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Quella rivolta contro San Magno

Da oltre 120 anni è custodito nel convento delle Suore Cistercensi di Anagni, posizionato al centro del Coro dove le religiose si raccolgono in preghiera. Autorevole, con la mano destra benedicente, i paramenti sacri oro e rosso e il pastorale impugnato.  

E’ qui, in una delle sale della clausura di Palazzo Bonifacio VIII, che il patrono di Anagni, San Magno, raffigurato mentre siede su un trono (foto in alto), si trova praticamente in esilio da quando fu rifiutato dal popolo, con una vera e propria rivolta, alla sua prima (ed ultima) uscita in processione.

Una processione che, quel 18 agosto presumibilmente del 1901, rientrò in tutta fretta in Cattedrale, senza terminare il percorso, a causa della inaspettata e furiosa reazione degli anagnini che arrivarono, così tramanda la storia (o la leggenda), ad accogliere la statua di San Magno a pomodorate e cocomerate.

Una statua nuova, voluta dal vescovo Antonio Sardi, realizzata in cartapesta e a corpo intero da artigiani di Lecce, che avrebbe dovuto sostituire i busti di San Magno e San Pietro da Salerno (anch’egli patrono di Anagni ed edificatore della Cattedrale) ritenuti ormai obsoleti.

I busti di San Magno e San Pietro

La novità, però, non piacque affatto ai cittadini. Che gridarono allo scandalo, colpirono San Magno, inveirono contro chi aveva deciso di mandare in soffitta i consueti busti e costrinsero il corteo a riparare in chiesa con la statua nuova di zecca, successivamente affidata alle Suore Cistercensi.

I motivi di tanta ribellione non sono mai stati chiari, possono solo essere ipotizzati: affezione verso i tradizionali busti, l’esclusione di San Pietro, difficoltà ad accettare i cambiamenti. Certo è che la vicenda aprì anche una ferita all’interno del clero, data la contrarietà degli stessi canonici alla scelta effettuata dal Vescovo, appena arrivato ad Anagni dall’Abruzzo con uno spirito innovativo evidentemente poco apprezzato.

In questa storia, comunque, trova spazio anche il pentimento degli anagnini. Il giorno dopo la processione contestata, la città venne colpita da una violenta grandinata che distrusse tutti i raccolti, evento che, interpretato come una punizione da parte del Santo Patrono, convinse i cittadini a correre in Cattedrale per chiedere perdono.

La nuova statua, in ogni caso, non fu mai più portata in processione e a tutt’oggi è depositata all’interno del Palazzo di Bonifacio VIII, sconosciuta o quasi agli anagnini. Nei prossimi giorni, però, si potrà vedere in occasione dell’apertura straordinaria del Coro al pubblico concessa dalle Suore Cistercensi, guidate dalla Madre generale Suor Patrizia Piva.

Sono programmate, infatti, visite guidate alla statua di San Magno in trono nei giorni 16 e 17 agosto, curate dal professore Tommaso Cecilia dell’Istituto di storia e di arte del Lazio Meridionale, che molto ha scritto sulla storia della processione patronale.  

Con l’iniziativa, che fa parte degli eventi correlati alla mostra “Regula non bullata 1221 – 2021” in corso nel Palazzo di Bonifacio VIII per celebrare gli 800 anni della Regola Francescana, sarà possibile – per la prima volta dopo oltre un secolo – vedere da vicino la statua del patrono ripudiata dagli anagnini.

Bambini scomparsi, non solo Denise

Da qualche settimana è tornato sotto i riflettori il rapimento di Denise Pipitone, scomparsa il primo settembre 2004 da Mazara del Vallo quando aveva appena 4 anni. La vicenda di Olesya, la giovane russa che ha lanciato in tv un appello per ritrovare la mamma, diventata subito un caso mediatico, ha riacceso per qualche giorno le speranze di ritrovare Denise dopo 17 anni. Speranze naufragate in un contesto di spettacolarizzazione del dolore che ha avuto l’unico merito di far tornare alla ribalta un caso contraddistinto da omertà, bugie, indagini superficiali e dubbi mai risolti.       

Ma quanti sono i bambini che spariscono in Italia ogni anno? Nel 2020, le denunce per scomparsa di minori sono state 7.762 (5.511 stranieri), molte delle quali con riferimento a sottrazioni che avvengono all’interno delle famiglie dopo la separazione dei genitori e a fughe volontarie. Non tutti i bambini sono stati ritrovati (oltre la metà), non tutte le scomparse hanno avuto l’eco mediatico del caso Denise e molti altri drammi restano ancora avvolti nel mistero.  

Come il caso di Angela Celentano, scomparsa durante una gita con la famiglia a Vico Equense, nel Napoletano. Era il 10 agosto del 1996, la bambina aveva tre anni. Le indagini degli inquirenti si concentrarono, in un primo tempo, sulla famiglia della piccola. Si sospettò di uno zio e di alcuni suoi amici, una pista che non portò a nulla. Nel 2007, undici anni dopo la scomparsa, un cappellino simile a quello che la bambina indossava il giorno della gita venne ritrovato in una villa vicino al luogo del rapimento, ma anche questa traccia si rivelò labile. Nel 2010 fu percorsa la pista messicana. I genitori di Angela ricevettero una mail proveniente dal Messico firmata da una certa Celeste Ruiz che affermava di essere Angela. La ragazza non fu mai trovata così come la piccola scomparsa. Le indagini sono chiuse da tempo.

Un altro caso drammatico riguarda la scomparsa di Mauro Romano avvenuta ben 44 anni fa a Racale, in provincia di Lecce. Nonostante il lungo tempo trascorso da quando il piccolo, a 6 anni, sparì senza lasciare tracce, c’è ancora la speranza di conoscere la verità. La magistratura ha avviato nuove indagini per sequestro di persona e si sono concluse lo scorso dicembre concentrandosi su un uomo di Racale, già sospettato in passato di aver partecipato alla fase iniziale del rapimento del bimbo. Amico di famiglia dei Romano, secondo gli inquirenti avrebbe prelevato Mauro mentre giocava in un cortile con altri bambini davanti alla casa dei nonni, per poi consegnarlo ad altre persone. Una svolta dovuta alla determinazione della famiglia, che in 44 anni non ha mai perso le speranze di conoscere la sorte del figlio, e del loro avvocato Antonio La Scala che segue il caso con competenza professionale ma anche con grande sensibilità umana. Sembra destinata a finire in un vicolo cieco, invece, il sospetto di mamma Bianca che Mauro sia oggi Mohammed Al Habtoor, il cosiddetto “sceicco”, in realtà un ricco imprenditore di Dubai, che secondo la donna avrebbe le stesse cicatrici del bambino scomparso nel Salento.      

Un giallo che rimane tale è la scomparsa delle gemelline Alessia e Livia Shepp avvenuta il 30 gennaio 2011 da Saint Sulpice dove vivevano con la madre separata dal marito, Mattia Kaspar Schepp, che si è ucciso qualche giorno dopo gettandosi sotto un treno alla stazione di Cerignola. L’uomo, dopo essere andato a prendere le figlie, aveva iniziato un viaggio in auto incomprensibile: si dirige a Marsiglia, da dove invia una cartolina all’ex moglie scrivendole che non riesce a stare senza di lei, poi sale su un traghetto per la Corsica, quindi raggiunge Bastia e da lì si imbarca per Tolone. Dalla Francia arriva in Italia. E sceglie di togliersi la vita in Puglia. Delle piccole gemelle, che all’epoca del fatto avevano 6 anni, non si è saputo più nulla.   

Storie drammatiche di cui la cronaca si è occupata per molto tempo e che ha gettato nell’angoscia mamme e papà colpiti dal più grande degli incubi: non sapere dove sono finiti i loro bambini. Che sono diventati i figli di tutti.

La battaglia per Fortuna, uccisa di botte dal marito

Fortuna Bellisario è una delle tante, troppe donne uccise dal proprio uomo. Aveva 36 anni, tre figli di 7, 10 e 11 anni, una casa popolare in via Mainella a Napoli e un marito che la picchiava perché accecato dalla gelosia.

Il 7 marzo 2019, il giorno prima della festa delle donne, Vincenzo Lopresto ha impugnato una stampella ortopedica in ferro e ha colpito Fortuna fino ad ucciderla. Poi ha chiamato i soccorsi. Inutili.  

La prima ispezione del corpo ha evidenziato le conseguenze dei maltrattamenti subiti per anni. Soprattutto lividi e zone del cuoio capelluto scoperte. Segni pregressi delle botte che sono state una costante nel matrimonio di Fortuna e Vincenzo. Fino alla morte.  

Una morte che, secondo i giudici, non è stata provocata volontariamente. Lopresto,  infatti, è stato giudicato per omicidio preterintenzionale: rito abbreviato e una condanna di primo grado a 10 anni di reclusione. Ma Vincenzo, l’uomo ossessionato dalla gelosia, in carcere c’è stato ben poco.

Dopo neanche due anni, nei giorni scorsi è stato messo agli arresti domiciliari, che sconterà nella casa della madre nel rione Sanità. Una decisione, presa perché l’uomo non è ritenuto pericoloso socialmente, che ha indignato parenti e amici della donna. Una decisione fortemente contestata anche con manifestazioni e striscioni davanti al tribunale e contro la quale si sta battendo l’associazione “Le forti guerriere” di Napoli.

“Non vogliamo vendetta – dicono le rappresentanti dell’associazione – ma la giustizia non può far lasciare il carcere così presto ad un uomo che ha sempre picchiato la moglie fino al tragico epilogo”.

Una battaglia che è appena all’inizio. Per Fortuna, per tre bambini rimasti orfani e per tutte le donne uccise che non hanno ottenuto giustizia.                    

Ivana Pagliara, quando il turismo diventa marchio di successo

Ha oltre 25 anni di esperienza nei settori del turismo e della cultura, di cui si occupa a 360 gradi attraverso PromoTuscia (Destination Management Company e Tour Operator) che fa conoscere e valorizza il territorio di Viterbo, nota come Città dei Papi, e la sua provincia. Ivana Pagliara, insegnante di francese, ha trasformato le sue passioni in una importante attività imprenditoriale e in un brand di successo.  

Come ha iniziato ad appassionarsi di turismo?

Devo molto al mio Erasmus a Parigi nel 1993. Studiare letteratura francese nella Ville Lumière mi ha dato la possibilità di vivere il modo in cui i beni culturali sono valorizzati dai cugini di Oltralpe e di immaginare come adattarlo nella realtà che mi apparteneva. Ciò che andavo maturando era capire come riempire il gap che separa la ricchezza del patrimonio culturale e le professionalità ad esso collegate con il mondo imprenditoriale. Un corso di formazione per manager dei beni culturali, realizzato dall’Associazione Industriali e inserito nel programma europeo NOW (New opportunità for women) seguito per nove mesi nel 1994, mi ha permesso di conoscere la mia socia, Maria Luigina Paoli, e, insieme a lei, trasformare in una realtà imprenditoriale le mie intuizioni.

Da cosa nasce Promo Tuscia e cosa propone?

PromoTuscia nasce in provincia di Viterbo per valorizzare e promuovere l’offerta turistica del territorio e, sin da subito, riesce a dar voce a varie anime al suo interno. Da quella legata al marketing territoriale, mettendo in atto progetti e strategie per lo sviluppo del capoluogo, di borghi, di aree boschive di rara bellezza attraverso il connubio con la letteratura (“Il Borgo si racconta” a Vitorchiano), il teatro (“Il Bosco incantato” nel Bosco del Sasseto ad Acquapendente); l’uso di nuove tecnologie e laboratori legati a saperi che fanno l’Italia e i suoi artigiani unici al mondo (“Civita in tutti i sensi”a Civita di Bagnoregio; l’arte contemporanea (“Genius Loci” a Viterbo). Altro focus è quello rappresentato da “Il Giardino Segreto. Garden Tours” una linea di viaggi nata in Tuscia ma che ben presto si è ampliata come raggio di azione in tutta Europa e in Africa settentrionale alla scoperta di giardini e dimore storiche. Infine PromoCulture, la sezione che si occupa di gestione museale in bellissimi borghi della Sabina come Fara e Castelnuovo di Farfa. Quest’ultimo vede l’arte contemporanea, sotto il segno di Maria Lai, illuminare gli aspetti antropologici legati all’olio e alla sua lavorazione: ciò che ne deriva è una sintesi poetica che mira a coinvolgere il visitatore in una serie di esperienze totalizzanti che hanno come filo conduttore la cultura olivicola. A Fara, il Museo archeologico dedicato ai Sabini e il Museo del Silenzio, dedicato alla vita di clausura, sono solo alcuni dei motivi per visitare “Il borgo delle emozioni”, dove ha sede il celebre e internazionale Teatro Potlach e si svolge l’imperdibile rassegna Fara Music.

Due donne hanno dato vita a questo progetto. Un caso o le donne hanno la cosiddetta marcia in più? 

Il ruolo delle donne alla guida delle aziende risulta, a mio avviso, particolarmente strategico in un momento come questo attuale segnato dalla pandemia. La loro capacità di adattamento è preziosa per ridefinire e riqualificare le attività che non possono ricalcare schemi stabiliti. Se questo principio è valido sempre lo è ancora di più in piena crisi. I dati allarmanti relativi alla disoccupazione femminile di questo ultimo anno sarebbero di certo diversi se ci fossero più presenze femminili nei ruoli chiave, a patto però che siano donne che non applichino categorie maschili ma si pongano con spirito di servizio all’interno delle squadre da loro coordinate. Ho vissuto sulla mia pelle quanto la rigidità e l’ottusità di chi ci è accanto nel mondo del lavoro possa ostacolare la possibilità di conciliare la sfera professionale con quella familiare. Ciò che ha segnato me, in una certa fase della mia vita, deve essere completamente ribaltato nel quotidiano di chi lavora in PromoTuscia. La flessibilità dell’orario, l’ascolto delle singole esigenze, porta ad avere una squadra motivata e coesa. Non è sempre facile: le esigenze sono diverse e c’è bisogno di uno sforzo quotidiano per soddisfarle tutte, ma il risultato finale è quello di raggiungere un’armonia e rendere il lavoro un ambito in cui ci si realizzi senza rinunce.

Come si è evoluto il turismo negli anni?

