Alessandra Romano, venti anni di impegno sindacale

Due diplomi (liceo scientifico e liceo psicopedagogico), due lauree (giurisprudenza e gestione della comunicazione) ed una carriera costantemente in ascesa nel sindacato. Alessandra Romano, 49 anni, insegnante di Relazioni industriali, Diritto di famiglia, Diritto della protezione sociale e Responsabilità scolastica nel diritto civile all’Uniclam di Cassino, è il segretario generale aggiunto della Cisl di Frosinone.

Quale è stato il percorso che l’ha portata a ricoprire il suo ruolo in un importante sindacato?

Ho iniziato, circa 20 anni fa, come Rsa e Rsu nella mia categoria di appartenenza, per essere eletta nella segreteria della Cisl Scuola di Frosinone, successivamente eletta come segretario della Cisl confederale provinciale, ampliando le deleghe di competenza. Passo dopo passo, ho fatto tutta la scalata, che non ho mai confuso con un approdo, ma con una grande opportunità da agire responsabilmente, prima di tutto nei confronti dei 41.002 iscritti ed iscritte, poi per l’intero territorio. Sono passata attraverso i meandri, i pertugi e le intercapedini che intralciano il percorso di una donna in carriera, senza scorciatoie, anzi talvolta costretta ad indietreggiare, a sgomitare, a digerire veleni pur senza mai arrendermi. Consapevole di fronteggiare una battaglia non di certo personale, bensì collettiva. Una battaglia di genere, la stessa che mi ha consentito di arrivare dove sono, riconoscente a coloro che hanno aperto il varco, la cui attuale ampiezza non importa, essendo fluttuante, talvolta più accessibile, talvolta stretta, l’importante che ci sia. Così come la mia vittoria è frutto di un risultato collettivo, ascrivibile al processo di partecipazione e di affermazione, che le donne hanno posto in essere da decenni, per il quale oggi molte di noi possono valersi dei risultati e migliorarli. Abbiamo raggiunto un grado di maturazione sociale e di consapevolezza civile, per i quali ormai sembra pleonastico parlare di tetto di cristallo, tuttavia la realtà è molto diversa.

Quindi ha incontrato difficoltà ad emergere nel mondo sindacale in quanto donna?

Per le motivazioni già esposte e per non aver mai rinunciato a lottare, a credere, a convincere le resistenze più ostili, a contaminare i contesti, ad impegnarmi, posso dire che le difficoltà sono state la porzione più stimolante del mio ruolo, soprattutto laddove sono state assunte come una scommessa non personale. Essere donne in sé non basta, le competenze e l’impegno devono diventare i nostri migliori alleati, considerando che ci viene richiesto il massimo per riconoscerci il minimo. Dobbiamo sempre aver presente che Ginger Rogers faceva tutto quello che faceva Fred Astaire, ma all’indietro e sui tacchi a spillo. Tuttavia, ho potuto contare sull’approvazione, sull’incoraggiamento di molti colleghi, gli stessi che hanno reso l’ambiente di lavoro accogliente e che mi hanno riconosciuto il ruolo di architrave dell’organizzazione. Un errore da non commettere è scimmiottare atteggiamenti maschili per essere credibili, autorevoli e rispettabili. Non ho mai rinunciato alle peculiarità femminili. Tacco, rossetto e scollature non occorrono, ma ci contraddistinguono da cravatte, gessati ed iniziali sul polsino.

Le statistiche parlano di un’alta percentuale di disoccupazione femminile. Quali sono gli elementi che ancora oggi ostacolano l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro?

