aggiungono a vittime, drammi che diventano infiniti.

Una guerra senza colpi di mortaio e case sventrate dalle bombe, ma con gli stessi effetti psicologici. Le stesse identiche ricadute economiche. Gli identici interrogativi su quando e come finirà. Le simili incertezze sul dopo.

Una guerra che, una volta terminata, richiederà una ricostruzione esattamente come accade con gli eventi bellici. La ricostruzione di un’intera economia, ma anche di una rete sociale andata in frantumi in poche settimane, impallinata senza la possibilità di schivare i colpi.

Ci voleva un virus dalla forma persino aggraziata, tanto da essere chiamato corona quasi ad evocare qualcosa di nobile, a farci entrare in un incubo dove non c’è più spazio per i progetti e i programmi, per i banali gesti di tutti i giorni, per la routine che spesso abbiamo maledetto.


Se vogliamo, però, dentro questo tunnel dove siamo sprofondati possiamo trovare l’opportunità di crescere come individui e come comunità. Ripensando i nostri modelli di vita, ricucendo gli strappi nei rapporti e guardando gli altri con occhi diversi.

Possiamo farlo e dobbiamo farlo. Ora che siamo consapevoli che un micro batterio può darci una pesante lezione di vita.

Coronavirus, nel Lazio economia a picco

coronavirus

Il nuovo Coronavirus non porta con sé soltanto malattia, decessi e paura. La conseguenza della sua diffusione è pesantissima anche sul fronte dell’economia, che sta già pagando e pagherà un costo molto salato. Quali settori rischiano maggiormente la recessione e il collasso? Quale sarà la ricaduta occupazionale al termine di questa emergenza sanitaria?

L’ho chiesto al presidente regionale di Confcommercio Lazio Sud, Giovanni Acampora, che ci aggiorna sulla situazione e sulle prospettive nel Lazio.

acampora
Presidente Acampora, come si può definire lo stato economico del Lazio in questo momento a seguito del caso Covid-2019?
Con una sola parola, possiamo dire che è disastroso.
Ed entrando nel dettaglio?
Turismo, somministrazione e trasporti hanno ricevuto il contraccolpo più forte di questa emergenza. E nel momento in cui questi tre settori hanno una forte battuta di arresto, come sta avvenendo, si riversa su tutti gli altri settori dell’economia. A Roma ci sono il 95% delle cancellazioni alberghiere, ma il trend sarà lo stesso in tutte le province del Lazio. Le agenzie di viaggio hanno disdetto completamente i pacchetti turistici e per gli albergatori non c’è soltanto il problema delle disdette, ma devono fare fronte anche al rimborso delle prenotazioni annullate.
In termini di posti di lavoro a rischio, si possono fare dei numeri?
Nel Lazio si prevede una contrazione occupazionale di 50mila addetti se si continua in questi termini, stiamo parlando di cifre mostruose.
Cosa si può fare?
Innanzitutto auspico la collaborazione di tutte le istituzioni, che non ci siano fughe in avanti e primedonne e che non si speculi su questa che è una tragedia nazionale. Grande esempio stanno dando le associazioni di categoria, questo lo devo dire, c’è collaborazione. Abbiamo fatto un incontro con la Regione Lazio e la parola d’ordine è stata: calma, guardare le problematiche vere e soprattutto di non infondere il panico. C’è bisogno, con tutte le precauzioni del caso, di dare una speranza ma bisogna tenere conto che è un virus nuovo, non bisogna fare i tuttologi e seguire i consigli della comunità scientifica. Stiamo subendo questa conseguenza, ma siamo un grande paese e sappiamo che ci risolleveremo.
Naturalmente servono anche aiuti ai comparti in sofferenza. Cosa stanno facendo le associazioni di categoria per questo obiettivo?
Abbiamo chiesto una serie di misure di sostegno al governo e spero che vengano prese in considerazione, alla Regione Lazio abbiano chiesto di muoversi affinché le agevolazioni per le zone rosse vengano estese a tutto il territorio nazionale. Su questo sono grato ai colleghi delle altre associazioni perché stanno dimostrando maturità e coesione in un momento difficile. Ed è un bell’esempio di umanità. Dopo i livelli del governo e della Regione, importante è anche il sostegno che arriva dal terzo livello, quello comunale.
Cosa possono fare, in concreto, le amministrazioni locali?
I Comuni possono e devono intervenire agevolando le imprese attraverso quella che è l’imposizione fiscale locale, in pratica i tributi. L’intervento dei sindaci è determinante anche nelle piccole cose che possono in qualche modo dare speranza all’economia, perché altrimenti le aziende chiudono.
Economia a picco e spettro della disoccupazione, problemi seri. Ci sono altre preoccupazioni da mettere in conto?
Ovviamente la nostra prima preoccupazione è quella sanitaria, non quanto per la malattia ma per le ripercussioni che essa ha sul sistema sanitario nazionale. Un aumento forte di pazienti manda in sovraccarico il sistema perché non siamo preparati a numeri così elevati.
Poi c’è la paura. E’ giustificata?
Vorrei lanciare un appello. Dobbiamo continuare a fare una vita normale con tutte le precauzioni richieste. Non succede nulla se si va in un bar e si fa colazione sedendosi a un tavolino. Un segnale di speranza va pur dato, altrimenti siamo distrutti.

La storia di Emanuele, tra dolore e speranza

emanuele e giamptero ghidini Emanuele aveva appena 16 anni quando si gettò nel fiume Chiese e morì. Era il 24 novembre del 2013. Il giovane di Gavardo, in provincia di Brescia, tornava da una festa con gli amici dove aveva assunto sostanze allucinogene. La droga aveva annebbiato il suo cervello.

Prima di buttarsi nell’acqua gelida e terminare la sua breve vita Emanuele gridava che voleva morire. Il dramma si consumò vicino casa, dove lo attendevano i genitori e le due sorelle.

Un tuffo e tutto finì. In un fiume che Emanuele conosceva bene. Proprio qui, da bambino, aveva perso il suo pesciolino rosso.

Non è quindi un caso che si chiami “Ema pesciolino rosso” la fondazione che Gianpietro Ghidini, il papà di Emanuele, ha fondato per aiutare i giovani ad amare la vita, per sensibilizzarli sul delicato tema delle dipendenze, per accompagnarli nell’insidioso periodo dell’adolescenza.

Gianpietro Ghidini parla di Emanuele a giovani come lui nelle scuole, nei teatri, negli oratori. E parla anche ai loro genitori, raccontando la sua esperienza di papà colpito dal dolore più terribile che si possa sentire.

emanuele ghidini

Incontro Gianpietro Ghidini con molto piacere per conoscere più da vicino una storia che mi ha sempre colpito anche perché dalla terribile esperienza quale è la perdita di un figlio è nata un’attività di speranza che può aiutare concretamente i coetanei di Emanuele.

Che ragazzo era Emanuele? Cosa ricorda soprattutto di lui?

Emanuele era un ragazzo pieno di energia vitale. Aveva molti amici e non è mai stato depresso, fino a quando negli ultimi mesi non ha scelto di provare delle sostanze dopo aver conosciuto ragazzi più grandi di lui. L’ultimo giorno della sua vita avevo notato nei suoi occhi una certa tristezza e gli avevo chiesto se voleva parlare con me, ma poi un appuntamento di lavoro mi aveva costretto a rimandare al giorno dopo il colloquio. Ma il giorno dopo era troppo tardi perché Emanuele, dopo una festa durante la quale ingeriva una droga sintetica, si gettava nel fiume vicino a casa.

Dove ha trovato la forza per trasformare il dolore per la morte di Emanuele in un un’attività sociale e informativa indirizzata ai giovani e ai genitori?

