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Da Roma agli Usa, cronaca di un successo

Una professionista estremamente eclettica, un’italiana emigrata all’estero che ce l’ha fatta. Maria Teresa De Donato, romana, da quasi 25 anni vive in Texas e da poco ha pubblicato il suo primo romanzo dal titolo “Oceano di sensi”. Una nuova esperienza, dopo i numerosi libri scritti nell’ambito del suo lavoro. La dottoressa De Donato è naturopata, life strategist, coaching olistico e spirituale e molto altro.

Come è iniziato il suo percorso professionale?

Sono vissuta, ho studiato e lavorato a Roma fino agli inizi del 1995, quando mi sono trasferita negli Usa.  I miei genitori, che erano amanti della cultura, dei libri, delle lingue e dei viaggi, mi fecero studiare inglese sin da bambina. Questo ha spianato la strada agli studi linguistici e turistici. Finite le scuole medie, mi sono iscritta all’Istituto Tecnico per il Turismo, diplomandomi all’I.T.T.  J.F.Kennedy dove all’inglese si sono affiancati il francese ed il tedesco. Dopo il diploma ho proseguito con l’Università, Facoltà di Magistero, Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere Moderne, che però ho abbandonato alla fine del secondo anno per mancanza di interesse. Dal 1980 al 1982 ho studiato anche giornalismo alla Scuola Superiore di Giornalismo Accademia. Dopo vari lavori e collaborazioni ho superato alcuni concorsi pubblici e sono entrata al Ministero della Salute dove sono rimasta in servizio per molti anni. 

Come è maturata l’idea di lasciare l’Italia?

L’Italia e soprattutto Roma le ho nel cuore anche se non rimpiango affatto le alzatacce alle 5.30 di mattina tutti i giorni per andare a lavorare.  Mi alzavo ed uscivo molto presto per evitare il traffico.  Continuavo a chiedermi come fosse possibile condurre per 40 anni quella vita, così come avevano fatto mio padre ed altri milioni di persone.  Un mio caro collega mi parlava spesso di suo fratello che era vissuto per vari mesi in Australia.  Io rimanevo affascinata dai suoi racconti. Continuavo a sognare e a visualizzare terre lontane, civiltà e culture diverse, un’altra vita, pur reputandomi molto fortunata per il lavoro che avevo nella pubblica amministrazione e che mi ha insegnato molto sotto tutti i punti di vista.  L’opportunità di venire negli Usa si è presentata anni dopo grazie al lavoro di mio marito.  Quindi prima abbiamo accettato la sua assegnazione qui in Texas e poi abbiamo deciso che forse valesse la pena restare.

Cosa le manca dell’Italia?

Mi mancano sicuramente non solo familiari ed amici, ma anche la vita sociale più intensa, l’abbondanza di arte di cui noi italiani possiamo e dobbiamo assolutamente essere fieri e che ci invidia il mondo intero. Se solo ci rendessimo conto – con il cuore prima ancora che con la ragione – ed operassimo e ci attivassimo in armonia con questa consapevolezza e con un maggiore spirito di solidarietà e di senso civico, trasformeremmo il nostro martoriato Paese in un paradiso. Ovunque sono andata sia in Europa sia negli Usa sono stata favorevolmente accolta proprio  per il fatto di essere italiana.  

Il suo curriculum è importante: naturopata, life strategist, coaching olistico e spirituale, tanto per citare alcune attività. Cosa fa esattamente, come ha scelto questi lavori, in che modo li svolge, quale passione c’è dietro?

Una volta trasferitami negli Usa, non potendo lavorare per molti anni per ragioni burocratiche, ho ripreso gli studi accademici proseguendo prima quelli giornalistici con l’American College of Journalism e successivamente conseguendo le lauree Bachelor, Master e Dottorato in Salute Olistica. Mi sono specializzata in Naturopatia – quindi in Alimentazione ed Erbalismo sia occidentali sia orientali, inclusi principi di Ayurveda e Medicina Tradizionale Cinese ed altre metodologie olistiche – e in Omeopatia Classica.  Oltre a ciò, ho frequentato molti corsi in settori sempre legati alla salute. Quest’ultima è sempre stata un elemento molto importante sin da quando sono nata. I miei genitori erano molto attenti all’alimentazione sana ed equilibrata, all’esercizio fisico, al riposo, ai rimedi naturali.  Si è trattato, di fatto, di un training che ho ricevuto sin dall’infanzia. Durante l’adolescenza, per ragioni di salute mi sono avvicinata all’Omeopatia.  Quest’ultima mi ha aperto gli occhi sulla veduta “olistica” della vita, prima ancora che della salute.  Ho capito quanto fosse importante: a) valutare l’individuo nella sua complessità ed unicità, in cui mente, corpo e spirito sono indissolubilmente interconnessi l’uno all’altro, b) identificare sintomi e malattia come il linguaggio usato dal nostro corpo per comunicare con noi un suo squilibrio, piuttosto che considerarli nemici da combattere.  Successivamente, un corso manageriale medico-amministrativo frequentato molti anni fa e che mi aveva appassionata molto ha ulteriormente spianato la strada. Ad un certo punto, facendo delle ricerche su studi accademici, mi sono imbattuta in Global College of Natural Medicine e mi sono letteralmente innamorata dei loro programmi. Mi sono detta: “Go for it!” (Fallo!). È stato un percorso molto intenso, ma altrettanto stimolante e che ho amato da subito.  La mia attività di coaching era iniziata circa 35 anni fa come Coaching Personale e Spirituale. Negli anni, tramite collaborazioni con HR, Aziende specializzate nel reperimento, nelle interviste, e nella selezione del personale la mia sfera di competenze si è ampliata permettendomi di aggiungere anche Istruzione e Carriera.  Con i successivi studi accademici e le conseguenti specializzazioni, il mio Coaching è diventato a 360̊, includendo quindi anche Salute e Benessere.  Il tutto nasce da una mia grande passione che abbraccia di fatto varie discipline. Le mie attività le svolgo da casa tramite email e videoconferenze.  Essendo una persona eclettica ho molti interessi.  Non solo, ma sono attratta da ciò che è nascosto, velato, direi quasi “esoterico”.  Non sono interessata a dire ad una persona quanti grammi di pasta, di pane o quanti grammi di proteine o di verdure deve mangiare ad ogni pasto.  La educo spiegandole cosa e come mangiare e cosa evitare, ma poi le lascio la scelta di assumersi la responsabilità di tornare alle vecchie abitudini o di rimboccarsi le maniche ed iniziare una nuova vita partecipando attivamente alla sua salute. Sono molto più affascinata dal capire il perchè la persona è in sovrappeso, cosa la spinge a mangiare freneticamente e a cercare anche “junk food”, e quali sono le vere ragioni dei sintomi e della malattia che non dal limitarmi a consigliare rimedi erboristici, omeopatici e/o integratori alimentari, anche se, naturalmente, sono anch’essi parte della mia attività di consulenza.  Di fatto sono una Educatrice, una grande Motivatrice, una Ricercatrice Spirituale.  Cerco di aumentare la consapevolezza negli altri affinchè migliorino non solo la propria vita, ma contribuiscano anche alla creazione di un mondo migliore.

