Il coraggio di una sopravvissuta

Lidia Vivoli è una donna molto bella che porta sul corpo e nella mente i segni di una violenza inaudita. Otto anni fa è stata in balìa per tre ore di un uomo che voleva ucciderla. Era l’uomo che Lidia intendeva lasciare dopo una relazione iniziata come una favola e finita nel sangue. Quella notte, era il 24 giugno 2012, il principe azzurro si è trasformato in uno spietato aguzzino. Ha colpito Lidia alla testa con una bistecchiera di ghisa, le ha infilzato un paio di forbici nella schiena e nell’addome, ha cercato di strangolarla con un filo elettrico, l’ha presa a pugni e calci. Le ha rotto il setto nasale, uno zigomo, un timpano. Nel parare i colpi la donna si è ferita ad una coscia e ha riportato lesioni in tutto il corpo. Oggi ha ancora molte difficoltà fisiche e soffre di fibromialgia. Lidia Vivoli, 49 anni, siciliana di Bagheria, ex hostess, è una sopravvissuta. L’uomo che l’ha aggredita è stato condannato per tentato omicidio e sequestro di persona a 4 anni e mezzo di reclusione, ma ha trascorso solo cinque mesi in carcere ed attualmente è sotto processo per stalking, sempre nei confronti di Lidia Vivoli.       

Una notte di violenze che ha cambiato la tua vita. Ma com’era Lidia prima di quel tentato femminicidio?    

Ero un’assistente di volo nella compagnia aerea Wind Jet, avevo una casa ed ero sposata con un biologo marino. Stavo bene, mi mancava solo un figlio. Poco prima del nostro decimo anniversario di matrimonio, mio marito mi ha lasciato senza alcun motivo evidente. Un’esperienza che mi ha devastato.

Poi c’è stato l’incontro con l’uomo che, a distanza di un anno, avrebbe tentato di ucciderti?

Sì. E probabilmente mi sono aggrappata a lui proprio per dimenticare la fine del mio matrimonio. Lui era un grande corteggiatore, si presentava alle 5 in aeroporto solo per prendere un caffè insieme, mi faceva ridere, era sempre pieno di attenzioni. Non potevo immaginare la sua vera natura. Non avevo alcun segnale negativo.

Siete andati subito a vivere insieme?

Accadde quando io venni trasferita da Palermo a Catania. Lui era un barman, anche bravo, in quel periodo non lavorava molto. Pensò che Catania potesse offrirgli qualche opportunità e affittai una casa vicino all’aeroporto iniziando una convivenza. Lavoravo soltanto io, ma lui si occupava della casa e per me andava bene, ma poi cominciarono a capitare cose strane. Per esempio, spesso sparivano soldi in casa, se ci restavano cento euro lui ne spendeva 85 per comperarsi una camicia. Un giorno, e siamo arrivati a gennaio 2012, mi chiese di poter vedere il mio cellulare, gli disse se stava scherzando. Per tutta risposta mi prese il polso e me lo piegò, mi sbatté la testa al muro fino a farmi svenire. Andai in ospedale, tre giorni di prognosi. Lui se ne andò, ma mi mandava in continuazione messaggi minatori. Ad aprile 2012 ho avuto un incidente sul lavoro e sono tornata a Bagheria. Ci vedevamo ancora e i suoi atteggiamenti strani continuavano. Mi rubava i soldi, mi chiamava puttana e mi picchiò di nuovo facendomi finire in ospedale. A pronto soccorso dissi di essere caduta dalle scale.

E’ stato in quel periodo che hai maturato la decisione di lasciarlo?

Sì, ero ancora presa ma volevo lasciarlo. Ormai neanche viveva più con me.

Poi è arrivato quel maledetto giorno. Cosa è successo?

Mi chiese di andare a messa insieme a Tindari, in provincia di Messina. Portai con noi anche mia sorella e trascorremmo una bella giornata.  Tornando a Bagheria incontrammo un traffico pazzesco e, per evitarlo nel rientrare a casa sua, lui chiese di restare da me. La sua presenza mi dava fastidio, ma evitai di contrastarlo. Era comunque calmo e tranquillo, tanto che quella notte dormimmo abbracciati. Ad un certo punto, mi ha spostato dicendo di dover andare in bagno. Ho guardato l’orologio, era l’una e quarantacinque. All’improvviso ho sentito un colpo alla testa e un forte dolore. Non riuscivo a capire cosa stesse succedendo. Me lo sono ritrovato davanti con una bistecchiera di ghisa in mano. Mi ha colpito alla nuca 4 o 5 volte finché non si è rotto il manico. Fortunatamente dormivo con la pancia in sotto e, come mi hanno detto poi i medici, ho una scatola cranica molto resistente.

Appena hai realizzato che ti stava colpendo, cosa è accaduto?

Mi ha subito colpito con le forbici nella schiena, ricordo di aver sentito il rumore della carne che si lacerava. Ho cercato di difendermi e le forbici mi hanno colpito al sopracciglio, mentre lui mi afferrava alla testa. Poi ha preso il filo dell’abat jour, ho capito che mi voleva strangolare ma non riuscivo a muovermi dallo spazio angusto in cui mi teneva. Mi sono mossa un po’ e ho rotto la lampada, infatti altre ferite le ho avute anche perché mi ha trascinato sul pavimento pieno di vetri. Mi sbatteva la testa ovunque, il sangue era dappertutto. Ha preso il filo del ventilatore, me lo ha messo in bocca e sono riuscita a toglierlo. Mi ha preso a pugni in faccia, rompendomi il setto nasale e un timpano. E poi mi ha infilato le forbici nell’addome, cercando di mettersi sul mio corpo per farle entrare completamente. Nell’ultimo tentativo di difendermi, ho colpito le forbici per farle uscire e mi sono squarciata una coscia.

Come sei riuscita ad uscire da questo inferno?

Quando ho potuto, gli ho stretto i testicoli con le mani. Solo a questo punto si è allontanato, dolorante. Mi sono accucciata sul letto e ho cominciato a pregare. Avevo paura che si riprendesse perché sapevo che non avrei avuto la forza di reagire.

Eppure ce l’hai fatta. 

Quando si è ripreso ho fatto come fanno i negoziatori nei film. Gli ho parlato in modo rassicurante mentre tutto mi girava intorno e sentivo il rumore del mio respiro affannato. Gli dicevo che non mi aveva fatto nulla di grave, che non lo avrei denunciato. E lui, minacciandomi di morte se avessi parlato, se ne è andato. A quel punto ho chiamato il 118 e mia madre. All’arrivo dei soccorsi ho detto subito chi era stato, lo hanno arrestato mentre dormiva a casa sua. Ha patteggiato una pena di quattro anni e mezzo, ma è stato in carcere solo cinque mesi prima dei domiciliari in attesa del processo. E quando è uscito ha continuato a perseguitarmi, mi seguiva e una volta mi ha picchiato staccandomi un labbro perché ho rifiutato le sue avance. L’ho denunciato ed è sotto processo per stalking. Per ora sta buono proprio perché c’è un processo in corso, ma ho paura di quello che potrebbe accadere dopo. Non ha mai chiesto scusa, non si è pentito e me l’ha giurata.

Dove hai trovato la forza per superare questa orribile esperienza?

Per un anno mi sono chiusa in me stessa, mi sentivo in colpa anche per il dolore causato a mia madre, che è stata molto male. Immagina cosa significa per una madre dover pulire il sangue della figlia in casa. Poi ho riflettuto e mi sono chiesta perché ero viva. Forse perché dovevo aiutare altre donne. E questa è diventata la mia missione.

E’ grazie a te se Codice Rosso, il provvedimento di legge entrato in vigore l’anno scorso per tutelare maggiormente le vittime di violenza, se sono stati allungati da 6 a 12 mesi i tempi per presentare denuncia. In che modo questo viene incontro alle donne maltrattate?

Ho lanciato una petizione raccogliendo 151 mila firme e la proposta è diventata legge. Denunciare è difficile, soprattutto perché quando si arriva ad un processo la donna, che è la vittima, spesso viene giudicata, umiliata e vessata come ha detto il capo della Polizia, Gabrielli. Bisogna essere forti per denunciare e serve tempo per decidere, in sei mesi non tutte ce la fanno. Il Codice Rosso, comunque, è solo un gradino e noi dobbiamo arrivare alla vetta di un grattacielo.

Cosa avrebbero bisogno veramente le donne per uscire da certe situazioni? Le istituzioni fanno abbastanza?

Occorre che la donna venga supportata concretamente con un lavoro e una casa dove ricominciare a vivere con i figli. Oggi cosa si fa? Si rinchiude la donna nella casa famiglia dove non si può neanche guardare la televisione, dove non c’è neppure la chiave del bagno. La vittima viene privata della sua libertà mentre l’aguzzino spesso è libero, anche di fare male di nuovo. Mentre dovrebbe stare in carcere fino al processo oppure fuori ma controllato davvero, magari con il braccialetto elettronico. E poi ci sono premi, permessi, riduzioni di pena. A loro è concesso tutto, ma a noi? Dico sempre che dovremmo essere trattate come le vittime di mafia che sono maggiormente tutelate. Ma non interessa a nessuno perché le vittime sono donne comuni.  

Cosa consiglieresti a una donna che trova sulla sua strada un uomo violento? Di scappare al primo schiaffo?

Deve scappare prima, non si deve arrivare allo schiaffo. Perché prima dello schiaffo ci sono stati scuramente altri campanelli d’allarme. La donna deve pretendere rispetto, il rispetto che si deve a tutti. E che andrebbe insegnato a scuola come specifica materia, chiamiamola educazione sentimentale.

Dopo la tua drammatica storia di violenza, hai incontrato Salvo Ventimiglia, che già conosciamo per la battaglia che da anni conduce per sapere la verità sulla sorella Giusy, scomparsa misteriosamente nel 2016. Avete due bellissimi gemelli di 4 anni e mezzo, un maschio e una femmina. I bambini sanno cosa ti è accaduto?

Ai miei figli ho fatto vedere le foto che mi hanno scattato dopo l’aggressione e ho spiegato che una persona malvagia voleva fare del male alla mamma. Credo sia gusto che sappiano che fuori dalla loro casa, dove sono riempiti d’amore, c’è anche il male. 

Hai raccontato com’eri prima del tentato omicidio. E la Lidia di oggi che donna è?

Una donna molto più forte, ma che ha paura di tutto.

Le storie in grammi di Davide Rocco Colacrai


Dal 2008 ad oggi ha ricevuto un’infinità di premi e riconoscimenti nazionali e internazionali che sottolineano il percorso letterario di un autore eclettico, considerato uno dei più interessanti poeti contemporanei, che ha firmato di recente l’ottavo libro di poesia dal titolo “Asintoti e altre storie in grammi” pubblicato con la casa editrice Le Mezzelane.

Davide Rocco Colacrai, nato e cresciuto a Zurigo, è arrivato in Italia per gli studi liceali e successivamente si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Firenze, dove ha conseguito anche una specializzazione in studi giuridici e il Master di II Livello in Psichiatria forense e Criminologia.

“Asintoti e altre storie in grammi” è una raccolta di frammenti in cui si specchia il mondo nelle sue plurime estensioni di vita. Si parla dell’11 settembre, della famiglia (la stessa storia viene raccontata da due punti di vista diversi, quello del padre e quello della madre), dei manicomi, dell’amicizia, dell’assenza e dell’amore. 

Come è nata la sua passione per la poesia?

Diciamo pure che ho sperimentato molteplici arti. Dalla musica, ho studiato pianoforte per dieci anni e flauto per quattro, alla pittura fino alla recitazione, ma ho trovato l’espressione più adatta a me, quella rispetto alla quale mi sento più a mio agio, che vivo con maggiore naturalezza, nella poesia. Sono solito dire, infatti, che la poesia è arrivata a me.

Come definirebbe il suo fortunato percorso di autore di poesie dall’inizio ad oggi e cosa le ha dato maggiori gratificazioni in questi anni?

Mi piace pensare al mio percorso – come autore – in termini di evoluzione: una crescita, e dunque una maturazione, come uomo, che si è inevitabilmente riflessa nei miei versi, e in particolare nel modo di scrivere e nei temi che le mie poesie trattano. In questo percorso ho avuto numerose gratificazioni, o più genericamente diversi momenti che mi hanno fatto trovare il senso e me lo hanno confermato. Dai libri pubblicati ai riconoscimenti conseguiti, i viaggi che ho potuto intraprendere e le persone che ho conosciuto; ma forse quella che mi aspettavo di meno, e che pertanto mi ha sorpreso e gratificato di più – oserei dire: una vera scommessa! – è stata questa: l’aver portato la poesia alle persone con una idea, che era stata definita di poesia in teatro – o di poesia visuale – e aver trovato un certo consenso.

Il suo ottavo volume si chiama “Asintoti e altre storie in grammi”. Se dovesse recensirlo, cosa scriverebbe?

Questa domanda mi piace molto! Dunque, lo definirei un libro completamente diverso dai classici libri di poesia. Infatti si presenta con un formato che hanno tipicamente le agende, si sfoglia come un’agenda, ed è ricco di storie, alcune delle quali raccontate anche da due punti di vista diversi. È sicuramente un libro sperimentale, molto personale anche se di personale viene raccontato poco (o poco in apparenza), e onesto.

Nei suoi libri scrive molto di temi attuali e a sfondo sociale. Con quali criteri sceglie gli argomenti da trattare?

Non ho un criterio – o non seguo un determinato criterio – in base al quale scegliere cosa scrivere. Sono una persona molto curiosa, leggo molto, mi piace studiare e approfondire i miei appunti – solitamente relativi a fatti sociali o storici – e quando mi ritengo pronto (e anche predisposto verso una tematica, predisposto a prendere una posizione, a proposito dell’onestà a cui accennavo prima) scrivo.

Spesso fa riferimenti al teatro e alla musica. Sono passioni che influenzano la sua produzione di poesie?

Decisamente sì. La musica mi accompagna sin da quando sono piccolo (e mi piace pensare anche da prima) e mi ha salvato la vita, e il teatro mi ha permesso di liberarmi di alcune mie paure, di essere più me stesso, di avere il coraggio per andare oltre, per evolvere meglio, con maggiore equilibrio.

Quale ruolo assume la poesia nel panorama culturale e nella società di oggi? C’è ancora spazio per questo tipo di espressione artistica?

C’è un grande fermento poetico anche se la poesia paga il fatto di essere messa sempre dopo la prosa, un po’ come la sorella sfigata. Secondo me, spetta a ogni poeta, nel suo piccolo, fare in modo che la poesia possa avere più forza, essere ascoltata con maggiore attenzione. In fondo, la poesia è fatta – sia come presupposto sia come conseguenza – della società in cui viviamo: c’è una biunivocità necessaria, inevitabile, la società stessa è poesia.

Ufagrà, l’ultimo futurista con la voglia di sperimentare

Conosco Antonio Fiore da molti anni, per lavoro ho seguito diverse sue mostre e ho ammirato subito le sue opere, oltre ad apprezzare la persona: umile come sanno essere soltanto i grandi e con la marcia in più della simpatia e del sorriso. Non a caso, lui ama dire: “Sono come i miei quadri: colorato, dinamico e solare. E cerco di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno”.

Autoritratto perfettamente calzante per un artista che, a 82 anni, continua a dipingere ancora con la voglia di sperimentare. Portando sempre in alto lo pseudonimo di Ufagrà con cui è conosciuto nell’ ambiente artistico, dove è noto anche per essere l’ultimo pittore futurista vivente. Nato a Segni, ex dirigente di industria, nel 2018 ha festeggiato i 40 anni di carriera.

Un traguardo eccezionale. Puoi fare una sintesi di questo lungo periodo?

Dall’ incontro con Sante Monachesi, nel 1977, mai avrei immaginato tanta evoluzione. Fino al 1984 sono stato suo allievo nel movimento Agrà a cui avevo aderito e successivamente ho firmato la “Dichiarazione di Futurismo Oggi” di Enzo Benedetto insieme agli altri futuristi viventi. Quella fu per me una grossa sterzata perché le frequentazioni avute in quel contesto, come ad esempio con le figlie di Balla, hanno creato in me la convinzione che il movimento futurista cessa nel 1944 con la morte del fondatore Marinetti, ma l’idea del futurismo non si esaurisce storicamente perché non è una scuola d’arte, bensì un’attitudine, un modo di intendere la vita. Non ci sono limiti temporali, perché l’evoluzione è continua. Con l’avvento della macchina, della locomotiva e dell’industrializzazione c’è la velocità, con l’invenzione dell’aereo c’è l’aeropittura e con la conquista dello spazio abbiamo la cosmopittura. Quindi, se dovessi racchiudere 40 anni di carriera in una parola, direi proprio evoluzione.

Monachesi non è stato, però, il tuo vero maestro in quanto in assoluto lo è stato Giacomo Balla che sicuramente ha influenzato il tuo percorso artistico. Un percorso iniziato come?

Ero un piccolo collezionista di opere d’arte e un gallerista mi propose l’acquisto di un quadro di Monachesi. Ero molto interessato, ma dissi al gallerista che lo avrei preso soltanto se Monachesi mi avesse fatto una dedica. E così lo incontrai, si parlò di futurismo e del movimento Agrà. Mi coinvolse molto, avevo una grande passione e da lì iniziò una collaborazione durata parecchi anni.

