Voglio giustizia per Daniele

Da quando Daniele non è in casa, papà Francesco dorme su un divano vicino al portone di ingresso. La camera da letto è più lontana, non vuole rischiare di non sentire il figlio se torna e bussa, desidera essere pronto ad aprire e ad accoglierlo.  E’ uno dei toccanti episodi che mi racconta Francesco Potenzoni, 66 anni, padre di Daniele, scomparso a Roma il 10 giugno 2015. Inghiottito dal caos della metropolitana nella stazione di Termini, sfuggito alla vigilanza dell’operatore del Centro a cui Daniele, autistico, era stato affidato in occasione di una gita di tre giorni a Roma. In gruppo si recavano all’udienza di Papa Francesco, dove Daniele non è mai arrivato. Scomparso nel nulla. L’operatore che doveva sorvegliarlo, un infermiere dell’ospedale di Melegnano, è stato processato per abbandono di persona incapace e assolto perché il fatto non sussiste. Non è stato riconosciuto il dolo.  La famiglia Potenzoni, originaria della Calabria, vive a Pantigliate in provincia di Milano. Daniele ha due fratelli minori: Marco è sposato, Luca vive con i genitori e cura le iniziative per ritrovare Daniele, come la pagina Facebook dedicata al caso. La madre Rita, dopo la scomparsa del figlio, si è ammalata gravemente. Per loro, la vita si è fermata il 10 giugno 2015. Da quel giorno, pensano soltanto a riportare Daniele a casa.

La mia chiacchierata con Francesco Potenzoni inizia proprio dall’esito della vicenda giudiziaria che ha lasciato l’amaro in bocca ai familiari di Daniele, 36 anni all’epoca della scomparsa. <Non c’è stato dolo, dicono i giudici. Quindi si è trattato di negligenza, ma per me è la stessa cosa perché mio figlio non c’è. Questa sentenza ci ha fatto sentire abbandonati dallo Stato perché Daniele è andato a Roma affidato a qualcuno, non da solo. Mi sono vergognato di essere italiano. In tre anni e mezzo ho partecipato a venti udienze, si entra in tribunale e c’è scritto che la legge è uguale per tutti. Ma non è vero, non è così. E mi ha fatto male vedere che, appena letta la sentenza, l’infermiere che doveva sorvegliare mio figlio festeggiava, rideva con i colleghi. Ma cosa c’è da festeggiare se non sappiamo che fine ha fatto Daniele? Ora speriamo nell’Appello, la Procura sembrerebbe intenzionata a procedere in questa direzione>.

Signor Potenzoni, come e quando ha saputo che si erano perse le tracce di suo figlio?

Daniele è scomparso alle 9 di mattina, io l’ho saputo soltanto alle 17.30 quando l’infermiere mi ha chiamato e fino ad allora non aveva neanche fatto la denuncia. E’ andata a farla dopo questa telefonata, l’ho sollecitato io, ma andava fatta subito vista la patologia di cui soffre mio figlio. Mi ha detto che lo avevano cercato senza risultati. Era l’ultimo giorno della gita. So che alle 8 il gruppo, che era formato da 11 ragazzi e 6 accompagnatori, è stato diviso in due. Il primo è partito subito per il Vaticano, nel secondo – di cui faceva parte Daniele – c’erano 5 ragazzi e 3 infermieri, quindi le persone da assistere erano davvero poche, eppure mio figlio è stato “perso”.

Nessun avvistamento è stato utile, ma come è stato cercato Daniele? Si poteva fare di più?

Le ricerche più approfondite sono state fatte grazie al commissario del Comune di Roma, il Prefetto Tronca, che ha fatto scandagliare tutti i sotterranei. Durante i primi giorni, forze dell’ordine e inquirenti si facevano sentire. Ero in contatto costante soprattutto con il dottor Fattori della Polfer, che è stato molto disponibile, ma poi lui è stato trasferito e non ho saputo più nulla.

Vuol dire che Daniele non viene più cercato?

Di ufficiale non so niente, le ricerche continuano privatamente, le faccio io con l’aiuto degli amici che mi stanno vicini e con l’associazione Penelope. Con loro verifichiamo anche gli avvistamenti che vengono segnalati, ma non ce ne sono da tempo. Debbo ringraziare soprattutto voi giornalisti se si parla ancora di Daniele, non avete mai spesso di seguire il caso e, infatti, ne stiamo parlando anche adesso. 

Cosa altro l’ha amareggiata, in questa vicenda?