Ciò che le statistiche ci hanno restituito finora è stato ancor più esasperato dall’erosione occupazionale, conseguente la pandemia. I segmenti più fragili del mercato del lavoro –  donne e giovani – sono stati i più colpiti dalla crisi, essendo loro maggiormente occupati nel settore servizi, nonché laddove le forme contrattuali sono più discontinue e precarie. Inoltre, l’ingresso e la permanenza delle donne nel mondo del lavoro incontrano ataviche contraddizioni che il sistema tuttora non riesce a riequilibrare. Le donne raggiungono i livelli più alti dell’istruzione e della formazione, in tempi più brevi rispetto agli uomini e con risultati migliori, eppure stazionano nelle falle della disoccupazione molto più a lungo. Nella nostra Provincia diventa preoccupante anche il tasso di inattività delle donne e dei neet, cioè quella componente di risorse umane scoraggiata e sottoutilizzata. L’ostacolo più evidente è la predominanza di genere, vale a dire a parità di condizione e di prerequisiti, l’impiego è prevalentemente maschile. A ciò bisogna aggiungere una certa resistenza ideologico-culturale, ancora troppo radicata in Ciociaria, per la quale i maschi sono poco accudenti in famiglia e le donne, talvolta anche per scelta personale, rimangono trincerate dietro il paravento dei figli e dei caregiver in generale, che non consente loro una adeguata conciliazione vita-lavoro, spesso proprio per mancanza, scarsità ovvero inefficienza dei servizi. Soltanto il 54,5% delle madri sono lavoratrici, contro l’83,5% dei padri ed il 67% del lavoro domestico-familiare viene svolto da madri lavoratrici. Tra le nostre proposte vorremmo favorire il reclutamento attraverso la presentazione dei curricula con nome puntato e cognome per esteso, senza foto, qualora per il ruolo o la mansione richiesti non siano necessarie caratteristiche fisiche, di presenza o di genere specifiche (come ad esempio l’indossatrice, l’indossatore, la modella, il modello, la stuntwoman, lo stuntman, ecc.), al fine di orientare il recruiting verso le skills necessarie. Le tutele sindacali e le politiche confederali in generale sono strumenti propulsori per l’affermazione dei diritti, della rappresentanza e della democrazia economica, precondizioni fondamentali per la parità, per il riconoscimento e per la promozione delle donne nel mondo del lavoro. Per questi motivi, la scelta sindacale nei luoghi di lavoro, soprattutto per le lavoratrici, diventa strategica per la rappresentanza e per la rappresentatività che le donne riescono conseguentemente ad esigere. Da sole si è più fragili e più esposte agli abusi ed alle sopraffazioni.

Ritiene che la nostra sia una società ben orientata verso le pari opportunità, con riferimento soprattutto al genere?

Esistono due letture della società, una formale ed una sostanziale.  Il nostro sistema normativo e regolamentare, sia a carattere legislativo che pattizio, risulta essere molto evoluto per il riconoscimento della parità di genere. Dalla seconda metà del secolo scorso ad oggi abbiamo innalzato il livello di produzione normativa per poter avviare il riconoscimento sostanziale della parità, come non era mai accaduto nei secoli passati, frutto di una consapevolezza diffusa. Leggere oggi norme dell’altro ieri ed a Costituzione vigente fa pensare ad un’epoca tanto lontana di cui nessuno ha più memoria, ma è bene ricordare che lo ius corrigendi, del marito nei confronti della moglie, è stato abolito nel 1956; il coefficiente Serpieri, per il quale in agricoltura il lavoro femminile e minorile veniva remunerato la metà di quello maschile, è stato abolito soltanto nel  1964; il delitto d’onore è stato in vigore fino al 1981 e la violenza sessuale è stata riconosciuta come reato contro la persona, anziché contro la morale pubblica, soltanto nel 1996. Per arrivare successivamente alle azioni positive, alla legge 38/2009 per lo stalking, alla legge 119/2013 per il femminicidio, alla legge 69/2019 che istituisce il Codice Rosso, per avere, tuttavia, un sistema a due velocità, nel quale la realtà è disallineata rispetto a questo quadro normativo all’avanguardia. Le donne continuano ad inciampare in intralci, subdoli quanto malcelati, che ne rallentano o impediscono, sovente, una ordinaria affermazione sociale e professionale.

Lei è molto impegnata anche sulle politiche per la famiglia. Si fa ancora troppo poco in questo settore?

Anche le politiche per la famiglia stanno vivendo un periodo di rinnovato protagonismo. Sono anni che presentiamo piattaforme sindacali, anche unitarie, orientate alla famiglia e finalmente qualcosa si sta muovendo in questa direzione. La legge di bilancio ha recepito questioni cruciali dell’agenda sindacale, come l’estensione del periodo del congedo di paternità obbligatorio, il rifinanziamento del bonus bebè, del bonus asilo nido, del premio alla nascita e dell’assegno unico per i figli. Questo congegno protezionistico nei confronti delle giovani famiglie dovrebbe consentire anche un incoraggiamento alla natalità, mai stata così esigua nel corso della storia. La media dei figli per donna in età riproduttiva è scesa a 1,23 con una propensione alla maternità molto più elevata, 2,1 per donna. Il lavoro, paradossalmente, diventa un innescatore, poiché si rileva un maggior orientamento alla famiglia numerosa laddove la madre possiede un’occupazione. In Cisl abbiamo condotto uno studio che ha evidenziato come la nascita di un figlio nelle madri lavoratrici sviluppa ulteriori posti di lavoro. Il moltiplicatore di occupazione dovrebbe avere un’incidenza di 15 a 100, cioè per ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si generano altri 15 posti nei servizi. Pertanto, l’inadeguatezza del welfare familistico e le resistenze di genere nel mercato del lavoro generano un fertility gap pericoloso per il ricambio generazionale e per le sfide demografiche e di protezione sociale a cui ci richiama il vertiginoso invecchiamento della popolazione.