La tendenza verso la fruizione del turismo sportivo è sempre più accentuata. Durante il lockdown abbiamo assistito a una vera e propria nascita di una “religione della natura” che ha portato tutti noi alla riscoperta di attività cosiddette green. Il periodo di cattività ha aumentato anche il desiderio di un turismo esperienziale, da vivere utilizzando tutti i sensi e, in particolare, il tatto. La corsa verso l’e-commerce ha accentuato la tendenza all’acquisto autonomo e online dei servizi turistici. L’enogastronomia è il fil rouge che lega tutte le proposte turistiche e deve essere accompagnata sempre da un imperativo categorico: l’autenticità.

Le potenzialità del turismo ai fini occupazionali sono sfruttate a pieno in Italia?  

Nell’ultimo periodo si è assistito a una vera rivoluzione per quanto riguarda il turismo. Ritengo che il comparto turistico sia gestito in modo ottimale solo in minima parte sul territorio nazionale. I meccanismi che regolano l’apporto dei professionisti del marketing territoriale sono affidati alla buona volontà di qualche amministratore.

Il turismo è uno dei settori maggiormente penalizzati dall’emergenza sanitaria. Come vede il futuro di un così importante comparto per il nostro Paese?

In un momento così cruciale per la rinascita del paese, il turismo ha un ruolo di primaria importanza. Vedo una ripartenza legata perlopiù al turismo individuale e italiano per tutto il 2021. Auspico un ritorno alla normalità per il 2022 ma credo che sia difficile ritornare a eventi legati a una presenza di grandi assembramenti anche per il prossimo anno. Mi auguro fortemente che l’insieme delle misure di cui il nostro paese beneficerà possano avere un’incidenza decisiva soprattutto per la valorizzazione dei borghi e del turismo interno. I nostri borghi rappresentano un vero patrimonio per l’Italia, sia materiale che immateriale: dare loro lo spazio che meritano, con operazioni di valorizzazione dei saperi artigianali ed enogastronomici, delle microstorie in essi contenute, dei tessuti sociali che ancora hanno una tenuta essenziale per limitare fenomeni di marginalizzazione. Il borgo lo si può visitare ma si può anche scegliere per trascorrervi parte della propria vita lavorativa in smart working, approfittando della qualità del tempo che ci permettono di trascorrere. PromoTuscia è a disposizione di amministrazioni che vogliano definire uno sviluppo turistico dei territori mettendo da parte improvvisazione e casualità, il nostro obiettivo è sempre quello di una crescita sostenibile che coinvolga la comunità ospitante e si faccia motore di occupazione attraverso attività formative rivolte soprattutto ai giovani.

Miriam Diurni, una guida in rosa per gli industriali ciociari

Anagnina, 45 anni, studi umanistici e una vasta esperienza nel campo imprenditoriale. Miriam Diurni è stata eletta presidente degli industriali ciociari lo scorso ottobre dopo un lungo percorso lavorativo.

Una donna alla guida di Unindustria Frosinone: la considera una conquista personale o il segno di una società che si evolve?

Entrambe le cose. Ormai e per fortuna, nella società odierna le donne ricoprono un po’ tutti i ruoli. Questo è dovuto sicuramente ad una diversa percezione ed apertura nei confronti di quello che veniva considerato il “sesso debole”. E sinceramente penso perché ci si è resi conto che le donne di debole hanno ben poco, anzi, hanno saputo dimostrare di avere le competenze e le attitudini per ricoprire ogni ruolo. Oggi possiamo affermare di avere conquistato le pari opportunità, anche se non nego che bisogna continuare a lavorarci sopra: è ancora molto raro, ad esempio, che, quando si pensa a chi potrebbe ricoprire un ruolo apicale, venga in mente per prima una donna. Dal punto di vista personale, più che una conquista, considero la mia nomina il coronamento del mio impegno in associazione. Ho iniziato anni fa con il Gruppo Giovani Imprenditori, poi con il Comitato Piccola Industria; ho partecipato attivamente sia alle iniziative a livello locale che a livello regionale, ho acquisito esperienza e conosciuto il territorio e posso dire che l’ho fatto anche divertendomi e sempre con entusiasmo. Probabilmente anche questo è trapelato.

In una sua dichiarazione ha affermato che fare l’imprenditrice e la mamma è difficile ma non impossibile. Come si riesce a conciliare i due impegni?

Con l’organizzazione, innanzitutto, e con il supporto di tutta la famiglia: soprattutto del mio compagno per il quale non è assolutamente un problema condividere le responsabilità in casa, in particolare quelle genitoriali. Semplicemente, ci dividiamo i compiti in base al tempo che ognuno di noi, di volta in volta, ha a disposizione. Poi bisogna rinunciare un po’ al tempo libero, che in questi casi va completamente dedicato alla famiglia, per fare cose insieme e parlare. Per il resto si impara a correre, ad “incastrare” gli impegni e a dimenticare la stanchezza quando i figli hanno bisogno.

Guardando alla sua carriera, ritiene di avere incontrato difficoltà in quanto donna?

Personalmente, ritengo di essere stata fortunata e, in qualche modo, rispetto a tante altre donne, agevolata dal fatto di essere figlia di imprenditore ed aver costruito la mia carriera all’interno dell’azienda di famiglia. Certo, guardandomi indietro oggi, mi rendo conto che il mio percorso non è stato così facile come a prima vista potrebbe sembrare. Ho fatto la gavetta ed ho dovuto dimostrare, anche a me stessa oltre che agli altri, che il mio valore andava oltre l’essere semplicemente la figlia del capo. Ad esempio, mai avrei pensato, vent’anni fa quando ho iniziato, che un giorno sarei stata a capo del Consiglio di amministrazione dell’azienda o che sarei stata eletta Presidente di Unindustria Frosinone, la percezione che avevo è che quelli fossero ruoli in qualche modo già “destinati” agli uomini. In alcuni contesti e circostanze, ad esempio, una delle difficoltà che come donna incontri, soprattutto quando sei giovane, è quella di doverti letteralmente conquistare lo spazio per parlare, per far valere la tua opinione e, perché no?, influenzare le decisioni strategiche. Molte donne, per questo, rinunciano. Io ho imparato ad essere sintetica, ma efficace.

E quali sono state le tappe di questa carriera fondamentali per arrivare al ruolo che oggi ricopre?

In azienda sono entrata sin da giovane ed ho iniziato dal basso, imparando così a conoscerne tutti i settori e le funzioni. Ho cominciato in un momento in cui l’azienda cresceva e si andava sempre più strutturando: quando ne ho intravisto la possibilità, ho chiesto che mi fossero affidate delle responsabilità dirette. La svolta poi è stata improvvisa ed inaspettata: la morte di mio padre in un momento in cui l’azienda soffriva già da qualche anno un periodo di crisi. C’era bisogno in quel momento di innescare un cambiamento, di reagire con un approccio nuovo, per questo motivo io e mio cugino, che facevamo già entrambi parte del management, abbiamo preso le redini. Anche in Unindustria, in un certo senso, ho fatto la gavetta… Sono entrata nel Gruppo Giovani Imprenditori, prima come semplice componente, poi come vice-presidente; poi nel Comitato Piccola Industria, dove fino a maggio sono stata Presidente del Comitato di Frosinone e vicepresidente regionale. Sono vice-presidente della Sezione Trasporti, fin dalla costituzione di Unindustria come associazione che unisce tutte le articolazioni territoriali del Lazio. Sono stata impegnata anche in Camera di Commercio e nel Consiglio di Amministrazione del Consorzio per lo Sviluppo Industriale di Frosinone. Poi è arrivata la proposta di succedere a Giovanni Turriziani alla guida di Unindustria Frosinone. Non nego che inizialmente ho avuto qualche titubanza per via della grande responsabilità che tale ruolo richiede: a convincermi sono stati il sostegno e la fiducia che sia Giovanni Turriziani che tutti gli imprenditori della provincia mi hanno dimostrato. Non smetterò mai di ringraziarli per questo. Sono sicura che insieme riusciremo a traghettare la nostra provincia fuori dalla crisi economica e sanitaria che da un anno ci sta attanagliando.

Sinergia, dialogo e ascolto. Sembrano essere le direttrici che segue come imprenditrice e come presidente di Unindustria. Crede che in questo le donne abbiano una marcia in più?

Sicuramente sì. Le donne in linea di massima sono più sensibili in questo senso, non so se perché sono naturalmente predisposte o perché imparano ad esserlo. Qualunque sia il motivo, in questo momento abbiamo bisogno di empatia, di saper guardare oltre, ribaltare i punti di vista. Personalmente ritengo che sia fondamentale lavorare in team per analizzare i problemi sotto diverse sfaccettature, perché dove non vede una persona, magari vede un’altra. Il dialogo, il confronto, l’ascolto sono importanti in tutti i settori perché sono utili ad ampliare le prospettive. Io sono una persona con delle convinzioni ben definite, ma mi entusiasmo quando trovo chi è capace, con argomentazioni efficaci, di farmi cambiare idea.

Come è lo stato dell’imprenditoria femminile nella provincia di Frosinone?    

Secondo il Rapporto 2020 sull’imprenditoria femminile di Unioncamere, Frosinone si trova tra le prime dieci posizioni, esattamente al quarto posto, nelle graduatorie provinciali per incidenza percentuale delle imprese femminili sul totale delle imprese. Nell’anno 2019 in provincia di Frosinone si contavano 4128 imprese femminili, il 27,9% sul totale delle imprese nel territorio provinciale. Per un confronto, il dato a livello nazionale è del 22% sul totale delle imprese. Per lo più, le imprese gestite da donne fanno parte del settore terziario, sono principalmente imprese medio-piccole e sono maggiormente sviluppate al centro-sud. Il Lazio, nella graduatoria regionale, si trova al secondo posto, dopo la Lombardia. Sono dati che testimoniano un ruolo molto attivo delle donne nel tessuto imprenditoriale della provincia. Aggiungendo ai dati un commento personale, a proposito delle imprenditrici ciociare che ho il piacere di conoscere, posso dire che, non solo sono molto attive, ma anche competenti, innovative e determinate.

Emilia Zarrilli, il Prefetto al fianco dei cittadini

Ha lavorato sodo in più settori dell’amministrazione dell’Interno, con forza e determinazione, sino al traguardo della nomina a Prefetto, carica che ha ricoperto nelle sedi di Fermo, Frosinone e Pistoia. Una donna diretta, Emilia Zarrilli, che non si è mai tirata indietro quando si è trattato di affrontare i problemi dei territori che le sono stati assegnati come rappresentante del Governo. Dimostrando grande sensibilità verso le tematiche sociali e attenzione nei confronti della condizione delle donne.

Quali sono state le tappe fondamentali della sua carriera?

Sono entrata nell’Amministrazione dell’Interno nel 1981, dopo aver superato un concorso pubblico molto selettivo e sono stata nominata Prefetto nel 2009. In questi lunghi anni ci sono state delle promozioni intermedie prima di conseguire il risultato finale. Ogni step è stato ugualmente importante, perché ha comportato maggiori responsabilità, ma il passaggio alla Dirigenza è stata la svolta che mi ha proiettato verso il traguardo conclusivo. Con il passare degli anni, il mondo lavorativo è diventato sempre più selettivo e le competizioni sempre più accentuate. Personalmente ho vissuto i cambiamenti, connessi alla progressione di carriera, sempre con timore, dubbi e preoccupazioni, ma li ho sempre cercati perché li ritenevo indispensabili per un bagaglio di esperienze necessarie per l’obiettivo da raggiungere. Ho affrontato la gestione di nuovi uffici sempre con determinazione, ma anche con approfondimenti, con studi di settore, in modo da non essere impreparata rispetto ai superiori e soprattutto ai collaboratori. Nei nuovi contesti lavorativi però ho cercato sempre di apportare il mio modo di essere: pratico, celere, operativo, immediato quanto più possibile, per dare risposte concrete ai cittadini che richiedevano in tutti i contesti sociali ed economici maggiore sicurezza. Naturalmente, con l’esempio e la dedizione, ho cercato di motivare e stimolare i collaboratori, avendo ben chiaro che “fare squadra” era la cosa più importante.

Si dice che le donne debbano faticare il doppio per farsi riconoscere dei meriti.  Cosa racconta la sua esperienza a tal proposito?

Le racconto un aneddoto: ho iniziato la pratica legale appena laureata, avevo solo 23 anni e portavo i capelli molto corti che mi davano un’area sbarazzina. Per i clienti dello studio ero sempre e solo la segretaria dell’avvocato, la fidanzata, la sorella ma mai l’avvocato, eppure ero io che scrivevo tutte le comparse più impegnative dello studio legale. Pensi come dovevo sentirmi io che ero riuscita a laurearmi nel minor tempo possibile, con il massimo dei voti, con una tesi pubblicata di fronte all’incredulità dei clienti a riconoscermi il titolo di avvocato. I tempi sono cambiati, grazie anche all’impegno e alla serietà, sul posto di lavoro, di donne che sono riuscite ad emergere solo grazie ai loro meriti. Non sempre è stato semplice. Io ho lavorato in ambienti non solo maschili ma anche maschilisti, dove prima veniva la donna e poi il funzionario. Per invertire questo concetto (solo il funzionario e poi eventualmente la donna) non solo è stato necessario lavorare il doppio, dimostrare ogni giorno che si era capaci, o forse più capaci di altri, conquistarsi la fiducia solo per la professionalità e la dedizione, mettendo da parte tanta vita personale ma i risultati raggiunti con il doppio della fatica hanno comportato più soddisfazioni, anche e soprattutto da parte delle collaboratrici. Sono certa che la donna sul posto di lavoro porta più dialogo, più capacità di ascolto, più sensibilità, doti indispensabili negli anni passati ad avere anche la collaborazione di uomini più anziani che erano refrattari a riconoscere un ruolo preminente ad una donna.

E’ stata anche Ambasciatrice del Telefono Rosa. Oggi la violenza sulle donne è ancora un’enorme emergenza del nostro Paese. Cosa pensa si debba fare per tutelare in maniera efficace le vittime?