Fu lui a ideare per te lo pseudonimo di Ufagrà. Cosa significa esattamente?

Sì, lo ideò facendo il verso a Marinetti che usava dare a tutti un altro nome. U sta per universo in quanto il movimento Agrà è universale, F per il cognome Fiore e Agrà come il movimento.

In Italia sei l’ultimo futurista. Vuol dire che i giovani non trovano interesse per questo genere di arte?

Ho moltissimi estimatori giovani, alle mostre sono l’80-90% dei visitatori, ma nessun allievo. C’è stato un ragazzo che sembrava interessato, si chiamava Enzo Bozzi e veniva a trovarmi in studio a farmi vedere le sue creazioni realizzate con il polistirolo, ma è stata una vicinanza passeggera.

A 82 anni continui a lavorare e anche ad inventare nuovi abbinamenti. Di recente lo hai fatto con le “Battaglie cosmiche” utilizzando l’acciaio riflettente. Hai in programma altri connubi tra colori e materiali?

In realtà, dopo l’acciaio ho inserito il plexiglass colorato ed è l’ultima novità. Si trova in dieci quadri che dovevano essere esposti in una mostra in programma a Roma, nella galleria Vittoria di via Margutta, il prossimo 14 ottobre, ma è stata rinviata a causa del Covid. La faremo quando sarà possibile.

Come e dove trovi queste ispirazioni?

Mi vengono spontaneamente, sono pensieri che arrivano all’improvviso. Ci ragiono su, faccio i bozzetti e metto l’idea in pratica.

Il bilancio della tua attività artistica è indubbiamente positivo, con all’attivo 70 mostre di successo in tutta Italia e all’estero, numerosi riconoscimenti e citazioni su importanti pubblicazioni specializzate. Sei stato presente a Palazzo Venezia, al Padiglione Italia-Regione Lazio della 54esima Esposizione d’Arte Internazionale della Biennale di Venezia. Ufagrà è soddisfatto di quanto fatto finora?

Sono molto contento. Vivo l’arte con passione e parto dal presupposto che non devo piacere per forza. Faccio quello che sento. Ad esempio, l’opera che ho dedicato a Samantha Cristoforetti, è nata perché sentivo l’orgoglio di italiano e volevo dirglielo in questo modo.

Mi sembra di capire che è molto importante, per te, essere libero di esprimerti come vuoi, seguendo soltanto il tuo amore per l’arte.

Sono stato sempre libero. Mai un compromesso.   

La strada in salita dei diritti civili

Maria Paola Gaglione aveva 18 anni e amava Ciro, nato in un corpo femminile che non lo rappresenta, che non sente suo. Maria Paola è morta a Caivano, nel Napoletano, in un incidente che sarebbe stato provocato dal fratello Michele mentre inseguiva in moto i due fidanzati, entrambi in sella ad uno scooter. E’ stato arrestato con l’accusa di omicidio preterintenzionale. In base alle prime ricostruzioni, sembra che volesse dare una lezione alla sorella perché non accettava quella relazione fuori dai canoni tradizionali, poco consona alla tranquillizzante “normalità”.  Un episodio di cronaca che ha portato di nuovo sotto i riflettori l’intolleranza, la discriminazione e l’odio che è costretto a subire chi ha orientamenti sessuali “diversi” e identità di genere non conformi. Persone non trattate come tali, nell’anno 2020 ancora obiettivi di bullismo e derisione.  

Roberta Mesiti

Inizia da qui la mia chiacchierata con Roberta Mesiti, presidente della sede Agedo di Frosinone. Agedo vuol dire associazione genitori di omosessuali, un’onlus nazionale formata da familiari di persone Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) fondata nel 1993, oggi presente in trenta città italiane. A Frosinone è operativa dal 2019.

Come si può commentare una storia così orribile?

Una tragedia consumata in ambito familiare che evidenzia due scenari: una cultura patriarcale dove l’uomo si sente in diritto di intervenire pesantemente nella vita di una sorella per correggerla e, strettamente collegato, un atto di transfobia neanche ben codificato. In questi casi non bisogna puntare il dito, ma porsi delle domande. Quanto ci si confronta in famiglia? Quanto si ha voglia di ascoltare i propri familiari? E che tipo di informazione arriva quando si parla di Lgbt? Un discorso fondamentale che riguarda media e istituzioni. Il fratello di Maria Paola avrebbe detto che la sorella “era infettata” da Ciro, una dichiarazione che rimanda ad una patologia scientificamente inesistente. E’ importante quindi l’informazione corretta, ma anche la formazione promossa dalle istituzioni, attraverso buone prassi, per prevenire questa cultura della discriminazione.

Cosa fa Agedo, in concreto, per chi si rivolge alla vostra associazione?

Offriamo servizi gratuiti e su base volontaria a chi si mette in contatto con noi. Servizi che partono dall’ ascolto telefonico non appena arriva la richiesta di sostegno, seguito da incontri con i volontari e proseguendo un percorso a seconda delle necessità e delle esigenze di chi ci contatta.

Chi si rivolge a voi?

La nostra utenza è formata da genitori, ragazze e ragazzi. I primi ci chiamano perché si sentono impreparati di fronte ad un coming out (quando i figli dichiarano la propria omosessualità, ndr) che spesso arriva inaspettato e vogliono sapere come gestire la situazione. I ragazzi e le ragazze chiedono sostegno quando dopo il coming out non vengono accettati, per capire come debbono comportarsi con i familiari.

Quali obiettivi si prefigge Agedo e in quali contesti opera?

I nostri obiettivi sono il dialogo, perché in famiglia bisogna parlarne, e reperire informazioni scientifiche. Ed ancora la formazione per i volontari perché chi interviene deve essere competente. Collaboriamo inoltre con le istituzioni attraverso progetti nella scuola. Raccontiamo le nostre esperienze e offriamo un altro punto di vista, soprattutto per contrastare il bullismo. Facciamo formazione anche in ambiti lavorativi e a livello nazionale siamo impegnati in tavoli consultivi con diverse realtà istituzionali tra cui il Miur.

Un altro fronte caldo è quello legislativo. Da tempo si attende una legge contro l’omotransfobia, da poco approdata alla Camera e proposta dal deputato Alessandro Zan. Sarà la volta buona?

Questo è uno snodo fondamentale perché contempla il riconoscimento normativo e un importante lavoro sulla cultura, aspetti che non vanno scissi. L’iter è lungo e complesso e noi lo seguiamo con attenzione.

Agedo è nata nel 1993. Dopo tanti anni possiamo dire che qualche passo avanti è stato fatto o ci sono ancora troppe sacche di arretratezza?

Passi in avanti ci sono stati, anche se quando ci arrivano notizie come quelle di Caivano ci dobbiamo interrogare, perché sono realtà sommerse che emergono in modo tragico.  E’ stata fatta molta fatica per approvare, nel 2016, la legge sulle unioni civili che ha dato dignità a quelle che sono semplicemente coppie. Ma le questioni aperte ci sono ancora, come ad esempio l’omogenitorialità di cui la politica finora non ha voluto farsi carico. Ma deve farlo, perché parliamo di persone e di figli.  

Il teatro nelle case per resistere alla pandemia

Durante il lockdown, chiuso nella sua abitazione di Roma, ha portato il teatro e l’arte nelle case dei followers attraverso la sua pagina di Facebook come segno di condivisione e di speranza. Un’esperienza raccontata nel libro “Sulle ali dell’arte” della casa editrice Accademia Edizioni ed Eventi di Giuseppe De Nicola, presentato in anteprima nazionale il 28 luglio ad Ascoli Piceno e che a breve si potrà trovare in 2500 librerie italiane. Ancora un successo per Vincenzo Bocciarelli, attore di teatro, cinema e televisione ma anche insegnante di recitazione e pittore. Recentemente l’artista ha ricevuto l’attestato di benemerenza, conferito dall’Academy of Art and Image, per l’impegno profuso e il fattivo contributo culturale e sociale. Lo incontro mentre è impegnato con la Compagnia di Sebastiano Lo Monaco nelle prove dell’Amleto di Shakespeare che debutterà in autunno a Verbania. Lui interpreterà Re Claudio, patrigno di Amleto, con la regia di Alessio Pizzech.

Che tipo di esperienza è stata “Bocciarelli Home Theatre”, l’appuntamento social ideato nel periodo dell’isolamento causa Covid?

 Ho voluto dialogare con il pubblico in un momento solo in apparenza di smarrimento, che in realtà è diventato un’occasione per ritrovarsi. Una cura dello spirito e dell’anima attraverso l’arte e il teatro come strumenti di condivisione. Ho trovato persone con un grande peso specifico, molto connesse alla luce, decisamente belle anime. Ne è nato un gruppo di bocciarelliani e bocciarelliane che ho voluto coinvolgere in prima persona selezionando le loro poesie, le loro dediche, le loro riflessioni, i loro scritti. Un momento catartico, emozionante. Un vero e proprio percorso, gremito di presenze virtuali ma molto concrete, che ho voluto poi sviscerare, soprattutto di notte, per farne un racconto.  

In questo libro racconti anche molto di te come persona e non solo come attore.

Mi sono messo a nudo, quasi senza rendermene conto, perché ho raccontato anche questioni molto intime. Ma ho voglia di sincerità e di avere il coraggio di dire come stanno le cose. E credo di poterle dire dopo tanti anni di vissuto e di viaggi. Racconto anche di un mondo che sta andando a scatafascio, come quando tornando in Italia da un set in Thailandia non riconoscevo più il mio Paese. Ma racconto soprattutto la mia vita da eremita, i sogni, le disavventure, i voli pindarici.

Il teatro con Glauco Mauri e Giorgio Albertazzi, il cinema con Florestano Vancini e Giulio Base e le fiction televisive “Orgoglio”, “Il bello delle donne”, “Un caso di coscienza”, solo per citare alcune delle tue numerose esperienze. Ma quale è l’espressione artistica che ti rappresenta maggiormente?

Vengo dal grande teatro ed è quello che mi rappresenta di più perché è nel teatro che posso esprimere tutte le mie potenzialità, senza i limiti dell’inquadratura del cinema e della televisione.  Sul palcoscenico sei te stesso, devi gestirti da solo. Nel cinema devi trovare il personaggio giusto, un buon direttore della fotografia e un ottimo montatore perché un montaggio sbagliato può rovinare anche la migliore interpretazione.

La televisione ti ha dato molta popolarità, cosa significa per chi viene dal teatro?

La tv è stata una palestra pazzesca e mi ha fatto conoscere al grande pubblico, un’esperienza bellissima che mi ha viziato un po’. Ho avuto subito empatia con il pubblico delle grandi fiction, ho sentito concretamente apprezzamenti, ammirazione e amore. Continuamente mi chiedono quando torno in televisione, mi dicono che sono bravo e questo  fa molto piacere.

Intanto ti prepari a debuttare con Amleto, ma nell’imminenza anche a condurre la 15esima edizione del concorso internazionale “Musica Sacra” 2020 in programma venerdì 4 settembre alle 20.30 nella Basilica dei Santi dodici Apostoli di Roma che sarà trasmesso in mondovisione su TelePace, Maria Tv  e Radio Vaticana.

Sono molto felice di essere stato chiamato a condurre il concerto di gala, un evento internazionale di alto valore e colgo l’occasione per ringraziare la gentilissima Daniela de Marco, direttrice artistica dell’Accademia Musicale Europea e del concorso per questa meravigliosa opportunità. Per me rappresenta inoltre un ritorno al grande pubblico dopo mesi durante i quali mi sono visto cancellare e slittare opportunità di lavoro e impegni per ovvi motivi. Sono molto felice ed emozionato che tutto ciò avvenga dal cuore della città eterna, la mia Roma, che amo profondamente. 

Casa Pappagallo, la goduria del cibo sul web

Non chiamatelo chef, lui è un cuciniere curioso. Si autodefinisce così Luca Pappagallo, 55 anni, tra i più seguiti e amati cuochi del web, che spadella dalla sua abitazione di Arcidosso, in provincia di Grosseto, strappando like su like alla miriade di ammiratori che lo segue costantemente. Del resto, le dinamiche della rete Pappagallo le conosce bene. Già nel 1999, quando internet era ancora tutto da scoprire, lui ha fondato Cookaround, tra i primi siti dedicati alla cucina in Italia, che continua a gestire anche dopo il passaggio di proprietà a Mondadori. Ma oggi la sua forza è Casa Pappagallo, il blog nato un anno e mezzo fa, da dove ogni giorno il cuciniere curioso sforna piatti golosi, autentici e soprattutto facili da replicare. Con l’immancabile godurioso assaggio finale.

Qual è il segreto di Casa Pappagallo?


Casa Pappagallo nasce dal concetto che cucino a casa mia in maniera diretta e semplice, con proposte mai sopra le righe, senza stare lì a pontificare, senza fare show. Parlo con le persone che mi seguono, non propongo tutorial, cucino in modo rilassato. Credo sia questo che piace alla gente. Il gradimento sta salendo in modo esponenziale, come interazioni siamo ai livelli di Giallo Zafferano, non è poco.  

Come è nata la tua passione per la cucina? E come è iniziata la tua avventura sul web?

Del tutto in modo casuale. L’amore per il cibo è nato seguendo la nonna e la mamma, mi piaceva guardare e assaggiare. Poi ho iniziato a raccogliere informazioni, ho viaggiato molto, ho preso contatti con chi cucinava in più parti del mondo e riportavo le loro ricette con lo stile italiano. Una raccolta che è diventata una specie di quadernino delle ricette, sai quelli di una volta con tanti appunti, con foglietti volanti, dove si scriveva chi aveva dato la ricetta. Ho portato questo in rete nel 1999 quando internet era appena agli inizi e non aveva neanche una buona reputazione. Ma io ci ho creduto e da lì è partito tutto.

Non hai mai avuto un ristorante, nonostante la lunga esperienza ai fornelli. Perché?    

Non sono mai stato interessato, credo che avere un ristorante significhi dover fare bene poche cose. In questo modo, come cucino io, si può fare bene molte più cose.

Che effetto fa sapere che migliaia di persone ti seguono e, a leggere i commenti sulla tua pagina Facebook, sono entusiasti dei tuoi piatti?

Una soddisfazione enorme. Cosa c’è di più bello di leggere che ormai sono uno di famiglia e che copiare le mie ricette è facile e fanno fare bella figura? Questa mattina ho postato la ricetta di una torta e dopo poco tempo, credimi, già mi inviavano foto del dolce in preparazione. Mi fa un enorme piacere.

Come definiresti le tue ricette? Punti sul tradizionale o ti piace inventare anche nuovi piatti?

Direi che prediligo la cucina semplice e tradizionale con qualche contaminazione dovuta ai miei viaggi, ma mai estrema. Chi dice di inventare nuovi piatti è un pallonaro, ormai non c’è più niente da scoprire.

Da tempo la televisione è invasa dai cosiddetti show cooking, una moda che sembra non tramontare mai. Qual è la tua opinione a proposito?

Ho partecipato spesso a “La prova del cuoco” con la conduzione di Elisa Isoardi, non sono contrario alla cucina in televisione. Quello che è importante è fare bene questi programmi e non tutti ci riescono, ma comunque non passeranno mai di moda perché tutti mangiamo e non ci nutriamo semplicemente.

Durante il lockdown il cibo è diventato un punto centrale della nostra vita in isolamento. Dal tuo osservatorio che riscontri hai avuto in tal senso?

Per quanto riguarda Casa Pappagallo durante il lockdown abbiamo avuto un aumento del 400-500% di interazioni, un incremento esponenziale che aveva dell’incredibile e molti mi hanno conosciuto in quel periodo. C’è stata poi una fase calante in cui le persone si erano stancate anche del cibo, ma superato questo momento depressivo siamo tornati a numeri eccezionali.

Ci sono in vista nuovi progetti o continuerai ancora per molto con Casa Pappagallo?

Sicuramente continuo con Casa Pappagallo, ma sto pensando a nuovi format per aggiungere qualcosa e migliorare. Una volta internet era solo velocità, oggi alla velocità bisogna aggiungere la qualità e con il mio staff, in totale siamo sette persone, pensiamo sempre a nuovi modi per raggiungere più utenti possibili. Ad esempio, da poco abbiamo inserito i sottotitoli ai video, che permettono a chi vuole di seguire facilmente la ricetta anche quando è in giro, quando si trova su un autobus.

Guardando i tuoi video, si capisce che oltre a cucinare ti piace molto anche mangiare e di tutto.  Ma se dovessi scegliere un solo piatto, il tuo preferito?

Vado sempre sulla semplicità e dico spaghetti al pomodoro. Perché se hai un pomodoro buono, non serve altro.

p.s.  Lo ammetto: anche io sono tra le migliaia di persone che replica le ricette di Luca.  Confermo che sono semplici, gustose e danno grandi soddisfazioni. Grazie, cuciniere curioso.

Coronavirus, nel Lazio economia a picco

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Il nuovo Coronavirus non porta con sé soltanto malattia, decessi e paura. La conseguenza della sua diffusione è pesantissima anche sul fronte dell’economia, che sta già pagando e pagherà un costo molto salato. Quali settori rischiano maggiormente la recessione e il collasso? Quale sarà la ricaduta occupazionale al termine di questa emergenza sanitaria?

