Il talento dei BardoMagno

Lo giuro: è la mia prima intervista in lingua antica, tra le più divertenti. E non può essere altrimenti se incontri gli artisti della band BardoMagno, una delle rivelazioni di Italia’s Got Talent. La trasmissione di Tv8 li definisce <musicisti stravaganti venuti direttamente dal Medioevo>. Nella puntata dello scorso 25 gennaio hanno proposto, adattando il testo della canzone “Riccione” di Thegiornalisti, il brano “Lo schiaffo di Anagni” (VIDEO).

Il loro stile è proprio questo: riadattare canzoni famose con l’obiettivo di far conoscere al grande pubblico il sistema feudale e i fatti storici di quel periodo. Lo fanno dal 2014, quando è nato, si legge sul loro profilo Facebook,  <lo progetto musicale de “Feudalesimo e Libertà”, lo vero et unico Partito politico che – pe’ volontade divina – difende li interessi dello Popolo>. Tra le loro creazioni più recenti, “Il Centro di castità permanente” (da Battiato).

Il gruppo è formato da Valerio Storch, Alessandro Mereu, Edoardo Sala e Maurizio Cardullo, con all’attivo importanti precedenti esperienze musicali. Si presentano indossando abiti storici e indicando Aquisgrana, sede della corte di Carlo Magno e crocevia di lotte religiose, come città di provenienza.

Fin qui l’ufficialità. Ma sentite come si presentano loro:

Li menestrelli imperiali che costituiscon la feudal compagine di Bardo Magno sono: Abdul Il Bardo (Voce et Chitarra): Valerio Storch, noto anche come Mohammed Abdul, musico delli Nanowar Of Steel. Don Alemanno (Voce et Bolle Papali): Alessandro Mereu, o anche Papa Alemanno d’Acquisgrana, noto al mondo come lo disegnatore di Jenus. Il Gran Calippo d’Oriente (Flauti, liuti, cornamuse, et soprattutto Amore): Maurizio Cardullo, noto anche come lo polistrumentista dei Folkstone. Fra’ Casso da Montalcino (Tamburi, potenza, vino e tuono): Edoardo Sala, noto anche come lo batterista dei Folkstone.

Quando nasce la band e con quali obiettivi? 

Lo progetto nasce pe volontà di Carlo Magno nel lontano 801. Nominatici valvassori dello Sacro Romano Impero (con delega alla musica), Carlo (pe’ gli amici Carletto, fino ad un anno prima principe dei mostri), ci implorò di formare questa compagine pe’ favellar allo volgo li veri valori feudali. Noi ci siam semplicemente resi disponibili a servirlo. Hodie siam ancora quivi, spalleggiando Lo Imperatore, capo del partito Feudalesimo e Libertà, nonché unico et legittimo erede di Carlo.

Come si può definire il vostro genere musicale?

Noi siamo degli artisti TRAP-pisti.

Quali sono le vostre incisioni finora?

Finora abbiamo registrato solamente un live bootleg ufficiale uscito in edizione super-ridotta et esaurito in un mese, ma… Udite Udite! A breve uscirà il nostro primo disco in studio dal titolo originalissimo “Vol. 1”, contenente le nostre migliori opere o, meglio, quelle che ci sono state approvate dallo imperatore, espressione della volontà d’Iddio.

Con quale spirito partecipate a Italia’s Got Talent?

Collo spirito di chi gnosce la verità e pugna pe sostener li veri valori feudali, imperiali et asburgici, contra lo mondo moderno fornicatore et peccatore. Lo nostro spirito est quello di ispirare lo volgo allo volere imperiale et di guidarlo verso una vera modernità feudale.

 Prossimi progetti in cantiere?   

Discenderemo pe tutta Italia accompagnati dai Lanzichenecchi a favellar lo nostro verbo al volgo. Presenteremo in anteprima li brani allo volgo al Comicon di Napoli il 25 Aprile (la fiera del fumetto di Napoli, in volgare italiano), et successivamente festeggeremo l’uscita vera et propria del disco alla Quarta Adunata di Feudalesimo e Libertà, il 18 maggio al Live di Trezzo sull’Adda.  