Tutte le donne sono potenziali vittime di violenza, aggressioni verbali e fisiche, maltrattamenti e vessazioni proprio e solo in quanto donne. Nel contrastare questo fenomeno, sempre più dilagante, noi donne dobbiamo prima di tutto difenderci e dicendo questo non penso certo alle arti marziali, ma intendo che bisogna prestare attenzione a tutte le situazioni a rischio, avere sempre le antenne pronte a percepire i pericoli. Ritengo necessario inculcare nelle donne il rispetto e la considerazione di se stesse, non assoggettarsi a presunti amori malati e infine cercare sempre un’indipendenza economica, per essere libere di scegliere. Questo sul piano strettamente personale. A livello istituzionale ritengo doveroso porre in essere tutto ciò che serve a far sentire una donna protetta: normative adeguate, convinzione nell’applicarle, sensibilità verso la vittima, repressione e pena certa verso il maltrattante. Ma soprattutto penso che l’ambiente in cui vive una donna debole e vessata deve esserle vicino. Non si deve mai fingere di non vedere, di non accorgersi di quello che sta accadendo nella porta accanto secondo il principio “mi  faccio i fatti miei”. Una donna che subisce violenza per lo più si vergogna, pensa che è colpa sua per la sua incapacità a relazionarsi invece la stessa donna ha bisogno di sostegno, di essere capita, di essere convinta che la denuncia dell’aggressore è la cosa giusta. Quello che dico può apparire scontato ma, oltre 15 anni fa, quando ho ricevuto a Lecce il “Premio Renata Fonte” ( donna vittima di violenza) per il mio impegno professionale per il contrasto alla violenza di genere, tutti questi concetti erano ancora “ in fieri”. Nella mia attività professionale, ho investito tanta energia personale sul tema, fondi europei per l’attività formativa per le forze dell’ordine su questo fronte, redatto relazioni infinite per arrivare poi alla legge sul femminicidio. Il riconoscimento di Ambasciatrice del Telefono Rosa è un attestato che mi rende fiera ed orgogliosa, in un attività svolta in tutta la mia vita, professionale e non.

Emilia Zarrilli con il sindaco di Frosinone, Nicola Ottaviani

Come Prefetto ha sempre riservato un’attenzione particolare al sociale e ai bisogni del territorio. Quali iniziative ricorda con maggiore soddisfazione?

L’attenzione riservata al sociale e ai bisogni del territorio non solo è insita nel ruolo del Prefetto, o dovrebbe, ma appartiene al carattere di una persona, che porta anche nel lavoro la sua carica di umanità, di sensibilità, di attenzione per gli altri. Io ho ritenuto di interpretare il ruolo di Prefetto calandomi nei territori, facendo mio il bisogno di una comunità, vivendo in prima persona i problemi di una collettività con la quale condividevo una parte della mia vita. Ho fatto tutto questo con naturalezza, ma anche sacrificando ogni mio momento libero per partecipare alle cerimonie o ricorrenze care ad un contesto sociale, sia esso di quartiere, di una citta o di una provincia. La collettività dei territori dove ho operato mi ha sempre sentita vicina alle loro problematiche e per questo, spesso, si è creata una perfetta sintonia che permane nel tempo, anche dopo essere andata. Ho scelto di restare piuttosto a lungo nelle Prefetture dove sono stata assegnata proprio per lasciare un segno riconoscibile del mio operato ed infatti, quando ritorno, ad esempio nella provincia di Frosinone, trovo tanta affettuosità da parte di tutti. Iniziative tante, ma mi piace ricordare i rapporti con le scuole: molti ragazzi e anche molti adulti non hanno idea di chi sia il Prefetto e quale sia il suo ruolo. Ho cercato di divulgare questa figura in tutti i contesti possibili per fare in modo che i giovani e i cittadini sappiano di avere un punto di riferimento nel rappresentante del Governo sul territorio. In  particolare , con i ragazzi delle scuole superiori, ho avviato progetti di Alternanza  Scuola Lavoro (con le Prefetture di Fermo e Frosinone) per renderli partecipi, consapevoli che si lavora con loro ma soprattutto per loro: per esempio ho fatto in modo che gli studenti facessero esperienza, all’interno degli uffici prefettizi del contrasto alla droga, nel settore delle sanzioni sul codice della strada, della sicurezza negli stadi, e su altri argomenti, che potevano essere di loro interesse nell’ambito delle competenze delle Prefetture.

Quali doti, umane e professionali, è necessario avere per ricoprire ruoli istituzionali di primo livello?

Per ricoprire ruoli apicali è necessario essere credibili, e per essere credibile si deve essere preparati, acculturati ed appassionati. E per essere tutto questo è necessario documentarsi sempre su quello che si dice e che si fa: ciò richiede fatica, impegno, determinazione, voglia di fare bella figura per sé ma soprattutto per il ruolo che si rappresenta. Gli altri ti apprezzano se riesci a trasmettere qualcosa che senti , una tua opinione personale, insomma se sei credibile. Dietro questo impegno c’è la tua persona, il tuo vissuto, la tua educazione, la tua esperienza e soprattutto i tuoi valori, che sono quelli fondanti la nostra Costituzione,  che devono rappresentare sempre una guida per chi ricopre ruoli pubblici, apicali o no.

Cosa consiglierebbe ad una donna che vuole intraprendere una carriera impegnativa come la sua?

Cosa consigliare a una donna, o ormai anche ad un uomo: studio ad oltranza nella fase iniziale per vincere la concorrenza e poi dedizione, determinazione, passione per quello che si fa. Solo cosi il lavoro diventa appagante. Naturalmente bisogna cercare di assecondare la propria indole ma, anche qualora non sia possibile lavorare sodo sempre, perché prima o poi qualche risposta positiva arriva e non lasciarsi scoraggiare dagli ostacoli che si incontrano, perché quelli ci sono e ci saranno sempre. Ai giovani bisogna insegnare a credere in se stessi, nelle proprie idee e convinzioni. Solo così si possono superare gli scogli per raggiungere i traguardi prefissi.

Oltre mezzo secolo di solidarietà verso gli ultimi

Il 7 febbraio la Comunità di Sant’Egidio compie 53 anni. Oltre mezzo secolo di solidarietà verso i più deboli. Un cammino sempre più spedito con l’obiettivo di una società più giusta.

“Quest’anno – spiegano i responsabili dell’associazione – non è possibile celebrare con grandi incontri, ma non rinunciamo ad una festa che è soprattutto un rendimento di grazie. Per questo vi invitiamo ad unirvi online alla liturgia celebrata dal cardinale Matteo Zuppi a Santa Maria in Trastevere il 6 febbraio alle ore 19,30, che verrà trasmessa in streaming multilingue sul sito della Comunità e sulla pagina Facebook. La festa sarà diffusa in tutti i paesi del mondo in cui è presente la Comunità, insieme ai tanti poveri che ci sono amici e che negli ultimi mesi hanno vissuto maggiori sofferenze per gli effetti della pandemia”.

Chi sono questi amici? I senza fissa dimora che vivono un inverno lungo e difficile, gli anziani, le famiglie impoverite per la crisi, le persone con disabilità i migranti per i quali continuiamo a chiedere corridoi umanitari, un modello sostenibile in Italia e in Europa. E ancora i bambini di strada africani, i detenuti, i minori delle periferie seguiti nelle Scuole della Pace, oggi ancora di più a rischio di dispersione e abbandono scolastico.

“Un particolare pensiero – aggiungono dalla Comunità – lo rivolgiamo anche a tutti i popoli che ancora oggi soffrono per la grande ingiustizia delle guerre ancora in corso, della violenza diffusa e del terrorismo”.

Il messaggio, in occasione del 53esimo anniversario della fondazione è “Nessuno può salvarsi da solo”. Era il titolo dell’incontro internazionale per la pace, vissuto in piazza del Campidoglio il 20 ottobre scorso, alla presenza di Papa Francesco, con i rappresentanti di tutte le religioni, ma è anche un programma per ripartire nel cuore di una pandemia che fatica ad essere vinta.

“C’è tanto da fare – concludono i responsabili di Sant’Egidio – e abbiamo negli occhi tante immagini di dolore, come quelle che arrivano dalla Bosnia dove tanti giovani migranti soffrono per il freddo e l’inaccoglienza. Ma ci sono anche tanti motivi di speranza: se è cresciuta la povertà è aumentato in modo sorprendente anche il sostegno di tanti amici, e il numero di volontari, in gran parte giovani, che si sono affiancati a noi per aiutare e accompagnare chi vive momenti difficili”.

Alessandra Romano, venti anni di impegno sindacale

Due diplomi (liceo scientifico e liceo psicopedagogico), due lauree (giurisprudenza e gestione della comunicazione) ed una carriera costantemente in ascesa nel sindacato. Alessandra Romano, 49 anni, insegnante di Relazioni industriali, Diritto di famiglia, Diritto della protezione sociale e Responsabilità scolastica nel diritto civile all’Uniclam di Cassino, è il segretario generale aggiunto della Cisl di Frosinone.

Quale è stato il percorso che l’ha portata a ricoprire il suo ruolo in un importante sindacato?

Ho iniziato, circa 20 anni fa, come Rsa e Rsu nella mia categoria di appartenenza, per essere eletta nella segreteria della Cisl Scuola di Frosinone, successivamente eletta come segretario della Cisl confederale provinciale, ampliando le deleghe di competenza. Passo dopo passo, ho fatto tutta la scalata, che non ho mai confuso con un approdo, ma con una grande opportunità da agire responsabilmente, prima di tutto nei confronti dei 41.002 iscritti ed iscritte, poi per l’intero territorio. Sono passata attraverso i meandri, i pertugi e le intercapedini che intralciano il percorso di una donna in carriera, senza scorciatoie, anzi talvolta costretta ad indietreggiare, a sgomitare, a digerire veleni pur senza mai arrendermi. Consapevole di fronteggiare una battaglia non di certo personale, bensì collettiva. Una battaglia di genere, la stessa che mi ha consentito di arrivare dove sono, riconoscente a coloro che hanno aperto il varco, la cui attuale ampiezza non importa, essendo fluttuante, talvolta più accessibile, talvolta stretta, l’importante che ci sia. Così come la mia vittoria è frutto di un risultato collettivo, ascrivibile al processo di partecipazione e di affermazione, che le donne hanno posto in essere da decenni, per il quale oggi molte di noi possono valersi dei risultati e migliorarli. Abbiamo raggiunto un grado di maturazione sociale e di consapevolezza civile, per i quali ormai sembra pleonastico parlare di tetto di cristallo, tuttavia la realtà è molto diversa.

Quindi ha incontrato difficoltà ad emergere nel mondo sindacale in quanto donna?

Per le motivazioni già esposte e per non aver mai rinunciato a lottare, a credere, a convincere le resistenze più ostili, a contaminare i contesti, ad impegnarmi, posso dire che le difficoltà sono state la porzione più stimolante del mio ruolo, soprattutto laddove sono state assunte come una scommessa non personale. Essere donne in sé non basta, le competenze e l’impegno devono diventare i nostri migliori alleati, considerando che ci viene richiesto il massimo per riconoscerci il minimo. Dobbiamo sempre aver presente che Ginger Rogers faceva tutto quello che faceva Fred Astaire, ma all’indietro e sui tacchi a spillo. Tuttavia, ho potuto contare sull’approvazione, sull’incoraggiamento di molti colleghi, gli stessi che hanno reso l’ambiente di lavoro accogliente e che mi hanno riconosciuto il ruolo di architrave dell’organizzazione. Un errore da non commettere è scimmiottare atteggiamenti maschili per essere credibili, autorevoli e rispettabili. Non ho mai rinunciato alle peculiarità femminili. Tacco, rossetto e scollature non occorrono, ma ci contraddistinguono da cravatte, gessati ed iniziali sul polsino.

Le statistiche parlano di un’alta percentuale di disoccupazione femminile. Quali sono gli elementi che ancora oggi ostacolano l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro?

Ciò che le statistiche ci hanno restituito finora è stato ancor più esasperato dall’erosione occupazionale, conseguente la pandemia. I segmenti più fragili del mercato del lavoro –  donne e giovani – sono stati i più colpiti dalla crisi, essendo loro maggiormente occupati nel settore servizi, nonché laddove le forme contrattuali sono più discontinue e precarie. Inoltre, l’ingresso e la permanenza delle donne nel mondo del lavoro incontrano ataviche contraddizioni che il sistema tuttora non riesce a riequilibrare. Le donne raggiungono i livelli più alti dell’istruzione e della formazione, in tempi più brevi rispetto agli uomini e con risultati migliori, eppure stazionano nelle falle della disoccupazione molto più a lungo. Nella nostra Provincia diventa preoccupante anche il tasso di inattività delle donne e dei neet, cioè quella componente di risorse umane scoraggiata e sottoutilizzata. L’ostacolo più evidente è la predominanza di genere, vale a dire a parità di condizione e di prerequisiti, l’impiego è prevalentemente maschile. A ciò bisogna aggiungere una certa resistenza ideologico-culturale, ancora troppo radicata in Ciociaria, per la quale i maschi sono poco accudenti in famiglia e le donne, talvolta anche per scelta personale, rimangono trincerate dietro il paravento dei figli e dei caregiver in generale, che non consente loro una adeguata conciliazione vita-lavoro, spesso proprio per mancanza, scarsità ovvero inefficienza dei servizi. Soltanto il 54,5% delle madri sono lavoratrici, contro l’83,5% dei padri ed il 67% del lavoro domestico-familiare viene svolto da madri lavoratrici. Tra le nostre proposte vorremmo favorire il reclutamento attraverso la presentazione dei curricula con nome puntato e cognome per esteso, senza foto, qualora per il ruolo o la mansione richiesti non siano necessarie caratteristiche fisiche, di presenza o di genere specifiche (come ad esempio l’indossatrice, l’indossatore, la modella, il modello, la stuntwoman, lo stuntman, ecc.), al fine di orientare il recruiting verso le skills necessarie. Le tutele sindacali e le politiche confederali in generale sono strumenti propulsori per l’affermazione dei diritti, della rappresentanza e della democrazia economica, precondizioni fondamentali per la parità, per il riconoscimento e per la promozione delle donne nel mondo del lavoro. Per questi motivi, la scelta sindacale nei luoghi di lavoro, soprattutto per le lavoratrici, diventa strategica per la rappresentanza e per la rappresentatività che le donne riescono conseguentemente ad esigere. Da sole si è più fragili e più esposte agli abusi ed alle sopraffazioni.

Ritiene che la nostra sia una società ben orientata verso le pari opportunità, con riferimento soprattutto al genere?