L’ho chiesto al presidente regionale di Confcommercio Lazio Sud, Giovanni Acampora, che ci aggiorna sulla situazione e sulle prospettive nel Lazio.

acampora
Presidente Acampora, come si può definire lo stato economico del Lazio in questo momento a seguito del caso Covid-2019?
Con una sola parola, possiamo dire che è disastroso.
Ed entrando nel dettaglio?
Turismo, somministrazione e trasporti hanno ricevuto il contraccolpo più forte di questa emergenza. E nel momento in cui questi tre settori hanno una forte battuta di arresto, come sta avvenendo, si riversa su tutti gli altri settori dell’economia. A Roma ci sono il 95% delle cancellazioni alberghiere, ma il trend sarà lo stesso in tutte le province del Lazio. Le agenzie di viaggio hanno disdetto completamente i pacchetti turistici e per gli albergatori non c’è soltanto il problema delle disdette, ma devono fare fronte anche al rimborso delle prenotazioni annullate.
In termini di posti di lavoro a rischio, si possono fare dei numeri?
Nel Lazio si prevede una contrazione occupazionale di 50mila addetti se si continua in questi termini, stiamo parlando di cifre mostruose.
Cosa si può fare?
Innanzitutto auspico la collaborazione di tutte le istituzioni, che non ci siano fughe in avanti e primedonne e che non si speculi su questa che è una tragedia nazionale. Grande esempio stanno dando le associazioni di categoria, questo lo devo dire, c’è collaborazione. Abbiamo fatto un incontro con la Regione Lazio e la parola d’ordine è stata: calma, guardare le problematiche vere e soprattutto di non infondere il panico. C’è bisogno, con tutte le precauzioni del caso, di dare una speranza ma bisogna tenere conto che è un virus nuovo, non bisogna fare i tuttologi e seguire i consigli della comunità scientifica. Stiamo subendo questa conseguenza, ma siamo un grande paese e sappiamo che ci risolleveremo.
Naturalmente servono anche aiuti ai comparti in sofferenza. Cosa stanno facendo le associazioni di categoria per questo obiettivo?
Abbiamo chiesto una serie di misure di sostegno al governo e spero che vengano prese in considerazione, alla Regione Lazio abbiano chiesto di muoversi affinché le agevolazioni per le zone rosse vengano estese a tutto il territorio nazionale. Su questo sono grato ai colleghi delle altre associazioni perché stanno dimostrando maturità e coesione in un momento difficile. Ed è un bell’esempio di umanità. Dopo i livelli del governo e della Regione, importante è anche il sostegno che arriva dal terzo livello, quello comunale.
Cosa possono fare, in concreto, le amministrazioni locali?
I Comuni possono e devono intervenire agevolando le imprese attraverso quella che è l’imposizione fiscale locale, in pratica i tributi. L’intervento dei sindaci è determinante anche nelle piccole cose che possono in qualche modo dare speranza all’economia, perché altrimenti le aziende chiudono.
Economia a picco e spettro della disoccupazione, problemi seri. Ci sono altre preoccupazioni da mettere in conto?
Ovviamente la nostra prima preoccupazione è quella sanitaria, non quanto per la malattia ma per le ripercussioni che essa ha sul sistema sanitario nazionale. Un aumento forte di pazienti manda in sovraccarico il sistema perché non siamo preparati a numeri così elevati.
Poi c’è la paura. E’ giustificata?
Vorrei lanciare un appello. Dobbiamo continuare a fare una vita normale con tutte le precauzioni richieste. Non succede nulla se si va in un bar e si fa colazione sedendosi a un tavolino. Un segnale di speranza va pur dato, altrimenti siamo distrutti.

La storia di Emanuele, tra dolore e speranza

emanuele e giamptero ghidini Emanuele aveva appena 16 anni quando si gettò nel fiume Chiese e morì. Era il 24 novembre del 2013. Il giovane di Gavardo, in provincia di Brescia, tornava da una festa con gli amici dove aveva assunto sostanze allucinogene. La droga aveva annebbiato il suo cervello.

Prima di buttarsi nell’acqua gelida e terminare la sua breve vita Emanuele gridava che voleva morire. Il dramma si consumò vicino casa, dove lo attendevano i genitori e le due sorelle.

Un tuffo e tutto finì. In un fiume che Emanuele conosceva bene. Proprio qui, da bambino, aveva perso il suo pesciolino rosso.

Non è quindi un caso che si chiami “Ema pesciolino rosso” la fondazione che Gianpietro Ghidini, il papà di Emanuele, ha fondato per aiutare i giovani ad amare la vita, per sensibilizzarli sul delicato tema delle dipendenze, per accompagnarli nell’insidioso periodo dell’adolescenza.

Gianpietro Ghidini parla di Emanuele a giovani come lui nelle scuole, nei teatri, negli oratori. E parla anche ai loro genitori, raccontando la sua esperienza di papà colpito dal dolore più terribile che si possa sentire.

emanuele ghidini

Incontro Gianpietro Ghidini con molto piacere per conoscere più da vicino una storia che mi ha sempre colpito anche perché dalla terribile esperienza quale è la perdita di un figlio è nata un’attività di speranza che può aiutare concretamente i coetanei di Emanuele.

Che ragazzo era Emanuele? Cosa ricorda soprattutto di lui?

Emanuele era un ragazzo pieno di energia vitale. Aveva molti amici e non è mai stato depresso, fino a quando negli ultimi mesi non ha scelto di provare delle sostanze dopo aver conosciuto ragazzi più grandi di lui. L’ultimo giorno della sua vita avevo notato nei suoi occhi una certa tristezza e gli avevo chiesto se voleva parlare con me, ma poi un appuntamento di lavoro mi aveva costretto a rimandare al giorno dopo il colloquio. Ma il giorno dopo era troppo tardi perché Emanuele, dopo una festa durante la quale ingeriva una droga sintetica, si gettava nel fiume vicino a casa.

Dove ha trovato la forza per trasformare il dolore per la morte di Emanuele in un un’attività sociale e informativa indirizzata ai giovani e ai genitori?

Quando ero giovane sognavo di fare il missionario, prendermi cura degli altri. Poi la vita, a seguito di varie vicissitudini, mi aveva fatto percorrere altre strade, dimenticandomi del mio sogno. Ed è stato sempre un sogno a indicarmi la via. Dopo due giorni dalla morte di Emanuele, sognavo di salvarlo dall’acqua e dopo essermi svegliato ho sentito dentro di me un’energia inesauribile e ho capito che avrei potuto salvarmi solo aiutando altri giovani come Emanuele che rischiano di perdersi.

Quando parla nelle scuole, che tipo di gioventù incontra?

Facciamo incontri sia nelle scuole medie che nelle superiori. Gli incontri sono molto intensi e diamo spazio anche alle loro domande, affinché siano loro i protagonisti dell’incontro.

Cosa le chiedono principalmente gli studenti dopo aver sentito la storia di
Emanuele?

Chiedono spesso come ho fatto a trovare il coraggio di rialzarmi dopo un dolore simile, cosa hanno provato le sorelle e la mamma, quali parole direi ad Emanuele se potessi averlo qui davanti a me, se hanno trovato lo spacciatore.

Probabilmente, da genitore, avrà dovuto fare i conti anche con i sensi di colpa. Cosa consiglia agli altri genitori che hanno figli adolescenti per prevenire tragedie come la sua?

Di solito facciamo incontri al mattino con gli studenti e la sera con i genitori. Non ho nulla da insegnare ai genitori, ma racconto loro dei miei errori e cerco di aiutarli per trovare un modo di evitarli.

Ritiene che nel nostro Paese il fenomeno droga sia sufficientemente valutato dalle istituzioni?

Sono convinto che così come molti cantanti non prendono mai posizione contro la droga, la stessa cosa fanno molti politici, perché ovviamente andare contro certi fenomeni significa perdere consensi.

Le luminarie di Gaeta accendono il mare d’inverno

Sono una gioia per gli occhi e un toccasana per l’umore, mettono allegria e rendono il Natale magico come dovrebbe essere la festa più bella dell’anno. Ma, soprattutto, è un evento che ha dato vita e benessere nella stagione invernale ad una località finora conosciuta soltanto per le sue spiagge. Non a caso si chiama “Favole di luce”, lo straordinario allestimento di luminarie che da quattro anni proietta Gaeta, sul litorale pontino, 22 mila abitanti che d’estate diventano 100 mila, nel mercato nazionale del turismo. Grazie ad un sindaco visionario e lungimirante, Cosmo Mitrano, che ci ha creduto sempre nonostante le perplessità iniziali di molti.

Sindaco, come è nato questo progetto?

E’ nato nel 2016, è stato un momento di follia. Quando è partito questo progetto volevano addirittura sfiduciarmi, non avevo nessuno a favore, neanche un consigliere, neanche un cittadino. Perché il discorso populistico è sempre lo stesso, secondo tutti avrei dovuto prendere quei soldi e darli ai poveri. Ma secondo me l’amministratore deve creare le condizioni giuridiche e amministrative per creare sviluppo, perché è lo sviluppo che genera occupazione e quindi benessere.  Oggi io ho cambiato le abitudini delle attività commerciali di Gaeta, prima il 15 ottobre chiudevano e alcuni riaprivano a metà dicembre, altri a marzo e aprile. Ora non chiudono mai.

Un’operazione che ha portato cosa finora?

La destagionalizzazione del turismo. Sicuramente siamo riusciti a riposizionare Gaeta sul mercato nazionale del turismo, non è soltanto località balneare ma anche meta invernale. I miei competitor, da novembre a gennaio non sono più le città balneari ma Pescasseroli, Roccaraso, Salerno anch’essa famosa per le luminarie.

Diamo qualche numero?

In uno dei week-end di dicembre abbiamo raggiunto il record di 30-35 mila turisti. E da quest’anno arrivano bus tutti i giorni, anche quelli infrasettimanali, non era mai accaduto sinora. Ecco perché stiamo contando su questo progetto e vogliamo anche rafforzarlo, allungando ancora di più la stagione con carnevale, che quest’anno avrà tre date.

Quale lavoro di marketing e di comunicazione c’è dietro questi risultati?

Lavoriamo annualmente sulle strategie di comunicazione e sull’innovazione. La politica si fa sempre trascinare dall’emergenza, invece secondo me deve sedersi a tavolino e dare enfasi alla programmazione, pensare alla città, a come la vogliamo tra dieci anni e capire quale percorso gestionale dobbiamo seguire per raggiungere gli obiettivi. Con Favole di luce studiamo continuamente il fenomeno, vediamo da dove arrivano i turisti per poi tarare la comunicazione su questi dati. L’anno scorso abbiamo puntato su Roma e sulla Toscana e stanno arrivando turisti da Roma e dalla Toscana.

Quale è l’impatto economico della manifestazione in termini di ritorno?

L’impatto diretto è calcolato in circa 5 milioni di euro in tre mesi, ma c’è anche l’indotto. Chi oggi viene a vedere le luminarie, può rimanere emozionato e tornare a primavera o in estate. E questo sta accadendo.

 Le luminarie di Gaeta si possono ammirare fino al 19 gennaio 2020

Il calvario di Chiara, massacrata dal suo uomo

Massacrata di botte dal fidanzato. Colpita con calci e pugni sulla testa per ore. Nove mesi di coma e poi il lento risveglio. Ma Chiara (foto in alto) non è più la stessa, il trauma lascia segni indelebili. Chiara non parla. Chiara è su una sedia a rotelle. E da quel giorno maledetto trascorre anni difficili, ricoverata in più ospedali dove subisce numerosi interventi chirurgici. La sua vita è devastata, ma Chiara è forte, vuole andare avanti. Soprattutto vuole superare le violenze patite da quello che era il suo compagno, Maurizio Falcioni, condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione per tentato omicidio e maltrattamenti, pena che l’uomo sta scontando nel carcere di Velletri.

Chiara Insidioso ha soltanto 19 anni quando il compagno, quasi il doppio della sua età, la riduce in fin di vita. E’ il 3 febbraio del 2014. Al culmine di una lite, scaturita dalla gelosia ossessiva di lui, nella casa dove vivono insieme a Casal Berlocchi, vicino Roma, Maurizio Falcioni si accanisce contro la ragazza. Non è la prima volta che la picchia, ma in questo caso la furia è incontenibile. Quando la soccorrono, Chiara giace in una pozza di sangue. E’ l’inizio di un lungo calvario.  

Attualmente Chiara si trova nella struttura dell’associazione onlus Casa Iride, a Roma, dove si accolgono pazienti in stato vegetativo.  E’ qui da tre anni, ma i genitori lottano per dare a Chiara una sistemazione più adeguata. Chiara non è in stato vegetativo, continua a gridare la mamma Danielle Conjarts, olandese, che ha lanciato su Facebook l’hashtag #unastrutturaperchiarainsidioso per chiedere alle istituzioni, a chi ne ha potere, di occuparsi della giovane sopravvissuta. E’ l’appello di una donna che ogni giorno parte da Cerveteri, dove abita, e muovendosi con i mezzi pubblici va da Chiara e le sta vicino per qualche ora.

Danielle (nella foto sotto con Chiara) è una bella donna che ha sul viso i segni della sofferenza, ma nel cuore la speranza di una vita migliore per la sua unica figlia. E’ una donna gentile e forte. Testarda, come si definisce lei.

Danielle, come sta adesso Chiara?

Chiara capisce tutto, conosce due lingue perché io ho sempre parlato con lei in olandese. Capisce tutto, ma non parla.

Perché chiede una nuova struttura dove portare Chiara?

Casa Iride è una struttura eccellente per chi è in stato vegetativo, ma Chiara non è in questo stato. A Chiara serve un posto dove può incontrare altri ragazzi, dove ci sono attrezzature adatte, dove può fare la logopedia. Ha bisogno di socializzare perché questo a Chiara manca proprio.

Esistono in Italia strutture del genere?

Ci sono, ma sono poche.

Chi dovrebbe intervenire per trasferirla in un posto più adatto a lei?

Penso il giudice tutelare, ma soprattutto la sanità pubblica, che però purtroppo in Italia non funziona bene.  

Chiara è stata almeno risarcita per quanto le è accaduto?

Fino ad ora no. Il risarcimento è stato stabilito, lui dovrebbe dare 400 euro al mese, questo ha deciso la Cassazione, lavorando in carcere. Ma al momento Chiara non ha ricevuto nulla. Chiara prende 290 euro di pensione e 500 di accompagnamento.  Niente altro.   

Chiusa la vicenda giudiziaria, ora bisogna pensare al futuro di Chiara. Dal punto di vista medico, ci sono buone possibilità che Chiara si riprenda ancora di più?

I medici non si sbilanciano, dicono che dopo cinque anni una persona con questo tipo di lesioni non può migliorare. Invece Chiara sta migliorando, lo vedo ogni giorno. Mia figlia è un miracolo, ha una grande forza, più di me che sono molto testarda. Lei è stata sempre una capocciona e il suo carattere è rimasto come era. Lei reagisce: si offende, ride, piange, si arrabbia. Le ho comprato un tablet, lei fa le ricerche, va a cercare gli amici su Facebook, fa le videochiamate. Ecco perché penso che in una struttura diversa potrebbe migliorare molto. Chiara ha bisogno di stimoli, di incontrare gente, lei cerca i contatti. E nella struttura dove si trova oggi è limitata in questo.

Cosa si sente di dire sulla storia terribile di Chiara vittima di un uomo violento? Possiamo solo immaginare il suo dolore di mamma.

Ho cercato di essere forte, ma per il dispiacere ho avuto un infarto e due anni dopo ne ho rischiato un altro. Sono crollata per lo stress, per il dolore. Di stress ne ho molto, anche per il viaggio di due ore e mezza che ogni giorno affronto. Ma per Chiara lo faccio volentieri, lei ha bisogno di me e io ho soltanto lei.  

Chiara ricorda quanto di orribile le è accaduto?

Certo, lo ricorda da almeno due anni. Io gliel’ho anche chiesto in modo esplicito e lei mi ha risposto sì.

In un’intervista, l’aggressore di Chiara ha dichiarato di essere pentito, di voler chiedere scusa.

Per carità, ma di che cosa? Chi lo conosce bene sa che è sempre stato un violento e nessuno ci ha mai chiesto scusa, nemmeno i suoi familiari.

Lei e il papà di Chiara, il suo ex marito, vi siete sempre opposti al rapporto tra Chiara e Falcioni.

Certo. Chiara ha vissuto con me fino a 17 anni, poi si è trasferita dal padre per motivi di studio.  Per me è stato un duro colpo. Quando ho saputo che stava con lui ho sempre detto che non andava bene, ma Chiara non ha voluto sentire nulla.

Cosimo racconta Sasà: è stata la mia terapia

Lui è Salvatore Cerruti, per gli amici Sasà o Cerry.  E’ il personaggio del vigile urbano interpretato da Cosimo Alberti, 53 anni, napoletano, nella fiction italiana “Un posto al sole”.  Inserito inizialmente nella serie quasi come una comparsa, nel corso del tempo Sasà è riuscito a ritagliarsi un ruolo centrale, tanto da arrivare ad essere uno dei volti più apprezzati dal pubblico. Grazie indubbiamente alla simpatia del personaggio creato dagli autori, ma soprattutto alla bravura dell’attore che veste i suoi panni. Ho voluto incontrarlo per conoscerlo meglio e, come Sasà, ha simpatia da vendere.