Il giornalista lodato da Bush

Intraprendente, dinamico, esperto di comunicazione. Fabrizio Casinelli, 52 anni, è nato ad Arpino, provincia di Frosinone, ed è giornalista professionista dal 1998. Come molti di noi, ha iniziato la sua carriera collaborando con radio e televisioni locali nel periodo del boom dell’emittenza privata. Da allora, erano gli anni Ottanta, non si è più fermato. Fino ad approdare in Rai nel 2009, dopo vari e importanti incarichi ricoperti anche nella comunicazione istituzionale (Senato, Palazzo Chigi, presidenza del Consiglio dei Ministri). Attualmente è direttore del Radiocorriere Tv, da oltre 70 anni organo ufficiale della Rai.


Come definiresti l’esperienza della direzione dello storico Radiocorriere Tv?

Una esperienza straordinaria. Una testata storica che ha visto grandi firme del giornalismo italiano. Nel 2012 l’ho trovata abbandonata in un cassetto e ho deciso di rilanciarla in versione online. Da quel momento non ci siamo più fermati e sono sette anni che andiamo in rete ogni lunedì mattina grazie ad un manipolo di professionalità a cui sarò sempre grato.

Hai avuto tanti incarichi importanti, quale ricordi con particolare piacere?

Sicuramente essere stato Capo Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri è stata una esperienza straordinaria. Sai, ricevere una lettera con i complimenti per il lavoro svolto da parte del Presidente degli USA, all’epoca George W. Bush, è stato qualcosa di unico. Se mi avessero detto nel 1984, quando ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo della comunicazione, che un giorno sarei arrivato a Palazzo Chigi, sarei scoppiato a ridere. E poi i premi internazionali per lo sviluppo della comunicazione pubblica. Per non parlare del sito del Governo. Pensa che il mio progetto è rimasto operativo dal 2002 fino al restyling voluto dal governo Renzi. E’ stata una grande palestra professionale, ma soprattutto di vita.

Sei un giornalista di lungo corso, qual è a tuo parere lo stato di salute della nostra professione? 

La nostra professione vive un momento di grandissima difficoltà. Le nuove tecnologie hanno depotenziato il nostro lavoro. Con l’avvento dei social network, poi, siamo stati sorpassati a destra e sinistra da chi armato di un solo telefonino cellulare si sente a tutti gli effetti un reporter. Da qui le fake news e un sistema di notizie che fagocitano tutti senza rispetto. Noi abbiamo la nostra deontologia professionale come faro e non dovremmo mai dimenticarlo.

E quale è lo stato di salute della Rai dove lavori da tempo?

Sulla Rai se ne dicono tante, ma resta la più grande industria culturale del Paese. Una grande Azienda che ha al suo interno professionalità straordinarie, in tutti i settori.

Ad un giovane che vorrebbe intraprendere il mestiere di giornalista cosa consiglieresti?

La nostra professione è completamente cambiata. Quando ho iniziato c’era una forza, una spinta che oggi non vedo nei giovani colleghi. Nelle scorse settimane sono stato contattato dall’Università Roma 3 per parlare di comunicazione e giornalismo.  Ai tanti ragazzi presenti ho posto un paio di domande sulla loro idea di giornalismo e sul perché intraprendere questa professione. Le risposte che ho ricevuto mi hanno deluso, e non per colpa dei ragazzi che le hanno date, ma perché ormai viviamo in un mondo dove si pretende tutto e subito. Dove la sana e vecchia “gavetta”, quella fatta di ore al telefono per i classici giri di “nera o di bianca” sembra essere qualcosa di assurdo… 

 Sei nato ad Arpino, hai collaborato con testate della provincia di Frosinone, quindi conosci molto bene anche le vicissitudini della stampa locale, che non naviga proprio in buone acque. Cosa non ha funzionato e non funziona in questo ambito?

Mi piacerebbe fare il solito discorso di una provincia schiacciata tra Napoli e Roma, che potrebbe sembrare qualcosa di negativo, ma che invece dovremmo trasformare in una grande possibilità di sviluppo e di crescita: non l’ha fatto mai nessuno. Penso che la stampa locale  in questi anni sia mossa e sia cresciuta di pari passo con il territorio. La nostra Provincia ha avuto momenti di grande forza economica e politica. Adesso le cose sono cambiate e con la crisi del settore anche gli imprenditori che hanno creduto e investito vivono in un regime di grande difficoltà. Basti pensare al numero di realtà locali, radio, tv e giornali, che erano presenti sul nostro territorio negli anni 90 e a quelle che sviluppano la propria attività nel 2019. Siamo ben oltre la metà. Dati importanti, allarmanti. Sono stati pochi gli imprenditori puri del settore e quelli che resistono, perché di resistenza si parla, sono gli unici che hanno avuto la forza di guardare oltre il loro piccolo mondo antico. Mi auguro che la situazione possa migliorare, ma onestamente non ci credo.