Quando ero giovane sognavo di fare il missionario, prendermi cura degli altri. Poi la vita, a seguito di varie vicissitudini, mi aveva fatto percorrere altre strade, dimenticandomi del mio sogno. Ed è stato sempre un sogno a indicarmi la via. Dopo due giorni dalla morte di Emanuele, sognavo di salvarlo dall’acqua e dopo essermi svegliato ho sentito dentro di me un’energia inesauribile e ho capito che avrei potuto salvarmi solo aiutando altri giovani come Emanuele che rischiano di perdersi.

Quando parla nelle scuole, che tipo di gioventù incontra?

Facciamo incontri sia nelle scuole medie che nelle superiori. Gli incontri sono molto intensi e diamo spazio anche alle loro domande, affinché siano loro i protagonisti dell’incontro.

Cosa le chiedono principalmente gli studenti dopo aver sentito la storia di
Emanuele?

Chiedono spesso come ho fatto a trovare il coraggio di rialzarmi dopo un dolore simile, cosa hanno provato le sorelle e la mamma, quali parole direi ad Emanuele se potessi averlo qui davanti a me, se hanno trovato lo spacciatore.

Probabilmente, da genitore, avrà dovuto fare i conti anche con i sensi di colpa. Cosa consiglia agli altri genitori che hanno figli adolescenti per prevenire tragedie come la sua?

Di solito facciamo incontri al mattino con gli studenti e la sera con i genitori. Non ho nulla da insegnare ai genitori, ma racconto loro dei miei errori e cerco di aiutarli per trovare un modo di evitarli.

Ritiene che nel nostro Paese il fenomeno droga sia sufficientemente valutato dalle istituzioni?

Sono convinto che così come molti cantanti non prendono mai posizione contro la droga, la stessa cosa fanno molti politici, perché ovviamente andare contro certi fenomeni significa perdere consensi.

A Foggia barbiere gratis per i senzatetto

notizie smile

Lunedì è il suo giorno di riposo come per tutti i barbieri e i parrucchieri, ma Gianni Sciotta lo trascorre nel suo negozio anche se per un servizio diverso.

Nella mattinata di lunedì, Gianni Sciotta e il suo staff si dedicano a Foggia ai senzatetto. Per loro lavaggio e taglio dei capelli senza passare alla cassa.

Un gesto di grande solidarietà e senza voler apparire. A rendere noto il gesto di Gianni è stata l’associazione “Fratelli della Stazione” di Foggia che si occupa dei poveri della città.

barbiere Su Facebook oggi hanno scritto: “Grazie a Gianni Sciotta ed al suo staff, questa mattina un gruppo di poveri e senza dimora hanno potuto usufruire di taglio e lavaggio dei capelli e della barba. Un modo per riacquistare maggiore dignità, per riappropriarsi della loro immagine migliore e per sentirsi più inseriti nella nostra comunità”.

Un dettaglio non da poco: il nuovo look è piaciuto molto a chi ha usufruito del servizio.  

Sedotta e sclerata, il messaggio di Ileana

Da molto tempo seguo sui social Ileana Speziale e ho sempre avuto la curiosità di incontrarla. Una giovane donna bella e solare diventata ambasciatrice di un messaggio importante per chi, come lei, è affetto dalla sclerosi multipla, ma anche per chiunque incontri nella vita difficoltà e ostacoli.

L’occasione di incontrare Ileana si è presentata negli studi dell’ emittente radiofonica di Anagni Radio Hernica, dove è stata invitata per parlare del suo libro “Sedotta e Sclerata” come sta facendo in un lungo tour in tutta Italia.

Praticamente un’opera autobiografica con cui, attraverso la storia di Emily, Ileana Speziale ci fa conoscere il significato profondo di una parola che mi piace molto: resilienza. La volontà, in pratica, di trovare dentro di noi la forza interiore per superare i drammi della vita e trasformarli in opportunità. La capacità di assorbire un trauma senza andare in mille pezzi.

Nella chiacchierata con Marco Tagliaboschi, Ileana ha raccontato la sua storia, i suoi sogni, le finalità del suo libro. Trovate tutto nel video, buona visione.

Le luminarie di Gaeta accendono il mare d’inverno

Sono una gioia per gli occhi e un toccasana per l’umore, mettono allegria e rendono il Natale magico come dovrebbe essere la festa più bella dell’anno. Ma, soprattutto, è un evento che ha dato vita e benessere nella stagione invernale ad una località finora conosciuta soltanto per le sue spiagge. Non a caso si chiama “Favole di luce”, lo straordinario allestimento di luminarie che da quattro anni proietta Gaeta, sul litorale pontino, 22 mila abitanti che d’estate diventano 100 mila, nel mercato nazionale del turismo. Grazie ad un sindaco visionario e lungimirante, Cosmo Mitrano, che ci ha creduto sempre nonostante le perplessità iniziali di molti.

Sindaco, come è nato questo progetto?

E’ nato nel 2016, è stato un momento di follia. Quando è partito questo progetto volevano addirittura sfiduciarmi, non avevo nessuno a favore, neanche un consigliere, neanche un cittadino. Perché il discorso populistico è sempre lo stesso, secondo tutti avrei dovuto prendere quei soldi e darli ai poveri. Ma secondo me l’amministratore deve creare le condizioni giuridiche e amministrative per creare sviluppo, perché è lo sviluppo che genera occupazione e quindi benessere.  Oggi io ho cambiato le abitudini delle attività commerciali di Gaeta, prima il 15 ottobre chiudevano e alcuni riaprivano a metà dicembre, altri a marzo e aprile. Ora non chiudono mai.

Un’operazione che ha portato cosa finora?

La destagionalizzazione del turismo. Sicuramente siamo riusciti a riposizionare Gaeta sul mercato nazionale del turismo, non è soltanto località balneare ma anche meta invernale. I miei competitor, da novembre a gennaio non sono più le città balneari ma Pescasseroli, Roccaraso, Salerno anch’essa famosa per le luminarie.

Diamo qualche numero?

In uno dei week-end di dicembre abbiamo raggiunto il record di 30-35 mila turisti. E da quest’anno arrivano bus tutti i giorni, anche quelli infrasettimanali, non era mai accaduto sinora. Ecco perché stiamo contando su questo progetto e vogliamo anche rafforzarlo, allungando ancora di più la stagione con carnevale, che quest’anno avrà tre date.

Quale lavoro di marketing e di comunicazione c’è dietro questi risultati?

Lavoriamo annualmente sulle strategie di comunicazione e sull’innovazione. La politica si fa sempre trascinare dall’emergenza, invece secondo me deve sedersi a tavolino e dare enfasi alla programmazione, pensare alla città, a come la vogliamo tra dieci anni e capire quale percorso gestionale dobbiamo seguire per raggiungere gli obiettivi. Con Favole di luce studiamo continuamente il fenomeno, vediamo da dove arrivano i turisti per poi tarare la comunicazione su questi dati. L’anno scorso abbiamo puntato su Roma e sulla Toscana e stanno arrivando turisti da Roma e dalla Toscana.

Quale è l’impatto economico della manifestazione in termini di ritorno?

L’impatto diretto è calcolato in circa 5 milioni di euro in tre mesi, ma c’è anche l’indotto. Chi oggi viene a vedere le luminarie, può rimanere emozionato e tornare a primavera o in estate. E questo sta accadendo.

 Le luminarie di Gaeta si possono ammirare fino al 19 gennaio 2020

Panettone “sospeso” per chi non può comprarlo

Non solo il caffè, anche il panettone è sospeso. E’ la bella abitudine di lasciare qualcosa di pagato a chi non può permettersi di acquistarlo. E se il caffè sospeso è targato Napoli, lo stesso gesto di solidarietà con il panettone parte da Milano, la culla del famoso dolce natalizio.

L’iniziativa è stata lanciata dal sindaco Beppe Sala, che è diventato un vero e proprio testimonial del progetto, insieme all’associazione Panettone Sospeso ETS e chi desidera partecipare, fino al 22 dicembre, può recarsi nelle pasticcerie associate (identificabili dal logo di ETS) e comprare un panettone che viene poi lasciato in negozio. Per ogni dolce acquistato, la pasticceria ne aggiungerà uno a sua volta. Il 23 dicembre, tutti i panettoni donati verranno raccolti e consegnati dall’associazione alla Casa dell’Accoglienza Jannacci, in viale Ortles 69.