Cosimo, quando hai iniziato a recitare?

Ho iniziato da piccolo con padre Roberto nell’asilo dove mia madre mi mandava. Padre Roberto era un vero artista e portava i sacramenti in scena. Organizzava piccole recite e io partecipavo. Oltre a recitare, ero un animatore, coinvolgevo gli altri. Avevo 13-14 anni, una mia amica mi parlò di un laboratorio teatrale e ho iniziato così. Non avevo mai pensato di mettere a frutto il mio talento, anche se da piccolo rimanevo incantato davanti alla televisione e in particolare quando vedevo il mago Silvan e Corrado mi immaginavo al posto loro, desideravo fare televisione. La cosa curiosa è che entrambi li ricordo con lo smoking e al mio debutto in televisione ho indossato proprio lo smoking (nelle foto sotto con Amii Stewart, Mario Merola e Gloriana). Ho lavorato per un decennio a Canale 21, una tv privata di Napoli, dove sono stato assunto come attore per la trasmissione “Napoli in parole e in musica” e la presentavo con la cantante Gloriana. Già facevo teatro, l’ho fatto per molto tempo. E quando ho iniziato a farlo mi si è aperto un mondo.

Quando e come sei arrivato a “Un posto al sole”?

Il personaggio è nato quattro anni fa, ma all’inizio neanche ci si scommetteva perché aveva un ruolo marginale, era solo di appoggio agli altri attori, Cerruti non aveva neanche un nome. Poi gli autori hanno deciso di farlo crescere, solo un anno dopo ha avuto un nome, Salvatore. Poi ha avuto la casa e la famiglia.

“Un posto al sole” è molto seguito. Perché piace così tanto?

Perché c’è Napoli, per la qualità degli attori e degli autori, perché si parla della quotidianità e lo spettatore riesce ad immedesimarsi.

Girare ogni giorno e da molti anni con i colleghi immagino che faccia nascere anche l’amicizia tra di voi.

Registriamo a blocchi e quindi non ci vediamo mai tutti insieme, però si diventa amici della propria storyline. Infatti sono molto amico di Antonella Prisco che interpreta Mariella, tanto che è stata anche la mia testimone di nozze nella realtà (foto sotto).

Giusto, ti sei sposato di recente con Christian Luino, un bellissimo ragazzo. Tanti auguri.

Grazie mille, mi sono sposato a settembre.

E a questo proposito, il personaggio di Cerruti ha portato in tv anche la tematica dell’omosessualità con l’amore che nasce tra Salvatore Cerruti e il dottor Sarti.

Non è stato un caso. Già qualche anno fa la tematica era stata affrontata con un bacio tra due ragazzi, ma non era stato molto incisivo trattandosi appunto di ragazzi. Adesso, con due adulti, uno che indossa una divisa e l’altro che fa il medico è diverso. Ora, dopo il bacio che i due si sono dati, la tematica è stata sdoganata facendo capire che, in fondo, l’omosessualità non è così cattiva. E nelle prossime puntate si parlerà anche della famiglia che Cerruti formerà. Tu sai che non posso anticipare nulla, ma un’evoluzione ci sarà.

Tu sei nella realtà appassionato di musica popolare, di tammuriata, e anche Sasà lo è. Possiamo dire che questo personaggio ti rappresenta molto?

Diciamo che sono io, però non assomiglio molto a Cerruti. Perché lui è sottomesso, lui subisce, è uno sfortunato. Invece io, scusa la presunzione, sono forte, caparbio, positivo, propositivo e sono fortunato. Lui è vittima del padre, io mi sono ribellato molto a mio padre. Se poi vogliamo andare nel profondo della mia vita privata, fino all’anno scorso ero molto discreto rispetto alla mia diversità, non lo nascondevo ma neanche lo ostentavo. Però ero timoroso, lo confesso. Ma recitando la parte di Cerruti, sono riuscito ad accettarmi ed ho fatto accettare Cerruti. Grazie agli autori, per me è stata una sorta di terapia. Dire apertamente sul set “ti amo” ad un uomo, mi ha aiutato ad accettarlo nell’inconscio. E se Cerruti è stato terapeutico per me, mi auguro che lo possa essere per tanti altri. Sai quanti padri possono accettare un figlio omosessuale vedendo queste storie? Sai quanti genitori possono immedesimarsi e cambiare opinione?

Quindi hai cominciato da poco a dichiarare la tua omosessualità. Non era semplice, immagino a causa dell’omofobia che, purtroppo, esiste ancora.

C’è ancora molto da fare per l’omofobia, anche se noto che per un omofobo che attacca gli omosessuali ci sono centinaia di persone pronte a contrastarlo. Io ho cominciato a dire di essere omosessuale solo l’anno scorso, ma anche perché ho avuto due compagni che temevano il giudizio degli altri e quindi nascondevano la relazione. Ma con l’arrivo di Christian, che invece vive tutto in modo naturale, sono riuscito a liberarmi.         

Cosa vedresti nel tuo futuro professionale?

Ho fatto qualche parte piccola nel cinema, ma mi piacerebbe farlo bene e recitare in un film impegnato, anche se mi piace anche il cinema più leggero. Diciamolo, altrimenti Christian De Sica si piglia collera.

Giusy Ventimiglia, un mistero lungo tre anni

Quale è stato il destino di Giusy Ventimiglia? Cosa è accaduto a questa giovane donna fragile, già provata da un matrimonio infelice? Dopo tre anni quali speranze ci sono di trovare, almeno, il suo corpo? Sono le angoscianti domande che si pone la famiglia della donna, sparita il 13 novembre 2016 da Bagheria, in provincia di Palermo. All’epoca della scomparsa aveva 35 anni.

Giusy Ventimiglia, nata nel 1981, è uscita alle 7.30 di una domenica qualunque dalla casa del padre, che la ospitava dopo la fine della sua storia con il marito Michele da cui ha avuto un figlio (oggi ha 19 anni), e di lei non si è saputo più nulla. Il telefono ha agganciato per l’ultima volta la cella di una zona degradata delle campagne di Bagheria, tra le contrade Cordova e Dolce Impoverile. Cosa ci facesse Giusy in quel posto, in un orario piuttosto insolito per le sue abitudini, è ancora un mistero. Un mistero lungo tre anni.

Ne parlo con il fratello Salvo, convinto che Giusy sia ormai morta, e che a nome di tutta la famiglia – il padre, un altro fratello e una sorella – non smetterà mai di chiedere verità e giustizia. Salvo è anche il compagno di Lidia Vivoli, sopravvissuta nel 2012 all’aggressione dell’ex fidanzato, impegnata nella lotta contro la violenza sulle donne.  

Salvo Ventimiglia

Salvo, cosa pensa che sia successo a sua sorella?

Sono certo che mia sorella non ci sia più e che il colpevole se ne stia tranquillo tra Bagheria e dintorni. Giusy è stata vittima dell’ennesimo femminicidio.

Quindi crede che sia stata uccisa da un uomo che Giusy frequentava. La famiglia non era al corrente di una relazione?

No, mia sorella non si confidava, neanche con suo figlio. Con mio nipote ho cercato di sapere qualcosa, ma non mi ha saputo dire nulla. L’ha sentita la sera prima al telefono, era calma e tranquilla. Riguardo le sue frequentazioni, mi ha confermato che gli amici di Giusy erano effettivamente quelli intervistati da “Chi l’ha visto?”. E’ stato anche detto che Floriana, la sua migliore amica, le prendesse degli appuntamenti con gli uomini, ma a noi non risulta. Nessuno, prima della sua scomparsa, è venuta ad avvertirci di questa cosa e la nostra famiglia non avrebbe mai permesso che Giusy facesse il “mestiere”.  Oltretutto perché, se faceva questo, avrebbe avuto bisogno di rubare soldi e buoni fruttiferi, per oltre 10mila euro, dalla cassaforte di mio padre, come ha fatto? A chi li ha dati questi soldi? Certamente non li ha spesi per lei, mia sorella non andava dal parrucchiere, non andava dall’ estetista e si faceva dare i vestiti alla Caritas.

Le ricerche sono scattate subito?

Sono partite tardi, per il discorso dell’ allontanamento volontario che escludiamo assolutamente, Giusy non avrebbe mai lasciato il figlio. Non sappiamo neanche se sia uscita volontariamente da casa, perché non ci spieghiamo il motivo per cui abbia lasciato scritto il suo numero di telefono e il suo nome su un biglietto, lasciandolo attaccato al portachiavi dell’ingresso di casa. Forse in quel momento sapeva già che la sera non sarebbe rientrata. Nella zona dove è stato posizionato il suo cellulare sono state fatte le ricerche, ma solo a gennaio del 2017 e per mezza giornata.

A che punto sono le indagini?

Non sappiamo nulla, ho una grande rabbia perché noi familiari veniamo tenuti all’oscuro, non abbiamo mai comunicazioni. L’ultima volta che siamo stati convocati in Procura è stato a marzo del 2017, dopodiché il 15 giugno di quest’anno è stato convocato mio padre, 31 mesi dopo la scomparsa di mia sorella, per un prelievo del Dna.

Il prelievo del Dna è un atto importante, vi è stato spiegato il motivo?

Ci hanno detto che si tratta di una prassi, ma dopo tanto tempo ci sembra assurdo. Abbiamo potuto solo fare delle ipotesi, forse serviva per la comparazione con i resti ritrovati di un cadavere non identificato, ma non abbiamo certezze. L’unica cosa che hanno detto è che le indagini sono aperte e sono molto complicate.

Durante un collegamento con “Chi l’ha visto?”, che ha seguito molto il caso, un uomo di Bagheria davanti alle telecamere urlò che Giusy non sarebbe stata mai ritrovata. E’ stata approfondita questa dichiarazione?

Si tratta di una persona che, lo abbiamo appurato dopo, frequentava lo stesso bar dove mia sorella passava molto tempo. Ho avuto occasione di parlargli, mi ha detto esplicitamente che le persone coinvolte nella scomparsa di mia sorella hanno mentito, che non hanno detto tutto quello che sapevano. Mi ha detto anche che conosceva Giusy, cosa che non aveva dichiarato all’epoca. E si è rifiutato di dire quello che sapeva ai carabinieri. A questo punto l’ho segnalato io, ma non so se è stato ascoltato dagli inquirenti. Da lui ho ricevuto messaggi audio con minacce e offese perché non voleva essere coinvolto, non voleva essere cercato. Io l’ho denunciato e il 18 ci sarà l’udienza. Altro elemento controverso è la testimonianza di Floriana, l’amica di Giusy, che ha dato diverse versioni, poi morta di infarto.

Suo padre ha detto che, la mattina della scomparsa, Giusy si era truccata nonostante non fosse una sua abitudine. Cosa potrebbe significare questo particolare?


Conferma che quella mattina aveva un appuntamento a cui teneva. Giusy non si truccava mai, si metteva un cerchietto tra i capelli e basta.

Lei parla spesso dell’omertà che ha trovato nel suo paese. Chi vi sta vicino, chi vi sostiene in questo dramma?

Nessuno del mio paese. Solo la redazione di “Chi l’ha visto?” ha fatto il possibile, si è informata in Procura e ci è stata vicina con grande affetto.

Dopo tre lunghi anni, cosa chiede la famiglia Ventimiglia?

Vogliamo sapere cosa è successo a mia sorella e chi le ha fatto del male. E vogliamo che venga ritrovato il suo corpo per avere un posto dove piangerla.

L’autismo non ferma Samuele che sogna Sanremo

Non sarà certo l’autismo a rubare i sogni di Samuele. Di che pasta sia fatto lo ha già dimostrato diplomandosi con il massimo dei voti, incidendo un disco (VIDEO), gareggiando alla selezione di “Sanremo Giovani” e partecipando come testimonial alla maratona Telethon. Ma le sfide, per un ragazzo così intraprendente nonostante il disturbo di cui soffre, non sono finite. E una supera le altre: la partecipazione al Festival di Sanremo. Samuele ci punta con il sostegno della famiglia, una bellissima famiglia di Gela, in Sicilia. Questa è la storia di Samuele Di Natale, 22 anni, raccontata dalla mamma Provvidenza Infurno (con lui nella foto sotto).

Signora Provvidenza, Samuele è riuscito anche a prendere la maturità, una bella soddisfazione.  

Samuele si è diplomato in sociopedagogia. Dopo la terza media ero decisa a ritirarlo da scuola perché gli autistici non si abituano facilmente ai nuovi ambienti, ma i fratelli maggiori Rosario e Antonio, che lo adorano, hanno insistito per provare a fargli continuare gli studi.  Prima di iscriverlo ho girato molti istituti a Gela perché a me interessava che Samuele stesse bene, ero ansiosa soprattutto per il bullismo, e quindi sono andata anche in una scuola femminile che mi è piaciuta molto. E infatti nel giro di dieci giorni Samuele si è ambientato. Poi ha fatto un percorso tranquillo, sempre rispettato dai docenti e dalle compagne. Non ci speravo proprio, invece ha meravigliato tutti diplomandosi.

La notizia ebbe una certa risonanza a livello nazionale.

Si, arrivarono tanti giornalisti, ne parlarono ai telegiornali e il giorno dopo gli esami abbiamo avuto la sorpresa di ricevere la telefonata di Matteo Renzi, proprio quell’anno era stata approvata la legge “Dopo di Noi” voluta dal suo Governo. Gli abbiamo parlato delle nostre difficoltà perché ad oggi non abbiamo ancora una struttura e non abbiamo sostegni né dal Comune né dalla Regione. Siamo sempre andati avanti con i sacrifici della famiglia e sono stati molti perché io sono una casalinga e mio marito ha una pensione da operaio metalmeccanico. Pensi che i figli più grandi quando andavano a scuola rinunciavano alle gite pur di far fare la terapia a Samuele.  

Come vive una famiglia quando un componente è affetto da autismo?

La vita cambia, gira intorno a lui, si deve vivere in base alle sue esigenze. Abbiamo scoperto di questo maledetto autismo quando Samuele aveva 17 mesi, allora non si sapeva neanche cosa fosse, non se ne parlava. Però ce la facciamo a seguirlo perché i miei figli maggiori adorano il fratello, vivono per lui, sono meravigliosi. Io dico sempre che il caso di Samuele ha rafforzato l’unione della nostra famiglia.

Samuele ha una grande passione per la musica.

Da sei anni studia all’Accademia di canto di Giuseppe Lavore che ha creduto nel suo talento. Ed è riuscito ad arrivare alla selezione nazionale di Sanremo Giovani. La cosa più bella è che adesso ha inciso l’inno per i ragazzi autistici “Non arrenderti mai” scritto da Emanuele Bunetto e Giuseppe Lavore. Siamo stati ospiti di diverse trasmissioni televisive e addirittura Mogol, dopo averlo sentito cantare, lo ha ringraziato dicendo: “Ecco cosa può fare un ragazzo autistico, dove può arrivare”.   Per Samuele la musica è un modo per liberarsi dalle ansie. Mio figlio non parla molto, ma vediamo che quando finisce di cantare scende dal palco come illuminato.     

Come trascorre la sua giornata Samuele?

Fino a giugno è stato impegnato, grazie alla cooperativa Nido d’argento, ai Servizi sociali del Comune di Gela. Adesso che questo impegno è finito, trascorre il suo tempo soprattutto in famiglia, perché al di fuori dei fratelli e dei genitori non frequenta molto. Non ha amici, purtroppo gli altri ragazzi non lo cercano e non vengono a trovarlo e questo, come madre, mi dispiace molto perché non è giusto. Eppure Samuele è un ragazzo dolcissimo, io lo definisco l’angelo sulla terra, vive di carezze e baci.

Il caso di Samuele è sicuramente importante anche per sensibilizzare tutti sull’autismo.

Si, infatti il messaggio che vogliamo trasmettere alle altre famiglie che vivono lo stesso problema è che se ce l’ha fatta Samuele possono farcela anche i loro figli.

Avete contatti con altri genitori con figli autistici?

Abbiamo costituito un’associazione che si chiama Amautismo, mio marito Orazio è il vice presidente e il presidente è l’ingegnere Antonino Biondo, stiamo lottando per avere un Centro diurno a Gela dove ci sono almeno 200 ragazzi autistici.

Samuele è anche un ragazzo molto religioso.

Ha una grande fede. Ogni giorno segue il rosario su Tv 2000, ogni anno lo porto a Lourdes e segue sempre la messa perché la domenica Samuele ha due passioni: la Chiesa e il Milan. Quando Papa Francesco è venuto a Piazza Armerina, gli ho detto che mio figlio è autistico e lui mi ha risposto “E che vuoi che sia? E’ bello come il sole” e lo ha baciato.      

Sui prossimi impegni artistici di Samuele ci sono delle novità importanti, come spiega il fratello Rosario che lo segue in questo settore.  <E’ in programma un album con dodici brani inediti dopo il singolo perché abbiamo avuto l’onore di essere contattati da autori nazionali e regionali che hanno visto la storia di Samuele e ci stanno regalando un sogno. Di questo ringraziamo molto il direttore artistico Giuseppe Lavore. E noi faremo tutto per far felice Samuele che vuole arrivare sul palco di Sanremo in gara o come ospite. Abbiamo parlato di questo obiettivo nella trasmissione Rai di Eleonora Daniele, spero che qualcuno ci ascolti perché Samuele quando canta dimentica tutti i suoi problemi>.       