Una voce per Lucio Battisti

E’ stato anche in Cina a cantare le canzoni di Lucio Battisti, cantautore intergenerazionale scomparso ormai da venti anni. Musica senza confini che Mauro Masè, artista abruzzese, dal 1998 porta nel mondo con uno spettacolo che include 24 canzoni del repertorio di Battisti.

Mauro Masè è “la voce di Battisti” e come lui canta, si muove e si veste, accompagnato dalla band formata da Fabio Rutolo alle chitarre, Dario Secondino al piano e tastiere, Francesca Petaccia al basso, Alessandro Di Muzio alla batteria, Stefania Nanni e Simona Marinucci ai cori. Ha all’attivo oltre 600 concerti in Italia e all’estero e in programma ce ne sono in Europa e in Australia.

Si è esibito con Bruno Lauzi, Adriano Pappalardo e La Formula 3 a Poggio Bustone, paese natale di Battisti, in occasione dell’anniversario della morte, ed è stato il protagonista della docu-fiction dedicata al cantautore italiano “L’uomo di Marzo” –  Il silenzio… il sogno” presentata in anteprima al 57esimo Festival di Sanremo. Ha inciso per la Blue Music  “Mauro Masè, una voce per Battisti”, volumi 1 e 2. Lo incontro mentre sta preparando il tour estivo 2019 che toccherà numerose piazze italiane.

Come è nata la tua passione per Battisti, tanto da aver impostato la tua carriera sulla sua musica, pur scrivendo anche brani tuoi?

L’ho presa dai miei genitori che lo ascoltavano continuamente con il mangiadischi. Da piccolo ero una peste, soltanto quando sentivo le canzoni di Lucio stavo buono, mi calmavo, come se entrassi in un’altra dimensione. Una passione che ho praticamente da sempre.

Anche la critica ha accostato la tua voce a quella di Battisti, riconoscendoti una forte sensibilità. Come ti definiresti? Un suo sosia?

No, non sono un sosia né un imitatore di Battisti, sono un suo interprete, fedele al suo stile.

Qual è la tua canzone preferita del vasto repertorio che Lucio ci ha regalato? Quella che ami maggiormente cantare?

E’ sicuramente “Mi ritorni in mente”. Non so se è la più bella, ma è quella che preferisco, sono cresciuto con le note di questa canzone. E mi ha fatto anche vincere la prima puntata di “Momenti di gloria” condotto da Mike Bongiorno su Canale 5.

Come vengono accolte dal pubblico le canzoni che interpreti?

Con grande entusiasmo, il pubblico è fantastico e canta con me tutte le canzoni. Si tratta di appassionati di tutte le età, di ogni generazione.

Anche all’estero c’è lo stesso coinvolgimento?

Assolutamente. Ho fatto concerti in Cina, Belgio, Canada e Svizzera. C’è un grande entusiasmo tra gli italiani che vivono all’estero ma anche tra i residenti. Ho un bel ricordo dei cinesi, che non conoscevano ovviamente le parole delle canzoni, ma seguivano con estremo interesse, erano contentissimi di sentire la musica italiana che proponevo. Lucio è decisamente anche un artista internazionale, unico nel suo genere. Ha rivoluzionato il pop italiano con una voce rimasta unica.

Una voce che Mauro Masè continua a far vivere nei suoi concerti, sempre affollati. Un eterno omaggio ad un artista che troppo presto ha lasciato le scene e la vita.      

Si può seguire l’attività di Mauro Masè sulla pagina Facebook ufficiale: https://www.facebook.com/MauroMaseofficial/

Dalla parte dei poveri

Mezzo secolo di solidarietà con al centro gli ultimi. E’ il traguardo eccezionale raggiunto dalla Comunità di Sant’ Egidio, nata a Roma nel 1968, all’indomani del Concilio Vaticano II, per iniziativa di Andrea Riccardi, giovane liceale ispirato dal Vangelo e dalla figura di Gesù. Da allora la comunità, un movimento internazionale di laici, è cresciuta fino ad essere presente in 70 Paesi del mondo dove presta aiuto concreto. Assistenza agli anziani, interventi nelle periferie, mensa per i poveri, adozioni a distanza, progetti per la salute e l’alimentazione, corridoi umanitari e quanto occorre per non lasciare solo chi ha bisogno.