Oceano di Sensi è il suo primo romanzo. Come è nato?

Ho iniziato a scriverlo molti anni fa. Ogni tanto lo mettevo via e, per una ragione o per l’altra, davo la priorità ad altro.  Mi piacevano trama e personaggi, ma mi sembrava che mancasse sempre qualcosa e non sapevo cosa.  Ad un certo punto ho capito cosa mancava, l’ho aggiunto.  Il tutto si è arricchito di particolari preziosi, ha preso forma e consistenza e alla fine l’ho pubblicato.  Molti sono i fattori che mi hanno spinta a scrivere questo romanzo: l’esperienza di persone che, benché di origini italiane e spesso siciliane, sono vissute in Libia per molti anni o ci sono persino nate; l’aver conosciuto donne che sono state abbandonate dai loro mariti ed hanno dovuto crescersi i figli da sole; la storia della colonizzazione italiana in Libia di cui io stessa sapevo poco e di cui raramente si parla; il desiderio da parte mia di capire meglio quel periodo della nostra storia, pur cercando di mantenermi equidistante tra italiani che erano andati in Libia prevalentemente alla ricerca di un lavoro e per garantirsi così un’esistenza se non ricca quantomeno decorosa e popolazione libica locale. Inizialmente il romanzo non l’avevo concepito come ‘erotico’.  Successivamente, però, dovendo affrontare il rapporto di coppia, proprio per la mia veduta olistica del Tutto, non ho potuto fare a meno di approfondire anche il tema erotismo e sessualità.  Il romanzo ha finito, dunque, con il diventare profondamente erotico.  Sessualità ed Erotismo in esso non sono, tuttavia, il fine, ma solo componenti importanti.  Oceano di Sensi può essere visto come un romanzo erotico, ma anche storico, d’amore ed altamente introspettivo.  Diciamo che, proprio per la sua varietà di elementi, può interessare ed affascinare un pubblico molto ampio ed essere interpretato in vari modi.

Cosa vuol dire la scrittura per lei?

Scrivere è per me ossigeno.  Quando scrivo sono un fiume in piena.  Scrivere per me è un modo per esprimere la profondità del mio essere, per viaggiare con la fantasia ovunque, per vivere altre vite, altre dimensioni, altre realtà, per penetrare il mistero della vita stessa, dell’universo. Tutto questo lo applico anche alla lettura, altra mia grande passione.

Lei è un’italiana che all’estero ha trovato il successo. Quali opportunità le hanno offerto gli Usa che forse non avrebbe avuto in Italia?

Benché l’America sia molto cambiata da quando sono arrivata nel 1995 e purtroppo non necessariamente in meglio, gli Usa rappresentano ancora un Paese che offre molte possibilità se tu ti metti in gioco e ti dai da fare. Il mio sogno – sin da ragazzina – era quello di diventare una scrittrice, una giornalista, ma in Italia è sempre stato tutto altamente politicizzato, troppo legato a discorsi di tesseramenti, favoritismi e clientelismi.  Forse oggi le cose, almeno in certi ambiti, sono un po’ diverse proprio grazie ad Internet ed ai nuovi media: sono molto felice di vedere, anche e soprattutto in Italia, il pollulare di tantissime iniziative culturali. La gente si sta dando molto da fare e, laddove non trova spazio attraverso quelli che potremmo considerare “canali tradizionali”, si rimbocca le maniche e si apre un varco attraverso la creazione di blog e/o associazioni culturali.  Fino a quando io sono vissuta in Italia – in un’era in cui non c’erano né internet né social media – ho visto molto raramente prevalere la meritocrazia.  Ho trovato porte pravelentemente chiuse.  Qui negli Usa, al contrario, e proprio per una cultura ed una mentalità profondamente diverse, ho potuto realizzare alcuni miei grandi sogni:  riprendere e portare a termine studi accademici, cosa che in Italia non mi sarebbe stato possibile fare ed intraprendere l’attività di scrittura fino a farla diventare una carriera a tempo pieno.  L’informazione, o meglio, la possibilità di reperire informazioni/notizie, è un altro aspetto che ho trovato molto positivo in America, al contrario di quanto avvenga da sempre in Italia dove molte informazioni che dovrebbero essere alla portata di tutti vengono gestiti come segreti di Stato.