L’Associazione Panettone Sospeso ETS è un’organizzazione no profit che è nata proprio per raccogliere e donare panettoni a persone in stato di indigenza a  Milano, e consentire loro di celebrare il Natale con il dolce della tradizione. Partendo dal presupposto che ogni anno sono sempre di più le persone che si trovano a vivere sotto la soglia di povertà. Il panettone può così diventare un piccolo gesto per aiutare le persone in difficoltà.

Queste le pasticcerie che hanno aderito al Panettone Sospeso:

Alvin’s – via Melchiorre Gioia, 141
Davide Longoni – via Gerolamo Tiraboschi, 19
Giacomo – via Pasquale Sottocorno, 5
Moriondo – via Marghera, 10
Massimo 1970 – via Giuseppe Ripamonti, 5
San Gregorio – via San Gregorio, 1
Sant Ambroeus – corso Giacomo Matteotti, 7
Ungaro – via Ronchi, 39
Vergani – via Mercadante 17 e corso di Porta Romana 51.

I miei comfort food. E come li preparo io

Un’altra mia grande passione, oltre a quello del giornalismo – che in realtà è una professione, ma come si dice? Trova un lavoro che ti piace e non lavorerai neanche un giorno della tua vita – è sicuramente la cucina. Sì, lo confesso: non mi perdo un cooking show, so tutto di Carlo Cracco, Antonino Cannavacciuolo, Bruno Barbieri, Norbert Niederkofler, Massimo Bottura, Nadia Santini, Heinz Beck e Annie Féolde solo per nominare i più celebri, un ristorante stellato mi attira più di una boutique di Gucci e mi commuovo davanti ad una zizzona di Battipaglia.

Il cibo, in generale, è consolatorio, sopperisce alle malinconie, stuzzica i ricordi, coccola, soddisfa palato e anima. Ma alcuni piatti lo sono in modo particolare e ognuno di noi ha i suoi. Non a caso si chiama comfort food. E vi racconto i miei, di comfort food, cinque per la precisione, con qualche piccola annotazione. Tranquilli, non voglio annoiarvi con le solite ricette che ormai si trovano dappertutto, aggiungerò soltanto brevi commenti personali. Della serie: come li cucino io.

Al primo posto c’è sicuramente la pasta e fagioli. Mi piace aggiungere un pezzo di cotica, i borlotti sono sempre di quelli da ammollare e non rinuncio ai ditalini rigati.

Segue il purè di patate. E’ molto importante, oltre alla scelta del tipo di patata – deve essere farinosa e bianca – che il burro sia a temperatura ambiente. E aggiungo soltanto latte biologico.

Come può mancare la lasagna rossa? Per me deve essere semplice, con pochi ingredienti. Punto tutto sul sugo, bello denso e profumato di basilico, non necessariamente con la carne, e sulla mozzarella che deve essere di qualità. No all’aggiunta di besciamella, che amo invece nella lasagna bianca.

E’ lei, sua maestà la polenta. Farina di mais a kilometro zero (che utilizzo anche per fare la tradizionale pizza rossa da abbinare ai broccoletti), salsicce e spuntature dal macellaio di fiducia. In alternativa, ma anche se ne avanza un po’, al forno con il gorgonzola come mi hanno insegnato gli amici milanesi.

Per i golosi come me, tutti i dolci sono comfort food. Ma devo ancora trovarne uno più buono del tiramisù. La versione classica resta un must. Le rivisitazioni alla fragola o al limone? Non le disdegno, ma l’originale non si batte.

Bene, questi sono i miei comfort food. E i vostri quali sono?

Omaggio al re del pop Michael Jackson

Sergio Cortés, sosia di Michael Jackson, si esibirà il 30 novembre al Teatro Colosseo di Torino a partire dalle 21. Uno spettacolo che è un tributo al mito del pop scomparso dieci anni fa.

Cortés non assomiglia a Michael Jackson soltanto fisicamente, ma è in grado di cantare le sue canzoni allo stesso identico modo, tanto da mandare in visibilio i fans del grande artista che il mondo ha perso troppo presto.

In un’intervista, il cantante spagnolo ha detto: <Ho sempre ammirato il Re del pop, ma le circostanze che mi hanno portato a lui i realtà sono state molto casuali. Nel 1987 un giornalista che mi ha visto per strada mi ha proposto di partecipare a un reportage proprio per la mia somiglianza con Michael Jackson. Io non mi sono mai operato per assomigliare al mio idolo, è tutto assolutamente casuale, mi piace pensare che è un regalo di Dio. Dopo la pubblicazione di questo reportage su un’importante rivista spagnola, mi hanno offerto varie collaborazioni dove dovevo interpretare Michael e ho accettato volentieri perché mi piace ballare e cantare, la mia voce è molto simile alla sua e adoro le sue canzoni.  Con il tempo, poi, ho scoperto che sul palco sono molto felice!».

Lo spettacolo dura due ore e sul palco Sergio Cortés fa rivivere la musica e la storia di Jackson, insieme ad una band collaudata formata da musicisti di grande professionalità e un corpo di otto ballerini.

Il calvario di Chiara, massacrata dal suo uomo

Massacrata di botte dal fidanzato. Colpita con calci e pugni sulla testa per ore. Nove mesi di coma e poi il lento risveglio. Ma Chiara (foto in alto) non è più la stessa, il trauma lascia segni indelebili. Chiara non parla. Chiara è su una sedia a rotelle. E da quel giorno maledetto trascorre anni difficili, ricoverata in più ospedali dove subisce numerosi interventi chirurgici. La sua vita è devastata, ma Chiara è forte, vuole andare avanti. Soprattutto vuole superare le violenze patite da quello che era il suo compagno, Maurizio Falcioni, condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione per tentato omicidio e maltrattamenti, pena che l’uomo sta scontando nel carcere di Velletri.

Chiara Insidioso ha soltanto 19 anni quando il compagno, quasi il doppio della sua età, la riduce in fin di vita. E’ il 3 febbraio del 2014. Al culmine di una lite, scaturita dalla gelosia ossessiva di lui, nella casa dove vivono insieme a Casal Berlocchi, vicino Roma, Maurizio Falcioni si accanisce contro la ragazza. Non è la prima volta che la picchia, ma in questo caso la furia è incontenibile. Quando la soccorrono, Chiara giace in una pozza di sangue. E’ l’inizio di un lungo calvario.  

Attualmente Chiara si trova nella struttura dell’associazione onlus Casa Iride, a Roma, dove si accolgono pazienti in stato vegetativo.  E’ qui da tre anni, ma i genitori lottano per dare a Chiara una sistemazione più adeguata. Chiara non è in stato vegetativo, continua a gridare la mamma Danielle Conjarts, olandese, che ha lanciato su Facebook l’hashtag #unastrutturaperchiarainsidioso per chiedere alle istituzioni, a chi ne ha potere, di occuparsi della giovane sopravvissuta. E’ l’appello di una donna che ogni giorno parte da Cerveteri, dove abita, e muovendosi con i mezzi pubblici va da Chiara e le sta vicino per qualche ora.

Danielle (nella foto sotto con Chiara) è una bella donna che ha sul viso i segni della sofferenza, ma nel cuore la speranza di una vita migliore per la sua unica figlia. E’ una donna gentile e forte. Testarda, come si definisce lei.

Danielle, come sta adesso Chiara?

Chiara capisce tutto, conosce due lingue perché io ho sempre parlato con lei in olandese. Capisce tutto, ma non parla.

Perché chiede una nuova struttura dove portare Chiara?