Don Paolo Cristiano (nelle foto in alcuni momenti della sua attività e nella prima a sinistra al centro con Riccardi) è un sacerdote da sempre impegnato nel sociale, responsabile di Sant’Egidio in provincia di Frosinone che segue anche alcune comunità in Asia, soprattutto in Pakistan e nelle Filippine. Ci aiuta a conoscere meglio una realtà che si distingue per le risposte che fornisce alle urgenze dei nostri tempi.

Come si può sintetizzare l’opera della Comunità di Sant’Egidio in questi lunghi anni?

Sicuramente con la sintesi che ha fatto Papa Francesco in una delle sue visite alla Comunità: preghiera, poveri e pace. La preghiera è il primo riferimento. Le chiese di Roma e di ogni parte del mondo sono ogni giorno luogo di incontro e di accoglienza per chi voglia ascoltare la Parola di Dio.  I poveri sono le persone verso le quali è indirizzato il nostro impegno. Quando Riccardi fondò la Comunità, come primo contatto andò a visitare i baraccati a Ponte Marconi dove vivevano nell’abbandono famiglie italiane, soprattutto meridionali, che non avevano nulla, emarginate perché parlavano solo il dialetto e chiedevano aiuto. Infine, partendo dal fatto che la guerra è considerata la madre di ogni povertà, la Comunità ha voluto lavorare per la pace, impegnandosi per ristabilirla attraverso il dialogo e la ricerca continua di fraternità.

Chi è il povero di oggi?

E’ la persona che, oltre a non avere risorse materiali, vive il dramma della solitudine, un fenomeno che va studiato e approfondito, che non può essere semplificato perché ognuno ha le sue esigenze. E’ il bambino che chiede di vivere nella pace, è l’anziano che non ha assistenza, è lo straniero che scappa dalle guerre, ma anche dalle catastrofi ambientali. Quello che dispiace è la memoria cortissima della nostra società. Gli italiani baraccati di Ponte Marconi sono i migranti di oggi, accusati ed emarginati per gli stessi motivi. 

Come sono organizzate le vostre strutture nel mondo? E quali sono i progetti principali che si portano avanti?

Le strutture sono gestite da persone del luogo per facilitare i rapporti con le popolazioni, da Roma ci si occupa della formazione e del coordinamento. Tra i progetti, molto importante in Africa è il Dream ( “Disease Relief through Excellent and Advanced Means” cioè “Liberazione dalle malattie attraverso mezzi avanzati ed eccellenti”) che cura le madri sieropositive per evitare la trasmissione dell’Aids ai neonati, bambini che vengono seguiti anche durante la crescita con programmi di alimentazione e scolastici.

La Comunità di Sant’ Egidio significa anche esaltazione del volontariato. Quali persone, oggi, si impegnano in questo importante ruolo?

A noi non piace molto dire volontari, preferiamo indicarli come amici della Comunità che si mettono a disposizione. Sono professionisti, studenti, madri di famiglia che si ritagliano una porzione di cuore per chi ha bisogno. A Frosinone, per fare degli esempi, si occupano molto degli anziani che vivono nelle case di riposo, spesso senza nessuno che vada a trovarli, cercando di ricostruire una rete di solidarietà, portando il calore dove manca, la vicinanza dove c’è la solitudine, ricostruendo le reti sociali dove sono sfibrate, superando l’individualismo.

Oggi, però, la società sta attraversando un momento di incattivimento, persino di odio. Come si muove, un’organizzazione come la vostra, in un clima così avvelenato?