Esistono due letture della società, una formale ed una sostanziale.  Il nostro sistema normativo e regolamentare, sia a carattere legislativo che pattizio, risulta essere molto evoluto per il riconoscimento della parità di genere. Dalla seconda metà del secolo scorso ad oggi abbiamo innalzato il livello di produzione normativa per poter avviare il riconoscimento sostanziale della parità, come non era mai accaduto nei secoli passati, frutto di una consapevolezza diffusa. Leggere oggi norme dell’altro ieri ed a Costituzione vigente fa pensare ad un’epoca tanto lontana di cui nessuno ha più memoria, ma è bene ricordare che lo ius corrigendi, del marito nei confronti della moglie, è stato abolito nel 1956; il coefficiente Serpieri, per il quale in agricoltura il lavoro femminile e minorile veniva remunerato la metà di quello maschile, è stato abolito soltanto nel  1964; il delitto d’onore è stato in vigore fino al 1981 e la violenza sessuale è stata riconosciuta come reato contro la persona, anziché contro la morale pubblica, soltanto nel 1996. Per arrivare successivamente alle azioni positive, alla legge 38/2009 per lo stalking, alla legge 119/2013 per il femminicidio, alla legge 69/2019 che istituisce il Codice Rosso, per avere, tuttavia, un sistema a due velocità, nel quale la realtà è disallineata rispetto a questo quadro normativo all’avanguardia. Le donne continuano ad inciampare in intralci, subdoli quanto malcelati, che ne rallentano o impediscono, sovente, una ordinaria affermazione sociale e professionale.

Lei è molto impegnata anche sulle politiche per la famiglia. Si fa ancora troppo poco in questo settore?

Anche le politiche per la famiglia stanno vivendo un periodo di rinnovato protagonismo. Sono anni che presentiamo piattaforme sindacali, anche unitarie, orientate alla famiglia e finalmente qualcosa si sta muovendo in questa direzione. La legge di bilancio ha recepito questioni cruciali dell’agenda sindacale, come l’estensione del periodo del congedo di paternità obbligatorio, il rifinanziamento del bonus bebè, del bonus asilo nido, del premio alla nascita e dell’assegno unico per i figli. Questo congegno protezionistico nei confronti delle giovani famiglie dovrebbe consentire anche un incoraggiamento alla natalità, mai stata così esigua nel corso della storia. La media dei figli per donna in età riproduttiva è scesa a 1,23 con una propensione alla maternità molto più elevata, 2,1 per donna. Il lavoro, paradossalmente, diventa un innescatore, poiché si rileva un maggior orientamento alla famiglia numerosa laddove la madre possiede un’occupazione. In Cisl abbiamo condotto uno studio che ha evidenziato come la nascita di un figlio nelle madri lavoratrici sviluppa ulteriori posti di lavoro. Il moltiplicatore di occupazione dovrebbe avere un’incidenza di 15 a 100, cioè per ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si generano altri 15 posti nei servizi. Pertanto, l’inadeguatezza del welfare familistico e le resistenze di genere nel mercato del lavoro generano un fertility gap pericoloso per il ricambio generazionale e per le sfide demografiche e di protezione sociale a cui ci richiama il vertiginoso invecchiamento della popolazione.

Nadia Cipriani, l’ingegnere con la passione della politica

Nadia Cipriani, 48 anni, è una donna energica e determinata da sempre impegnata in politica. Attualmente è vice sindaco di Gorga, in provincia di Roma, che ha guidato come primo cittadino per ben quindici anni. Contemporaneamente si è realizzata anche professionalmente in un lavoro particolare e delicato.

Un ingegnere nucleare con la passione della politica, scelte entrambe impegnative. Come sono maturate?

Sì, due scelte sicuramente importanti ed impegnative ed in due settori prettamente maschili. La mia laurea nel 1997 a 24 anni con il massimo dei voti e poi il mio lavoro come ingegnere nucleare nascono spontaneamente dalla mia propensione scolastica per le materie scientifiche e dal mio interesse per il mondo del nucleare per il quale nutrivo tanta curiosità. Sono contentissima di aver fatto questa scelta e ora sono molto impegnata nella mia professione presso l’ISIN – Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione che è in Italia l’Autorità di Sicurezza in campo nucleare. E su questo il discorso sarebbe molto ampio, magari potremmo approfondire in una altra occasione lo stato del nucleare in Italia, descrivendo le attività di disattivazione e smantellamento delle installazioni nucleari italiane e la recente pubblicazione della Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI) per la localizzazione del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi.  La politica è stata ed è la mia seconda grande passione, nata per caso iniziando a fare il consigliere comunale a Gorga nel 1995 mentre ero ancora studentessa, proseguendo poi con l’incarico di assessore comunale nel 1999, poi primo Sindaco donna del mio Paese nel 2004 e poi riconfermata nel 2009 e 2014 per tre mandati consecutivi e dal 2019 ad oggi Vice Sindaco ed Assessore con deleghe all’ambiente, all’urbanistica, alle politiche socio – sanitarie ed alla protezione civile. Un impegno continuo e costante che ha impegnato più della metà della mia vita al servizio dei cittadini, considerando che sono in amministrazione da 26 anni e sto per compierne 48.

Nadia Cipriani con il sindaco di Gorga, Andrea Lepri

Quali difficoltà ha incontrato, se ci sono state, per imporsi in questi due settori più maschili che femminili?

Non parlerei di difficoltà. Nel mio lavoro assolutamente nessun problema derivante dal fatto di essere donna, mentre in politica, soprattutto quando sono diventata Sindaco e mi vedevano giovanissima e donna, inizialmente mi sentivo guardata con un po’ di curiosità come fossi un “essere strano”, una novità sicuramente e quindi sapevo che – più dei colleghi uomini – sarei stata osservata e giudicata alla prova dei fatti. Prova che penso – giudicando dalle mie riconferme – di aver superato bene, mi auguro. Anzi posso dire che, superato lo stupore e la diffidenza iniziale di alcuni, è stato veramente produttivo e costruttivo e lo è ancora oggi svolgere da donna due ruoli tipicamente “maschili”, a dimostrazione di come e di quanto le donne riescano a svolgere bene il loro ruolo basandosi esclusivamente sulle loro capacità, le loro competenze, la loro professionalità ed aggiungendo, secondo me, rispetto all’uomo un pizzico in più di sensibilità, di capacità relazionali e di doti pratiche ed organizzative.

Come si riesce a conciliare l’attività professionale con quella familiare, che per una donna è sempre più faticoso rispetto all’uomo? 

Devo dire che svolgere ruoli impegnativi sicuramente ha penalizzato e limitato la mia sfera privata e famigliare e posso solo ringraziare la mia famiglia per l’aiuto, il supporto e la collaborazione che mai è venuta meno. Difficile fare tutto ma ci si riesce.

Per quindici anni è stata sindaco del suo paese. Come riassumerebbe questa esperienza?

In tre parole: indimenticabile, unica e formativa per me stessa in generale. Essere il primo cittadino del proprio paese è un grande onore che ti riempie di responsabilità e sicuramente di problemi da affrontare, ma che ti fa anche sentire la forza, l’unicità, il privilegio di aver raccolto sulla tua persona la fiducia dei tuoi cittadini e di essere per loro il faro, la guida, il sostegno, la persona a cui affidano le situazioni difficili ma anche i sogni per una comunità migliore. Indimenticabile ed unica perché mi ha permesso in quindici anni di conoscere tante persone, di realizzare opere e progetti  che hanno cambiato volto al mio paese ed aver contributo ad avviare il percorso per il suo sviluppo turistico, sociale, ambientale, culturale che ancora oggi prosegue con la nuova Amministrazione di cui faccio parte. Formativa per me perché non sarei la persona che sono se non fossi stato Sindaco: ho imparato nozioni, norme, concetti, storie, conoscenza e maturato capacità in settori che non avrei mai approfondito da ingegnere (nel sociale, nel campo culturale, nella vita amministrativa, nella scuola, nel turismo, ecc.) e soprattutto essere stato Sindaco mi ha fatto maturare tanto come persona per i rapporti umani che si sono creati in questi anni, per tutte le persone che ho conosciuto (veramente tante) ed ogni uomo ed ogni donna che ha incrociato il mio cammino ha lasciato qualcosa in me e, mi auguro, io in lei. Sicuramente posso dire di aver messo tutta me stessa e tutto il mio cuore nel mio ruolo di amministratore del Comune di Gorga, da Sindaco in particolare, ed ancora lo sto facendo ora da Vice – Sindaco.

Favorevole o contraria alle quote rosa in politica?

Contraria perché le donne meritano di occupare ruoli importanti anche in politica e sapranno conquistarli per merito e capacità e non perché qualcuno ha riservato dei posti per loro, come se fossero una “specie” da preservare in qualche modo perché altrimenti destinata a scomparire.

Quali sono le doti necessarie che una donna dovrebbe avere per ricoprire importanti ruoli istituzionali?  

Capacità, competenza, spirito di sacrificio, voglia di imparare sempre ogni giorno senza mai pensare di essere la migliore, tanta umiltà (che penso sia la dote principale) sia per essere capace di imparare che per non compiere mai l’errore di porsi sul piedistallo allontanandosi dalla realtà e dalle persone, praticità, spirito di iniziativa, realismo, il saper organizzare tutto (dall’agenda, agli incontri, ai progetti, agli eventi) tanta capacità di ascolto e di dialogo e soprattutto tutto il proprio cuore e la propria sensibilità perché solo se riesci a “sentire” con il cuore le esigenze, i problemi, i discorsi, i desideri, le domande, le paure ma anche le gioie ed i sogni dei tuoi cittadini riuscirai a essere veramente un politico ed un amministratore che svolge al meglio il suo lavoro per gli altri, esclusivamente per gli altri e mai per sé stesso. Perché ricordiamoci sempre che politica è servizio: non dobbiamo dimenticarlo mai!

La Via Francigena compie 20 anni all’insegna della solidarietà

La Via Francigena, il più importante percorso di pellegrinaggio italiano, compie 20 anni.

Un traguardo che sarà festeggiato con una serie di iniziative, a cominciare da un grande evento itinerante. Si tratta di Road to Rome 2021, una marcia che dal 15 giugno al 18 ottobre interesserà tutta Europa passando per la capitale italiana.

A promuoverlo è l’Associazione Europea delle Vie Francigene (AEVF) in occasione del 20° anniversario della sua fondazione. “Vuole essere – spiegano gli organizzatori – un grande momento di festa, una lunga marcia a staffetta, da percorrere a piedi e in bicicletta, lungo i 3.200 km della Via Francigena. Il bordone del pellegrino prenderà il posto della fiaccola olimpica, e sarà portato, tappa per tappa, lungo l’intero cammino”.

In programma anche un pellegrinaggio di gruppo che coinvolgerà soltanto il tratto italiano della Francigena (circa 1000 km che uniscono il Gran San Bernardo al soglio di San Pietro).  Questa iniziativa si chiama InSuperAbili, una staffetta all’insegna dell’inclusione che dal 20 agosto al 19 settembre 2021 vedrà protagonisti camminatori o ciclisti con patologie e disabilità.

L’idea è della Libera Accademia del Movimento Utile, una onlus fondata nel 2014 dal cardiologo Gabriele Rosa per promuovere il movimento come pratica terapeutica per le categorie più deboli.

Parteciperanno alla manifestazione ASD Rosa Running Team, la squadra dilettantistica creata nel 2000 da Gabriele Rosa per accogliere atleti con disabilità e patologie; Se Vuoi Puoi, associazione per lo sport praticato dai malati di sclerosi multipla; PedalAbile, associazione che mette al centro il disabile come persona.

Naturalmente tutti potranno partecipare alla staffetta per celebrare i 20 anni della Francigena e vivere un’esperienza di solidarietà.

Ad Anagni scatti di bellezza con il calendario Art & Moda 2021

I mesi del nuovo anno potranno essere scanditi anche dagli scorci di una delle più belle città medievali del Lazio, Anagni, messi in risalto dal calendario Art & Moda 2021. Si potranno ammirare scatti che vedono aggiungersi, alla maestosità dei luoghi, la bellezza dei modelli e delle modelle dello Studio 13 Agency Events che promuove l’iniziativa.  

Oggi la presentazione al pubblico del calendario, soltanto on-line dati i tempi di restrizioni, arrivato alla quarta edizione con nuove partnership e collaborazioni con alcuni commercianti di Anagni.

Hanno partecipato il Maestro orafo Maurizio Imperia, la stilista Fabiola Quarmi Couture, la boutique La Castellana, Mampieri Moda e Petit Fleur. Le acconciature sono state curate da Effetto Donna.

A loro vanno i ringraziamenti degli organizzatori, estesi a Retro Garage, il Giardino delle fate e Frantoio del Vicolo Divino per la concessione degli spazi esterni dove è stato realizzato il servizio curato da Fotografi Sportivi.

L’idea è firmata dal talent scout Marco Franceschetti, che dichiara: “Ringrazio l’amministrazione comunale di Anagni per la gentile concessione per la realizzazione di tutti gli scatti nella ridente cittadina. Il calendario sta riscuotendo un numeroso successo di prenotazioni. Chi volesse prenotarlo, potrà recarsi presso i commercianti elencati oppure inviare un sms al numero 389.90.41.407”.

Il coraggio di una sopravvissuta

Lidia Vivoli è una donna molto bella che porta sul corpo e nella mente i segni di una violenza inaudita. Otto anni fa è stata in balìa per tre ore di un uomo che voleva ucciderla. Era l’uomo che Lidia intendeva lasciare dopo una relazione iniziata come una favola e finita nel sangue. Quella notte, era il 24 giugno 2012, il principe azzurro si è trasformato in uno spietato aguzzino. Ha colpito Lidia alla testa con una bistecchiera di ghisa, le ha infilzato un paio di forbici nella schiena e nell’addome, ha cercato di strangolarla con un filo elettrico, l’ha presa a pugni e calci. Le ha rotto il setto nasale, uno zigomo, un timpano. Nel parare i colpi la donna si è ferita ad una coscia e ha riportato lesioni in tutto il corpo. Oggi ha ancora molte difficoltà fisiche e soffre di fibromialgia. Lidia Vivoli, 49 anni, siciliana di Bagheria, ex hostess, è una sopravvissuta. L’uomo che l’ha aggredita è stato condannato per tentato omicidio e sequestro di persona a 4 anni e mezzo di reclusione, ma ha trascorso solo cinque mesi in carcere ed attualmente è sotto processo per stalking, sempre nei confronti di Lidia Vivoli.       

Una notte di violenze che ha cambiato la tua vita. Ma com’era Lidia prima di quel tentato femminicidio?    

Ero un’assistente di volo nella compagnia aerea Wind Jet, avevo una casa ed ero sposata con un biologo marino. Stavo bene, mi mancava solo un figlio. Poco prima del nostro decimo anniversario di matrimonio, mio marito mi ha lasciato senza alcun motivo evidente. Un’esperienza che mi ha devastato.