Giochi di parole per ridere con intelligenza

Una bella risata riconcilia con la vita. E di un sano divertimento, ogni tanto, abbiamo bisogno proprio tutti. Solo per questo dovremmo essere grati a chi, grazie al suo talento, ha la capacità di regalarci spazi di leggerezza e strapparci un sorriso. E’ il caso di Alessandro Pagani, autore di un libro che contiene battute, freddure, giochi di parole e doppi sensi, offerti al lettore con garbo e intelligenza. Si tratta di “500 chicche di riso”, una raccolta di perle di umorismo che hanno anche l’ambizione di offrire uno spaccato del mondo meno ingessato, forse parecchio paradossale ma certamente più divertente.    

Alessandro Pagani ha 55 anni, è fiorentino e durante gli anni Ottanta ha mosso i primi passi nei settori artistici che più ama, la musica e la scrittura. Ha esordito con svariati gruppi fiorentini alle tastiere e alla batteria, fino alla parentesi durata dieci anni con il gruppo Valvola e l’etichetta discografica indipendente Shado Records. Attualmente suona la batteria con gli Stolen Apple (“Trenches” è il disco di debutto uscito nel 2016), band che sta per registrare il secondo album. Nel campo della scrittura, dopo il libretto autoprodotto “Le domande improponibili” del 2015, sono usciti i libri “Perché non cento?” (Alter Ego/Augh Edizioni di Viterbo), “Io mi libro” e l’ultima creatura “500 chicche di riso”, entrambi per 96, Rue de La Fontaine di Follonica.  

Come è nata l’idea di scrivere battute umoristiche?

L’idea è nata nei pomeriggi afosi di un lontano agosto, a spasso col cane, con l’incontro di due universi: quello nella mia testa e quello al di fuori. Perché non provare ad unire questi due mondi apparentemente diversi tra loro attraverso l’ironia, il sarcasmo, l’umorismo, per vedere le cose da un altro punto di vista? L’idea delle domande improponibili e dei successivi scritti è venuta proprio così, con l’incontro fra situazioni paradossali e personaggi bizzarri filtrati – o per meglio dire trasformati – in chiave comica attraverso le molteplici possibilità che offre il caleidoscopio della lingua italiana.

La leggerezza è anche il tuo modo di affrontare la vita? E quanto ha influito sulle tue scelte editoriali?

Lo spirito goliardico che mi ha sempre contraddistinto deve aver influito certamente questa scelta, visto che da sempre per me è una cosa naturale giocare con ogni tipo di contesto per sdrammatizzare gli eventi. Sono convinto che l’individuo manchi ancora di una visione maggiormente ironica della vita, che faccia vedere gli accadimenti con occhio più distaccato. Dovremmo imparare a ridere più di noi stessi attraversando ed incrociando le nostre coscienze, forse con questo nuovo atteggiamento la vita conterrebbe meno dispiaceri.

Come viene accolto dal pubblico questo tipo di scrittura?

La letteratura umoristica è considerata ancora di nicchia e se ne ignorano i motivi, visto che la scuola italiana è stata nobilissima e di fama internazionale. Difatti non si tratta di una lettura leggera o meno impegnata, ma diversa. Molte delle frasi contenute nei miei libri devono essere rilette più volte per capirne il senso, ma quando poi arrivano – e i miei lettori lo testimoniano – ciò che segue è un sorriso che fa pensare.

Un vulcano di idee come te avrà già altri progetti in cantiere. Quali sono?

L’idea è quella di scrivere un racconto umoristico e di pubblicare alcune poesie scritte durante l’adolescenza, per tornare indietro nel tempo e confrontarmi con i miei cambiamenti.

Un nonno speciale di nome Gino Bartali

Un campione indimenticato che ha fatto sognare gli appassionati di ciclismo tra gli anni Trenta e Cinquanta, vincendo tre Giri di Italia e due Tour de France e aggiudicandosi più volte corse importantissime come la Milano – Sanremo e il Giro di Lombardia. Gino Bartali, soprannominato Ginettaccio, scomparso nel 2000 a Firenze, in questi giorni avrebbe compiuto 105 anni (è nato a Ponte a Ema, in Toscana, il 18 luglio 1914). Una ricorrenza non passata inosservata, a conferma di quanto sia ancora vivo il ricordo di uno sportivo che correva con forza e sacrificio in un periodo storico affatto facile. Grande avversario di un altro campione, Fausto Coppi, dal 2013 Bartali è stato dichiarato “Giusto tra le nazioni” dallo Yad Vashem, il memoriale ufficiale israeliano delle vittime dell’olocausto, per la sua attività a favore degli ebrei durante la seconda guerra mondiale.

Parlo di lui con la nipote Gioia Bartali, che tiene alta la memoria del famoso nonno non solo correndo in bicicletta come lui indossando la sua maglia del Tour de France del 1952, ma soprattutto ricordandolo in occasione degli eventi che si promuovono in onore del ciclista. Per un gioco del destino, Gioia Bartali vive a Montegranaro, paese di Michele Gismondi, gregario di Coppi.  (Nella foto in alto Gioia Bartali con nonno Gino e nonna Adriana)

Che ricordi ha di Gino Bartali come nonno?

Sono gli unici che ho perché non ho avuto il privilegio di conoscerlo quando correva e di viverlo come memoria perché era una persona molto riservata. Quando è scomparso io avevo 30 anni ed ho degli spaccati di vissuto molto belli, delle serene situazioni familiari quando c’era perché lui era sempre molto impegnato e non era sempre presente in casa. Era spesso in giro, negli allenamenti e nelle corse quando era professionista e poi nella seconda fase della sua vita ha continuato a viaggiare. Era sempre sponsor di qualcosa, lo invitavano agli eventi e sono stati davvero tanti perché ogni tanto mi arrivano testimonianze in tal senso.

Quest’anno agli esami di maturità una traccia, per la prova scritta di italiano, riguardava proprio Gino Bartali. Un’occasione per farlo conoscere anche ai più giovani.

Negli ultimi anni sono usciti molti testi che lo riguardano e questo ha favorito l’approccio scolastico. Quest’anno è stato il massimo e quello che si è voluto trattare non è stato tanto l’aspetto di Gino Bartali, ma piuttosto si è voluto proporre una riflessione ai ragazzi di come un personaggio sportivo possa collegarsi a più contesti sociali, alla luce di quella che è stata la sua storia nel periodo della guerra.

Si riferisce all’impegno sociale a favore degli ebrei. Un altro aspetto importante della vita di Bartali, che ha sempre tenuto nascosto.

E’ stata una scoperta per tutti. Mio padre (Andrea, figlio maggiore del ciclista, ndr) conosceva la storia perché lui gliela aveva raccontata durante un viaggio, ma con la raccomandazione di non dirlo a nessuno, perché lui era molto riservato e, soprattutto, era un uomo umile. Non ha voluto alcun riconoscimento o premi legati a questo perché voleva essere ricordato solo come un grande campione sportivo. A me un giorno disse che di lui si sarebbe parlato più da morto che da vivo, in quel momento non ho messo a fuoco, poi ho capito. Lui ha vissuto una vita davvero esemplare e lo ha fatto per scelta perché era molto cattolico, devoto alla Madonna e all’Ordine del Carmelo. Con questo Ordine aveva preso i voti a 21 anni e ha chiesto di essere seppellito solo con il mantello dell’Ordine carmelitano. In questo percorso di fede che ha fatto, legato soprattutto alla prematura scomparsa del fratello che morì in corsa (Giulio Bartali, morto nel 1936 a soli 20 anni, ndr) credo che lui abbia fatto proprio una promessa di vita. Infatti disse una frase molto bella, affermando che aveva voluto fare le cose per bene per la promessa fatta e che la Madonna lo aveva aiutato a non farlo sbagliare. Ed è bello ricordare anche che molti dei trofei che lui ha vinto sono stati portati nelle chiese, sia come gesto di ringraziamento perché ha ritrovato la forza di risalire in bicicletta dopo la morte del fratello grazie alla fede, sia per raggiungere in qualche modo proprio suo fratello. E nel Museo della Memoria che si trova nel Vescovado di Assisi, l’anno scorso in occasione della partenza del Giro di Italia, io e mia sorella Stella abbiamo voluto portare la cappellina che il nonno aveva in casa dedicata alla sua Santa prediletta, Santa Teresina del Bambin Gesù. Questa cappellina, consacrata dal cardinale Elia Dalla Costa, è nata nel 1937 dopo la scomparsa del fratello Giulio, è dedicata a lui e c’è un’incisione sul lumino di mio nonno.

Di questo impegno sociale e di altri aspetti ha parlato molto suo padre nel bellissimo libro “Gino Bartali, il mio papà”.

Ha scritto questo libro come un regalo per il suo papà, che ha sempre accompagnato e sostenuto anche se non ha seguito le sue orme perché mio nonno non incoraggiava figli e nipoti a salire in bicicletta per il motivo che per lui è stato davvero dura. Correre ai suoi tempi non era facile, lui ha subìto un po’ di tutto, anche un’aggressione al Tour de France. Quando nonno è scomparso, in un certo senso papà lo ha sostituito, nell’ambiente era una persona benvoluta da tutti e sempre disponibile.

C’è poi la famosa rivalità con Coppi. Voi Bartali siete in contatto con i familiari di Coppi?

Come no. Quest’anno ho conosciuto sia Marina che Faustino e con Faustino siamo stati anche ospiti di una trasmissione in Rai con Caterina Balivo.

Gino Bartali e Fausto Coppi

Ma questa rivalità era vera o è una leggenda?

Dal punto di vista sportivo sicuramente c’era sicuramente, correvano per due squadre diverse e ovviamente la rivalità esisteva, testimoniata da molti episodi. Quello che noi sappiamo è quello che ha raccontato la stampa, che mio nonno non amava molto. Si arrabbiava se venivano scritte non vere, una volta inventarono persino che fosse morto in un incidente e scrisse subito un telegramma a mia nonna per tranquillizzarla. La stampa ha giocato molto su questa rivalità perché Bartali e Coppi facevano notizia e questo non ha fatto che incitare i loro tifosi.           

C’è una figura molto importante nella vita di Gino Bartali, quella della moglie Adriana, scomparsa nel 2014.

Con lei aveva un legame strettissimo e io parlo sempre anche di mia nonna perchè lui non sarebbe stato quello che è stato senza di lei. Nonna Adriana è stata una donna molto umile, sempre dietro mio nonno. Lui in casa era molto carino con lei, la chiamava Adrianina e si metteva a sua disposizione per tutto, anche per fare la spesa. Il loro è stato un amore meraviglioso. Una volta mia nonna mi disse che quando andava a dormire sentiva il nonno respirare.

Un aiuto per le mamme in difficoltà

Non sempre le donne possono affrontare la maternità con la gioia e la serenità che il momento richiederebbe. Sono molti i casi bisognosi di sostegno e assistenza, a causa di situazioni che la donna è costretta ad affrontare. Come difficoltà economiche, rapporti tesi con i partner, fragilità psicologiche o qualsiasi altro ostacolo che rende complicato il periodo della gravidanza, ma anche la scelta stessa di far nascere un figlio. Una realtà di cui si occupa quotidianamente il Centro Aiuto per la Vita che si trova all’interno dell’ospedale dei bambini “Buzzi” di Milano (foto a sinistra), guidato dalla dottoressa Paola Persico, psicologa (foto a destra). La incontro per conoscere più da vicino un servizio che in Lombardia viene definito di eccellenza.

Dottoressa Persico, quando e come è nato questo Centro?
E’ nato nel 2012. Per oltre dieci anni ho fatto esperienza, come psicologa e psicoterapeuta, al “Mangiagalli” di Milano assistendo persone con gravi difficoltà e maternità difficili. Ho desiderato, dopo questo periodo, insieme ad altri professionisti che mi hanno dato una mano, di istituire questo centro nell’ospedale “Buzzi”, che è il secondo a Milano. Al Centro siamo in cinque tra psicologhe, psicoterapeute ed educatrici e poi ci sono tantissimi volontari che ci aiutano. Operiamo in collaborazione con enti, istituzioni e servizi sociali.

Di cosa si occupa il Centro?
Ci occupiamo di donne con maternità difficili. Sono quelle che quando scoprono di aspettare un bambino non sanno se tenerlo, le aiutiamo ma naturalmente la scelta è sempre libera; quelle che hanno difficoltà economiche e per loro ci sono i contributi; sono le donne che vanno sostenute perché hanno diagnosi gravi di natura genetiche, mamme che hanno l’Aids e donne che sono vittime di violenza.

Spesso i Centri per la Vita vengono visti come un ostacolo all’attuazione della legge 194 che regola l’interruzione volontaria della gravidanza. E’ così?
Non siamo assolutamente contro la legge, che deve esserci per non far rischiare la vita alle donne con gli aborti clandestini. Ed infatti collaboriamo all’interno dell’ospedale con il reparto della 194 da dove ci segnalano i casi più difficili affinché le donne in crisi, che hanno difficoltà a scegliere o non vogliono abortire, vengano sostenute. E questo è proprio l’obiettivo della legge.    

Di quanti casi vi siete occupati finora?
Siamo arrivati a mille bambini, ma non dirò mai che sono stati “salvati” perché sono le mamme che hanno deciso di tenerli, quindi diciamo che abbiamo sostenuto mille donne che hanno voluto il proprio bambino nonostante le difficoltà. Poi, grazie alla collaborazione di cui abbiamo parlato con il reparto della 194, abbiamo fatto nascere altri 200 bambini. Inoltre all’interno dell’ospedale c’è uno sportello contro la violenza. Noi segnaliamo le donne che hanno bisogno e lo sportello attiva tutte le procedure. E purtroppo i casi sono tanti, con compagni che picchiano le donne perché non sono d’accordo di tenere il bambino dall’inizio o nel corso della gravidanza.

A quale tipo di mamma il Centro dà una mano? E cosa fa in concreto?
In percentuale, il 40% di loro sono mamme italiane, mentre una volta venivano soprattutto le straniere. Sono donne che vivono in povertà. A loro diamo pannolini, corredini, borsa della spesa, passeggini e quanto può essere utile. Poi ogni tanto diamo anche dei contribuiti. Sono fondi del progetto Gemma, 170 euro al mese fino a quando il bambino non compie 9 mese a partire dall’inizio della gravidanza, e i fondi della Regione Lombardia che da sempre è attiva per questo tipo di aiuti. Da due anni ha istituito il bonus famiglia, sono 1500 euro quando nasce il bambino e aiuta le mamme almeno a sfamare il bambino. Perché purtroppo ho visto casi di enorme povertà, come quello di un bambino che veniva nutrito solo con acqua e camomilla perché la mamma non poteva comperare il latte o la donna che faceva il bagnetto al figlio aprendo il portone dell’androne per avere un po’ di luce, non avendola in casa. Non posso dimenticare neanche i gemellini giapponesi tenuti in una scatola perché i genitori non avevano nulla, abbiamo dato loro subito una carrozzina. Ci sono anche le donne giovani che devono lasciare le famiglie non d’accordo con la scelta di mandare avanti la gravidanza, per loro abbiamo apposite case-famiglia.

Questi casi di estrema povertà sono in crescita?
Purtroppo sì. Prima erano un centinaio di casi l’anno, adesso siamo già a 200. I casi sono quasi raddoppiati.

Avete qualche nuovo progetto in cantiere?
In vista abbiamo progetto per sensibilizzare le donne sulla contraccezione, perché ci sono donne, anche elevate culturalmente, che non hanno le giuste informazioni. Molte non sanno che possono rimanere incinte mentre allattano e quindi arrivano disperate con una seconda gravidanza, altre non curano questo aspetto perché impegnate a lavorare tutto il giorno. Speriamo di portare a buon fine questo importante progetto.

La voce degli artisti sardi contro la Sla

Tredici artisti sardi, attori comici e musicisti, hanno unito le forze dando vita alla canzone “Per chi non lo Sla” con il nobile obiettivo di appoggiare la lotta contro quella che oggi è una delle malattie neurodegenerative più devastanti. Un progetto di solidarietà targato Sardegna il cui ricavato è andato all’associazione “Io sto con Paolo”, nata per sostenere il più giovane malato di Sla d’Italia, Paolo Palumbo di Oristano: a 18 anni, la grave patologia ha fermato il suo sogno di diventare un grande chef.     

Al progetto hanno aderito Marco “Baz” Bazzoni e Pino & gli anticorpi, star del programma televisivo Colorado, Benito Urgu (attualmente in corsa per il Nastro d’argento come migliore attore nel film “L’uomo che comprò la luna”), i Tenorenis visti a “Striscia la notizia”, Giuseppe Masia, i Battor Moritteddos, Alvin Solinas, Francesco Porcu, Marco Piccu, gli Amakiaus di Ignazio Deligia, Daniele Contu, Nicola Cancedda e Soleandro, che hanno scritto il testo della canzone. Il loro video ha ottenuto oltre 5 milioni di visualizzazioni su Youtube. E’ particolarmente toccante la presenza dei malati nel video.

Ne parlo con uno di loro, Ignazio Deligia, leader del gruppo demenziale Amakiaus (in sardo vuol dire “Impazziti”), molto conosciuto in Sardegna, che ha vinto anche il Festival della canzone dialettale a Sanremo. Un gruppo longevo: 36 anni dedicati alla musica fino al 2018, con all’attivo 12 album.