Noi in questo clima ci viviamo dentro. Non abbiamo un approccio ideologico a tali problematiche, ma sappiamo che nella storia (e il nostro fondatore Riccardi è uno storico) i muri non hanno mai portato bene, oltre ad essere anacronistici tanto che sono caduti dappertutto. Percepiamo la rabbia e la paura e sappiamo anche che non si può trasferire tutto il continente africano. E’ necessario, quindi, trovare risposte ad ampio raggio, soluzioni che coniughino la sicurezza dei cittadini e il diritto di voler scappare dalle guerre. E’ in questo contesto che la Comunità di Sant’Egidio ha ideato i corridoi umanitari, una soluzione che permette di verificare chi ha davvero l’esigenza di fuggire da posti dove non è possibile vivere, farli viaggiare su voli di linea eliminando così il rischio di pagare i trafficanti di esseri umani e farli arrivare inseriti già in un progetto di accoglienza non a carico dello Stato. Un modello che funziona.

A Frosinone, dove opera don Paolo Cristiano, la Comunità fondata da Andrea Riccardi è nata dieci anni fa. Due volte a settimana funziona la mensa per i poveri, presso l’ex ospedale, ed è attivo un movimento giovanile formato da studenti liceali. Sabato 19 gennaio, alle ore 17, nella chiesa del Sacro Cuore è in programma un incontro per il 50esimo anniversario della fondazione della Comunità con la presenza del vescovo diocesano, monsignor Ambrogio Spreafico.

La poetessa degli angeli

Sono gli angeli i simboli ricorrenti delle poesie di Umbertina Di Stefano, di Ceccano (Frosinone), autodidatta e innamorata della rima. Il suo primo libro è stato, nel 2013, “L’angelo che prestò le ali ad una Fenice”, ora ha dato alle stampe “Un angelo senza memorie” prodotto dalla casa editrice Il Viandante di Arturo Bernava. La presentazione ufficiale si è tenuta lo scorso novembre a Ceccano con la partecipazione degli attori Anna Mingarelli, che ha recitato le poesie, e Vincenzo Bocciarelli. La copertina del libro è stata realizzata dalla figlia dell’autrice, Valeria Selvini, che insieme al fratello Andrea sostiene in tutto l’attività di Umbertina.

Perché gli angeli? Chi sono per te?

A parte una conoscenza degli angeli fatta sui libri, in realtà per me sono le persone comuni, le brave persone, quelle che quando le incontri facilitano la vita. Tutte le mie esperienze quotidiane finiscono nelle scrittura, anche questo libro è autobiografico.

Quali sono i temi che tratti con le tue poesie?

Gli argomenti sono svariati, ho sempre parlato di tutto e anche di temi duri come, ad esempio, il mobbing sul lavoro. Essendo una donna, non mancano i riferimenti all’amore.

Come accoglie i tuoi lavori chi ti legge?

Sono molto contenta del fatto che arriva soprattutto la semplicità, perché posso anche scrivere con termini ricercati ma sono una persona molto semplice e questo viene apprezzato. Noto, inoltre, che la gente si riconosce nei temi che rappresento, fa davvero piacere.

Come è iniziata la tua passione per la poesia?

In un modo molto semplice. Mi piaceva scrivere biglietti auguri personalizzati, in rima perché ho sempre amato la rima. Un amico medico ha apprezzato molto questo modo di esprimermi e mi ha spronato a scrivere. Il primo libro, infatti, è stato soprattutto un’occasione per ringraziare lui e quanti mi hanno sollecitato in tal senso. Poi ho continuato cercando anche di fare cose nuove. In questo libro, infatti, ho scritto qualche poesia in dialetto, e non è facile, ma mi piace mettermi in gioco.


Sua Maestà il cioccolato

Ha compiuto da poco 25 anni ed è una delle kermesse italiane di eccellenza più amate. Protagonista il cioccolato, simbolo di voluttuosa bontà ed emblema del peccato di gola. Dal 1994 Perugia ospita il Festival Internazionale Eurochocolate, grazie all’intuizione dell’architetto Eugenio Guarducci (nella foto in basso a sinistra), 55 anni, che oggi ne è presidente. Nato a Perugia, ha voluto portare nella sua città – ispirandosi all’Oktober Fest di Monaco – una manifestazione che in poco tempo è diventata punto di riferimento dei cioccolatieri più creativi.

Sulla scorta del successo di Eurochocolate, Guarducci ha inventato successivamente Cioccolatò a Torino e ChocoModica a Modica, riuscendo a promuovere questo prodotto unico da metà ottobre a metà dicembre, e numerosi eventi collegati. Lo incontro mentre si prepara ad esportare la sua creatura in Giappone e in altre parti del mondo.