Dicevo prima dello Stato che ci ha abbandonato. E’ quello stesso Stato che, soltanto un mese dopo la scomparsa, ha revocato la pensione di invalidità a Daniele perché non si è presentato alla visita di controllo.   

Mi dica dell’ultimo giorno in cui ha visto Daniele, quando è partito per Roma. Che ricordi ha di quei momenti?

Non ero contento che Daniele andasse a Roma. Frequentava il Centro da 14 anni ed aveva partecipato ad una gita soltanto una volta per andare al mare. Non lo mandavo fuori volentieri perché stavo più tranquillo se la sera, quando tornavo dal lavoro, lo avevo a casa. Ma lui era felice di andare dal Papa, si era preparato anche la valigia da solo. La mattina della partenza sono andato a chiamarlo, dormiva ancora e sono stato tentato di non svegliarlo per non farlo partire. Ma poi ho deciso diversamente, non volevo deluderlo. L’ho accompagnato alla stazione, ho parlato con l’infermiere, gli ho dato 100 euro nel caso Daniele volesse fare qualche acquisto a Roma. Non l’ho più visto. Spesso mi dico che se quel mattino non lo svegliavo, ora starebbe qui con me.

Appena saputo di quanto accaduto, lei si è precipitato a Roma per cercare Daniele.

Immediatamente. Il sindaco del mio paese ha messo a disposizione venti volontari per le ricerche, dopo qualche giorno ovviamente loro sono tornati a casa e io ho proseguito. Sono stato a Roma tre mesi e devo dire che ho conosciuto gente meravigliosa, come un carabiniere che appena smetteva il servizio mi accompagnava nei posti più nascosti di Roma per trovare Daniele.

Una notizia positiva comunque c’è. Sono stati fatti riscontri con i cadaveri non identificati e nessuno corrisponde a Daniele.

Per fortuna è così, questo mi aiuta ad andare avanti, a cercare ancora.

Ma dove può essere Daniele? Che idea si è fatto durante questi lunghi anni?

Conoscendo mio figlio, escludo che viva in strada. Secondo me, potrebbe essere in un convento o in una parrocchia perché Daniele amava molto gli ambienti della Chiesa. Oppure in campagna, in posti dove la notizia della scomparsa magari non è neanche arrivata.

Se fosse così, perché Daniele non farebbe capire in qualche modo di volere tornare a casa?

Il problema di Daniele è proprio questo, lui non chiede aiuto. Se sta in un posto dove si trova comunque bene, anche se ha nostalgia di noi non riesce a dire di voler tornare a casa. Oppure, a causa della sua patologia, potrebbe essere convinto di stare ancora in gita.

Mi parli di suo figlio, di come è, come si comporta, quali sono le caratteristiche del suo carattere.

Daniele si è ammalato a 18 anni, improvvisamente. Ha frequentato la scuola fino al terzo Liceo classico, era un ragazzo molto intelligente, scriveva per il giornalino del paese, frequentava la Chiesa, era impegnato in tante attività. Lasciata la scuola, ha deciso di venire a lavorare con me. Un giorno, finita la pausa pranzo, ci siamo lasciati per tornare al lavoro, divisi perché lui aveva preso la bicicletta e quindi andava per conto suo. Lo ho aspettato per ore, lo ho cercato, nessuno aveva notizie di lui. Dopo molto tempo l’ho trovato seduto su una panchina in piazza, aveva gli occhi che sembravano di vetro e la bava che usciva dalla bocca. E diceva cose senza senso. Dopo una serie di accertamenti, i medici hanno diagnosticato un inizio di schizofrenia non aggressiva e l’autismo. Era un ragazzo mite, non dava fastidio a nessuno, chiedeva giusto qualche sigaretta, amava stare con gli anziani, era generoso e servizievole.  Gli volevano bene tutti.

La vicenda di Daniele ricorda molto quella di Iuschra Gazi, la bambina di 11 anni, anche lei autistica, scomparsa nel Bresciano durante una gita. So che lei ha avuto contatti con i suoi familiari.

Si, ho parlato con lo zio. Un altro dramma, ancora peggiore del nostro perché Roma è una grande città e Daniele può essere ovunque, mentre la bambina è scomparsa in un bosco con tutte le insidie che un posto del genere può nascondere. Sto organizzando una fiaccolata per Daniele e inviterò anche i familiari di Iuschra. Capisco il loro dolore, so cosa significa vivere con un peso così grande. Anzi, neanche  si può dire che si vive, semplicemente si sopravvive. E si sopravvive continuando a cercare la giustizia, quella che voglio per mio figlio Daniele.

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