Casa Iride è una struttura eccellente per chi è in stato vegetativo, ma Chiara non è in questo stato. A Chiara serve un posto dove può incontrare altri ragazzi, dove ci sono attrezzature adatte, dove può fare la logopedia. Ha bisogno di socializzare perché questo a Chiara manca proprio.

Esistono in Italia strutture del genere?

Ci sono, ma sono poche.

Chi dovrebbe intervenire per trasferirla in un posto più adatto a lei?

Penso il giudice tutelare, ma soprattutto la sanità pubblica, che però purtroppo in Italia non funziona bene.  

Chiara è stata almeno risarcita per quanto le è accaduto?

Fino ad ora no. Il risarcimento è stato stabilito, lui dovrebbe dare 400 euro al mese, questo ha deciso la Cassazione, lavorando in carcere. Ma al momento Chiara non ha ricevuto nulla. Chiara prende 290 euro di pensione e 500 di accompagnamento.  Niente altro.   

Chiusa la vicenda giudiziaria, ora bisogna pensare al futuro di Chiara. Dal punto di vista medico, ci sono buone possibilità che Chiara si riprenda ancora di più?

I medici non si sbilanciano, dicono che dopo cinque anni una persona con questo tipo di lesioni non può migliorare. Invece Chiara sta migliorando, lo vedo ogni giorno. Mia figlia è un miracolo, ha una grande forza, più di me che sono molto testarda. Lei è stata sempre una capocciona e il suo carattere è rimasto come era. Lei reagisce: si offende, ride, piange, si arrabbia. Le ho comprato un tablet, lei fa le ricerche, va a cercare gli amici su Facebook, fa le videochiamate. Ecco perché penso che in una struttura diversa potrebbe migliorare molto. Chiara ha bisogno di stimoli, di incontrare gente, lei cerca i contatti. E nella struttura dove si trova oggi è limitata in questo.

Cosa si sente di dire sulla storia terribile di Chiara vittima di un uomo violento? Possiamo solo immaginare il suo dolore di mamma.

Ho cercato di essere forte, ma per il dispiacere ho avuto un infarto e due anni dopo ne ho rischiato un altro. Sono crollata per lo stress, per il dolore. Di stress ne ho molto, anche per il viaggio di due ore e mezza che ogni giorno affronto. Ma per Chiara lo faccio volentieri, lei ha bisogno di me e io ho soltanto lei.  

Chiara ricorda quanto di orribile le è accaduto?

Certo, lo ricorda da almeno due anni. Io gliel’ho anche chiesto in modo esplicito e lei mi ha risposto sì.

In un’intervista, l’aggressore di Chiara ha dichiarato di essere pentito, di voler chiedere scusa.

Per carità, ma di che cosa? Chi lo conosce bene sa che è sempre stato un violento e nessuno ci ha mai chiesto scusa, nemmeno i suoi familiari.

Lei e il papà di Chiara, il suo ex marito, vi siete sempre opposti al rapporto tra Chiara e Falcioni.

Certo. Chiara ha vissuto con me fino a 17 anni, poi si è trasferita dal padre per motivi di studio.  Per me è stato un duro colpo. Quando ho saputo che stava con lui ho sempre detto che non andava bene, ma Chiara non ha voluto sentire nulla.

Dolci invenduti regalati ai bisognosi

Il gesto di solidarietà questa volta arriva dalla Sardegna, esattamente da Quartu Sant’Elena. Nicola Loi, titolare della pasticceria Miky’s Dream Bakery, ogni sera lascia fuori dal locale i dolci invenduti (nella foto sotto), mettendoli a disposizione di chi non può permettersi di acquistarli.

Un gesto che aiuta, ma che evita anche l’odioso spreco alimentare, un fenomeno ancora eccessivo.

Miky’s Dream Bakery, racconta Fanpage, ha annunciato l’iniziativa attraverso un post su Facebook, che dice “Ogni sera alla chiusura lasceremo appesi fuori dei pacchetti con il non venduto! Per chi volesse…”. Chiunque, dunque, può cogliere questa occasione senza entrare in pasticceria con imbarazzo. Nicola e i suoi collaboratori sistemano i loro prodotti dentro numerose borse. E a quanti fanno notare che le buste con i dolci potrebbero essere prese da chi non ne ha nessun bisogno ma vuole solo risparmiare, la pasticceria risponde: <Abbiamo messo in conto anche quello ma non importa, facciamo questo lavoro con il cuore e buttare del cibo ci farebbe veramente male>.

Laureato in… generosità

A 26 anni si è laureato con 110 e lode alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’università di Messina. E come regalo ha chiesto ad amici e parenti di pagare le tasse universitarie a due amici studenti poco abbienti. Il bel gesto di solidarietà è di Piero Dotto, 26enne di Letojanni, in provincia di Catania. Che ha scelto così di festeggiare il conseguimento della laurea, raggiunta con la discussione della tesi “Sindrome di Joubert: aspetti clinici, genetici e neuroradiologici”.

Piero Dotto

Il neo dottore ha pensato a due studenti che non hanno le possibilità economiche di proseguire gli studi per garantire loro un futuro accademico. Piero Dotto, raccontano chi lo conosce, è “un ragazzo semplice, perfettamente integrato nel tessuto sociale della cittadina letojannese, ed anche in quello parrocchiale dove fa parte della Confraternita di San Giuseppe e dell’Azione Cattolica”.

Ora che ha ottenuto la laurea, Piero terrà tre mesi di tirocinio per conseguire l’abilitazione alla professione e successivamente proverà a superare l’esame di ammissione per la specializzazione in nefrologia, reumatologia e dialisi.

Cosimo racconta Sasà: è stata la mia terapia

Lui è Salvatore Cerruti, per gli amici Sasà o Cerry.  E’ il personaggio del vigile urbano interpretato da Cosimo Alberti, 53 anni, napoletano, nella fiction italiana “Un posto al sole”.  Inserito inizialmente nella serie quasi come una comparsa, nel corso del tempo Sasà è riuscito a ritagliarsi un ruolo centrale, tanto da arrivare ad essere uno dei volti più apprezzati dal pubblico. Grazie indubbiamente alla simpatia del personaggio creato dagli autori, ma soprattutto alla bravura dell’attore che veste i suoi panni. Ho voluto incontrarlo per conoscerlo meglio e, come Sasà, ha simpatia da vendere.

Cosimo, quando hai iniziato a recitare?

Ho iniziato da piccolo con padre Roberto nell’asilo dove mia madre mi mandava. Padre Roberto era un vero artista e portava i sacramenti in scena. Organizzava piccole recite e io partecipavo. Oltre a recitare, ero un animatore, coinvolgevo gli altri. Avevo 13-14 anni, una mia amica mi parlò di un laboratorio teatrale e ho iniziato così. Non avevo mai pensato di mettere a frutto il mio talento, anche se da piccolo rimanevo incantato davanti alla televisione e in particolare quando vedevo il mago Silvan e Corrado mi immaginavo al posto loro, desideravo fare televisione. La cosa curiosa è che entrambi li ricordo con lo smoking e al mio debutto in televisione ho indossato proprio lo smoking (nelle foto sotto con Amii Stewart, Mario Merola e Gloriana). Ho lavorato per un decennio a Canale 21, una tv privata di Napoli, dove sono stato assunto come attore per la trasmissione “Napoli in parole e in musica” e la presentavo con la cantante Gloriana. Già facevo teatro, l’ho fatto per molto tempo. E quando ho iniziato a farlo mi si è aperto un mondo.

Quando e come sei arrivato a “Un posto al sole”?

Il personaggio è nato quattro anni fa, ma all’inizio neanche ci si scommetteva perché aveva un ruolo marginale, era solo di appoggio agli altri attori, Cerruti non aveva neanche un nome. Poi gli autori hanno deciso di farlo crescere, solo un anno dopo ha avuto un nome, Salvatore. Poi ha avuto la casa e la famiglia.