Come nasce la sua passione per il cioccolato tanto da sceglierlo come tema del Festival Internazionale di Perugia e di altre kermesse di successo?

Come tante persone della mia generazione ho il ricordo indelebile del profumo di cioccolato che invadeva i binari della stazione ferroviaria di Fontivegge dove a poche decine di metri si elevavano le mura della Perugina.  Questa memoria olfattiva è stata determinante nel costruire quel percorso che mi ha portato prima alla ideazione e poi all’organizzazione di Eurochocolate.

Diamo qualche numero su  Eurochocolate, Cioccolatò e ChocoModica relativo alle presenze e alla quantità di cioccolato assaggiato dai visitatori.

Sono eventi che come caratteristica comune hanno quella di svolgersi all’aperto e non in contenitori fieristici, pertanto possiamo soltanto parlare di stime. Al primo posto senz’altro Eurochocolate che ogni anno ad ottobre richiama in dieci giorni circa 800.000/1.000.000 di persone. Subito dopo viene Torino con una stima di circa 400.000 visitatori distribuiti sempre in dieci giorni di evento nella seconda decade di novembre ed infine Modica dove nei tradizionali 4 giorni collocati a ridosso della Festa dell’Immacolata si ritrovano circa 60.000 persone. Ancora più complicato una stima sulla quantità di prodotto che viene venduta e omaggiata. Parliamo comunque di tonnellate!!!

Grazie ad Eurochocolate sono nati anche progetti con le organizzazioni equosolidali. Di cosa si tratta?

Eurochocolate ha sempre cercato di dare voce e spazio alle tematiche equosolidali relative al comparto Cacao/Cioccolato. Lo ha fatto interagendo con importanti player internazionali a partire da Fair Trade ed in stretto collegamento con i protagonisti delle filiere produttive dei principali paesi produttori del Cibo degli Dei. Questo ruolo ha avuto un grande risalto in occasione di Expo 2015 dove Eurochocolate ha gestito il Cluster Cacao e Cioccolato per tutta la durata dell’esposizione internazionale.

Ha nuovi progetti in cantiere?

Dopo aver celebrato i 25 anni dalla nascita di Eurochocolate vogliamo svolgere il nostro sguardo verso l’estero dove a nostro avviso Eurochocolate merita di poter essere esportato come format. In questa direzione nasce quindi il primo Eurochocolate Japan che si svolgerà ad Osaka dal 1 al 14 febbraio 2019. Altri progetti sono in corso di definizione in altri paesi del Far East, ma anche in America Latina. Nel frattempo continueremo ad investire su Perugia e in Trentino dove nel comprensorio Dolomiti Paganella si è svolta nel dicembre scorso la prima edizione di Eurochocolate Christmas.

Nuove sfide per il sindacato

Enrico Coppotelli (nella foto) è il nuovo segretario regionale Cisl del Lazio. A soli 37 anni assume un incarico di grande responsabilità che premia il suo impegno sul territorio con le battaglie portate avanti nel comprensorio di Frosinone (il sindacalista è originario di Ferentino) dove ha ricoperto anche la carica di responsabile provinciale.

Quali sono le sue linee guida da neo segretario regionale?

Più che le mie, le linee guida sono quelle della Cisl, della Segretaria Generale Annamaria Furlan e del Segretario Generale della Cisl del Lazio Paolo Terrinoni che ringrazio per avermi dato questa opportunità. Quella di lavorare in una dimensione regionale dove porterò il massimo impegno e la dedizione. Questa sarà anche una priorità.

Quali sono le principali vertenze in corso attualmente nel Lazio e quali preoccupano maggiormente?

Tra le deleghe assegnatemi, e quindi di mia competenza, ci sono le vertenze e punti di crisi in ambito regionale. Ogni territorio ha la sua peculiarità dove la crisi ha lasciato segni indelebili in particolare a Latina ed a Frosinone. Tra il 2008 e il 2016 il Pil del Lazio ha registrato una flessione doppia -6% rispetto alla Lombardia -3,3% e, nello stesso periodo, si è verificata a Roma una riduzione delle Spa -13% e un’esplosione della micro-impresa in settori a basso valore aggiunto e bassa densità di capitale come il commercio ambulante (+30%) e gli affittacamere (+150%). Si stanno perdendo posti di lavoro importanti e mentre nella grande città si riesce a riqualificarsi, in provincia si perde la speranza e il rischio isolamento è dietro l’angolo.