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Il Bestiario di Facebook (parte 2)

Il repertorio degli utenti di Facebook è talmente vasto da richiedere una seconda parte del suo Bestiario, che ogni giorno si arricchisce di frasari e immagini postati fino allo sfinimento, a conferma che quella famosa mamma non usa anticoncezionali.

L’epiteto che va più di moda: rosiconi

Non è più possibile esprimere una propria opinione, soprattutto se si parla di politica. Arriva subito il genio di turno a darti del rosicone, che quasi sempre diventa sinonimo di piddino (anzi, di pidiota). Inutile spiegare che si può anche dissentire senza rodimenti e senza avere in testa tessere di partito o di quel partito.

La cura per i rosiconi: il Bruciakul

Dopo la diagnosi, la terapia. A chi rosica si consiglia di lenire le irritazioni con la pomata Bruciakul. Spesso viene prescritta anche per i tifosi di calcio.

L’epiteto che non passa di moda: buonisti e radical chic

Altre accuse ricorrenti soprattutto verso chi si schiera dalla parte dei più deboli oppure osa contrastare i pensieri di quelli che “portateli a casa tua”.  Quando il confronto è a senso unico.

I tuttologi

Sono quelli che ci capiscono. Di tutto. Sempre pronti a dare la propria ricetta per ogni evenienza. Le loro conoscenze non conoscono confini, soprattutto quelli della ridicolaggine.

Quelli che non leggono o non capiscono ciò che leggono

Commentano come i cavoli a merenda. Si limitano a guardare solo i titoli di un post o di una notizia, non perdono tempo a leggere tutto, smaniosi di far conoscere al mondo la propria opinione. Oppure non capiscono un’acca di quello che è scritto. Risultato: parole al vento, soprattutto quelle di chi tenta (inutilmente) di fargli capire che si trova fuori tema. O fuori di testa.

I cuochi da tastiera

Postano ogni cosa che cucinano, novelli Masterchef che nel 99% dei casi l’appetito te lo tolgono.

Le parole che sfiancano

Vergogna. Non ci sono parole. Buttate le chiavi. Dimissioni! Mi vergogno di essere italiano. Adesso basta! Prima gli italiani.
Se avessimo avuto un centesimo ogni volta che abbiamo letto queste espressioni saremmo diventati ricchi.

Una pedalata per i giovanissimi

Conto alla rovescia per l’atteso appuntamento di domenica 12 maggio, quando si svolgerà l’edizione 2019 di Bimbimbici, la tradizionale e allegra pedalata in sicurezza lungo le strade di oltre 200 città italiane. Una manifestazione che quest’anno compie vent’anni e che FIAB (Federazione italiana amici della bici) promuove nella seconda domenica di maggio per diffondere l’uso della bicicletta tra giovani e giovanissimi.

Confermato lo slogan Bimbimbici “la nuova fiaba della bicicletta” con una grafica rinnovata e una particolare attenzione al clima e all’ambiente. Un fantastico universo per l’ambientazione di Bimbimbici dove la bicicletta non è un mezzo qualunque, ma può vantare molti superpoteri: non inquina, non fa rumore, non occupa tutto lo spazio delle auto e sa rendere le persone più allegre.

Negli ultimi anni l’utilizzo della bicicletta per gli spostamenti quotidiani in città è cresciuto – spiega Giulietta Pagliaccio, presidente FIAB – e grazie a questo modello di mobilità sostenibile è possibile fare del bene sia alla propria salute sia al nostro pianeta. E sviluppare questo tipo di sensibilità fin da piccoli è un valore davvero prezioso. Inoltre, grazie alle risorse previste dall’ultimo Collegato Ambientale, sono diversi i comuni che stanno mettendo in atto progetti di mobilità legati al tema casa-scuola”.

Non resta che iscriversi e pedalare!

Una vita dedicata all’arte

Ci sono persone che dedicano la loro vita all’arte e alla cultura, motivati dalla passione e dalla convinzione che la bellezza può salvare il mondo. L’instancabile Giorgio Croce, lombardo di nascita e umbro di adozione, è sicuramente un esempio mirabile. Da oltre mezzo secolo si occupa di pittura, scultura, installazioni artistiche e vignettismo come autore e come curatore di mostre e rassegne. Tra le più recenti iniziative, la mostra fotografica “Terra mia: luoghi, persone, cibo” allestita nel locale “Il Baccanale” di Pasquale Molfetta che investe molto in progetti culturali ad Assisi. Un Premio speciale intitolato a Pino Antonelli, scomparso da poco, grande fotografo di Assisi oltre che fumettista, vignettista e scrittore. Hanno esposto Anna Katarzyna Bomba, Enrica Bruni, Francesco Cattuto, Lorenzo Dottorini, Luisa Fatigoni, Francesco Fiorucci, Lina Franquillo, Sara Fusini, Giulia Gubbiotti, Gabriella Mancinelli, Melissa Massara, Matteo Mattielli, Federica Moretti, Giorgio Galli, Maria Cristina Peccia, Aurora Piccone, Alessandro Rosa, Veronica Taglia, Michele Tirilli, Alessandra Totaro e Alessio Vissani.