“Un posto al sole” è molto seguito. Perché piace così tanto?

Perché c’è Napoli, per la qualità degli attori e degli autori, perché si parla della quotidianità e lo spettatore riesce ad immedesimarsi.

Girare ogni giorno e da molti anni con i colleghi immagino che faccia nascere anche l’amicizia tra di voi.

Registriamo a blocchi e quindi non ci vediamo mai tutti insieme, però si diventa amici della propria storyline. Infatti sono molto amico di Antonella Prisco che interpreta Mariella, tanto che è stata anche la mia testimone di nozze nella realtà (foto sotto).

Giusto, ti sei sposato di recente con Christian Luino, un bellissimo ragazzo. Tanti auguri.

Grazie mille, mi sono sposato a settembre.

E a questo proposito, il personaggio di Cerruti ha portato in tv anche la tematica dell’omosessualità con l’amore che nasce tra Salvatore Cerruti e il dottor Sarti.

Non è stato un caso. Già qualche anno fa la tematica era stata affrontata con un bacio tra due ragazzi, ma non era stato molto incisivo trattandosi appunto di ragazzi. Adesso, con due adulti, uno che indossa una divisa e l’altro che fa il medico è diverso. Ora, dopo il bacio che i due si sono dati, la tematica è stata sdoganata facendo capire che, in fondo, l’omosessualità non è così cattiva. E nelle prossime puntate si parlerà anche della famiglia che Cerruti formerà. Tu sai che non posso anticipare nulla, ma un’evoluzione ci sarà.

Tu sei nella realtà appassionato di musica popolare, di tammuriata, e anche Sasà lo è. Possiamo dire che questo personaggio ti rappresenta molto?

Diciamo che sono io, però non assomiglio molto a Cerruti. Perché lui è sottomesso, lui subisce, è uno sfortunato. Invece io, scusa la presunzione, sono forte, caparbio, positivo, propositivo e sono fortunato. Lui è vittima del padre, io mi sono ribellato molto a mio padre. Se poi vogliamo andare nel profondo della mia vita privata, fino all’anno scorso ero molto discreto rispetto alla mia diversità, non lo nascondevo ma neanche lo ostentavo. Però ero timoroso, lo confesso. Ma recitando la parte di Cerruti, sono riuscito ad accettarmi ed ho fatto accettare Cerruti. Grazie agli autori, per me è stata una sorta di terapia. Dire apertamente sul set “ti amo” ad un uomo, mi ha aiutato ad accettarlo nell’inconscio. E se Cerruti è stato terapeutico per me, mi auguro che lo possa essere per tanti altri. Sai quanti padri possono accettare un figlio omosessuale vedendo queste storie? Sai quanti genitori possono immedesimarsi e cambiare opinione?

Quindi hai cominciato da poco a dichiarare la tua omosessualità. Non era semplice, immagino a causa dell’omofobia che, purtroppo, esiste ancora.

C’è ancora molto da fare per l’omofobia, anche se noto che per un omofobo che attacca gli omosessuali ci sono centinaia di persone pronte a contrastarlo. Io ho cominciato a dire di essere omosessuale solo l’anno scorso, ma anche perché ho avuto due compagni che temevano il giudizio degli altri e quindi nascondevano la relazione. Ma con l’arrivo di Christian, che invece vive tutto in modo naturale, sono riuscito a liberarmi.         

Cosa vedresti nel tuo futuro professionale?

Ho fatto qualche parte piccola nel cinema, ma mi piacerebbe farlo bene e recitare in un film impegnato, anche se mi piace anche il cinema più leggero. Diciamolo, altrimenti Christian De Sica si piglia collera.

Donano le ferie al collega con il figlio malato

Un operaio delle acciaierie Ast di Terni ha un figlio minorenne malato e, data la gravità della patologia, si adopera per assisterlo. Ma finisce le ferie e i permessi per farlo. E’ a questo punto che scatta la solidarietà dei colleghi e dei sindacati.

Rsu e rappresentanti dei metalmeccanici di Fim, Fiom e Uilm incontra la direzione aziendale per chiedere un accordo grazie al quale i colleghi possono donare giorni di riposo al dipendente in difficoltà. 

Un episodio singolo che, però, potrebbe diventare strutturale. Entro il 31 gennaio 2020 le parti torneranno ad incontrarsi per verificare se ci sono le condizioni per realizzare lo strumento della banca ore ferie e permessi “solidali” a favore di chi ne ha bisogno.

<Come organizzazioni sindacali – spiegano  le sigle impegnate nel caso – riteniamo tale iniziativa importante e lodevole certi che, a fronte di casi eccezionali come questi, i lavoratori di Ast non faranno venir meno il proprio contributo e attenzione nel solco della storia e dei valori solidali del movimento dei lavoratori stessi>.

CineFutura Fest, i ciak dei giovani

Il cinema non è soltanto spettacolo, ma anche cultura, conoscenza e formazione. E permette di testimoniare, con un linguaggio accessibile a tutti, l’evoluzione dei tempi. In questo ambito nasce CineFutura Fest, con l’obiettivo – spiegano gli organizzatori – <di valorizzare il rapporto tra i giovani ed il cinema e al tempo stesso per esaltare, la capacità che l’audiovisivo ha, di approfondire temi sociali di grande importanza>. Questi temi sono: ambiente e cultura, arte e storia, diversità e integrazione.

La prima edizione del Festival si terrà il 7 e 8 novembre 2019 a Roma, presso il The Churche Palace di via Aurelia, ed è rivolto ai giovani di tutta Italia, invitati a realizzare cortometraggi intesi soprattutto come strumento didattico. Gli autori degli audiovisivi sono divisi in due categorie: Junior dai 14 a 18 anni e Senior dai 18 ai 25.


Oltre alle proiezioni, sono in programma workshop, seminari ed eventi speciali di approfondimento. Il presidente del Festival è l’attore Lino Banfi, il direttore artistico è Steve Della Casa, critico cinematografico (foto sotto). Il comitato Tecnico Scientifico che selezionerà gli audiovisivi sarà formato da Steve Della Casa, Carlo Principini, Paolo Mastrorosato, Francesca Arganelli, Paola Comin e Rita Statte.

La giuria che assegnerà i premi finali sarà formata da Lino Banfi, Cinzia Th Torrini ed altri personaggi della cultura e dello spettacolo. Un ruolo centrale lo avranno le scuole, essendo le iniziative inserite nel Piano Nazionale Cinema del Ministero dell’Istruzione e del Ministero dei Beni Culturali. Il Festival è promosso anche da Accademia Artisti in partenariato con il Liceo Leoniano di Anagni e Ancei Formazione e Ricerca.

Le creature di Rambaldi in mostra a Roma

Indimenticabile E.T., la creatura più popolare di Carlo Rambaldi. Da oggi e fino al 6 gennaio 2020 gli effetti speciali del tre volte Premio Oscar, scomparso 7 anni fa, si possono ammirare nella rassegna “La meccanica dei mostri”, al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Una mostra tutta dedicata a Rambaldi che, prima di affermarsi ad Hollywood, aveva lavorato in opere italiane come “L’Odissea” televisiva e “Profondo rosso” al cinema. I suoi mostri e i suoi alieni sono stati protagonisti di film di alcuni dei registi più importanti degli ultimi decenni.

Oltre all’extraterrestre più famoso del cinema sono suoi King Kong e Alien, ma anche il burattino Pinocchio dello sceneggiato televisivo di Comencini e i 18 guerrieri del film “Barbarella” di Roger Vadim. La mostra al Palaexpo di via Nazionale ospita anche gli effetti speciali della Factory Makinarium che si è occupata del restauro delle opere di Rambaldi.

 <Attraverso materiali provenienti dall’archivio privato di Rambaldi, alcuni dei quali inediti – spiegano dal Palazzo delle Esposizioni – la mostra costruirà un percorso in grado di tracciare la storia del cinema italiano e internazionale, dagli anni Sessanta ai nostri giorni. Porrà, inoltre, l’accento sulla tradizione artigianale italiana come “marchio di qualità” che da sempre distingue le maestranze cinematografiche del nostro Paese>.