Ignazio, come è nata l’iniziativa di incidere un disco per la lotta contro la Sla?

Già da qualche tempo con il mio gruppo, un gruppo storico qui in Sardegna, devolvevamo i proventi dei nostri dischi all’Aicla, un’associazione che si occupa di queste patologie. Dopo lo scioglimento del gruppo mi sono dedicato al cabaret e dall’incontro con altri comici sardi è nato il disco “Per chi non lo Sla”.

Mi dici qualcosa dell’associazione “Io sto con Paolo” che avete scelto di sostenere?

E’ un’associazione nata per sostenere Paolo, il più giovane malato di Sla, un ex cuoco che ha inventato anche il modo di far sentire i gusti ai malati di Sla che, come sai, non deglutiscono.

Dopo il video sono in programma altre iniziative legate a questo progetto?

Un paio di settimane fa il video è stato proiettato al Palazzo dei Congressi del Quirinale, il regista Rai Antonio Centomani lo ha voluto fortemente. E il prossimo 7 ottobre alcuni di noi saranno di nuovo al Quirinale. Io, Francesco Porcu, Soleandro e Davide Urgu dei Tenorenis parteciperemo ad una giornata dedicata a questa malattia, un’iniziativa promossa dalla Revert, associazione che si occupa della ricerca sulle cellule staminali cerebrali, una speranza per chi è colpito dalla Sla e dalle altre malattie neurovegetative.

Che risonanza ha avuto il disco?

E’ andato benissimo, il brano è molto pop e piace, siamo ovviamente soddisfatti dei 5 milioni di visualizzazioni del video.

Il video inizia con la voce di Benito Urgu, un nome importantissimo per la Sardegna.

Benito Urgu è un comico che ha fatto diverse cose in Rai con Nino Frassica, da noi è una vera e propria leggenda. E’ un omino di 80 anni che, se fosse nato a Napoli, sarebbe stato il comico più importante di tutti i tempi perché lui, oltre a far ridere, è bravissimo come autore di canzoni ed imitatore. Un artista a tutto tondo.

Oltre a questa bellissima iniziativa solidale, con gli altri comici sardi avete condiviso ulteriori esperienze?

Certo, siamo sempre in contatto. Con Francesco Porcu, ad esempio, abbiamo fatto un film insieme che è nelle sale da febbraio con un discreto successo, si chiama “A Si Biri”, che significa arrivederci, di Francesco Trudu.

Ed Ignazio Deligia di cosa si sta occupando in questo momento?

Attualmente mi sto preparando per fare “La sai l’ultima?” su Mediaset.

In bocca al lupo ad Ignazio e grazie alla Sardegna, terra meravigliosa con il cuore grande!

Chef Sara, la regina del formaggio bagoss

Una giovane donna timida e senza fronzoli, che ai fornelli si trasforma in una cuoca determinata e sicura di sé, orgogliosa dei prodotti del suo territorio, la Valle Sabbia. Sara Scalvini, sposata con Andrea e mamma di Marco, 9 anni, è la vincitrice della settima edizione della gara culinaria “Cuochi di Italia” di Tv8, trasmissione condotta da Alessandro Borghese e con la partecipazione dei giudici Gennaro Esposito e Cristiano Tomei. Sara, 34 anni, si è aggiudicata il primo posto con la cucina della Lombardia, battendo nella finale la romana Valentina Pistoia. Nelle sfide precedenti aveva eliminato la Sicilia, la Campania, il Lazio e l’Emilia Romagna. Ha conquistato la vittoria con le mereconde al bagoss e il coniglio con funghi porcini e polenta. La incontro in una pausa del suo lavoro nel ristorante “Il Viandante” di Bagolino, un piccolo paese montano in provincia di Brescia, che guida da sola dopo la scomparsa del padre.

Cosa ha significato per te questa vittoria?

Mi ha portato tanta felicità sicuramente, ma sono rimasta quella di prima.

A Bagolino come hanno preso la tua affermazione a “Cuochi di Italia”?

Tutti contentissimi, soprattutto perché non se lo aspettavano. A dire la verità, non me l’aspettavo neanche io.

Come ti sei trovata con chef del calibro di Borghese, Esposito e Tomei?

Benissimo, sono belle persone e molto alla mano, mi piacerebbe rivederli. E’ stata una bella esperienza anche perchè in questo modo ho potuto pubblicizzare il mio paese.   

Che tipo di cucina proponi nel tuo ristorante?

La cucina tradizionale del posto.

A proposito di prodotti del posto, tu sei particolarmente legata al formaggio bagoss. In trasmissione, simpaticamente, ti hanno anche preso in giro per questo. Che tipo di formaggio è?

E’ un formaggio tipico del mio paese che si può assaporare con diverse stagionature a seconda del proprio gusto, se piace più o meno forte. In cucina si può utilizzare sia per i primi sia per i secondi piatti.  

Come hai iniziato a cucinare?

Mio padre mi ha sempre insegnato a fare da mangiare, fin da piccola mi teneva in cucina con lui. Poi è morto e con il ristorante che era dei mei genitori sono andata avanti io.

Quali sono i tuoi cavalli di battaglia? Cosa preferisci cucinare?

Sono forte soprattutto con i primi piatti, in particolare amo i risotti. E naturalmente le mereconde che ho cucinato alla finale di “Cuochi di Italia”.

Oltre alla cucina, coltivi altre passioni?

Faccio molto sport e amo viaggiare in posti lontani, l’ultimo che ho visitato è stato il Nepal a novembre.

Quando ti trovi in vacanza in luoghi molto diversi dall’Italia ti incuriosisce la cucina del posto?

Certo, vado anche per quello. Non facciamo mai viaggi organizzati, andiamo zaino in spalla così da vivere al meglio il paese, compresi i suoi piatti.

Quali sono i prossimi obiettivi da chef?

Mi piacerebbe migliorare, imparando ancora molto del mio mestiere, restando però sempre qui a Bagolino a curare la mia attività.

Ti ispiri a qualche chef famoso? Ne ammiri qualcuno in particolare?

No, sono tutti bravi, ma non mi ispiro a nessuno. Vado avanti con la mia cucina, anche perché vengono da me proprio per quello che cucino, se dovessi cambiare scontenterei la clientela, affezionata a certi piatti tradizionali.    

Da Roma agli Usa, cronaca di un successo

Una professionista estremamente eclettica, un’italiana emigrata all’estero che ce l’ha fatta. Maria Teresa De Donato, romana, da quasi 25 anni vive in Texas e da poco ha pubblicato il suo primo romanzo dal titolo “Oceano di sensi”. Una nuova esperienza, dopo i numerosi libri scritti nell’ambito del suo lavoro. La dottoressa De Donato è naturopata, life strategist, coaching olistico e spirituale e molto altro.

Come è iniziato il suo percorso professionale?

Sono vissuta, ho studiato e lavorato a Roma fino agli inizi del 1995, quando mi sono trasferita negli Usa.  I miei genitori, che erano amanti della cultura, dei libri, delle lingue e dei viaggi, mi fecero studiare inglese sin da bambina. Questo ha spianato la strada agli studi linguistici e turistici. Finite le scuole medie, mi sono iscritta all’Istituto Tecnico per il Turismo, diplomandomi all’I.T.T.  J.F.Kennedy dove all’inglese si sono affiancati il francese ed il tedesco. Dopo il diploma ho proseguito con l’Università, Facoltà di Magistero, Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere Moderne, che però ho abbandonato alla fine del secondo anno per mancanza di interesse. Dal 1980 al 1982 ho studiato anche giornalismo alla Scuola Superiore di Giornalismo Accademia. Dopo vari lavori e collaborazioni ho superato alcuni concorsi pubblici e sono entrata al Ministero della Salute dove sono rimasta in servizio per molti anni. 

Come è maturata l’idea di lasciare l’Italia?

L’Italia e soprattutto Roma le ho nel cuore anche se non rimpiango affatto le alzatacce alle 5.30 di mattina tutti i giorni per andare a lavorare.  Mi alzavo ed uscivo molto presto per evitare il traffico.  Continuavo a chiedermi come fosse possibile condurre per 40 anni quella vita, così come avevano fatto mio padre ed altri milioni di persone.  Un mio caro collega mi parlava spesso di suo fratello che era vissuto per vari mesi in Australia.  Io rimanevo affascinata dai suoi racconti. Continuavo a sognare e a visualizzare terre lontane, civiltà e culture diverse, un’altra vita, pur reputandomi molto fortunata per il lavoro che avevo nella pubblica amministrazione e che mi ha insegnato molto sotto tutti i punti di vista.  L’opportunità di venire negli Usa si è presentata anni dopo grazie al lavoro di mio marito.  Quindi prima abbiamo accettato la sua assegnazione qui in Texas e poi abbiamo deciso che forse valesse la pena restare.

Cosa le manca dell’Italia?

Mi mancano sicuramente non solo familiari ed amici, ma anche la vita sociale più intensa, l’abbondanza di arte di cui noi italiani possiamo e dobbiamo assolutamente essere fieri e che ci invidia il mondo intero. Se solo ci rendessimo conto – con il cuore prima ancora che con la ragione – ed operassimo e ci attivassimo in armonia con questa consapevolezza e con un maggiore spirito di solidarietà e di senso civico, trasformeremmo il nostro martoriato Paese in un paradiso. Ovunque sono andata sia in Europa sia negli Usa sono stata favorevolmente accolta proprio  per il fatto di essere italiana.  

Il suo curriculum è importante: naturopata, life strategist, coaching olistico e spirituale, tanto per citare alcune attività. Cosa fa esattamente, come ha scelto questi lavori, in che modo li svolge, quale passione c’è dietro?

Una volta trasferitami negli Usa, non potendo lavorare per molti anni per ragioni burocratiche, ho ripreso gli studi accademici proseguendo prima quelli giornalistici con l’American College of Journalism e successivamente conseguendo le lauree Bachelor, Master e Dottorato in Salute Olistica. Mi sono specializzata in Naturopatia – quindi in Alimentazione ed Erbalismo sia occidentali sia orientali, inclusi principi di Ayurveda e Medicina Tradizionale Cinese ed altre metodologie olistiche – e in Omeopatia Classica.  Oltre a ciò, ho frequentato molti corsi in settori sempre legati alla salute. Quest’ultima è sempre stata un elemento molto importante sin da quando sono nata. I miei genitori erano molto attenti all’alimentazione sana ed equilibrata, all’esercizio fisico, al riposo, ai rimedi naturali.  Si è trattato, di fatto, di un training che ho ricevuto sin dall’infanzia. Durante l’adolescenza, per ragioni di salute mi sono avvicinata all’Omeopatia.  Quest’ultima mi ha aperto gli occhi sulla veduta “olistica” della vita, prima ancora che della salute.  Ho capito quanto fosse importante: a) valutare l’individuo nella sua complessità ed unicità, in cui mente, corpo e spirito sono indissolubilmente interconnessi l’uno all’altro, b) identificare sintomi e malattia come il linguaggio usato dal nostro corpo per comunicare con noi un suo squilibrio, piuttosto che considerarli nemici da combattere.  Successivamente, un corso manageriale medico-amministrativo frequentato molti anni fa e che mi aveva appassionata molto ha ulteriormente spianato la strada. Ad un certo punto, facendo delle ricerche su studi accademici, mi sono imbattuta in Global College of Natural Medicine e mi sono letteralmente innamorata dei loro programmi. Mi sono detta: “Go for it!” (Fallo!). È stato un percorso molto intenso, ma altrettanto stimolante e che ho amato da subito.  La mia attività di coaching era iniziata circa 35 anni fa come Coaching Personale e Spirituale. Negli anni, tramite collaborazioni con HR, Aziende specializzate nel reperimento, nelle interviste, e nella selezione del personale la mia sfera di competenze si è ampliata permettendomi di aggiungere anche Istruzione e Carriera.  Con i successivi studi accademici e le conseguenti specializzazioni, il mio Coaching è diventato a 360̊, includendo quindi anche Salute e Benessere.  Il tutto nasce da una mia grande passione che abbraccia di fatto varie discipline. Le mie attività le svolgo da casa tramite email e videoconferenze.  Essendo una persona eclettica ho molti interessi.  Non solo, ma sono attratta da ciò che è nascosto, velato, direi quasi “esoterico”.  Non sono interessata a dire ad una persona quanti grammi di pasta, di pane o quanti grammi di proteine o di verdure deve mangiare ad ogni pasto.  La educo spiegandole cosa e come mangiare e cosa evitare, ma poi le lascio la scelta di assumersi la responsabilità di tornare alle vecchie abitudini o di rimboccarsi le maniche ed iniziare una nuova vita partecipando attivamente alla sua salute. Sono molto più affascinata dal capire il perchè la persona è in sovrappeso, cosa la spinge a mangiare freneticamente e a cercare anche “junk food”, e quali sono le vere ragioni dei sintomi e della malattia che non dal limitarmi a consigliare rimedi erboristici, omeopatici e/o integratori alimentari, anche se, naturalmente, sono anch’essi parte della mia attività di consulenza.  Di fatto sono una Educatrice, una grande Motivatrice, una Ricercatrice Spirituale.  Cerco di aumentare la consapevolezza negli altri affinchè migliorino non solo la propria vita, ma contribuiscano anche alla creazione di un mondo migliore.

Oceano di Sensi è il suo primo romanzo. Come è nato?

Ho iniziato a scriverlo molti anni fa. Ogni tanto lo mettevo via e, per una ragione o per l’altra, davo la priorità ad altro.  Mi piacevano trama e personaggi, ma mi sembrava che mancasse sempre qualcosa e non sapevo cosa.  Ad un certo punto ho capito cosa mancava, l’ho aggiunto.  Il tutto si è arricchito di particolari preziosi, ha preso forma e consistenza e alla fine l’ho pubblicato.  Molti sono i fattori che mi hanno spinta a scrivere questo romanzo: l’esperienza di persone che, benché di origini italiane e spesso siciliane, sono vissute in Libia per molti anni o ci sono persino nate; l’aver conosciuto donne che sono state abbandonate dai loro mariti ed hanno dovuto crescersi i figli da sole; la storia della colonizzazione italiana in Libia di cui io stessa sapevo poco e di cui raramente si parla; il desiderio da parte mia di capire meglio quel periodo della nostra storia, pur cercando di mantenermi equidistante tra italiani che erano andati in Libia prevalentemente alla ricerca di un lavoro e per garantirsi così un’esistenza se non ricca quantomeno decorosa e popolazione libica locale. Inizialmente il romanzo non l’avevo concepito come ‘erotico’.  Successivamente, però, dovendo affrontare il rapporto di coppia, proprio per la mia veduta olistica del Tutto, non ho potuto fare a meno di approfondire anche il tema erotismo e sessualità.  Il romanzo ha finito, dunque, con il diventare profondamente erotico.  Sessualità ed Erotismo in esso non sono, tuttavia, il fine, ma solo componenti importanti.  Oceano di Sensi può essere visto come un romanzo erotico, ma anche storico, d’amore ed altamente introspettivo.  Diciamo che, proprio per la sua varietà di elementi, può interessare ed affascinare un pubblico molto ampio ed essere interpretato in vari modi.

Cosa vuol dire la scrittura per lei?

Scrivere è per me ossigeno.  Quando scrivo sono un fiume in piena.  Scrivere per me è un modo per esprimere la profondità del mio essere, per viaggiare con la fantasia ovunque, per vivere altre vite, altre dimensioni, altre realtà, per penetrare il mistero della vita stessa, dell’universo. Tutto questo lo applico anche alla lettura, altra mia grande passione.

Lei è un’italiana che all’estero ha trovato il successo. Quali opportunità le hanno offerto gli Usa che forse non avrebbe avuto in Italia?

Benché l’America sia molto cambiata da quando sono arrivata nel 1995 e purtroppo non necessariamente in meglio, gli Usa rappresentano ancora un Paese che offre molte possibilità se tu ti metti in gioco e ti dai da fare. Il mio sogno – sin da ragazzina – era quello di diventare una scrittrice, una giornalista, ma in Italia è sempre stato tutto altamente politicizzato, troppo legato a discorsi di tesseramenti, favoritismi e clientelismi.  Forse oggi le cose, almeno in certi ambiti, sono un po’ diverse proprio grazie ad Internet ed ai nuovi media: sono molto felice di vedere, anche e soprattutto in Italia, il pollulare di tantissime iniziative culturali. La gente si sta dando molto da fare e, laddove non trova spazio attraverso quelli che potremmo considerare “canali tradizionali”, si rimbocca le maniche e si apre un varco attraverso la creazione di blog e/o associazioni culturali.  Fino a quando io sono vissuta in Italia – in un’era in cui non c’erano né internet né social media – ho visto molto raramente prevalere la meritocrazia.  Ho trovato porte pravelentemente chiuse.  Qui negli Usa, al contrario, e proprio per una cultura ed una mentalità profondamente diverse, ho potuto realizzare alcuni miei grandi sogni:  riprendere e portare a termine studi accademici, cosa che in Italia non mi sarebbe stato possibile fare ed intraprendere l’attività di scrittura fino a farla diventare una carriera a tempo pieno.  L’informazione, o meglio, la possibilità di reperire informazioni/notizie, è un altro aspetto che ho trovato molto positivo in America, al contrario di quanto avvenga da sempre in Italia dove molte informazioni che dovrebbero essere alla portata di tutti vengono gestiti come segreti di Stato.