<Sono stati assegnati tre tipi di premio – spiega Croce – a partire da quello della giuria popolare formata dai visitatori e abbiamo scrutinato 999 voti, quello della giuria tecnica che ha assegnato il premio speciale dedicato ad Antonelli e il premio social in base ai like ottenuti>. Un altro successo per “Il Baccanale” che è un ristorante ma, sottolinea Croce, <ha un ruolo culturale molto importante perché fa presentazioni di libri, mostre e altre iniziative. E il sabato sera, dopo la cena, con i clienti, si fa un giro nelle case private per mostrare pezzi di architettura romana. Il locale è vicino all’anfiteatro romano di Assisi e in una sala del ristorante c’è un muro che faceva parte dell’impianto dell’anfiteatro, quindi si visitano queste case stupende dove si trovano altri pezzi di epoca romana>. E nello stesso locale, dal prossimo 13 aprile, si potrà trovare una nuova mostra particolare, “Il calice della felicità”, curata sempre da Croce, che la presenta così: <Ho distribuito a 42 artisti dei boccali di coccio fatti a Deruta ed ognuno l’ha interpretato come ha voluto. Sono venute fuori sculture e installazioni davvero interessanti>. La partecipazione a queste iniziative è sempre molto numerosa e qualificata, con artisti provenienti da tutte le parti di Italia, attirati anche dalle straordinarie location che l’Umbria offre. <Invitiamo sempre – dice Croce a questo proposito – un parterre di artisti variegato, quindi pittori, scultori, fotografi, vignettisti e ceramisti e ognuno si esprime al meglio>.

La domanda di cultura, in una società che a volte sembra aver dimenticato l’importanza di questo settore, fortunatamente non manca. <Ci sono tanti creativi – conferma Giorgio Croce – e tanta gente che ama l’arte. Certo, è una minoranza rispetto a chi segue il calcio, ma c’è comunque una bella presenza, una buona risposta. Ad esempio sono appena tornato da Foligno, dove si trova il Ciac, Centro Italiano Arte Contemporanea. E’ stata appena inaugurata una mostra permanente con le opere di tutti gli artisti che hanno esposto. E parliamo di nomi molto importanti>. Croce disegna anche vignette e scrive recensioni d’arte per il giornale locale Terre Nostre, altri impegni di una vita all’insegna dell’arte come buona parte dei suoi familiari: <L’unico che ha frequentato una scuola d’arte, mio figlio, non fa nulla di artistico. Invece mia figlia e mia moglie, con nessuna scuola d’arte alle spalle come me del resto, sono attive in questo campo, come anche mie due sorelle>.

Del resto, Croce ha respirato arte sin da piccolo. <Ho iniziato ad esporre da ragazzino, all’età di 16 anni, avevo un papà pittore che ha fatto la scuola di Brera a Milano. Certo, sono cresciuto tra i pennelli, ma devo dire che le gratificazioni principali, quelle che mi hanno spinto ad esprimermi artisticamente, sono arrivate da un insegnante di disegno quando ero alle medie inferiori. Quando si facevano i disegni su sua indicazione io proponevo sempre cose un po’ fuori di testa a differenza dei miei compagni che erano, invece, molto precisi. Nel refettorio, poi, si mettevano i disegni migliori e i mei c’erano sempre, con invidia e disappunto di tutti gli altri>. Delle tante opere realizzate, Croce ricorda con particolare piacere le installazioni firmate per Arte Lago, <adagiate sull’acqua, sul lago di Monate dove non si può andare con le barche a motore e quindi la mostra veniva visitata o dalle sponde o con i pedalò o con le barche a remi>. Immagini suggestive raccontate con l’entusiasmo di chi si nutre quotidianamente di bellezza. Un privilegio assoluto.

Un grazie speciale va all’amica Enrica Bruni per le foto. Anche Enrica ha partecipato alla mostra di Assisi con “Il Miracolo dei Pani”, l’affresco che si trova nel refettorio di San Damiano dove ha vissuto Santa Chiara e rappresenta il suo incontro con il Papa anagnino Gregorio IX (la terza foto dall’alto). Per la sua opera Enrica ha ricevuto una bellissima recensione. Brava!

Le dure battaglie di Penelope

Dire battagliero è poco. Si infervora come sa fare solo chi si appassiona dei sogni che insegue, chi crede nella sua mission e conduce battaglie faticose. Antonio La Scala, pugliese, 51 anni, professione avvocato dopo un passato di ufficiale della Guardia di Finanza, dal 2014 è il presidente nazionale dell’associazione Penelope che assiste (gratuitamente) i familiari delle persone scomparse, con comitati presenti in quasi tutte le regioni italiane. Un’esperienza umana forte, ancor prima di quella professionale, trasformata in azioni concrete con l’obiettivo principale di far sentire meno soli i congiunti di chi, da un momento all’altro e spesso senza un motivo apparente, fa perdere le proprie tracce.  Senza contare che i frutti di questa mobilitazione stanno rendendo l’Italia un Paese più avanzato anche dal punto di vista normativo. Le storie di Penelope sono storie di dolore, disperazione, angoscia e morte. Sono le storie di migliaia di invisibili inghiottiti dal buio, non sempre cercati come si dovrebbe.   

Avvocato La Scala, come nasce l’associazione Penelope?