Poi c’è stato l’incontro con l’uomo che, a distanza di un anno, avrebbe tentato di ucciderti?

Sì. E probabilmente mi sono aggrappata a lui proprio per dimenticare la fine del mio matrimonio. Lui era un grande corteggiatore, si presentava alle 5 in aeroporto solo per prendere un caffè insieme, mi faceva ridere, era sempre pieno di attenzioni. Non potevo immaginare la sua vera natura. Non avevo alcun segnale negativo.

Siete andati subito a vivere insieme?

Accadde quando io venni trasferita da Palermo a Catania. Lui era un barman, anche bravo, in quel periodo non lavorava molto. Pensò che Catania potesse offrirgli qualche opportunità e affittai una casa vicino all’aeroporto iniziando una convivenza. Lavoravo soltanto io, ma lui si occupava della casa e per me andava bene, ma poi cominciarono a capitare cose strane. Per esempio, spesso sparivano soldi in casa, se ci restavano cento euro lui ne spendeva 85 per comperarsi una camicia. Un giorno, e siamo arrivati a gennaio 2012, mi chiese di poter vedere il mio cellulare, gli disse se stava scherzando. Per tutta risposta mi prese il polso e me lo piegò, mi sbatté la testa al muro fino a farmi svenire. Andai in ospedale, tre giorni di prognosi. Lui se ne andò, ma mi mandava in continuazione messaggi minatori. Ad aprile 2012 ho avuto un incidente sul lavoro e sono tornata a Bagheria. Ci vedevamo ancora e i suoi atteggiamenti strani continuavano. Mi rubava i soldi, mi chiamava puttana e mi picchiò di nuovo facendomi finire in ospedale. A pronto soccorso dissi di essere caduta dalle scale.

E’ stato in quel periodo che hai maturato la decisione di lasciarlo?

Sì, ero ancora presa ma volevo lasciarlo. Ormai neanche viveva più con me.

Poi è arrivato quel maledetto giorno. Cosa è successo?

Mi chiese di andare a messa insieme a Tindari, in provincia di Messina. Portai con noi anche mia sorella e trascorremmo una bella giornata.  Tornando a Bagheria incontrammo un traffico pazzesco e, per evitarlo nel rientrare a casa sua, lui chiese di restare da me. La sua presenza mi dava fastidio, ma evitai di contrastarlo. Era comunque calmo e tranquillo, tanto che quella notte dormimmo abbracciati. Ad un certo punto, mi ha spostato dicendo di dover andare in bagno. Ho guardato l’orologio, era l’una e quarantacinque. All’improvviso ho sentito un colpo alla testa e un forte dolore. Non riuscivo a capire cosa stesse succedendo. Me lo sono ritrovato davanti con una bistecchiera di ghisa in mano. Mi ha colpito alla nuca 4 o 5 volte finché non si è rotto il manico. Fortunatamente dormivo con la pancia in sotto e, come mi hanno detto poi i medici, ho una scatola cranica molto resistente.

Appena hai realizzato che ti stava colpendo, cosa è accaduto?

Mi ha subito colpito con le forbici nella schiena, ricordo di aver sentito il rumore della carne che si lacerava. Ho cercato di difendermi e le forbici mi hanno colpito al sopracciglio, mentre lui mi afferrava alla testa. Poi ha preso il filo dell’abat jour, ho capito che mi voleva strangolare ma non riuscivo a muovermi dallo spazio angusto in cui mi teneva. Mi sono mossa un po’ e ho rotto la lampada, infatti altre ferite le ho avute anche perché mi ha trascinato sul pavimento pieno di vetri. Mi sbatteva la testa ovunque, il sangue era dappertutto. Ha preso il filo del ventilatore, me lo ha messo in bocca e sono riuscita a toglierlo. Mi ha preso a pugni in faccia, rompendomi il setto nasale e un timpano. E poi mi ha infilato le forbici nell’addome, cercando di mettersi sul mio corpo per farle entrare completamente. Nell’ultimo tentativo di difendermi, ho colpito le forbici per farle uscire e mi sono squarciata una coscia.

Come sei riuscita ad uscire da questo inferno?

Quando ho potuto, gli ho stretto i testicoli con le mani. Solo a questo punto si è allontanato, dolorante. Mi sono accucciata sul letto e ho cominciato a pregare. Avevo paura che si riprendesse perché sapevo che non avrei avuto la forza di reagire.

Eppure ce l’hai fatta. 

Quando si è ripreso ho fatto come fanno i negoziatori nei film. Gli ho parlato in modo rassicurante mentre tutto mi girava intorno e sentivo il rumore del mio respiro affannato. Gli dicevo che non mi aveva fatto nulla di grave, che non lo avrei denunciato. E lui, minacciandomi di morte se avessi parlato, se ne è andato. A quel punto ho chiamato il 118 e mia madre. All’arrivo dei soccorsi ho detto subito chi era stato, lo hanno arrestato mentre dormiva a casa sua. Ha patteggiato una pena di quattro anni e mezzo, ma è stato in carcere solo cinque mesi prima dei domiciliari in attesa del processo. E quando è uscito ha continuato a perseguitarmi, mi seguiva e una volta mi ha picchiato staccandomi un labbro perché ho rifiutato le sue avance. L’ho denunciato ed è sotto processo per stalking. Per ora sta buono proprio perché c’è un processo in corso, ma ho paura di quello che potrebbe accadere dopo. Non ha mai chiesto scusa, non si è pentito e me l’ha giurata.

Dove hai trovato la forza per superare questa orribile esperienza?

Per un anno mi sono chiusa in me stessa, mi sentivo in colpa anche per il dolore causato a mia madre, che è stata molto male. Immagina cosa significa per una madre dover pulire il sangue della figlia in casa. Poi ho riflettuto e mi sono chiesta perché ero viva. Forse perché dovevo aiutare altre donne. E questa è diventata la mia missione.

E’ grazie a te se Codice Rosso, il provvedimento di legge entrato in vigore l’anno scorso per tutelare maggiormente le vittime di violenza, se sono stati allungati da 6 a 12 mesi i tempi per presentare denuncia. In che modo questo viene incontro alle donne maltrattate?

Ho lanciato una petizione raccogliendo 151 mila firme e la proposta è diventata legge. Denunciare è difficile, soprattutto perché quando si arriva ad un processo la donna, che è la vittima, spesso viene giudicata, umiliata e vessata come ha detto il capo della Polizia, Gabrielli. Bisogna essere forti per denunciare e serve tempo per decidere, in sei mesi non tutte ce la fanno. Il Codice Rosso, comunque, è solo un gradino e noi dobbiamo arrivare alla vetta di un grattacielo.

Cosa avrebbero bisogno veramente le donne per uscire da certe situazioni? Le istituzioni fanno abbastanza?

Occorre che la donna venga supportata concretamente con un lavoro e una casa dove ricominciare a vivere con i figli. Oggi cosa si fa? Si rinchiude la donna nella casa famiglia dove non si può neanche guardare la televisione, dove non c’è neppure la chiave del bagno. La vittima viene privata della sua libertà mentre l’aguzzino spesso è libero, anche di fare male di nuovo. Mentre dovrebbe stare in carcere fino al processo oppure fuori ma controllato davvero, magari con il braccialetto elettronico. E poi ci sono premi, permessi, riduzioni di pena. A loro è concesso tutto, ma a noi? Dico sempre che dovremmo essere trattate come le vittime di mafia che sono maggiormente tutelate. Ma non interessa a nessuno perché le vittime sono donne comuni.  

Cosa consiglieresti a una donna che trova sulla sua strada un uomo violento? Di scappare al primo schiaffo?

Deve scappare prima, non si deve arrivare allo schiaffo. Perché prima dello schiaffo ci sono stati scuramente altri campanelli d’allarme. La donna deve pretendere rispetto, il rispetto che si deve a tutti. E che andrebbe insegnato a scuola come specifica materia, chiamiamola educazione sentimentale.

Dopo la tua drammatica storia di violenza, hai incontrato Salvo Ventimiglia, che già conosciamo per la battaglia che da anni conduce per sapere la verità sulla sorella Giusy, scomparsa misteriosamente nel 2016. Avete due bellissimi gemelli di 4 anni e mezzo, un maschio e una femmina. I bambini sanno cosa ti è accaduto?

Ai miei figli ho fatto vedere le foto che mi hanno scattato dopo l’aggressione e ho spiegato che una persona malvagia voleva fare del male alla mamma. Credo sia gusto che sappiano che fuori dalla loro casa, dove sono riempiti d’amore, c’è anche il male. 

Hai raccontato com’eri prima del tentato omicidio. E la Lidia di oggi che donna è?

Una donna molto più forte, ma che ha paura di tutto.

Le storie in grammi di Davide Rocco Colacrai


Dal 2008 ad oggi ha ricevuto un’infinità di premi e riconoscimenti nazionali e internazionali che sottolineano il percorso letterario di un autore eclettico, considerato uno dei più interessanti poeti contemporanei, che ha firmato di recente l’ottavo libro di poesia dal titolo “Asintoti e altre storie in grammi” pubblicato con la casa editrice Le Mezzelane.

Davide Rocco Colacrai, nato e cresciuto a Zurigo, è arrivato in Italia per gli studi liceali e successivamente si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Firenze, dove ha conseguito anche una specializzazione in studi giuridici e il Master di II Livello in Psichiatria forense e Criminologia.

“Asintoti e altre storie in grammi” è una raccolta di frammenti in cui si specchia il mondo nelle sue plurime estensioni di vita. Si parla dell’11 settembre, della famiglia (la stessa storia viene raccontata da due punti di vista diversi, quello del padre e quello della madre), dei manicomi, dell’amicizia, dell’assenza e dell’amore. 

Come è nata la sua passione per la poesia?

Diciamo pure che ho sperimentato molteplici arti. Dalla musica, ho studiato pianoforte per dieci anni e flauto per quattro, alla pittura fino alla recitazione, ma ho trovato l’espressione più adatta a me, quella rispetto alla quale mi sento più a mio agio, che vivo con maggiore naturalezza, nella poesia. Sono solito dire, infatti, che la poesia è arrivata a me.

Come definirebbe il suo fortunato percorso di autore di poesie dall’inizio ad oggi e cosa le ha dato maggiori gratificazioni in questi anni?

Mi piace pensare al mio percorso – come autore – in termini di evoluzione: una crescita, e dunque una maturazione, come uomo, che si è inevitabilmente riflessa nei miei versi, e in particolare nel modo di scrivere e nei temi che le mie poesie trattano. In questo percorso ho avuto numerose gratificazioni, o più genericamente diversi momenti che mi hanno fatto trovare il senso e me lo hanno confermato. Dai libri pubblicati ai riconoscimenti conseguiti, i viaggi che ho potuto intraprendere e le persone che ho conosciuto; ma forse quella che mi aspettavo di meno, e che pertanto mi ha sorpreso e gratificato di più – oserei dire: una vera scommessa! – è stata questa: l’aver portato la poesia alle persone con una idea, che era stata definita di poesia in teatro – o di poesia visuale – e aver trovato un certo consenso.

Il suo ottavo volume si chiama “Asintoti e altre storie in grammi”. Se dovesse recensirlo, cosa scriverebbe?

Questa domanda mi piace molto! Dunque, lo definirei un libro completamente diverso dai classici libri di poesia. Infatti si presenta con un formato che hanno tipicamente le agende, si sfoglia come un’agenda, ed è ricco di storie, alcune delle quali raccontate anche da due punti di vista diversi. È sicuramente un libro sperimentale, molto personale anche se di personale viene raccontato poco (o poco in apparenza), e onesto.

Nei suoi libri scrive molto di temi attuali e a sfondo sociale. Con quali criteri sceglie gli argomenti da trattare?

Non ho un criterio – o non seguo un determinato criterio – in base al quale scegliere cosa scrivere. Sono una persona molto curiosa, leggo molto, mi piace studiare e approfondire i miei appunti – solitamente relativi a fatti sociali o storici – e quando mi ritengo pronto (e anche predisposto verso una tematica, predisposto a prendere una posizione, a proposito dell’onestà a cui accennavo prima) scrivo.

Spesso fa riferimenti al teatro e alla musica. Sono passioni che influenzano la sua produzione di poesie?

Decisamente sì. La musica mi accompagna sin da quando sono piccolo (e mi piace pensare anche da prima) e mi ha salvato la vita, e il teatro mi ha permesso di liberarmi di alcune mie paure, di essere più me stesso, di avere il coraggio per andare oltre, per evolvere meglio, con maggiore equilibrio.

Quale ruolo assume la poesia nel panorama culturale e nella società di oggi? C’è ancora spazio per questo tipo di espressione artistica?

C’è un grande fermento poetico anche se la poesia paga il fatto di essere messa sempre dopo la prosa, un po’ come la sorella sfigata. Secondo me, spetta a ogni poeta, nel suo piccolo, fare in modo che la poesia possa avere più forza, essere ascoltata con maggiore attenzione. In fondo, la poesia è fatta – sia come presupposto sia come conseguenza – della società in cui viviamo: c’è una biunivocità necessaria, inevitabile, la società stessa è poesia.

Ufagrà, l’ultimo futurista con la voglia di sperimentare

Conosco Antonio Fiore da molti anni, per lavoro ho seguito diverse sue mostre e ho ammirato subito le sue opere, oltre ad apprezzare la persona: umile come sanno essere soltanto i grandi e con la marcia in più della simpatia e del sorriso. Non a caso, lui ama dire: “Sono come i miei quadri: colorato, dinamico e solare. E cerco di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno”.

Autoritratto perfettamente calzante per un artista che, a 82 anni, continua a dipingere ancora con la voglia di sperimentare. Portando sempre in alto lo pseudonimo di Ufagrà con cui è conosciuto nell’ ambiente artistico, dove è noto anche per essere l’ultimo pittore futurista vivente. Nato a Segni, ex dirigente di industria, nel 2018 ha festeggiato i 40 anni di carriera.

Un traguardo eccezionale. Puoi fare una sintesi di questo lungo periodo?