In contemporanea, al Palazzo delle Esposizioni si inaugurano “Sublimi anatomie” e “Katy Couprie. Dizionario folle del corpo”, altre due mostre che ruotano attorno al fascino misterioso dell’organismo umano e alle sue trasformazioni.

Giusy Ventimiglia, un mistero lungo tre anni

Quale è stato il destino di Giusy Ventimiglia? Cosa è accaduto a questa giovane donna fragile, già provata da un matrimonio infelice? Dopo tre anni quali speranze ci sono di trovare, almeno, il suo corpo? Sono le angoscianti domande che si pone la famiglia della donna, sparita il 13 novembre 2016 da Bagheria, in provincia di Palermo. All’epoca della scomparsa aveva 35 anni.

Giusy Ventimiglia, nata nel 1981, è uscita alle 7.30 di una domenica qualunque dalla casa del padre, che la ospitava dopo la fine della sua storia con il marito Michele da cui ha avuto un figlio (oggi ha 19 anni), e di lei non si è saputo più nulla. Il telefono ha agganciato per l’ultima volta la cella di una zona degradata delle campagne di Bagheria, tra le contrade Cordova e Dolce Impoverile. Cosa ci facesse Giusy in quel posto, in un orario piuttosto insolito per le sue abitudini, è ancora un mistero. Un mistero lungo tre anni.

Ne parlo con il fratello Salvo, convinto che Giusy sia ormai morta, e che a nome di tutta la famiglia – il padre, un altro fratello e una sorella – non smetterà mai di chiedere verità e giustizia. Salvo è anche il compagno di Lidia Vivoli, sopravvissuta nel 2012 all’aggressione dell’ex fidanzato, impegnata nella lotta contro la violenza sulle donne.  

Salvo Ventimiglia

Salvo, cosa pensa che sia successo a sua sorella?

Sono certo che mia sorella non ci sia più e che il colpevole se ne stia tranquillo tra Bagheria e dintorni. Giusy è stata vittima dell’ennesimo femminicidio.

Quindi crede che sia stata uccisa da un uomo che Giusy frequentava. La famiglia non era al corrente di una relazione?

No, mia sorella non si confidava, neanche con suo figlio. Con mio nipote ho cercato di sapere qualcosa, ma non mi ha saputo dire nulla. L’ha sentita la sera prima al telefono, era calma e tranquilla. Riguardo le sue frequentazioni, mi ha confermato che gli amici di Giusy erano effettivamente quelli intervistati da “Chi l’ha visto?”. E’ stato anche detto che Floriana, la sua migliore amica, le prendesse degli appuntamenti con gli uomini, ma a noi non risulta. Nessuno, prima della sua scomparsa, è venuta ad avvertirci di questa cosa e la nostra famiglia non avrebbe mai permesso che Giusy facesse il “mestiere”.  Oltretutto perché, se faceva questo, avrebbe avuto bisogno di rubare soldi e buoni fruttiferi, per oltre 10mila euro, dalla cassaforte di mio padre, come ha fatto? A chi li ha dati questi soldi? Certamente non li ha spesi per lei, mia sorella non andava dal parrucchiere, non andava dall’ estetista e si faceva dare i vestiti alla Caritas.

Le ricerche sono scattate subito?

Sono partite tardi, per il discorso dell’ allontanamento volontario che escludiamo assolutamente, Giusy non avrebbe mai lasciato il figlio. Non sappiamo neanche se sia uscita volontariamente da casa, perché non ci spieghiamo il motivo per cui abbia lasciato scritto il suo numero di telefono e il suo nome su un biglietto, lasciandolo attaccato al portachiavi dell’ingresso di casa. Forse in quel momento sapeva già che la sera non sarebbe rientrata. Nella zona dove è stato posizionato il suo cellulare sono state fatte le ricerche, ma solo a gennaio del 2017 e per mezza giornata.

A che punto sono le indagini?

Non sappiamo nulla, ho una grande rabbia perché noi familiari veniamo tenuti all’oscuro, non abbiamo mai comunicazioni. L’ultima volta che siamo stati convocati in Procura è stato a marzo del 2017, dopodiché il 15 giugno di quest’anno è stato convocato mio padre, 31 mesi dopo la scomparsa di mia sorella, per un prelievo del Dna.

Il prelievo del Dna è un atto importante, vi è stato spiegato il motivo?

Ci hanno detto che si tratta di una prassi, ma dopo tanto tempo ci sembra assurdo. Abbiamo potuto solo fare delle ipotesi, forse serviva per la comparazione con i resti ritrovati di un cadavere non identificato, ma non abbiamo certezze. L’unica cosa che hanno detto è che le indagini sono aperte e sono molto complicate.

Durante un collegamento con “Chi l’ha visto?”, che ha seguito molto il caso, un uomo di Bagheria davanti alle telecamere urlò che Giusy non sarebbe stata mai ritrovata. E’ stata approfondita questa dichiarazione?

Si tratta di una persona che, lo abbiamo appurato dopo, frequentava lo stesso bar dove mia sorella passava molto tempo. Ho avuto occasione di parlargli, mi ha detto esplicitamente che le persone coinvolte nella scomparsa di mia sorella hanno mentito, che non hanno detto tutto quello che sapevano. Mi ha detto anche che conosceva Giusy, cosa che non aveva dichiarato all’epoca. E si è rifiutato di dire quello che sapeva ai carabinieri. A questo punto l’ho segnalato io, ma non so se è stato ascoltato dagli inquirenti. Da lui ho ricevuto messaggi audio con minacce e offese perché non voleva essere coinvolto, non voleva essere cercato. Io l’ho denunciato e il 18 ci sarà l’udienza. Altro elemento controverso è la testimonianza di Floriana, l’amica di Giusy, che ha dato diverse versioni, poi morta di infarto.

Suo padre ha detto che, la mattina della scomparsa, Giusy si era truccata nonostante non fosse una sua abitudine. Cosa potrebbe significare questo particolare?


Conferma che quella mattina aveva un appuntamento a cui teneva. Giusy non si truccava mai, si metteva un cerchietto tra i capelli e basta.

Lei parla spesso dell’omertà che ha trovato nel suo paese. Chi vi sta vicino, chi vi sostiene in questo dramma?

Nessuno del mio paese. Solo la redazione di “Chi l’ha visto?” ha fatto il possibile, si è informata in Procura e ci è stata vicina con grande affetto.

Dopo tre lunghi anni, cosa chiede la famiglia Ventimiglia?

Vogliamo sapere cosa è successo a mia sorella e chi le ha fatto del male. E vogliamo che venga ritrovato il suo corpo per avere un posto dove piangerla.

Arturo Brachetti, l’uomo dai mille volti

Un leggendario trasformista italiano, applaudito in tutto il mondo. E’ Arturo Brachetti, mito del quick-change, che dal 19 ottobre torna in scena per la quarta stagione consecutiva con il suo spettacolo “Solo”, acclamato da oltre 300.000 spettatori in Europa nel 2019.

<In “Solo” apro le porte della mia casa – spiega il grande artista – fatta di ricordi e di fantasie, una casa senza luogo e senza tempo, in cui il sopra diventa il sotto e le scale si scendono per salire. Dentro ciascuno di noi esiste una casa come questa, dove ognuna delle stanze narra un aspetto diverso del nostro essere e gli oggetti della vita quotidiana prendono vita, conducendoci in mondi straordinari dove il solo limite è la fantasia. È una casa segreta, senza presente, passato e futuro, in cui conserviamo i sogni e i desideri>.

E dunque Brachetti schiude la porta di ogni camera, per scoprire la storia che è contenuta e che prende vita sul palcoscenico, tra surreale, verità e finzione, magia e realtà.