Il rapporto annuale Censis, recentemente evidenziato anche dal segretario generale Furlan, disegna un Paese alla deriva e senza speranze. Come è possibile invertire la rotta?

Gli italiani e le italiane sono oggi molto delusi e senza speranze, come dimostra il dato che il 90% delle persone con basso reddito sono convinte che la loro condizione non cambierà mai. Abbiamo visto sfiorire la ripresa economica, sono cresciute le diseguaglianze sociali e l’emarginazione sociale, i redditi ed i salari sono pressoché fermi, i giovani vanno a cercare lavoro all’estero come negli anni Cinquanta. E’ un paese che fa molta fatica a crescere, che si affida solo ad internet ed ai social network per vincere la solitudine. Ecco perché non c’è altra strada che ripartire, con decisione e con provvedimenti straordinari, dalla crescita, dal lavoro e quindi dagli investimenti pubblici e privati, scommettendo sulla formazione e sulla scuola per ricostruire un patto sociale fra le generazioni e le diverse aree del Paese. Il lavoro è lo strumento per ridare fiducia alla gente oggi sempre più incattivita e pessimista sul futuro, soprattutto per una serie di promesse disattese della politica. In un contesto mondiale in cui tutto sembra volgere a favore dei giovani, l’avanzamento tecnologico, la predisposizione alla flessibilità, la sfida delle nuove competenze per un’industria 4.0, l’Italia si configura come un’anomalia. Le scelte politiche compiute in diversi campi, dall’istruzione alle riforme del lavoro, dalle politiche per diminuire il gender gap al welfare, non hanno favorito la stabilizzazione dei giovani italiani nel mercato, anzi hanno aumentato la distanza tra scuola e lavoro, accrescendo a tal punto la sfiducia nei confronti della formazione.

Reddito di cittadinanza: un percorso per migliorare la qualità della vita e inserire nel mondo del lavoro o il solito intervento assistenzialista?

Combattere la povertà è una priorità, ma il lavoro non si crea con sussidi. Inoltre non è ancora definita la platea e soprattutto questo rapporto tra reddito di cittadinanza e lavoro, per noi indispensabile, non si capisce ancora come si può realizzare. I nostri giovani chiedono anzitutto il lavoro, lo chiede il nostro Paese. Infine investire sui Centri per l’impiego è molto importante, ma può rivelarsi inutile se poi non ci sono posti di lavoro da offrire. E questo è il rischio che vogliamo evitare.

Il vero problema è l’assenza di lavoro. Cosa si dovrebbe fare per crescere da questo punto di vista?

Siamo preoccupati per la bassa crescita e per gli indicatori economici che dimostrano un rallentamento della ripresa della produzione industriale e dell’occupazione. Rischiamo di tornare indietro. Per noi la priorità è come far ripartire il trend economico ed il tema delle infrastrutture è nodale: ci sono 27 miliardi di risorse disponibili e decine di opere pubbliche bloccate in attesa dell’analisi costi benefici che tarda ad arrivare. Poi il fisco, focale per rafforzare i salari e le pensioni. La flat tax deve pensare anche a tagliare le tasse al lavoro dipendente per stimolare i consumi.

Quale è il ruolo del sindacato in una società che evolve continuamente e non sempre in meglio?

  La necessità di concentrare l’attenzione e gli investimenti sia organizzativi che finanziari, sul tema delle competenze dei lavoratori è stata indicata dal sindacato e dalla Cisl in particolare, come una priorità. Riguardo al tema Impresa 4.0, due questioni oggi ci sembrano imprescindibili affinché il nostro Paese possa giocare un ruolo competitivo a livello globale: la costruzione di una rete infrastrutturale per la banda larga e ultra larga, investimenti significativi per migliorare e ampliare le necessarie competenze e le nuove abilità. Il tema delle competenze andrebbe approcciato almeno su due fronti: quello scolastico, ricomprendendo i diversi livelli formativi e dando impulso a seri progetti di alternanza scuola-lavoro e quello dell’aggiornamento professionale di chi già lavora, con l’obiettivo di minimizzare la cosiddetta disoccupazione tecnologica. Difendere il lavoratore non solo nel posto di lavoro, ma nel percorso di lavoro è la vera sfida del Sindacato nei prossimi anni.