Dall’ incontro con Sante Monachesi, nel 1977, mai avrei immaginato tanta evoluzione. Fino al 1984 sono stato suo allievo nel movimento Agrà a cui avevo aderito e successivamente ho firmato la “Dichiarazione di Futurismo Oggi” di Enzo Benedetto insieme agli altri futuristi viventi. Quella fu per me una grossa sterzata perché le frequentazioni avute in quel contesto, come ad esempio con le figlie di Balla, hanno creato in me la convinzione che il movimento futurista cessa nel 1944 con la morte del fondatore Marinetti, ma l’idea del futurismo non si esaurisce storicamente perché non è una scuola d’arte, bensì un’attitudine, un modo di intendere la vita. Non ci sono limiti temporali, perché l’evoluzione è continua. Con l’avvento della macchina, della locomotiva e dell’industrializzazione c’è la velocità, con l’invenzione dell’aereo c’è l’aeropittura e con la conquista dello spazio abbiamo la cosmopittura. Quindi, se dovessi racchiudere 40 anni di carriera in una parola, direi proprio evoluzione.

Monachesi non è stato, però, il tuo vero maestro in quanto in assoluto lo è stato Giacomo Balla che sicuramente ha influenzato il tuo percorso artistico. Un percorso iniziato come?

Ero un piccolo collezionista di opere d’arte e un gallerista mi propose l’acquisto di un quadro di Monachesi. Ero molto interessato, ma dissi al gallerista che lo avrei preso soltanto se Monachesi mi avesse fatto una dedica. E così lo incontrai, si parlò di futurismo e del movimento Agrà. Mi coinvolse molto, avevo una grande passione e da lì iniziò una collaborazione durata parecchi anni.

Fu lui a ideare per te lo pseudonimo di Ufagrà. Cosa significa esattamente?

Sì, lo ideò facendo il verso a Marinetti che usava dare a tutti un altro nome. U sta per universo in quanto il movimento Agrà è universale, F per il cognome Fiore e Agrà come il movimento.

In Italia sei l’ultimo futurista. Vuol dire che i giovani non trovano interesse per questo genere di arte?

Ho moltissimi estimatori giovani, alle mostre sono l’80-90% dei visitatori, ma nessun allievo. C’è stato un ragazzo che sembrava interessato, si chiamava Enzo Bozzi e veniva a trovarmi in studio a farmi vedere le sue creazioni realizzate con il polistirolo, ma è stata una vicinanza passeggera.

A 82 anni continui a lavorare e anche ad inventare nuovi abbinamenti. Di recente lo hai fatto con le “Battaglie cosmiche” utilizzando l’acciaio riflettente. Hai in programma altri connubi tra colori e materiali?

In realtà, dopo l’acciaio ho inserito il plexiglass colorato ed è l’ultima novità. Si trova in dieci quadri che dovevano essere esposti in una mostra in programma a Roma, nella galleria Vittoria di via Margutta, il prossimo 14 ottobre, ma è stata rinviata a causa del Covid. La faremo quando sarà possibile.

Come e dove trovi queste ispirazioni?

Mi vengono spontaneamente, sono pensieri che arrivano all’improvviso. Ci ragiono su, faccio i bozzetti e metto l’idea in pratica.

Il bilancio della tua attività artistica è indubbiamente positivo, con all’attivo 70 mostre di successo in tutta Italia e all’estero, numerosi riconoscimenti e citazioni su importanti pubblicazioni specializzate. Sei stato presente a Palazzo Venezia, al Padiglione Italia-Regione Lazio della 54esima Esposizione d’Arte Internazionale della Biennale di Venezia. Ufagrà è soddisfatto di quanto fatto finora?

Sono molto contento. Vivo l’arte con passione e parto dal presupposto che non devo piacere per forza. Faccio quello che sento. Ad esempio, l’opera che ho dedicato a Samantha Cristoforetti, è nata perché sentivo l’orgoglio di italiano e volevo dirglielo in questo modo.

Mi sembra di capire che è molto importante, per te, essere libero di esprimerti come vuoi, seguendo soltanto il tuo amore per l’arte.

Sono stato sempre libero. Mai un compromesso.   

La strada in salita dei diritti civili

Maria Paola Gaglione aveva 18 anni e amava Ciro, nato in un corpo femminile che non lo rappresenta, che non sente suo. Maria Paola è morta a Caivano, nel Napoletano, in un incidente che sarebbe stato provocato dal fratello Michele mentre inseguiva in moto i due fidanzati, entrambi in sella ad uno scooter. E’ stato arrestato con l’accusa di omicidio preterintenzionale. In base alle prime ricostruzioni, sembra che volesse dare una lezione alla sorella perché non accettava quella relazione fuori dai canoni tradizionali, poco consona alla tranquillizzante “normalità”.  Un episodio di cronaca che ha portato di nuovo sotto i riflettori l’intolleranza, la discriminazione e l’odio che è costretto a subire chi ha orientamenti sessuali “diversi” e identità di genere non conformi. Persone non trattate come tali, nell’anno 2020 ancora obiettivi di bullismo e derisione.  

Roberta Mesiti

Inizia da qui la mia chiacchierata con Roberta Mesiti, presidente della sede Agedo di Frosinone. Agedo vuol dire associazione genitori di omosessuali, un’onlus nazionale formata da familiari di persone Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) fondata nel 1993, oggi presente in trenta città italiane. A Frosinone è operativa dal 2019.

Come si può commentare una storia così orribile?

Una tragedia consumata in ambito familiare che evidenzia due scenari: una cultura patriarcale dove l’uomo si sente in diritto di intervenire pesantemente nella vita di una sorella per correggerla e, strettamente collegato, un atto di transfobia neanche ben codificato. In questi casi non bisogna puntare il dito, ma porsi delle domande. Quanto ci si confronta in famiglia? Quanto si ha voglia di ascoltare i propri familiari? E che tipo di informazione arriva quando si parla di Lgbt? Un discorso fondamentale che riguarda media e istituzioni. Il fratello di Maria Paola avrebbe detto che la sorella “era infettata” da Ciro, una dichiarazione che rimanda ad una patologia scientificamente inesistente. E’ importante quindi l’informazione corretta, ma anche la formazione promossa dalle istituzioni, attraverso buone prassi, per prevenire questa cultura della discriminazione.

Cosa fa Agedo, in concreto, per chi si rivolge alla vostra associazione?

Offriamo servizi gratuiti e su base volontaria a chi si mette in contatto con noi. Servizi che partono dall’ ascolto telefonico non appena arriva la richiesta di sostegno, seguito da incontri con i volontari e proseguendo un percorso a seconda delle necessità e delle esigenze di chi ci contatta.

Chi si rivolge a voi?

La nostra utenza è formata da genitori, ragazze e ragazzi. I primi ci chiamano perché si sentono impreparati di fronte ad un coming out (quando i figli dichiarano la propria omosessualità, ndr) che spesso arriva inaspettato e vogliono sapere come gestire la situazione. I ragazzi e le ragazze chiedono sostegno quando dopo il coming out non vengono accettati, per capire come debbono comportarsi con i familiari.

Quali obiettivi si prefigge Agedo e in quali contesti opera?

I nostri obiettivi sono il dialogo, perché in famiglia bisogna parlarne, e reperire informazioni scientifiche. Ed ancora la formazione per i volontari perché chi interviene deve essere competente. Collaboriamo inoltre con le istituzioni attraverso progetti nella scuola. Raccontiamo le nostre esperienze e offriamo un altro punto di vista, soprattutto per contrastare il bullismo. Facciamo formazione anche in ambiti lavorativi e a livello nazionale siamo impegnati in tavoli consultivi con diverse realtà istituzionali tra cui il Miur.

Un altro fronte caldo è quello legislativo. Da tempo si attende una legge contro l’omotransfobia, da poco approdata alla Camera e proposta dal deputato Alessandro Zan. Sarà la volta buona?

Questo è uno snodo fondamentale perché contempla il riconoscimento normativo e un importante lavoro sulla cultura, aspetti che non vanno scissi. L’iter è lungo e complesso e noi lo seguiamo con attenzione.

Agedo è nata nel 1993. Dopo tanti anni possiamo dire che qualche passo avanti è stato fatto o ci sono ancora troppe sacche di arretratezza?

Passi in avanti ci sono stati, anche se quando ci arrivano notizie come quelle di Caivano ci dobbiamo interrogare, perché sono realtà sommerse che emergono in modo tragico.  E’ stata fatta molta fatica per approvare, nel 2016, la legge sulle unioni civili che ha dato dignità a quelle che sono semplicemente coppie. Ma le questioni aperte ci sono ancora, come ad esempio l’omogenitorialità di cui la politica finora non ha voluto farsi carico. Ma deve farlo, perché parliamo di persone e di figli.  

Il teatro nelle case per resistere alla pandemia

Durante il lockdown, chiuso nella sua abitazione di Roma, ha portato il teatro e l’arte nelle case dei followers attraverso la sua pagina di Facebook come segno di condivisione e di speranza. Un’esperienza raccontata nel libro “Sulle ali dell’arte” della casa editrice Accademia Edizioni ed Eventi di Giuseppe De Nicola, presentato in anteprima nazionale il 28 luglio ad Ascoli Piceno e che a breve si potrà trovare in 2500 librerie italiane. Ancora un successo per Vincenzo Bocciarelli, attore di teatro, cinema e televisione ma anche insegnante di recitazione e pittore. Recentemente l’artista ha ricevuto l’attestato di benemerenza, conferito dall’Academy of Art and Image, per l’impegno profuso e il fattivo contributo culturale e sociale. Lo incontro mentre è impegnato con la Compagnia di Sebastiano Lo Monaco nelle prove dell’Amleto di Shakespeare che debutterà in autunno a Verbania. Lui interpreterà Re Claudio, patrigno di Amleto, con la regia di Alessio Pizzech.

Che tipo di esperienza è stata “Bocciarelli Home Theatre”, l’appuntamento social ideato nel periodo dell’isolamento causa Covid?

 Ho voluto dialogare con il pubblico in un momento solo in apparenza di smarrimento, che in realtà è diventato un’occasione per ritrovarsi. Una cura dello spirito e dell’anima attraverso l’arte e il teatro come strumenti di condivisione. Ho trovato persone con un grande peso specifico, molto connesse alla luce, decisamente belle anime. Ne è nato un gruppo di bocciarelliani e bocciarelliane che ho voluto coinvolgere in prima persona selezionando le loro poesie, le loro dediche, le loro riflessioni, i loro scritti. Un momento catartico, emozionante. Un vero e proprio percorso, gremito di presenze virtuali ma molto concrete, che ho voluto poi sviscerare, soprattutto di notte, per farne un racconto.  

In questo libro racconti anche molto di te come persona e non solo come attore.

Mi sono messo a nudo, quasi senza rendermene conto, perché ho raccontato anche questioni molto intime. Ma ho voglia di sincerità e di avere il coraggio di dire come stanno le cose. E credo di poterle dire dopo tanti anni di vissuto e di viaggi. Racconto anche di un mondo che sta andando a scatafascio, come quando tornando in Italia da un set in Thailandia non riconoscevo più il mio Paese. Ma racconto soprattutto la mia vita da eremita, i sogni, le disavventure, i voli pindarici.

Il teatro con Glauco Mauri e Giorgio Albertazzi, il cinema con Florestano Vancini e Giulio Base e le fiction televisive “Orgoglio”, “Il bello delle donne”, “Un caso di coscienza”, solo per citare alcune delle tue numerose esperienze. Ma quale è l’espressione artistica che ti rappresenta maggiormente?

Vengo dal grande teatro ed è quello che mi rappresenta di più perché è nel teatro che posso esprimere tutte le mie potenzialità, senza i limiti dell’inquadratura del cinema e della televisione.  Sul palcoscenico sei te stesso, devi gestirti da solo. Nel cinema devi trovare il personaggio giusto, un buon direttore della fotografia e un ottimo montatore perché un montaggio sbagliato può rovinare anche la migliore interpretazione.

La televisione ti ha dato molta popolarità, cosa significa per chi viene dal teatro?

La tv è stata una palestra pazzesca e mi ha fatto conoscere al grande pubblico, un’esperienza bellissima che mi ha viziato un po’. Ho avuto subito empatia con il pubblico delle grandi fiction, ho sentito concretamente apprezzamenti, ammirazione e amore. Continuamente mi chiedono quando torno in televisione, mi dicono che sono bravo e questo  fa molto piacere.

Intanto ti prepari a debuttare con Amleto, ma nell’imminenza anche a condurre la 15esima edizione del concorso internazionale “Musica Sacra” 2020 in programma venerdì 4 settembre alle 20.30 nella Basilica dei Santi dodici Apostoli di Roma che sarà trasmesso in mondovisione su TelePace, Maria Tv  e Radio Vaticana.

Sono molto felice di essere stato chiamato a condurre il concerto di gala, un evento internazionale di alto valore e colgo l’occasione per ringraziare la gentilissima Daniela de Marco, direttrice artistica dell’Accademia Musicale Europea e del concorso per questa meravigliosa opportunità. Per me rappresenta inoltre un ritorno al grande pubblico dopo mesi durante i quali mi sono visto cancellare e slittare opportunità di lavoro e impegni per ovvi motivi. Sono molto felice ed emozionato che tutto ciò avvenga dal cuore della città eterna, la mia Roma, che amo profondamente. 

Violenza sulle donne, una guerra di tutti

Ogni due giorni e mezzo in Italia viene uccisa una donna. Sta nella crudezza di questa statistica l’entità del fenomeno del femminicidio, come si definisce l’omicidio di una donna in quanto tale. Dati che vanno ad incrementare quando si tiene conto delle varie forme di violenza, sia fisica sia psicologica, che quotidianamente le donne subiscono.

Se ne è parlato sabato scorso a Fiuggi nel convegno “M’ama non m’ama” organizzato dal centro antiviolenza “Fammi rinascere”, con interventi della responsabile Michaela Sevi, sociologa e assistente sociale, delle psicologhe Nadia Loreti e Roberta Cassetti e dell’avvocato Donatella Ceccarelli e i saluti, per conto del Comune termale, del vice sindaco Marina Tucciarelli e dell’assessore Simona Girolami.

Dal primo contatto con la vittima che si rivolge al numero verde del centro alla legislazione che regolamenta i reati connessi  alla violenza sulle donne, passando per le dinamiche che si sviluppano nelle coppie a rischio e ai numeri agghiaccianti di quella che è diventata una vera e propria emergenza sociale, il centro di Fiuggi ha offerto ancora una volta l’occasione di riflettere, evidenziando la necessità di non abbassare la guardia e di fare rete per combattere una guerra spesso invisibile ma cruenta. Un impegno che deve essere assunto da tutti. Da una società intera.

I dati più recenti dell’Istat parlano chiaro: il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).

Ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner il 13,6% delle donne (2 milioni 800 mila), in particolare il 5,2% (855 mila) da partner attuale e il 18,9% (2 milioni 44 mila) dall’ex partner. La maggior parte delle donne che avevano un partner violento in passato lo hanno lasciato proprio a causa della violenza subita (68,6%). In particolare, per il 41,7% è stata la causa principale per interrompere la relazione, per il 26,8% è stato un elemento importante della decisione.

Il 24,7% delle donne ha subìto almeno una violenza fisica o sessuale da parte di uomini non partner: il 13,2% da estranei e il 13% da persone conosciute. In particolare, il 6,3% da conoscenti, il 3% da amici, il 2,6% da parenti e il 2,5% da colleghi di lavoro.

Numeri dietro ai quali ci sono volti, storie, sofferenza, solitudine e le difficoltà di una società ancora poco reattiva a un fenomeno che è soprattutto culturale, nonostante nel tempo siano comunque cresciute sensibilizzazione e informazione. Ecco perché è importante parlarne, diffondere messaggi chiari e mirati, lavorare su più fronti per aiutare chi è la vittima innocente principale, ma anche chi quella violenza la subisce indirettamente. Come i bambini costretti a vivere in un ambiente violento o, nel peggiore e più frequenti dei casi, da orfani con la mamma morta e il padre in carcere.     

Patto di amicizia tra Anagni a Assisi nel nome di Chiara

di Enrica Bruni – Il prossimo 11 agosto, nella sala consiliare del Comune di Assisi, verrà siglato il Patto di Amicizia tra le due comunità rappresentate dal sindaco di Anagni, Daniele Natalia, e il sindaco di Assisi, Stefania Proietti, e le loro delegazioni. Una cerimonia semplice sancirà il legame tra le due città, permeate fin dal Medioevo di storia religiosa di altissimo significato, ben nota, documentata e conosciuta in tutto il mondo.

Questo Patto di Amicizia consentirà di promuovere, in modo unitario e coordinato, diverse iniziative per aumentare la visibilità e la promozione delle straordinarie ricchezze artistiche e culturali, un patrimonio dell’umanità e del sentimento religioso, che Assisi e Anagni custodiscono da tanti secoli.

La storia delle nostre città, interpretata dai massimi interpreti dell’epoca, appare senza dubbio intrecciata alle personali vicissitudini di San Francesco e Santa Chiara, alla loro santità, che si rivelava già in vita al popolo attraverso ogni loro gesto e azione.

Quasi come due rotaie dello stesso binario, le loro esistenze correvano parallele, collegate e sorrette dalla stessa vivida fede e dal desiderio di testimoniare in casta umiltà il Vangelo in ogni loro opera e iniziativa, sempre a favore dei sofferenti e dei poveri.

Tre Papi anagnini si sono confrontati con la santità di Chiara e Francesco. Gregorio IX aiutò Francesco a redigere la sua regola. Alessandro IV, nell’ anno 1255, iscrisse Santa Chiara nel libro dei Santi, a soli due anni dalla morte, nella maestosa Cattedrale di Santa Maria Annunziata di Anagni. Il pontefice Innocenzo III ne approvò la regola non bollata, di cui il prossimo anno ricorre l’ottavo centenario.       

L’esistenza terrena di Santa Chiara, le circostanze personali, le sue opere di preghiera e di carità, si svolsero quasi in simbiosi spirituale con quelle di San Francesco, che conobbe sin da bambina e che le ispirò l’ideale di vita a cui rimase fedele fino alla morte avvenuta l’11 agosto 1253 ad Assisi, dove le sue spoglie riposano nella stupenda Basilica a lei dedicata.

Così oggi, questo impegnativo incontro tra le due città che segnarono da una parte la vita terrena e dall’altra l’ascesa agli altari di Santa Chiara, trova la sua valida ragion d’essere e il suo fondamento in queste radici antiche. In questo filo invisibile dello spirito, teso tra Assisi e Anagni fin da quel lontano e lieto evento di canonizzazione.  

In questi tempi di spinta globalizzazione, dell’apparire mediatico, degli schermi sempre accesi e accessibili delle telecomunicazioni, di cui Santa Chiara fu dichiarata patrona da Papa Pio XII nel 1958, si celebra questo patto di amicizia fra le due comunità, riprendendo idealmente e portando ancora avanti quel binario su cui tutti possono salire, indicato da Chiara e Francesco quale unico percorso di salvezza possibile per tutta l’umanità.

Questo vincolo amicale tra i luoghi legati alla Santa, proprio nel giorno della sua ricorrenza, si concretizza in un’annata difficile per tutto il mondo, in un tempo che, a causa della pandemia, non concede spazio a particolari sfarzi o festeggiamenti in grande stile, imponendo sobrietà in tutte le cerimonie pubbliche.

Ma, forse, a Santa Chiara questa semplicità ridotta all’essenziale sarà comunque gradita. Perché lei preferiva pregare, vivere e sacrificarsi nell’ombra, per meglio indicare agli uomini, presi dai loro travagli, tutto il fulgore della luce eterna che li attendeva fuori dal tunnel delle loro tribolazioni e di cui voleva essere solo un umile specchio fedele.     

Ringrazio l’Amministrazione comunale di Assisi e questa città che mi hanno accolto con gentilezza e affabilità. Grazie agli amici che nei momenti di difficoltà non mi hanno mai abbandonato.

Enrica

Casa Pappagallo, la goduria del cibo sul web

Non chiamatelo chef, lui è un cuciniere curioso. Si autodefinisce così Luca Pappagallo, 55 anni, tra i più seguiti e amati cuochi del web, che spadella dalla sua abitazione di Arcidosso, in provincia di Grosseto, strappando like su like alla miriade di ammiratori che lo segue costantemente. Del resto, le dinamiche della rete Pappagallo le conosce bene. Già nel 1999, quando internet era ancora tutto da scoprire, lui ha fondato Cookaround, tra i primi siti dedicati alla cucina in Italia, che continua a gestire anche dopo il passaggio di proprietà a Mondadori. Ma oggi la sua forza è Casa Pappagallo, il blog nato un anno e mezzo fa, da dove ogni giorno il cuciniere curioso sforna piatti golosi, autentici e soprattutto facili da replicare. Con l’immancabile godurioso assaggio finale.

Qual è il segreto di Casa Pappagallo?


Casa Pappagallo nasce dal concetto che cucino a casa mia in maniera diretta e semplice, con proposte mai sopra le righe, senza stare lì a pontificare, senza fare show. Parlo con le persone che mi seguono, non propongo tutorial, cucino in modo rilassato. Credo sia questo che piace alla gente. Il gradimento sta salendo in modo esponenziale, come interazioni siamo ai livelli di Giallo Zafferano, non è poco.  

Come è nata la tua passione per la cucina? E come è iniziata la tua avventura sul web?

Del tutto in modo casuale. L’amore per il cibo è nato seguendo la nonna e la mamma, mi piaceva guardare e assaggiare. Poi ho iniziato a raccogliere informazioni, ho viaggiato molto, ho preso contatti con chi cucinava in più parti del mondo e riportavo le loro ricette con lo stile italiano. Una raccolta che è diventata una specie di quadernino delle ricette, sai quelli di una volta con tanti appunti, con foglietti volanti, dove si scriveva chi aveva dato la ricetta. Ho portato questo in rete nel 1999 quando internet era appena agli inizi e non aveva neanche una buona reputazione. Ma io ci ho creduto e da lì è partito tutto.

Non hai mai avuto un ristorante, nonostante la lunga esperienza ai fornelli. Perché?    

Non sono mai stato interessato, credo che avere un ristorante significhi dover fare bene poche cose. In questo modo, come cucino io, si può fare bene molte più cose.

Che effetto fa sapere che migliaia di persone ti seguono e, a leggere i commenti sulla tua pagina Facebook, sono entusiasti dei tuoi piatti?

Una soddisfazione enorme. Cosa c’è di più bello di leggere che ormai sono uno di famiglia e che copiare le mie ricette è facile e fanno fare bella figura? Questa mattina ho postato la ricetta di una torta e dopo poco tempo, credimi, già mi inviavano foto del dolce in preparazione. Mi fa un enorme piacere.

Come definiresti le tue ricette? Punti sul tradizionale o ti piace inventare anche nuovi piatti?

Direi che prediligo la cucina semplice e tradizionale con qualche contaminazione dovuta ai miei viaggi, ma mai estrema. Chi dice di inventare nuovi piatti è un pallonaro, ormai non c’è più niente da scoprire.

Da tempo la televisione è invasa dai cosiddetti show cooking, una moda che sembra non tramontare mai. Qual è la tua opinione a proposito?

Ho partecipato spesso a “La prova del cuoco” con la conduzione di Elisa Isoardi, non sono contrario alla cucina in televisione. Quello che è importante è fare bene questi programmi e non tutti ci riescono, ma comunque non passeranno mai di moda perché tutti mangiamo e non ci nutriamo semplicemente.

Durante il lockdown il cibo è diventato un punto centrale della nostra vita in isolamento. Dal tuo osservatorio che riscontri hai avuto in tal senso?

Per quanto riguarda Casa Pappagallo durante il lockdown abbiamo avuto un aumento del 400-500% di interazioni, un incremento esponenziale che aveva dell’incredibile e molti mi hanno conosciuto in quel periodo. C’è stata poi una fase calante in cui le persone si erano stancate anche del cibo, ma superato questo momento depressivo siamo tornati a numeri eccezionali.

Ci sono in vista nuovi progetti o continuerai ancora per molto con Casa Pappagallo?

Sicuramente continuo con Casa Pappagallo, ma sto pensando a nuovi format per aggiungere qualcosa e migliorare. Una volta internet era solo velocità, oggi alla velocità bisogna aggiungere la qualità e con il mio staff, in totale siamo sette persone, pensiamo sempre a nuovi modi per raggiungere più utenti possibili. Ad esempio, da poco abbiamo inserito i sottotitoli ai video, che permettono a chi vuole di seguire facilmente la ricetta anche quando è in giro, quando si trova su un autobus.

Guardando i tuoi video, si capisce che oltre a cucinare ti piace molto anche mangiare e di tutto.  Ma se dovessi scegliere un solo piatto, il tuo preferito?

Vado sempre sulla semplicità e dico spaghetti al pomodoro. Perché se hai un pomodoro buono, non serve altro.

p.s.  Lo ammetto: anche io sono tra le migliaia di persone che replica le ricette di Luca.  Confermo che sono semplici, gustose e danno grandi soddisfazioni. Grazie, cuciniere curioso.

La riflessione di don Domenico sul dopo-Coronavirus

Parte dalle parole di Matteo (6,26-27) la riflessione di monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, sul dopo-Coronavirus, riportata in una lettera pastorale che ci permette di avere il punto di vista di un religioso illuminato, grande conoscitore della comunicazione, su quello che è e sarà la nostra vita in questo particolare momento storico.

Matteo diceva: “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?”.

Monsignor Domenico Pompili

Il presule, originario di Acuto in provincia di Frosinone, commenta riportando l’opinione di suo padre quando ascolta queste parole: “Sfido io che gli uccelli hanno da mangiare! Si mangiano quello che semino io”.  E aggiunge: “Nella reazione istintiva del contadino si riflette la mentalità dell’uomo che fa da sé. L’esatto contrario di quello che Gesù lascia intendere. Mai come ai tempi della pandemia siamo stati ricondotti all’essenziale: la vita è un dono fragile e nessuno può disporne. L’esito di questa consapevolezza è vivere senza ansia perché la garanzia della vita non sta nella nostra disponibilità. L’uomo, infatti, vive anzitutto di ciò che riceve, a cominciare dalla vita. Non è l’accumulo che ci preserva, ma la serenità di vivere giorno per giorno. Concentrarsi sul possesso è miope perché vale di più condividere con gli altri. Anche perché non serve a nulla vivere nell’oro se intorno a noi è il deserto. È illusorio pensare di star bene in un mondo malato”.

Che significa, dunque, essere capaci di osservare gli uccelli del cielo? “Vuol dire – spiega don Pompili – assumere un atteggiamento contemplativo che è il dono inatteso che abbiamo ricevuto dal tempo “sospeso” del coronavirus. Papa Francesco aveva affermato nella Laudato si’ che una nuova ecologia umana ha bisogno di contemplazione e non solo di tecnologia. Solo a condizione di essere capaci di fermarci a guardare e ascoltare, o meglio a contemplare, possiamo riconoscere le contraddizioni alle quali ci troviamo esposti, al di là delle nostre sempre più potenti capacità di fare e di agire. Certo, cinque anni fa l’Enciclica non aveva previsto il coronavirus, ma già invitava a non mettere la testa sotto la sabbia e far finta di non vedere quello che non va”.

E il vescovo entra nel merito del dopo-lockdown per chiedersi: “Siamo pronti a non lasciarci risucchiare dalla routine, ma a prendere coscienza che qualcosa è definitivamente cambiato e costringe anche noi a rivedere prassi, abitudini, tic mentali?”.

Perché secondo il vescovo di Rieti sono almeno tre le cose che non saranno più come prima.

“La prima è la fine dell’individualismo becero. Nessuno può immaginarsi a partire soltanto dal proprio “io, qui e ora”. Lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle a partire dalla connessione che si è manifestata tra noi e gli altri nel momento in cui abbiamo realizzato che nessuno se la cava da sé. E, per contro, che ciascuno dipende nel bene e nel male dall’altro”.

La seconda è un diverso rapporto con il tempo e con lo spazio. “Grazie ai nuovi linguaggi digitali – secondo don Domenico – il mondo è diventato improvvisamente più breve e più stretto e ci ha indotto a cambiare sguardo sulla realtà. Pensate a quanto meno abbiamo inquinato evitando i nostri spostamenti inutili, più vicini all’agitarsi inoperoso che a un agire costruttivo”.

Infine, l’aver individuato i problemi e le relazioni vere. “Abbiamo avuto la possibilità – scrive il vescovo nella sua lettera pastorale – di chiarire il falso dal vero problema, concentrandoci sull’essenziale: salute, affetti, fede, sorvolando su questioni effimere e secondarie”.

Di qui l’esigenza profonda di “non disperdere nel giro di poco tempo quel prezioso senso di solidarietà e di comunità che abbiamo visto essere la fonte della resilienza”.

Coronavirus, quella silenziosa strage di anziani

Le mani nodose, le rughe che solcano il viso, gli occhi stanchi, i movimenti impacciati. Sono i nostri anziani. Stroncati dentro le case di riposo, vittime di una straziante ecatombe.