E’ nata su iniziativa di Gildo Claps, fratello di quella povera ragazza, Elisa, che dopo 17 anni dalla sua scomparsa è stata ritrovata mummificata nel soppalco della chiesa madre di Potenza. Lui è stato l’ideatore, nonché primo presidente nazionale. Ritrovandosi nel mondo degli scomparsi, all’epoca un fenomeno sconosciuto, ha contattato gli Orlandi, Gilda Milani Bianchi di Bassano del Grappa che ha perso l’unica figlia femmina, assassinata, Marisa Colinucci di Cesena, mamma di Cristina scomparsa 26 anni fa dopo essere andata a pregare in un convento e mai ritrovata, e altri familiari. Sono nati così i primi comitati, le prime apparizioni a “Chi l’ha visto?”, ma sono stati commessi anche errori perché si facevano incontri soltanto con le famiglie degli scomparsi. Non voglio prendermi i meriti, ma fino a 5 anni fa Penelope non aveva la risonanza mediatica che ha oggi. Quando sono stato eletto ho detto, per prima cosa, che piangere soltanto non serviva a far tornare a casa i figli, ma che bisognava fare conoscere il problema con incontri all’esterno, convegni, coinvolgimento dei media ecc. Cosa che è stata fatta. Nel 2007 siamo stati ricevuti dal presidente della Repubblica, Napolitano, grazie al quale abbiamo l’istituzione del Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse, una nostra richiesta esplicita.

Un Commissario che stila relazioni semestrali sul fenomeno. Cosa si evince da questi atti?

L’ultima relazione c’è stata il 31 dicembre 2018 e siamo arrivati a 58.000 persone scomparse dal 1974 ad oggi. La rabbia è che tutti hanno dormito, perché in quei dati impressionanti, ma nessuno lo scrive e non capisco perché, ci sono 2410 bambini italiani evaporati nell’aria. A questi bisogna aggiungere 3800 bambini stranieri, ma in questo caso va detto che molti di essi, dopo un periodo di permanenza nei centri di accoglienza, scappano per raggiungere i familiari e quindi sono fortunatamente vivi. Ovviamente non tutti, quindi tra italiani e stranieri i bambini scomparsi sono un’infinità, ma non sembra interessare. Nessuna trasmissione Rai o Mediaset ne ha fatto mai cenno.

Perché questa omertà, per usare un termine forte, secondo lei?

Perché dietro ci sono soprattutto i traffici di organi, che possono essere acquistati da chi se li può permettere, visto che un organo sano di un bambino costa moltissimo. Come non pensare, allora, che dietro ci sono ricchi e potenti che garantiscono l’organizzazione di questi traffici?

Oltre a questa agghiacciante ipotesi, quali sono le altre cause della scomparsa dei bambini?

Adozioni illegali e prostituzione minorile. E dei minori scomparsi non se ne parla, eccezion fatta per pochi casi come Denise Pipitone e Angela Celentano che tirano più mediaticamente. Perché si ha tanta paura di parlare degli altri bambini? Perché c’è un business enorme che gira intorno a questo fenomeno.  

Non possiamo non parlare del femminicidio. Dati allarmanti, da emergenza sociale.

Stiamo parlando di 3306 donne italiane scomparse, la seconda vergogna dopo quella dei bambini. Non dico che tutte sono vittime di femminicidio, ma va detto che la storia di Penelope, che coincide con la storia giudiziaria italiana, ci dice che fino al caso di Roberta Ragusa non c’era una condanna per omicidio con occultamento di cadavere, a parte le lupare bianche che seguono un’altra logica. Ci siamo costituiti parte civile per Roberta Ragusa, come per Guerrina Piscaglia, altro caso di omicidio con occultamento di cadavere, ed Elena Ceste.

Il numero di donne scomparse è impressionante, eppure si parla sempre delle stesse, poche a fronte dei dati reali. Perché?

Si segue una logica di attrazione mediatica. Basta un piccolo riferimento alla sfera sessuale e il caso schizza alle stelle. Abbiamo una media di 120-125 donne uccise l’anno, ma se chiedi ad una persona quali di queste donne si ricorda, risponderà: il caso di Meredith, il caso Stasi per la morte di Chiara Poggi, il caso Parolisi, Sarah Scazzi, Yara Gambirasio, Roberta Ragusa. Perché? Meredith per l’orgia dopo la droga e la macchiolina sul reggiseno; Sarah Scazzi perché la cugina Sabrina era innamorata di un ragazzo di cui la piccola Sarah si era invaghita e, poi, per la figura di zio Michele che ci provava con la nipotina; nel caso di Garlasco ha giocato il materiale pornografico trovato nel computer di Alberto Stasi;  per la piccola Yara c’è la mutandina con la macchia di sangue; per Roberta Ragusa, la storia dell’amante del marito che va a prendere il suo posto in casa; Parolisi era il play boy della caserma e aveva storie con le soldatesse. Ecco, la componente sessuale rende i casi appetitosi dal punto di vista mediatico. Delle altre donne non ne parla nessuno.

Cosa fa Penelope, in concreto, per le famiglie degli scomparsi?