Io, Francis e gli scialatielli

Alfredo Colle ha conquistato il titolo di cuoco regionale più bravo di Italia

Alfredo Colle

Scialatielli  ai frutti di mare e parmigiana di melanzane con sgombro. Sono i piatti capolavoro che hanno permesso ad Alfredo Colle, della Campania, di diventare lo chef regionale più bravo di Italia nella trasmissione condotta da Alessandro Borghese su TV8. A “Cuochi di Italia”, Alfredo Colle ha conquistato i giudici “stellati” Gennaro Esposito e Cristiano Tomei, ma soprattutto il pubblico televisivo per la sua simpatia e per la sua umiltà. Una caratteristica, quest’ultima, che Colle ritiene indispensabile, insieme all’amore e alla passione per il cibo, per essere un buon cuoco. 46 anni, nato a Napoli e cresciuto a Pozzuoli, lo chef (che però preferisce definirsi “un cuoco che ama il suo lavoro”) è tornato in Italia da poco (per amore!) dopo lunghi anni di esperienza nelle cucine di Parigi, Singapore e degli Stati Uniti dove è stato per quattro anni il personal chef del grande regista Francis Ford Coppola. Lo incontro mentre si trova a Milano, dove attualmente lavora per la catena di ristoranti “Grill Inn Store Pogliano” diretta da Roberto Zanchetta, chef per venti anni degli stilisti Dolce e Gabbana.

La tua cucina ha risentito delle contaminazioni dei Paesi in cui hai lavorato?

Moltissimo, perché i prodotti italiani che giravano a quei tempi erano pochi, solo ultimamente la cultura della nostra cucina si è sviluppata all’estero.

Come valuti la tua esperienza all’estero? E’ molto diverso rispetto al lavoro in Italia?

Soprattutto gli Stati Uniti, dove sono stato per 14 anni senza mai tornare a casa, offrono molte opportunità lavorative se si vuole crescere professionalmente. Purtroppo, invece, in Italia si è solamente un numero. Ora però voglio concentrarmi e fare un salto di qualità, continuando ad imparare e a crescere.

La vittoria a “Cuochi di Italia” ti ha dato una grande visibilità. E’ stato importante per la tua professione?

 Mi sono messo in gioco, mi serviva perchè una volta tornato in Italia non mi sentivo apprezzato, ho avuto anche qualche umiliazione. Ma non mi sentivo forte, ho affrontato ogni prova con l’ansia, ci ho creduto davvero soltanto alla finale quando ho avuto volti alti per gli scialatielli. Ero lì per farmi giudicare, per imparare e ricevere critiche costruttive, non per diventare famoso. Sono uno che vola basso e quando ho pianto in trasmissione era commozione vera. Certo, mi ha fatto piacere essere riconosciuto e ricevere tanti complimenti dopo la trasmissione, ma è stata soltanto una bella esperienza, vado avanti con il mio lavoro mettendoci il cuore. Vedi, Daniela, quando io cucino mi immagino di essere a tavola con il cliente, che è al centro di tutte le mie attenzioni. Devo fare il possibile per farlo mangiare bene, questo è l’unico obiettivo.

Un tuo piatto creato di recente?

 La tartare di salmone marinato nella tequila con riso venere e riso con zafferano. La presenza di riso giallo e riso nero, che crea un forte contrasto, offre uno spettacolo anche per gli occhi. 

Quali sono i colleghi che apprezzi di più?

 I miei idoli sono Antonino Cannavacciuolo, Alessandro Borghese e Gennaro Esposito.

Cosa c’è nel futuro immediato dello chef Colle?

 Sto lavorando su alcuni progetti. Sono impegnato con “Campania Golosa”  che riguarda i prodotti tipici della mia terra e con l’amico  Roberto Zanchetta, che mi ha sempre aiutato molto, sto organizzando un viaggio negli Stati Uniti. Nei giorni scorsi mi sono sentito con persone con cui ho lavorato lì, è stato bello, mi hanno commosso quando hanno detto che mi aspettano… a casa.

E’ evidente che gli Usa sono rimasti nel tuo cuore. Ci torneresti a lavorare?

Mai dire mai, diciamo che ho lasciato una porta aperta.