Qui il Covid-19 ha picchiato duro e in silenzio, attaccando corpi già compromessi da malattie e usure dell’età.

Falcidiati a centinaia nei luoghi dove si aspettavano cure e attenzioni, trasformati all’improvviso in moderni lager per condannati a morte.

Erano i nostri anziani. Nonne e nonni, madri e padri con alle spalle storie diverse, eppure tutti così uguali.

Sembra di immaginarli. Con le mani tremanti e le gambe trascinate, i capelli radi e argentati, le camicie a quadretti e i maglioncini a colori pastello, i plaid abbandonati sui letti, lo sguardo smarrito e l’attesa costante di una visita.

Tanti, troppi di loro, finiti nella colonna di ambulanze che nella notte li preleva dalla casa di riposo e li porta in ospedale con ritardi fatali per la maggior parte di loro.

Soli, fragili, spaventati, ormai definitivamente lontani da figli, nipoti, fratelli e da ogni parvenza di vita. Una vita pur sempre da vivere, per quanto breve.

Morti che resteranno per sempre sulle coscienze. Perché stavolta il killer non è soltanto quel Coronavirus che da mesi controlla e stravolge le nostre esistenze. Perché stavolta qualcosa è andato maledettamente storto in quelle comunità, diventate drammatici focolai.

Morti che più delle altre devono farci riflettere. E vergognare.  

Coronavirus, la solitudine dei vivi e dei morti

Con quanti sentimenti dobbiamo confrontarci in questo assurdo periodo di pandemia? Troppi. Si affacciano, vanno via, tornano, ti sovrastano, padroneggiano, scandiscono ogni minuto della vita, di una vita che non è più ancorata a nulla.

Angoscia, tristezza, paura, incredulità, dolore, ma anche speranza e voglia di farcela. Sentimenti e sensazioni che si rincorrono e si intrecciano. Un mix inedito di percezioni che entrano ed escono dalla testa, dal corpo, dal cuore.

Dobbiamo farci i conti ogni giorno, mentre ascoltiamo e leggiamo i bollettini di guerra che ci raccontano di morti, giovani e anziani, con malattie pregresse e sani, poveri e ricchi, sconosciuti o famosi, settentrionali e meridionali, a testimonianza del fatto che Covid 19, il nemico invisibile che ha invaso l’umanità intera, è democratico e se ne sbatte delle frontiere e delle dichiarazioni dei redditi.

Ma c’è un sentimento che, più degli altri, simboleggia il dramma che ci ha colto a sorpresa. E’ la solitudine. Dei vivi e dei morti.

L’isolamento sociale, imposta come arma per sconfiggere la diffusione di un contagio che nessuno poteva prevedere negli anni della tecnologia rampante e della ricerca medica all’avanguardia, ci ha reso tutti un po’ più soli.

Lontani da amici e familiari, distaccati da colleghi e conoscenti, nonni che incontrano i nipoti soltanto con le videochiamate quando, più di altri, avrebbero bisogno di un abbraccio.

Ma nessuna solitudine sarà devastante come quella vissuta da chi si ammala e muore di Coronavirus. Un percorso che annulla i contatti fisici con i familiari, una via crucis che non prevede resurrezione.

L’addio, per i più fortunati, pronunciato dietro un telefono cellulare tenuto in mano da un infermiere generoso.

Una solitudine che continua nell’ultimo viaggio. In una bara anonima che, nei casi più agghiaccianti, verrà trasportata da un mezzo militare incolonnato in un macabro e triste corteo.

Italia, anno 2020. Non sembra così lontano il Regno di Napoli nel 1656, flagellato dalla peste, con il suo carico insopportabile di morte. E di solitudine.

Coronavirus, questa è la nostra guerra

corona

Ci voleva un micro batterio per farci scoprire che non siamo immortali e invincibili. Da un giorno all’altro ci siamo ritrovati smarriti, fragili e disorientati di fronte a uno tsumani emotivo mai sperimentato prima.


Senza preavviso alcuno, Covid 19 è piombato nelle nostre vite. E le ha sconvolte e ridimensionate, confinandoci nelle quattro mura domestiche diventate improvvisamente un rifugio di guerra. Perché questa è la nostra guerra. Quella che ci era stata risparmiata, a differenza dei nostri nonni, è arrivata con modalità e risvolti diversi, ma non è certo meno dolorosa e devastante.

La triste contabilità della pandemia fa annotare, ogni giorno, centinaia e centinaia di morti. Numeri sempre più crescenti, rimbalzati da un tg all’altro, da una conferenza stampa a un post sul web. Numeri da guerra, appunto. E numeri che non sono solo numeri. Perché dietro ogni numero c’è una persona, una vita vissuta, una storia. Migliaia di volti che resteranno sconosciuti. Troppi, per dedicare loro un ricordo dettagliato, un omaggio.

Nella prima linea della trincea, in questo inedito conflitto che questo altrettanto inedito ventiventi ci ha gettato addosso come zampilli di lava usciti da un vulcano impazzito, ci sono medici, infermieri, operatori sanitari, volontari, forze dell’ordine. Scesi nel campo di battaglia spesso disarmati e bersagli facili del nemico invisibile. Il Paese piange anche molti di loro. Vittime che si aggiungono a vittime, drammi che diventano infiniti.

Una guerra senza colpi di mortaio e case sventrate dalle bombe, ma con gli stessi effetti psicologici. Le stesse identiche ricadute economiche. Gli identici interrogativi su quando e come finirà. Le simili incertezze sul dopo.

Una guerra che, una volta terminata, richiederà una ricostruzione esattamente come accade con gli eventi bellici. La ricostruzione di un’intera economia, ma anche di una rete sociale andata in frantumi in poche settimane, impallinata senza la possibilità di schivare i colpi.

Ci voleva un virus dalla forma persino aggraziata, tanto da essere chiamato corona quasi ad evocare qualcosa di nobile, a farci entrare in un incubo dove non c’è più spazio per i progetti e i programmi, per i banali gesti di tutti i giorni, per la routine che spesso abbiamo maledetto.


Se vogliamo, però, dentro questo tunnel dove siamo sprofondati possiamo trovare l’opportunità di crescere come individui e come comunità. Ripensando i nostri modelli di vita, ricucendo gli strappi nei rapporti e guardando gli altri con occhi diversi.

Possiamo farlo e dobbiamo farlo. Ora che siamo consapevoli che un micro batterio può darci una pesante lezione di vita.

Coronavirus, nel Lazio economia a picco

coronavirus

Il nuovo Coronavirus non porta con sé soltanto malattia, decessi e paura. La conseguenza della sua diffusione è pesantissima anche sul fronte dell’economia, che sta già pagando e pagherà un costo molto salato. Quali settori rischiano maggiormente la recessione e il collasso? Quale sarà la ricaduta occupazionale al termine di questa emergenza sanitaria?

L’ho chiesto al presidente regionale di Confcommercio Lazio Sud, Giovanni Acampora, che ci aggiorna sulla situazione e sulle prospettive nel Lazio.

acampora
Presidente Acampora, come si può definire lo stato economico del Lazio in questo momento a seguito del caso Covid-2019?
Con una sola parola, possiamo dire che è disastroso.
Ed entrando nel dettaglio?
Turismo, somministrazione e trasporti hanno ricevuto il contraccolpo più forte di questa emergenza. E nel momento in cui questi tre settori hanno una forte battuta di arresto, come sta avvenendo, si riversa su tutti gli altri settori dell’economia. A Roma ci sono il 95% delle cancellazioni alberghiere, ma il trend sarà lo stesso in tutte le province del Lazio. Le agenzie di viaggio hanno disdetto completamente i pacchetti turistici e per gli albergatori non c’è soltanto il problema delle disdette, ma devono fare fronte anche al rimborso delle prenotazioni annullate.
In termini di posti di lavoro a rischio, si possono fare dei numeri?
Nel Lazio si prevede una contrazione occupazionale di 50mila addetti se si continua in questi termini, stiamo parlando di cifre mostruose.
Cosa si può fare?
Innanzitutto auspico la collaborazione di tutte le istituzioni, che non ci siano fughe in avanti e primedonne e che non si speculi su questa che è una tragedia nazionale. Grande esempio stanno dando le associazioni di categoria, questo lo devo dire, c’è collaborazione. Abbiamo fatto un incontro con la Regione Lazio e la parola d’ordine è stata: calma, guardare le problematiche vere e soprattutto di non infondere il panico. C’è bisogno, con tutte le precauzioni del caso, di dare una speranza ma bisogna tenere conto che è un virus nuovo, non bisogna fare i tuttologi e seguire i consigli della comunità scientifica. Stiamo subendo questa conseguenza, ma siamo un grande paese e sappiamo che ci risolleveremo.
Naturalmente servono anche aiuti ai comparti in sofferenza. Cosa stanno facendo le associazioni di categoria per questo obiettivo?
Abbiamo chiesto una serie di misure di sostegno al governo e spero che vengano prese in considerazione, alla Regione Lazio abbiano chiesto di muoversi affinché le agevolazioni per le zone rosse vengano estese a tutto il territorio nazionale. Su questo sono grato ai colleghi delle altre associazioni perché stanno dimostrando maturità e coesione in un momento difficile. Ed è un bell’esempio di umanità. Dopo i livelli del governo e della Regione, importante è anche il sostegno che arriva dal terzo livello, quello comunale.
Cosa possono fare, in concreto, le amministrazioni locali?
I Comuni possono e devono intervenire agevolando le imprese attraverso quella che è l’imposizione fiscale locale, in pratica i tributi. L’intervento dei sindaci è determinante anche nelle piccole cose che possono in qualche modo dare speranza all’economia, perché altrimenti le aziende chiudono.
Economia a picco e spettro della disoccupazione, problemi seri. Ci sono altre preoccupazioni da mettere in conto?
Ovviamente la nostra prima preoccupazione è quella sanitaria, non quanto per la malattia ma per le ripercussioni che essa ha sul sistema sanitario nazionale. Un aumento forte di pazienti manda in sovraccarico il sistema perché non siamo preparati a numeri così elevati.
Poi c’è la paura. E’ giustificata?
Vorrei lanciare un appello. Dobbiamo continuare a fare una vita normale con tutte le precauzioni richieste. Non succede nulla se si va in un bar e si fa colazione sedendosi a un tavolino. Un segnale di speranza va pur dato, altrimenti siamo distrutti.

La storia di Emanuele, tra dolore e speranza

emanuele e giamptero ghidini Emanuele aveva appena 16 anni quando si gettò nel fiume Chiese e morì. Era il 24 novembre del 2013. Il giovane di Gavardo, in provincia di Brescia, tornava da una festa con gli amici dove aveva assunto sostanze allucinogene. La droga aveva annebbiato il suo cervello.

Prima di buttarsi nell’acqua gelida e terminare la sua breve vita Emanuele gridava che voleva morire. Il dramma si consumò vicino casa, dove lo attendevano i genitori e le due sorelle.

Un tuffo e tutto finì. In un fiume che Emanuele conosceva bene. Proprio qui, da bambino, aveva perso il suo pesciolino rosso.

Non è quindi un caso che si chiami “Ema pesciolino rosso” la fondazione che Gianpietro Ghidini, il papà di Emanuele, ha fondato per aiutare i giovani ad amare la vita, per sensibilizzarli sul delicato tema delle dipendenze, per accompagnarli nell’insidioso periodo dell’adolescenza.

Gianpietro Ghidini parla di Emanuele a giovani come lui nelle scuole, nei teatri, negli oratori. E parla anche ai loro genitori, raccontando la sua esperienza di papà colpito dal dolore più terribile che si possa sentire.

emanuele ghidini

Incontro Gianpietro Ghidini con molto piacere per conoscere più da vicino una storia che mi ha sempre colpito anche perché dalla terribile esperienza quale è la perdita di un figlio è nata un’attività di speranza che può aiutare concretamente i coetanei di Emanuele.

Che ragazzo era Emanuele? Cosa ricorda soprattutto di lui?

Emanuele era un ragazzo pieno di energia vitale. Aveva molti amici e non è mai stato depresso, fino a quando negli ultimi mesi non ha scelto di provare delle sostanze dopo aver conosciuto ragazzi più grandi di lui. L’ultimo giorno della sua vita avevo notato nei suoi occhi una certa tristezza e gli avevo chiesto se voleva parlare con me, ma poi un appuntamento di lavoro mi aveva costretto a rimandare al giorno dopo il colloquio. Ma il giorno dopo era troppo tardi perché Emanuele, dopo una festa durante la quale ingeriva una droga sintetica, si gettava nel fiume vicino a casa.

Dove ha trovato la forza per trasformare il dolore per la morte di Emanuele in un un’attività sociale e informativa indirizzata ai giovani e ai genitori?

Quando ero giovane sognavo di fare il missionario, prendermi cura degli altri. Poi la vita, a seguito di varie vicissitudini, mi aveva fatto percorrere altre strade, dimenticandomi del mio sogno. Ed è stato sempre un sogno a indicarmi la via. Dopo due giorni dalla morte di Emanuele, sognavo di salvarlo dall’acqua e dopo essermi svegliato ho sentito dentro di me un’energia inesauribile e ho capito che avrei potuto salvarmi solo aiutando altri giovani come Emanuele che rischiano di perdersi.

Quando parla nelle scuole, che tipo di gioventù incontra?

Facciamo incontri sia nelle scuole medie che nelle superiori. Gli incontri sono molto intensi e diamo spazio anche alle loro domande, affinché siano loro i protagonisti dell’incontro.

Cosa le chiedono principalmente gli studenti dopo aver sentito la storia di
Emanuele?

Chiedono spesso come ho fatto a trovare il coraggio di rialzarmi dopo un dolore simile, cosa hanno provato le sorelle e la mamma, quali parole direi ad Emanuele se potessi averlo qui davanti a me, se hanno trovato lo spacciatore.

Probabilmente, da genitore, avrà dovuto fare i conti anche con i sensi di colpa. Cosa consiglia agli altri genitori che hanno figli adolescenti per prevenire tragedie come la sua?

Di solito facciamo incontri al mattino con gli studenti e la sera con i genitori. Non ho nulla da insegnare ai genitori, ma racconto loro dei miei errori e cerco di aiutarli per trovare un modo di evitarli.

Ritiene che nel nostro Paese il fenomeno droga sia sufficientemente valutato dalle istituzioni?

Sono convinto che così come molti cantanti non prendono mai posizione contro la droga, la stessa cosa fanno molti politici, perché ovviamente andare contro certi fenomeni significa perdere consensi.