Brachetti presenta oltre 60 personaggi, molti creati appositamente per questo spettacolo, ma soprattutto propone anche un viaggio nella sua storia artistica, attraverso le altre affascinanti discipline in cui eccelle: grandi classici come le ombre cinesi, il mimo e la chapeaugraphie, e sorprendenti novità come il poetico sand painting e il magnetico raggio laser. Il mix tra scenografia tradizionale e videomapping, permette di enfatizzare i particolari e coinvolgere gli spettatori nello show.

La sua carriera comincia a Parigi, al Paradis Latin, nel 1979: da qui in poi la sua carriera è inarrestabile, in un crescendo continuo che lo ha affermato come uno dei pochi artisti italiani di livello internazionale, con una solida notorietà al di fuori del nostro paese. Si è esibito ai quattro angoli del pianeta, in diverse lingue e in centinaia di teatri. Il suo precedente one man show “L’uomo dai mille volti” è stato visto da oltre due milioni di spettatori. Le sue performance dalla velocità straordinaria sono inserite nel Guinness Book of Records.

Il suo nuovo tour inizierà al Teatro Rossini di Civitanova Marche e toccherà, fino a marzo 2020, numerose città italiane.   

L’omaggio di Napoli alla spezia più amata nel mondo

Da oggi a sabato 13 ottobre 2019 un evento… piccante in Piazza Carità a Napoli con il Festival del peperoncino. 

Una festa dedicata alla spezia più amata al mondo che prevede tante iniziative: percorsi di degustazioni, Show Cooking con chef che mostreranno al pubblico la preparazione di cibi particolari, la mostra di peperoncini che provengono da tutto il mondo e la divertente gara di palati infuocati.

Una settimana di manifestazioni con la presenza di prodotti tradizionali e meno standard, tutti con abbinamenti piccanti. Tra essi, il casatiello alla ‘nduja, la sfogliatella piccante, creme dal sapore fortissimo, cioccolato al peperoncino, salumi infuocati e la particolare birra habanero.

Il Festival del peperoncino è giunto alla seconda edizione, curata anche quest’anno dall’associazione Eccellenze in Piazza e patrocinata dal Comune che aderisce al progetto “Scegli Napoli” per sensibilizzare i cittadini all’acquisto di prodotti realizzati da aziende del territorio.

Gli stand saranno aperti dalle 9.30 alle 22 e sono previste iniziative in collaborazione con l’Accademia Italiana del Peperoncino di Diamante e il Consorzio del Peperoncino di Diamante.

Buon compleanno al Maestro della Tarsia

Oggi Carlo Turri avrebbe compiuto 83 anni. E ne sono passati due da quando il Maestro della Tarsia non c’è più. Anagnino doc ed artigiano di eccellenza, Turri ha lasciato ricordi indelebili in chi lo ha conosciuto, ma soprattutto ha tramandato le sue opere, realizzate intarsiando legno rigorosamente a mano. Le lavorava nella sua bottega-esposizione a pochi passi dalla maestosa Basilica Cattedrale di Anagni, dove la figlia Rita continua l’attività del creativo padre, dal quale ha ereditato talento e amore per l’arte antica dell’intarsio.

Carlo Turri era un artista che amava moltissimo la sua città, perennemente impegnato a farla conoscere, sempre in prima linea quando si trattava di promuoverla, mettendo a disposizione non solo la sua arte, ma anche la sua voce di cittadino. Che alzava spesso e volentieri quando riteneva che non si facesse abbastanza per aiutare i turisti a conoscere la Città dei Papi. Si batteva molto, Carlo Turri, per migliorare la sua Anagni.

A favore del turismo, sicuramente Turri ha dato un importante contributo. Difficile che un turista diretto alla Cattedrale non entrasse a dare un’occhiata alla sua bottega, attirato da quei quadri in legno caldi ed espressivi e, di recente, anche dai raffinati gioielli realizzati con la stessa tecnica, che hanno segnato l’evoluzione dell’arte di Turri. Bottega che è stata sempre anche mèta di molte personalità in visita ad Anagni e set di varie trasmissioni televisive che hanno voluto intervistare Turri per conoscere da vicino il suo modo di intarsiare. Ed ancora oggi, grazie a Rita Turri, quella mostra rappresenta un ottimo biglietto da visita per chi sceglie di conoscere Anagni.

Ma Carlo Turri non era solo un artista del legno. Era anche un uomo di grande simpatia con le sue indimenticabili battute in dialetto. Tanto che per molti anni ha fatto parte del Gruppo Teatrale Anagnino, all’interno del quale era tra gli attori più amati e divertenti. La presenza scenica e una naturale propensione alla goliardia hanno fatto sì che Turri diventasse un punto di riferimento anche nel teatro locale (VIDEO).

Carlo Turri ha dato molto e in più ambiti, con una grande generosità. Per questo sicuramente Anagni non ha dimenticato uno dei suoi figli più talentuosi. Buon compleanno, Maestro della Tarsia.

Ligabue fa ballare… sul mondo

Fino al 27 ottobre 2019 si può assistere al musical “Balliamo sul Mondo” in programma al Teatro Nazionale CheBanca di Milano. E’ uno spettacolo musicale con la regia di Chiara Noschese e la direzione creativa di Luciano Ligabue (è sua la canzone che dà il nome all’evento).

Quale storia racconta? E’ la notte di Capodanno del 1990 con un gruppo di compagni di liceo seduti al Bar Mario, luogo di ritrovo abituale di un piccolo paese di provincia del Nord Italia. Matteo, il più riflessivo e nostalgico del gruppo, ha organizzato questa serata per festeggiare insieme l’ultimo Capodanno prima della maturità. Mario, il proprietario del bar, un po’ reticente inizialmente, ha accettato di prestargli il locale per quest’ultima riunione di gruppo. La serata trascorre tra canzoni, musica, risate, ma anche liti, accuse e rinfacci. Alla fine della serata la proposta di Matteo: rivedersi al Bar Mario, dieci anni dopo, per festeggiare insieme il Capodanno del 2000.

La colonna sonora del musical è, ovviamente, formata dai più grandi successi di Ligabue.

L’autismo non ferma Samuele che sogna Sanremo

Non sarà certo l’autismo a rubare i sogni di Samuele. Di che pasta sia fatto lo ha già dimostrato diplomandosi con il massimo dei voti, incidendo un disco (VIDEO), gareggiando alla selezione di “Sanremo Giovani” e partecipando come testimonial alla maratona Telethon. Ma le sfide, per un ragazzo così intraprendente nonostante il disturbo di cui soffre, non sono finite. E una supera le altre: la partecipazione al Festival di Sanremo. Samuele ci punta con il sostegno della famiglia, una bellissima famiglia di Gela, in Sicilia. Questa è la storia di Samuele Di Natale, 22 anni, raccontata dalla mamma Provvidenza Infurno (con lui nella foto sotto).

Signora Provvidenza, Samuele è riuscito anche a prendere la maturità, una bella soddisfazione.  

Samuele si è diplomato in sociopedagogia. Dopo la terza media ero decisa a ritirarlo da scuola perché gli autistici non si abituano facilmente ai nuovi ambienti, ma i fratelli maggiori Rosario e Antonio, che lo adorano, hanno insistito per provare a fargli continuare gli studi.  Prima di iscriverlo ho girato molti istituti a Gela perché a me interessava che Samuele stesse bene, ero ansiosa soprattutto per il bullismo, e quindi sono andata anche in una scuola femminile che mi è piaciuta molto. E infatti nel giro di dieci giorni Samuele si è ambientato. Poi ha fatto un percorso tranquillo, sempre rispettato dai docenti e dalle compagne. Non ci speravo proprio, invece ha meravigliato tutti diplomandosi.

La notizia ebbe una certa risonanza a livello nazionale.