Penelope fa due tipi di attività: l’assistenza legale e psicologica gratuita ai familiari degli scomparsi e, fondamentale, ha un ruolo di stimolo e impulso normativo. Nel 2014 ho stipulato un protocollo di collaborazione con l’allora Commissario di Governo, il Prefetto Piscitelli, di fatto accreditando l’associazione. A seguito di questo mi sono ammazzato, insieme alle altre forze sane del Paese, per far approvare leggi importantissime: per tutelare i minori stranieri non accompagnati, prime vittime dei fenomeni aberranti di cui parlavamo prima; per le vittime del bullismo e del cyberbullismo che hanno visto tanti minori anche suicidi; per le vittime del femminicidio che tutela sotto tanti punti di vista i figli delle donne uccise. Un’altra battaglia, di cui sono orgoglioso, l’abbiamo fatta per la banca dati del Dna, visto che abbiamo circa 2000 cadaveri negli obitori non identificati, ma altrettanti ce ne sono nei cimiteri. La legge è stata resa esecutiva, grazie al polverone che ho sollevato insieme alla trasmissione “Chi l’ha visto?”, dopo 7 anni dalla sua approvazione, una vergogna. Abbiamo inoltre ottenuto di poter segnalare le scomparse via telefono, se non è possibile andare subito a fare la denuncia, affinché possano partire immediatamente le ricerche. C’è poi la formazione delle forze dell’ordine, che ho già incontrato in Puglia e in Emilia Romagna.  

Qualcosa mi dice che l’avvocato La Scala non si fermerà qui. Quali saranno le prossime battaglie?

Ho presentato una proposta al Sottosegretario alla Giustizia per ridurre i tempi di morte presunta, passando da 10 a 5 anni. Questo permette alle vittime di superare prima i problemi burocratici (conti bancari, premi assicurativi ecc.) E poi, fondamentale, bisogna eliminare dal modulo di denuncia la frase “allontanamento volontario” e tenere solo l’espressione che usa la legge: allontanamento. Nessuno può dire, nell’immediato, che si scompare volontariamente. La persona va cercata e basta. Mi batterò senza tregua per questo, non sai quanti danni ha fatto quel maledetto termine “volontario”.

Lo scrittore che serve il caffè

Ha firmato cinque romanzi di successo pubblicati con la prestigiosa casa editrice Sperling & Kupfer, viene tradotto in 8 Paesi europei e in Sudamerica, è l’unico autore “rosa” italiano, è stato paragonato allo scrittore statunitense Nicholas Sparks famoso per le sue storie di amori eterni. Eppure ogni mattina Diego Galdino, 48 anni, lo trovi dietro il bancone del “Caffellotto”, il bar del quartiere romano Aurelio che è stato per molti anni di proprietà della sua famiglia, a servire caffè e cappuccini ai clienti.

Non è certo una coincidenza che il suo libro di esordio, definito subito un caso letterario, si chiamasse “Il primo caffè del mattino”, pubblicato nel 2013, che racconta la storia d’amore di Massimo e Geneviève. Una storia nata, neanche a dirlo, dentro un bar. Da allora non si è fermato più. Nel 2014 scrive “Mi arrivi come da un sogno”, seguito da “Vorrei che l’amore avesse i tuoi occhi” del 2015, “Ti vedo per la prima volta” del 2017 e “L’ultimo caffè della sera” uscito a metà 2018, sequel del primo successo. Ed è già pronto il nuovo lavoro, atteso (molto atteso) a maggio prossimo, che si intitolerà Bosco Bianco. Incontro Diego Galdino nel primo pomeriggio, appena libero dal suo turno al bar, iniziato alle 5 del mattino come sempre.

Come è nata la tua passione per la scrittura? E da dove nasce “Il primo caffè del mattino”?

Ho iniziato a scrivere romanzi d’amore grazie ad una ragazza con cui avevo un forte legame. Un giorno mi regalò un libro di Rosamunde Pilcher, che ambientava le sue storie romantiche in Cornovaglia e mi disse: “Questo è un genere letto soprattutto dalle donne, ma sono sicura che la con la tua sensibilità lo apprezzerai”. Il suo sogno era quello di conoscere da vicino i posti dei romanzi della Pilcher, ma non poteva viaggiare a causa di seri problemi di salute. E allora feci una follia: feci quel viaggio per lei, per immortalare con la macchina fotografica quei posti meravigliosi. Un viaggio surreale, fatto di spostamenti assurdi.  Fotografai tutto quello che si poteva fotografare, tornai a Roma, feci fare un album e lo regalai alla ragazza che, poi, non ho visto più perché si è trasferita altrove. Quel libro e quel viaggio cambiarono la mia vita. Iniziai a scrivere perché volevo raccontare una storia d’amore con il lieto fine a differenza della nostra.

La definizione di autore “rosa” ti piace o ti sta stretta?

Mi fa sorridere perché trovo riduttivo legare l’amore a un solo colore, come quando gli editori dicono che i romanzi di genere romantico vanno pubblicati solo a primavera e d’estate.  Ecco, non credo che i sentimenti possano essere limitati a un colore o solo a certe stagioni. Però la definizione “rosa” mi fa anche piacere perché sono l’unico uomo che in Italia scrive romanzi di questo genere. Pensa che parteciperò a breve al Festival italiano del Romance a Milano, sarò l’unico autore uomo in mezzo a 160 autrici. Tra di loro mi sento un po’ come la particella di sodio dell’acqua, una sorta di intruso. Ma questo genere letterario è nelle mie corde, la mia scrittrice preferita è Jane Austen, ho detto tutto.

La tua vita da barista continua nonostante una bella carriera di scrittore. Perché questa scelta?