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Le dure battaglie di Penelope

Dire battagliero è poco. Si infervora come sa fare solo chi si appassiona dei sogni che insegue, chi crede nella sua mission e conduce battaglie faticose. Antonio La Scala, pugliese, 51 anni, professione avvocato dopo un passato di ufficiale della Guardia di Finanza, dal 2014 è il presidente nazionale dell’associazione Penelope che assiste (gratuitamente) i familiari delle persone scomparse, con comitati presenti in quasi tutte le regioni italiane. Un’esperienza umana forte, ancor prima di quella professionale, trasformata in azioni concrete con l’obiettivo principale di far sentire meno soli i congiunti di chi, da un momento all’altro e spesso senza un motivo apparente, fa perdere le proprie tracce.  Senza contare che i frutti di questa mobilitazione stanno rendendo l’Italia un Paese più avanzato anche dal punto di vista normativo. Le storie di Penelope sono storie di dolore, disperazione, angoscia e morte. Sono le storie di migliaia di invisibili inghiottiti dal buio, non sempre cercati come si dovrebbe.   

Avvocato La Scala, come nasce l’associazione Penelope?

E’ nata su iniziativa di Gildo Claps, fratello di quella povera ragazza, Elisa, che dopo 17 anni dalla sua scomparsa è stata ritrovata mummificata nel soppalco della chiesa madre di Potenza. Lui è stato l’ideatore, nonché primo presidente nazionale. Ritrovandosi nel mondo degli scomparsi, all’epoca un fenomeno sconosciuto, ha contattato gli Orlandi, Gilda Milani Bianchi di Bassano del Grappa che ha perso l’unica figlia femmina, assassinata, Marisa Colinucci di Cesena, mamma di Cristina scomparsa 26 anni fa dopo essere andata a pregare in un convento e mai ritrovata, e altri familiari. Sono nati così i primi comitati, le prime apparizioni a “Chi l’ha visto?”, ma sono stati commessi anche errori perché si facevano incontri soltanto con le famiglie degli scomparsi. Non voglio prendermi i meriti, ma fino a 5 anni fa Penelope non aveva la risonanza mediatica che ha oggi. Quando sono stato eletto ho detto, per prima cosa, che piangere soltanto non serviva a far tornare a casa i figli, ma che bisognava fare conoscere il problema con incontri all’esterno, convegni, coinvolgimento dei media ecc. Cosa che è stata fatta. Nel 2007 siamo stati ricevuti dal presidente della Repubblica, Napolitano, grazie al quale abbiamo l’istituzione del Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse, una nostra richiesta esplicita.

Un Commissario che stila relazioni semestrali sul fenomeno. Cosa si evince da questi atti?

L’ultima relazione c’è stata il 31 dicembre 2018 e siamo arrivati a 58.000 persone scomparse dal 1974 ad oggi. La rabbia è che tutti hanno dormito, perché in quei dati impressionanti, ma nessuno lo scrive e non capisco perché, ci sono 2410 bambini italiani evaporati nell’aria. A questi bisogna aggiungere 3800 bambini stranieri, ma in questo caso va detto che molti di essi, dopo un periodo di permanenza nei centri di accoglienza, scappano per raggiungere i familiari e quindi sono fortunatamente vivi. Ovviamente non tutti, quindi tra italiani e stranieri i bambini scomparsi sono un’infinità, ma non sembra interessare. Nessuna trasmissione Rai o Mediaset ne ha fatto mai cenno.

Perché questa omertà, per usare un termine forte, secondo lei?

Perché dietro ci sono soprattutto i traffici di organi, che possono essere acquistati da chi se li può permettere, visto che un organo sano di un bambino costa moltissimo. Come non pensare, allora, che dietro ci sono ricchi e potenti che garantiscono l’organizzazione di questi traffici?

Oltre a questa agghiacciante ipotesi, quali sono le altre cause della scomparsa dei bambini?

Adozioni illegali e prostituzione minorile. E dei minori scomparsi non se ne parla, eccezion fatta per pochi casi come Denise Pipitone e Angela Celentano che tirano più mediaticamente. Perché si ha tanta paura di parlare degli altri bambini? Perché c’è un business enorme che gira intorno a questo fenomeno.  

Non possiamo non parlare del femminicidio. Dati allarmanti, da emergenza sociale.

Stiamo parlando di 3306 donne italiane scomparse, la seconda vergogna dopo quella dei bambini. Non dico che tutte sono vittime di femminicidio, ma va detto che la storia di Penelope, che coincide con la storia giudiziaria italiana, ci dice che fino al caso di Roberta Ragusa non c’era una condanna per omicidio con occultamento di cadavere, a parte le lupare bianche che seguono un’altra logica. Ci siamo costituiti parte civile per Roberta Ragusa, come per Guerrina Piscaglia, altro caso di omicidio con occultamento di cadavere, ed Elena Ceste.

Il numero di donne scomparse è impressionante, eppure si parla sempre delle stesse, poche a fronte dei dati reali. Perché?

Si segue una logica di attrazione mediatica. Basta un piccolo riferimento alla sfera sessuale e il caso schizza alle stelle. Abbiamo una media di 120-125 donne uccise l’anno, ma se chiedi ad una persona quali di queste donne si ricorda, risponderà: il caso di Meredith, il caso Stasi per la morte di Chiara Poggi, il caso Parolisi, Sarah Scazzi, Yara Gambirasio, Roberta Ragusa. Perché? Meredith per l’orgia dopo la droga e la macchiolina sul reggiseno; Sarah Scazzi perché la cugina Sabrina era innamorata di un ragazzo di cui la piccola Sarah si era invaghita e, poi, per la figura di zio Michele che ci provava con la nipotina; nel caso di Garlasco ha giocato il materiale pornografico trovato nel computer di Alberto Stasi;  per la piccola Yara c’è la mutandina con la macchia di sangue; per Roberta Ragusa, la storia dell’amante del marito che va a prendere il suo posto in casa; Parolisi era il play boy della caserma e aveva storie con le soldatesse. Ecco, la componente sessuale rende i casi appetitosi dal punto di vista mediatico. Delle altre donne non ne parla nessuno.

Cosa fa Penelope, in concreto, per le famiglie degli scomparsi?

Penelope fa due tipi di attività: l’assistenza legale e psicologica gratuita ai familiari degli scomparsi e, fondamentale, ha un ruolo di stimolo e impulso normativo. Nel 2014 ho stipulato un protocollo di collaborazione con l’allora Commissario di Governo, il Prefetto Piscitelli, di fatto accreditando l’associazione. A seguito di questo mi sono ammazzato, insieme alle altre forze sane del Paese, per far approvare leggi importantissime: per tutelare i minori stranieri non accompagnati, prime vittime dei fenomeni aberranti di cui parlavamo prima; per le vittime del bullismo e del cyberbullismo che hanno visto tanti minori anche suicidi; per le vittime del femminicidio che tutela sotto tanti punti di vista i figli delle donne uccise. Un’altra battaglia, di cui sono orgoglioso, l’abbiamo fatta per la banca dati del Dna, visto che abbiamo circa 2000 cadaveri negli obitori non identificati, ma altrettanti ce ne sono nei cimiteri. La legge è stata resa esecutiva, grazie al polverone che ho sollevato insieme alla trasmissione “Chi l’ha visto?”, dopo 7 anni dalla sua approvazione, una vergogna. Abbiamo inoltre ottenuto di poter segnalare le scomparse via telefono, se non è possibile andare subito a fare la denuncia, affinché possano partire immediatamente le ricerche. C’è poi la formazione delle forze dell’ordine, che ho già incontrato in Puglia e in Emilia Romagna.  

Qualcosa mi dice che l’avvocato La Scala non si fermerà qui. Quali saranno le prossime battaglie?

Ho presentato una proposta al Sottosegretario alla Giustizia per ridurre i tempi di morte presunta, passando da 10 a 5 anni. Questo permette alle vittime di superare prima i problemi burocratici (conti bancari, premi assicurativi ecc.) E poi, fondamentale, bisogna eliminare dal modulo di denuncia la frase “allontanamento volontario” e tenere solo l’espressione che usa la legge: allontanamento. Nessuno può dire, nell’immediato, che si scompare volontariamente. La persona va cercata e basta. Mi batterò senza tregua per questo, non sai quanti danni ha fatto quel maledetto termine “volontario”.

Lo scrittore che serve il caffè

Ha firmato cinque romanzi di successo pubblicati con la prestigiosa casa editrice Sperling & Kupfer, viene tradotto in 8 Paesi europei e in Sudamerica, è l’unico autore “rosa” italiano, è stato paragonato allo scrittore statunitense Nicholas Sparks famoso per le sue storie di amori eterni. Eppure ogni mattina Diego Galdino, 48 anni, lo trovi dietro il bancone del “Caffellotto”, il bar del quartiere romano Aurelio che è stato per molti anni di proprietà della sua famiglia, a servire caffè e cappuccini ai clienti.

Non è certo una coincidenza che il suo libro di esordio, definito subito un caso letterario, si chiamasse “Il primo caffè del mattino”, pubblicato nel 2013, che racconta la storia d’amore di Massimo e Geneviève. Una storia nata, neanche a dirlo, dentro un bar. Da allora non si è fermato più. Nel 2014 scrive “Mi arrivi come da un sogno”, seguito da “Vorrei che l’amore avesse i tuoi occhi” del 2015, “Ti vedo per la prima volta” del 2017 e “L’ultimo caffè della sera” uscito a metà 2018, sequel del primo successo. Ed è già pronto il nuovo lavoro, atteso (molto atteso) a maggio prossimo, che si intitolerà Bosco Bianco. Incontro Diego Galdino nel primo pomeriggio, appena libero dal suo turno al bar, iniziato alle 5 del mattino come sempre.

Come è nata la tua passione per la scrittura? E da dove nasce “Il primo caffè del mattino”?

Ho iniziato a scrivere romanzi d’amore grazie ad una ragazza con cui avevo un forte legame. Un giorno mi regalò un libro di Rosamunde Pilcher, che ambientava le sue storie romantiche in Cornovaglia e mi disse: “Questo è un genere letto soprattutto dalle donne, ma sono sicura che la con la tua sensibilità lo apprezzerai”. Il suo sogno era quello di conoscere da vicino i posti dei romanzi della Pilcher, ma non poteva viaggiare a causa di seri problemi di salute. E allora feci una follia: feci quel viaggio per lei, per immortalare con la macchina fotografica quei posti meravigliosi. Un viaggio surreale, fatto di spostamenti assurdi.  Fotografai tutto quello che si poteva fotografare, tornai a Roma, feci fare un album e lo regalai alla ragazza che, poi, non ho visto più perché si è trasferita altrove. Quel libro e quel viaggio cambiarono la mia vita. Iniziai a scrivere perché volevo raccontare una storia d’amore con il lieto fine a differenza della nostra.

La definizione di autore “rosa” ti piace o ti sta stretta?

Mi fa sorridere perché trovo riduttivo legare l’amore a un solo colore, come quando gli editori dicono che i romanzi di genere romantico vanno pubblicati solo a primavera e d’estate.  Ecco, non credo che i sentimenti possano essere limitati a un colore o solo a certe stagioni. Però la definizione “rosa” mi fa anche piacere perché sono l’unico uomo che in Italia scrive romanzi di questo genere. Pensa che parteciperò a breve al Festival italiano del Romance a Milano, sarò l’unico autore uomo in mezzo a 160 autrici. Tra di loro mi sento un po’ come la particella di sodio dell’acqua, una sorta di intruso. Ma questo genere letterario è nelle mie corde, la mia scrittrice preferita è Jane Austen, ho detto tutto.

La tua vita da barista continua nonostante una bella carriera di scrittore. Perché questa scelta?

In questo bar, che prima si chiamava con il nome di mio padre Lino, io ci sono nato. Nel vero senso della parola perché a mia madre le acque si sono rotte proprio dietro il bancone.  Stare a contatto con la gente mi fa stare bene e da quando scrivo è ancora più bello perché sono contento che i miei amici lettori – io li chiamo così, non mi piace il termine fan – possono venire a trovarmi, farsi una foto e conoscere il bar frequentato dai personaggi del libro “Il primo caffè del mattino” che mi ha fatto conoscere al grande pubblico, e del suo seguito. Tutti personaggi reali, esistenti. E i lettori vengono spesso a trovarmi, anche gli stranieri provenienti dai Paesi dove i romanzi sono arrivati. Tutto questo è fantastico, perché voglio essere uno scrittore che mantiene i contatti diretti”.

Nel tuo primo romanzo hai dedicato anche un’appendice al caffè, descrivendo tutti i tipi richiesti dai clienti, associandoli alla personalità di chi li beve.

Si, ad ogni tipo di caffè associo il carattere della persona, una specie di oroscopo. Ad esempio, chi ordina il caffè macchiato è un indeciso, non sa se vuole un caffè o un cappuccino. Sicuramente sarà una persona indecisa anche nella vita.

Sei molto seguito all’estero, dove spesso vai per promuovere i tuoi libri.

A giugno sarò in Bulgaria dove il mio editore bulgaro ha organizzato un tour. Vado volentieri, il mio ultimo libro è in classifica ed è considerato il romanzo d’amore più bello. Sono stato spesso all’estero per i miei libri, li ho presentati alla Fiera di Francoforte e di Madrid, alla televisione polacca e in Germania ho rappresentato l’Italia al Festival di Letteratura Europea>.

Perché hai sentito la necessità di dare un seguito al tuo primo successo?

In realtà i seguiti non mi piacciono molto e “L’ultimo caffè della sera” può essere considerata anche una storia a sé, possono tranquillamente leggerlo anche chi non conosce il primo.  Avevo però da raccontare cose nuove della vita del bar, molto autobiografiche, e sono contento di averlo fatto. 

Il lavoro di barista è sicuramente impegnativo. Quando trovi il tempo per scrivere romanzi?

Mi alzo alle 4 e scrivo prima di andare ad aprire il bar. Durante la giornata appunto eventuali idee e pensieri, ma alla scrittura vera e propria mi dedico all’alba.

Ed ora l’attesa è tutta per il nuovo lavoro di Diego Galdino, un concentrato di simpatia, sentimenti e umiltà. Un’altra storia d’amore, attesa in tutto il mondo, che sicuramente replicherà il successo delle altre. Vogliamo scommetterci un caffè?

Aggiungi un posto al sole

E’ il portiere di condominio che tutti vorremmo. Perché il condominio è il prestigioso Palazzo Palladini di Posillipo e lui è Raffaele Giordano, personaggio di punta della soap italiana “Un posto al sole”, un grande successo di Rai 3 in onda nella fascia preserale del palinsesto. Per Raffaele la guardiola è quasi una plancia di comando, da dove gestire le vicissitudini delle famiglie protagoniste della fiction. Nei suoi panni, fin dalla prima puntata del 1996, c’è Patrizio Rispo, napoletano doc di 63 anni, proveniente dal teatro dove ha recitato con artisti del calibro di Vittorio Caprioli e Valeria Moriconi, ricevendo importanti premi come migliore attore. Ha lavorato anche con Massimo Troisi e altri importanti colleghi, ha scritto commedie teatrali e collabora con l’Unicef.

Da 23 anni interpreta il personaggio di Raffaele Giordano. Cosa significa, per un attore, recitare un ruolo per così tanto tempo?

E’ un lusso raro interpretare per tanto tempo lo stesso personaggio, è un’esperienza psicologica importante. Anzi, più che interpretare vuol dire avere una vita parallela. In questi anni, nei panni di Raffaele Giordano, ho toccato corde che nella vita reale pochi uomini hanno toccato. Sono stato marito, genitore, amante, artista e tanto ancora. Direi che è l’equivalente di girare 1800 film e lavorare 360 giorni l’anno è un’esperienza unica. 

Qual è il segreto del successo di “Un posto al sole”?

Ormai ci siamo sostituiti a un giornale perché approfondiamo tutti i problemi della quotidianità e raccontiamo la cronaca, ma con un approccio positivo e solare. E di argomenti ne abbiamo affrontati tanti, anche quelli duri come la camorra e la violenza sulle donne. Quest’ultimo è protagonista proprio nelle puntate di questi giorni (il riferimento è alla violenza subita in famiglia da Adele Picardi, interpretata da Sara Ricci, ndr). E proprio nei giorni scorsi, sono rimasto sconvolto dalla morte di una nostra telespettatrice, Alessandra, che prendendo spunto dalla nostra puntata, scriveva in un post quanto fosse assurda la violenza sulle donne. Quella stessa violenza che, in maniera orribile, l’ha portata via. Andando su Google per documentarmi, di Alessandra uccise così ne ho trovato tantissime. Un dramma enorme.

 Che tipo di rapporto si crea tra attori che da tantissimi anni lavorano sullo stesso set ogni giorno?

Ormai siamo una famiglia, anche serena e felice perché non ci sono competizioni. Ognuno di noi ha un suo ruolo importante e definito e questo vale anche per tutta la macchina organizzativa che gira intorno alla soap.

Raffaele Giordano ha due grandi passioni: il Napoli e la cucina, ovviamente partenopea. Sono anche le passioni di Patrizio Rispo?