Si, arrivarono tanti giornalisti, ne parlarono ai telegiornali e il giorno dopo gli esami abbiamo avuto la sorpresa di ricevere la telefonata di Matteo Renzi, proprio quell’anno era stata approvata la legge “Dopo di Noi” voluta dal suo Governo. Gli abbiamo parlato delle nostre difficoltà perché ad oggi non abbiamo ancora una struttura e non abbiamo sostegni né dal Comune né dalla Regione. Siamo sempre andati avanti con i sacrifici della famiglia e sono stati molti perché io sono una casalinga e mio marito ha una pensione da operaio metalmeccanico. Pensi che i figli più grandi quando andavano a scuola rinunciavano alle gite pur di far fare la terapia a Samuele.  

Come vive una famiglia quando un componente è affetto da autismo?

La vita cambia, gira intorno a lui, si deve vivere in base alle sue esigenze. Abbiamo scoperto di questo maledetto autismo quando Samuele aveva 17 mesi, allora non si sapeva neanche cosa fosse, non se ne parlava. Però ce la facciamo a seguirlo perché i miei figli maggiori adorano il fratello, vivono per lui, sono meravigliosi. Io dico sempre che il caso di Samuele ha rafforzato l’unione della nostra famiglia.

Samuele ha una grande passione per la musica.

Da sei anni studia all’Accademia di canto di Giuseppe Lavore che ha creduto nel suo talento. Ed è riuscito ad arrivare alla selezione nazionale di Sanremo Giovani. La cosa più bella è che adesso ha inciso l’inno per i ragazzi autistici “Non arrenderti mai” scritto da Emanuele Bunetto e Giuseppe Lavore. Siamo stati ospiti di diverse trasmissioni televisive e addirittura Mogol, dopo averlo sentito cantare, lo ha ringraziato dicendo: “Ecco cosa può fare un ragazzo autistico, dove può arrivare”.   Per Samuele la musica è un modo per liberarsi dalle ansie. Mio figlio non parla molto, ma vediamo che quando finisce di cantare scende dal palco come illuminato.     

Come trascorre la sua giornata Samuele?

Fino a giugno è stato impegnato, grazie alla cooperativa Nido d’argento, ai Servizi sociali del Comune di Gela. Adesso che questo impegno è finito, trascorre il suo tempo soprattutto in famiglia, perché al di fuori dei fratelli e dei genitori non frequenta molto. Non ha amici, purtroppo gli altri ragazzi non lo cercano e non vengono a trovarlo e questo, come madre, mi dispiace molto perché non è giusto. Eppure Samuele è un ragazzo dolcissimo, io lo definisco l’angelo sulla terra, vive di carezze e baci.

Il caso di Samuele è sicuramente importante anche per sensibilizzare tutti sull’autismo.

Si, infatti il messaggio che vogliamo trasmettere alle altre famiglie che vivono lo stesso problema è che se ce l’ha fatta Samuele possono farcela anche i loro figli.

Avete contatti con altri genitori con figli autistici?

Abbiamo costituito un’associazione che si chiama Amautismo, mio marito Orazio è il vice presidente e il presidente è l’ingegnere Antonino Biondo, stiamo lottando per avere un Centro diurno a Gela dove ci sono almeno 200 ragazzi autistici.

Samuele è anche un ragazzo molto religioso.

Ha una grande fede. Ogni giorno segue il rosario su Tv 2000, ogni anno lo porto a Lourdes e segue sempre la messa perché la domenica Samuele ha due passioni: la Chiesa e il Milan. Quando Papa Francesco è venuto a Piazza Armerina, gli ho detto che mio figlio è autistico e lui mi ha risposto “E che vuoi che sia? E’ bello come il sole” e lo ha baciato.      

Sui prossimi impegni artistici di Samuele ci sono delle novità importanti, come spiega il fratello Rosario che lo segue in questo settore.  <E’ in programma un album con dodici brani inediti dopo il singolo perché abbiamo avuto l’onore di essere contattati da autori nazionali e regionali che hanno visto la storia di Samuele e ci stanno regalando un sogno. Di questo ringraziamo molto il direttore artistico Giuseppe Lavore. E noi faremo tutto per far felice Samuele che vuole arrivare sul palco di Sanremo in gara o come ospite. Abbiamo parlato di questo obiettivo nella trasmissione Rai di Eleonora Daniele, spero che qualcuno ci ascolti perché Samuele quando canta dimentica tutti i suoi problemi>.       

Giochi di parole per ridere con intelligenza

Una bella risata riconcilia con la vita. E di un sano divertimento, ogni tanto, abbiamo bisogno proprio tutti. Solo per questo dovremmo essere grati a chi, grazie al suo talento, ha la capacità di regalarci spazi di leggerezza e strapparci un sorriso. E’ il caso di Alessandro Pagani, autore di un libro che contiene battute, freddure, giochi di parole e doppi sensi, offerti al lettore con garbo e intelligenza. Si tratta di “500 chicche di riso”, una raccolta di perle di umorismo che hanno anche l’ambizione di offrire uno spaccato del mondo meno ingessato, forse parecchio paradossale ma certamente più divertente.    

Alessandro Pagani ha 55 anni, è fiorentino e durante gli anni Ottanta ha mosso i primi passi nei settori artistici che più ama, la musica e la scrittura. Ha esordito con svariati gruppi fiorentini alle tastiere e alla batteria, fino alla parentesi durata dieci anni con il gruppo Valvola e l’etichetta discografica indipendente Shado Records. Attualmente suona la batteria con gli Stolen Apple (“Trenches” è il disco di debutto uscito nel 2016), band che sta per registrare il secondo album. Nel campo della scrittura, dopo il libretto autoprodotto “Le domande improponibili” del 2015, sono usciti i libri “Perché non cento?” (Alter Ego/Augh Edizioni di Viterbo), “Io mi libro” e l’ultima creatura “500 chicche di riso”, entrambi per 96, Rue de La Fontaine di Follonica.  

Come è nata l’idea di scrivere battute umoristiche?

L’idea è nata nei pomeriggi afosi di un lontano agosto, a spasso col cane, con l’incontro di due universi: quello nella mia testa e quello al di fuori. Perché non provare ad unire questi due mondi apparentemente diversi tra loro attraverso l’ironia, il sarcasmo, l’umorismo, per vedere le cose da un altro punto di vista? L’idea delle domande improponibili e dei successivi scritti è venuta proprio così, con l’incontro fra situazioni paradossali e personaggi bizzarri filtrati – o per meglio dire trasformati – in chiave comica attraverso le molteplici possibilità che offre il caleidoscopio della lingua italiana.

La leggerezza è anche il tuo modo di affrontare la vita? E quanto ha influito sulle tue scelte editoriali?

Lo spirito goliardico che mi ha sempre contraddistinto deve aver influito certamente questa scelta, visto che da sempre per me è una cosa naturale giocare con ogni tipo di contesto per sdrammatizzare gli eventi. Sono convinto che l’individuo manchi ancora di una visione maggiormente ironica della vita, che faccia vedere gli accadimenti con occhio più distaccato. Dovremmo imparare a ridere più di noi stessi attraversando ed incrociando le nostre coscienze, forse con questo nuovo atteggiamento la vita conterrebbe meno dispiaceri.

Come viene accolto dal pubblico questo tipo di scrittura?

La letteratura umoristica è considerata ancora di nicchia e se ne ignorano i motivi, visto che la scuola italiana è stata nobilissima e di fama internazionale. Difatti non si tratta di una lettura leggera o meno impegnata, ma diversa. Molte delle frasi contenute nei miei libri devono essere rilette più volte per capirne il senso, ma quando poi arrivano – e i miei lettori lo testimoniano – ciò che segue è un sorriso che fa pensare.

Un vulcano di idee come te avrà già altri progetti in cantiere. Quali sono?

L’idea è quella di scrivere un racconto umoristico e di pubblicare alcune poesie scritte durante l’adolescenza, per tornare indietro nel tempo e confrontarmi con i miei cambiamenti.