In questo bar, che prima si chiamava con il nome di mio padre Lino, io ci sono nato. Nel vero senso della parola perché a mia madre le acque si sono rotte proprio dietro il bancone.  Stare a contatto con la gente mi fa stare bene e da quando scrivo è ancora più bello perché sono contento che i miei amici lettori – io li chiamo così, non mi piace il termine fan – possono venire a trovarmi, farsi una foto e conoscere il bar frequentato dai personaggi del libro “Il primo caffè del mattino” che mi ha fatto conoscere al grande pubblico, e del suo seguito. Tutti personaggi reali, esistenti. E i lettori vengono spesso a trovarmi, anche gli stranieri provenienti dai Paesi dove i romanzi sono arrivati. Tutto questo è fantastico, perché voglio essere uno scrittore che mantiene i contatti diretti”.

Nel tuo primo romanzo hai dedicato anche un’appendice al caffè, descrivendo tutti i tipi richiesti dai clienti, associandoli alla personalità di chi li beve.

Si, ad ogni tipo di caffè associo il carattere della persona, una specie di oroscopo. Ad esempio, chi ordina il caffè macchiato è un indeciso, non sa se vuole un caffè o un cappuccino. Sicuramente sarà una persona indecisa anche nella vita.

Sei molto seguito all’estero, dove spesso vai per promuovere i tuoi libri.

A giugno sarò in Bulgaria dove il mio editore bulgaro ha organizzato un tour. Vado volentieri, il mio ultimo libro è in classifica ed è considerato il romanzo d’amore più bello. Sono stato spesso all’estero per i miei libri, li ho presentati alla Fiera di Francoforte e di Madrid, alla televisione polacca e in Germania ho rappresentato l’Italia al Festival di Letteratura Europea>.

Perché hai sentito la necessità di dare un seguito al tuo primo successo?

In realtà i seguiti non mi piacciono molto e “L’ultimo caffè della sera” può essere considerata anche una storia a sé, possono tranquillamente leggerlo anche chi non conosce il primo.  Avevo però da raccontare cose nuove della vita del bar, molto autobiografiche, e sono contento di averlo fatto. 

Il lavoro di barista è sicuramente impegnativo. Quando trovi il tempo per scrivere romanzi?

Mi alzo alle 4 e scrivo prima di andare ad aprire il bar. Durante la giornata appunto eventuali idee e pensieri, ma alla scrittura vera e propria mi dedico all’alba.

Ed ora l’attesa è tutta per il nuovo lavoro di Diego Galdino, un concentrato di simpatia, sentimenti e umiltà. Un’altra storia d’amore, attesa in tutto il mondo, che sicuramente replicherà il successo delle altre. Vogliamo scommetterci un caffè?

La mafia è una montagna di merda

Peppino Impastato ebbe il coraggio, pagando con la vita, di ribellarsi alla sua famiglia mafiosa, alle prevaricazioni e all’omertà. Il giornalista siciliano, ucciso tra l’8 e il 9 maggio 1978 – lo stesso giorno in cui venne ritrovato anche il corpo di Aldo Moro – definì la mafia “una montagna di merda” ed è un esempio delle battaglie sociali e culturali contro criminalità, violenza, prepotenza e corruzione.  

Il 21 marzo si celebra, dal 1996 (ma solo dal 2017 è diventata commemorazione nazionale), la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Un evento promosso dall’associazione Libera in un giorno non casuale: è stato scelto il primo giorno di primavera, che indica risveglio della natura, occasione per rinnovare la primavera della verità e della giustizia sociale.

<Per Libera – spiega l’associazione – è importante mantenere vivo il ricordo e la memoria delle vittime innocenti delle mafie. Uomini, donne e bambini che hanno perso la propria vita per mano della violenza mafiosa, per difendere la nostra libertà, la nostra democrazia. Una memoria condivisa e responsabile grazie alla testimonianza dei loro familiari che si impegnano affinché gli ideali, i sogni dei loro cari rimangono vivi. Ogni anno, il 21 marzo, primo giorno di primavera, in occasione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, in tanti luoghi del nostro Paese e all’estero, vengono letti tutti i nomi delle vittime innocenti delle mafie. Un lungo elenco, recitato come un interminabile rosario civile, per farli vivere ancora, per non farli morire mai. A partire dal 21 marzo e durante gli altri 364 giorni dell’anno, perché solo facendo della memoria uno strumento d’impegno e di responsabilità, si pone il seme di una nuova speranza>.

A Padova si terrà la manifestazione ufficiale della Giornata contro le mafie, ma in altre numerose città italiane sono in programma marce, cortei, eventi e presidi per dire “no” al cancro della mafia e rendere omaggio alle tante, troppe, vittime innocenti (sono oltre 16.000). Un fenomeno “trasversale” perché non coinvolge soltanto il Sud. Dice infatti don Ciotti, presidente dell’associazione Libera, nello spiegare la scelta di Padova: <Nessuna regione può considerarsi immune da questo fenomeno, anche nel nord est la mafia è radicata>.    

In prima linea nel sostenere la Giornata del 21 marzo ci sono gli studenti, che possono essere la vera spina nel fianco della mentalità mafiosa in quanto generazioni future. Un messaggio forte e chiaro, pieno di speranza.