Assolutamente sì, anche perché gli autori si muovono tenendo conto delle reali passioni di noi attori.

E in cosa altro assomiglia a Raffaele Giordano?

Sicuramente per la curiosità, l’onestà, l’amore per la famiglia.

Come vive la popolarità e l’affetto di chi segue la fiction?

La gente mi considera più che un attore un parente. Mi ferma per strada e in me cercano Raffaele, è molto piacevole senza dubbio.

Lei proviene dal teatro. Cosa rappresenta per un attore questa esperienza?

Il teatro è uno strumento indispensabile, è come la bottega dell’accordatore per uno strumentista. Nel cinema e in televisione si può fermare la ripresa e rifare la scena, a teatro avere davanti il pubblico richiede lucidità e concentrazione. Ora lo faccio di meno, ma sono nel Consiglio di amministrazione del Teatro Nazionale Mercadante di Napoli, quindi dall’altra parte, e questo mi permette di aiutare i colleghi, che non stanno passando un bel periodo. Sono molto più utile da questa parte, anche perché non è frequente avere un attore nel Cda.

Pensa di continuare a interpretare il personaggio di Raffaele o nei progetti futuri c’è altro?

Il personaggio vorrei mantenerlo senz’altro, ma mi piacerebbe anche il cinema. Apprezzo molti registi italiani come Riccardo Milani, Paolo Sorrentino, Edoardo De Angelis, Mario Matone. E mi piacerebbe un personaggio di grande respiro, ovviamente diverso da quello di una soap. Un personaggio in una storia che si sviluppa in una fabbrica, in una piazza, insomma in un contesto diverso.  

Lei si impegna anche molto per la sua città. Ma come è Napoli, oggi?

Sono sempre pronto se si tratta di promuovere Napoli e quanto di buono ha. Ho appena partecipato alla prima puntata di una trasmissione di Tv2000 dedicata proprio alle positività di Napoli. La mia città è una fucina di talenti in fermento che lottano per le tante difficoltà che, per esempio, ha il Comune, con pochi soldi per tutelare il patrimonio artistico della città. Ma io sarò sempre in prima linea a difendere Napoli.

Voglio giustizia per Daniele

Da quando Daniele non è in casa, papà Francesco dorme su un divano vicino al portone di ingresso. La camera da letto è più lontana, non vuole rischiare di non sentire il figlio se torna e bussa, desidera essere pronto ad aprire e ad accoglierlo.  E’ uno dei toccanti episodi che mi racconta Francesco Potenzoni, 66 anni, padre di Daniele, scomparso a Roma il 10 giugno 2015. Inghiottito dal caos della metropolitana nella stazione di Termini, sfuggito alla vigilanza dell’operatore del Centro a cui Daniele, autistico, era stato affidato in occasione di una gita di tre giorni a Roma. In gruppo si recavano all’udienza di Papa Francesco, dove Daniele non è mai arrivato. Scomparso nel nulla. L’operatore che doveva sorvegliarlo, un infermiere dell’ospedale di Melegnano, è stato processato per abbandono di persona incapace e assolto perché il fatto non sussiste. Non è stato riconosciuto il dolo.  La famiglia Potenzoni, originaria della Calabria, vive a Pantigliate in provincia di Milano. Daniele ha due fratelli minori: Marco è sposato, Luca vive con i genitori e cura le iniziative per ritrovare Daniele, come la pagina Facebook dedicata al caso. La madre Rita, dopo la scomparsa del figlio, si è ammalata gravemente. Per loro, la vita si è fermata il 10 giugno 2015. Da quel giorno, pensano soltanto a riportare Daniele a casa.

La mia chiacchierata con Francesco Potenzoni inizia proprio dall’esito della vicenda giudiziaria che ha lasciato l’amaro in bocca ai familiari di Daniele, 36 anni all’epoca della scomparsa. <Non c’è stato dolo, dicono i giudici. Quindi si è trattato di negligenza, ma per me è la stessa cosa perché mio figlio non c’è. Questa sentenza ci ha fatto sentire abbandonati dallo Stato perché Daniele è andato a Roma affidato a qualcuno, non da solo. Mi sono vergognato di essere italiano. In tre anni e mezzo ho partecipato a venti udienze, si entra in tribunale e c’è scritto che la legge è uguale per tutti. Ma non è vero, non è così. E mi ha fatto male vedere che, appena letta la sentenza, l’infermiere che doveva sorvegliare mio figlio festeggiava, rideva con i colleghi. Ma cosa c’è da festeggiare se non sappiamo che fine ha fatto Daniele? Ora speriamo nell’Appello, la Procura sembrerebbe intenzionata a procedere in questa direzione>.

Signor Potenzoni, come e quando ha saputo che si erano perse le tracce di suo figlio?

Daniele è scomparso alle 9 di mattina, io l’ho saputo soltanto alle 17.30 quando l’infermiere mi ha chiamato e fino ad allora non aveva neanche fatto la denuncia. E’ andata a farla dopo questa telefonata, l’ho sollecitato io, ma andava fatta subito vista la patologia di cui soffre mio figlio. Mi ha detto che lo avevano cercato senza risultati. Era l’ultimo giorno della gita. So che alle 8 il gruppo, che era formato da 11 ragazzi e 6 accompagnatori, è stato diviso in due. Il primo è partito subito per il Vaticano, nel secondo – di cui faceva parte Daniele – c’erano 5 ragazzi e 3 infermieri, quindi le persone da assistere erano davvero poche, eppure mio figlio è stato “perso”.

Nessun avvistamento è stato utile, ma come è stato cercato Daniele? Si poteva fare di più?

Le ricerche più approfondite sono state fatte grazie al commissario del Comune di Roma, il Prefetto Tronca, che ha fatto scandagliare tutti i sotterranei. Durante i primi giorni, forze dell’ordine e inquirenti si facevano sentire. Ero in contatto costante soprattutto con il dottor Fattori della Polfer, che è stato molto disponibile, ma poi lui è stato trasferito e non ho saputo più nulla.

Vuol dire che Daniele non viene più cercato?

Di ufficiale non so niente, le ricerche continuano privatamente, le faccio io con l’aiuto degli amici che mi stanno vicini e con l’associazione Penelope. Con loro verifichiamo anche gli avvistamenti che vengono segnalati, ma non ce ne sono da tempo. Debbo ringraziare soprattutto voi giornalisti se si parla ancora di Daniele, non avete mai spesso di seguire il caso e, infatti, ne stiamo parlando anche adesso. 

Cosa altro l’ha amareggiata, in questa vicenda?

Dicevo prima dello Stato che ci ha abbandonato. E’ quello stesso Stato che, soltanto un mese dopo la scomparsa, ha revocato la pensione di invalidità a Daniele perché non si è presentato alla visita di controllo.   

Mi dica dell’ultimo giorno in cui ha visto Daniele, quando è partito per Roma. Che ricordi ha di quei momenti?

Non ero contento che Daniele andasse a Roma. Frequentava il Centro da 14 anni ed aveva partecipato ad una gita soltanto una volta per andare al mare. Non lo mandavo fuori volentieri perché stavo più tranquillo se la sera, quando tornavo dal lavoro, lo avevo a casa. Ma lui era felice di andare dal Papa, si era preparato anche la valigia da solo. La mattina della partenza sono andato a chiamarlo, dormiva ancora e sono stato tentato di non svegliarlo per non farlo partire. Ma poi ho deciso diversamente, non volevo deluderlo. L’ho accompagnato alla stazione, ho parlato con l’infermiere, gli ho dato 100 euro nel caso Daniele volesse fare qualche acquisto a Roma. Non l’ho più visto. Spesso mi dico che se quel mattino non lo svegliavo, ora starebbe qui con me.

Appena saputo di quanto accaduto, lei si è precipitato a Roma per cercare Daniele.

Immediatamente. Il sindaco del mio paese ha messo a disposizione venti volontari per le ricerche, dopo qualche giorno ovviamente loro sono tornati a casa e io ho proseguito. Sono stato a Roma tre mesi e devo dire che ho conosciuto gente meravigliosa, come un carabiniere che appena smetteva il servizio mi accompagnava nei posti più nascosti di Roma per trovare Daniele.

Una notizia positiva comunque c’è. Sono stati fatti riscontri con i cadaveri non identificati e nessuno corrisponde a Daniele.

Per fortuna è così, questo mi aiuta ad andare avanti, a cercare ancora.

Ma dove può essere Daniele? Che idea si è fatto durante questi lunghi anni?

Conoscendo mio figlio, escludo che viva in strada. Secondo me, potrebbe essere in un convento o in una parrocchia perché Daniele amava molto gli ambienti della Chiesa. Oppure in campagna, in posti dove la notizia della scomparsa magari non è neanche arrivata.

Se fosse così, perché Daniele non farebbe capire in qualche modo di volere tornare a casa?

Il problema di Daniele è proprio questo, lui non chiede aiuto. Se sta in un posto dove si trova comunque bene, anche se ha nostalgia di noi non riesce a dire di voler tornare a casa. Oppure, a causa della sua patologia, potrebbe essere convinto di stare ancora in gita.

Mi parli di suo figlio, di come è, come si comporta, quali sono le caratteristiche del suo carattere.

Daniele si è ammalato a 18 anni, improvvisamente. Ha frequentato la scuola fino al terzo Liceo classico, era un ragazzo molto intelligente, scriveva per il giornalino del paese, frequentava la Chiesa, era impegnato in tante attività. Lasciata la scuola, ha deciso di venire a lavorare con me. Un giorno, finita la pausa pranzo, ci siamo lasciati per tornare al lavoro, divisi perché lui aveva preso la bicicletta e quindi andava per conto suo. Lo ho aspettato per ore, lo ho cercato, nessuno aveva notizie di lui. Dopo molto tempo l’ho trovato seduto su una panchina in piazza, aveva gli occhi che sembravano di vetro e la bava che usciva dalla bocca. E diceva cose senza senso. Dopo una serie di accertamenti, i medici hanno diagnosticato un inizio di schizofrenia non aggressiva e l’autismo. Era un ragazzo mite, non dava fastidio a nessuno, chiedeva giusto qualche sigaretta, amava stare con gli anziani, era generoso e servizievole.  Gli volevano bene tutti.

La vicenda di Daniele ricorda molto quella di Iuschra Gazi, la bambina di 11 anni, anche lei autistica, scomparsa nel Bresciano durante una gita. So che lei ha avuto contatti con i suoi familiari.

Si, ho parlato con lo zio. Un altro dramma, ancora peggiore del nostro perché Roma è una grande città e Daniele può essere ovunque, mentre la bambina è scomparsa in un bosco con tutte le insidie che un posto del genere può nascondere. Sto organizzando una fiaccolata per Daniele e inviterò anche i familiari di Iuschra. Capisco il loro dolore, so cosa significa vivere con un peso così grande. Anzi, neanche  si può dire che si vive, semplicemente si sopravvive. E si sopravvive continuando a cercare la giustizia, quella che voglio per mio figlio Daniele.

Giorgio, l’ultimo sognatore

Giorgio Manetti è stato, senza dubbio, il cavaliere più corteggiato della trasmissione “Uomini e Donne”, trono over, condotta da Maria De Filippi su Canale 5. Fiorentino, segno zodiacale Toro (è nato il 28 aprile 1956), si è distinto per la sua filosofia di vita da “gabbiano”, ma anche per l’innata eleganza che ha conquistato un’ infinità di cuori femminili. Uno stuolo di donne ha espresso il desiderio di frequentarlo, nella maggior parte dei casi senza successo. L’unica storia d’amore, durante il programma, l’ha vissuta con la signora indiscussa dello show Gemma Galgani. Nella nuova edizione di “Uomini e Donne” Giorgio Manetti non fa parte del cast, impegnato in altri progetti.

Il grande pubblico ti ha conosciuto nella trasmissione “Uomini e Donne”, ma chi è veramente Giorgio Manetti? Come ti definiresti?

Mi definisco un sognatore, una persona che sempre avuto un approccio positivo verso la vita e verso tutto ciò che ne fa parte: conoscenza del mondo, esperienze, emozioni e sentimenti. Sono una persona che crede nei valori fondamentali: sincerità, coerenza, rispetto, autostima.

Perché hai deciso di lasciare una trasmissione che ti ha dato tanta popolarità?

Durante l’ultima stagione ho avvertito un forte senso di disagio, non riuscivo più ad essere me stesso. Qualsiasi cosa facessi o dicessi all’interno dello studio di U&D era inevitabilmente ed inspiegabilmente contestata, nonostante spiegassi in maniera molto dettagliata tutto ciò che era accaduto, il mio stato d’animo, il rapporto con la controparte ecc. Probabilmente la mia filosofia di vita non è stata capita e accettata.

Inevitabile parlare di Gemma Galgani, l’unica donna del trono over che hai avuto al tuo fianco per un lungo periodo. Cosa ti ha lasciato questa storia?

La storia avuta con Gemma ha contribuito ad arricchire la mia vita, perché dobbiamo far tesoro di tutto ciò che la vita ci offre. E’ una donna con molte qualità, ha una forte personalità. Fu lei a decidere di troncare la storia, in modo per me totalmente inaspettato, ma c’è ancora incredibilmente gente che pensa che sia io a non essere stato carino con lei! Ho passato otto mesi con lei, non ho nessun rimpianto ed ho un ricordo positivo di quella storia.

Qual è il tipo di donna che conquisterebbe il tuo cuore?

In sintesi, deve assolutamente possedere queste fondamentali qualità: pulita dentro e fuori, sensibile, elegante anche se vestita di stracci e con una smisurata forza interiore.

Come vivi la popolarità? Quanto è importante per te?

La popolarità è bella fino a che non intacca i tuoi valori, la tua dignità e la tua privacy. Non venderei mai la mia anima pur di essere popolare: ringrazio Maria De Filippi per avermi permesso di partecipare ad un seguitissimo format televisivo e diventare molto popolare di conseguenza, ma è certo che ciò è dipeso anche dal fatto che sono sempre rimasto me stesso, cosa che il pubblico da casa ha perfettamente percepito.

Quali sono i tuoi impegni attuali? E quelli futuri?

Attualmente partecipo come opinionista ad un programma di attualità molto seguito, TADA’ in onda su RTV38, una rete regionale toscana, ogni lunedì dalle 17.30. Oltre alla mia partecipazione ad eventi vari in giro per l’Italia, con la mia iniziativa Giorgio Manetti Lifestyle organizzo eventi privati ed aziendali. Mi sto preparando per il viaggio in Russia il prossimo 13 marzo, dove parteciperò come speaker ad una fiera internazionale a Mosca. Spero comunque di poter tornare presto nella TV nazionale, magari con un ruolo di opinionista oppure recitare in una fiction. L’importante è essere sempre il protagonista della propria vita.

Il fioraio che regala libri

Dillo con i fiori, ma anche con i libri. Arriva da Napoli, quartiere Chiaia, la bellissima iniziativa ideata da Luigi Esposito, 53 anni, titolare del chiosco di fiori che si trova all’angolo di Largo Ferrandina, nella parte antica del capoluogo campano. Qui i clienti, ma anche i semplici passanti, possono prendere i libri che Luigi regala a chi ama la lettura come lui.

Come è nata questa iniziativa?

E’ nata per caso un paio di mesi fa. Stavo leggendo un giallo di Maurizio De Giovanni e un cliente mi ha chiesto di prestarglielo. Ho risposto che glielo avrei regalato non appena finito di leggerlo. E ho pensato che poteva essere un’idea quella di regalare libri. All’inizio ho dato i miei, ora i clienti mi portano i loro quando non sanno più dove metterli. Ho cominciato così, mettendo nel chiosco un cesto con i volumi da regalare e uno per i libri da scambiare.

Alla base di questo deve esserci, comunque, l’amore per la lettura.

Amo leggere da sempre, dai classici alle proposte più attuali. Non ho studiato molto perché a 13 anni ho iniziato a lavorare nel chiosco di fiori di famiglia, ma la lettura mi ha sempre attratto.

Quali sono i suoi libri preferiti?

Tantissimi, se devo scegliere sono sicuramente “Siddartha” di Herman Hesse e “Il profeta” di Gibran. Ma anche “Il dottor Zivago”, “I fratelli Karamazov”, “Il cacciatore di aquiloni”. Amo anche Italo Calvino e Socrate.

Come è stata accolta la sua iniziativa di regalare libri esposti tra i fiori?

I clienti sono felicissimi, il chiosco è diventato un club letterario, una bellissima cosa.

E qual è il lettore tipo che viene a prendere i libri da lei?

E’ importante dire che sono persone dai 40 anni in su, quasi tutti professionisti molto colti. I giovani non leggono, riescono ad appassionarsi se c’è qualche libro sui vampiri o su personaggi della televisione, per il resto zero. Mi dispiace questa cosa, anche perché mi trovo vicino ad una scuola e vorrei coinvolgere maggiormente i ragazzi, ma ho notato che è difficile. Preferiscono stare continuamente sui telefonini, peccato davvero perché leggere è meraviglioso, ci fa crescere.

Pensa di ampliare la sua iniziativa, visto il successo che sta riscuotendo?

No, tutto è iniziato in modo spontaneo e vorrei che restasse tutto così spartano, l’importante è contribuire a far crescere l’amore per la lettura.