Anche la Rai parteciperà alla commorazione con un palinsesto dedicato.  Il primo appuntamento sarà con “UnoMattina” su Rai1 per una lunga intervista a Don Ciotti, a seguire collegamenti e testimonianze raccolte dagli inviati di “Storie Italiane”. Rai2 approfondirà l’argomento all’interno della rubrica “Tg2 Italia” e con la trasmissione “I Fatti Vostri”. Rai3 invece ci sarà con “Agorà”. Nel pomeriggio, la rete ammiraglia offrirà una intervista a Emanuele Schifani, figlio di Vito Schifani, vittima della strage di Capaci, ospite a “Vieni da me”. A seguire, la “Vita in Diretta” darà ampio spazio alla Giornata e, in terza serata, ne parlerà anche “Sottovoce” di Gigi Marzullo. Su Rai3 è previsto invece un approfondimento pomeridiano, in onda alle 15.20, in “La Grande Storia – anniversari”, dal titolo “Donne e coraggio, voci contro la mafia”. I telegiornali daranno ampio risalto alla cronaca della Giornata. RaiNews24 seguirà in diretta la manifestazione con gli inviati a Padova e in altre piazze d’Italia rappresentative della lotta alla criminalità. La TgR dedicherà spazi informativi all’interno di tutte le edizioni dei Tg regionali. Rai Movie ricorderà la Giornata con pellicole d’autore come “Il giudice ragazzino” e “Gente di rispetto”. Anche Rai Storia con “Diario Civile” e Rai Gulp, con il cartone animato “Giovanni e Paolo e il mistero dei Pupi”, si occuperanno dell’evento.

Il portale web di Rai Scuola ospiterà uno speciale con i documenti filmati che ricostruiscono l’elenco delle morti per mafia. Radio1 dedicherà grande parte della programmazione alla Giornata; Radio2 si mobiliterà ospitando Don Luigi Ciotti a “Caterpillar”; Radio3 racconterà le diverse manifestazioni attraverso “Tutta la città ne parla” e “Fahrenheit”. Oltre a uno spot istituzionale, la Giornata impegnerà anche il sito e i canali social di Responsabilità Sociale Rai.

Aggiungi un posto al sole

E’ il portiere di condominio che tutti vorremmo. Perché il condominio è il prestigioso Palazzo Palladini di Posillipo e lui è Raffaele Giordano, personaggio di punta della soap italiana “Un posto al sole”, un grande successo di Rai 3 in onda nella fascia preserale del palinsesto. Per Raffaele la guardiola è quasi una plancia di comando, da dove gestire le vicissitudini delle famiglie protagoniste della fiction. Nei suoi panni, fin dalla prima puntata del 1996, c’è Patrizio Rispo, napoletano doc di 63 anni, proveniente dal teatro dove ha recitato con artisti del calibro di Vittorio Caprioli e Valeria Moriconi, ricevendo importanti premi come migliore attore. Ha lavorato anche con Massimo Troisi e altri importanti colleghi, ha scritto commedie teatrali e collabora con l’Unicef.

Da 23 anni interpreta il personaggio di Raffaele Giordano. Cosa significa, per un attore, recitare un ruolo per così tanto tempo?

E’ un lusso raro interpretare per tanto tempo lo stesso personaggio, è un’esperienza psicologica importante. Anzi, più che interpretare vuol dire avere una vita parallela. In questi anni, nei panni di Raffaele Giordano, ho toccato corde che nella vita reale pochi uomini hanno toccato. Sono stato marito, genitore, amante, artista e tanto ancora. Direi che è l’equivalente di girare 1800 film e lavorare 360 giorni l’anno è un’esperienza unica. 

Qual è il segreto del successo di “Un posto al sole”?

Ormai ci siamo sostituiti a un giornale perché approfondiamo tutti i problemi della quotidianità e raccontiamo la cronaca, ma con un approccio positivo e solare. E di argomenti ne abbiamo affrontati tanti, anche quelli duri come la camorra e la violenza sulle donne. Quest’ultimo è protagonista proprio nelle puntate di questi giorni (il riferimento è alla violenza subita in famiglia da Adele Picardi, interpretata da Sara Ricci, ndr). E proprio nei giorni scorsi, sono rimasto sconvolto dalla morte di una nostra telespettatrice, Alessandra, che prendendo spunto dalla nostra puntata, scriveva in un post quanto fosse assurda la violenza sulle donne. Quella stessa violenza che, in maniera orribile, l’ha portata via. Andando su Google per documentarmi, di Alessandra uccise così ne ho trovato tantissime. Un dramma enorme.

 Che tipo di rapporto si crea tra attori che da tantissimi anni lavorano sullo stesso set ogni giorno?

Ormai siamo una famiglia, anche serena e felice perché non ci sono competizioni. Ognuno di noi ha un suo ruolo importante e definito e questo vale anche per tutta la macchina organizzativa che gira intorno alla soap.

Raffaele Giordano ha due grandi passioni: il Napoli e la cucina, ovviamente partenopea. Sono anche le passioni di Patrizio Rispo?

Assolutamente sì, anche perché gli autori si muovono tenendo conto delle reali passioni di noi attori.

E in cosa altro assomiglia a Raffaele Giordano?

Sicuramente per la curiosità, l’onestà, l’amore per la famiglia.

Come vive la popolarità e l’affetto di chi segue la fiction?

La gente mi considera più che un attore un parente. Mi ferma per strada e in me cercano Raffaele, è molto piacevole senza dubbio.

Lei proviene dal teatro. Cosa rappresenta per un attore questa esperienza?

Il teatro è uno strumento indispensabile, è come la bottega dell’accordatore per uno strumentista. Nel cinema e in televisione si può fermare la ripresa e rifare la scena, a teatro avere davanti il pubblico richiede lucidità e concentrazione. Ora lo faccio di meno, ma sono nel Consiglio di amministrazione del Teatro Nazionale Mercadante di Napoli, quindi dall’altra parte, e questo mi permette di aiutare i colleghi, che non stanno passando un bel periodo. Sono molto più utile da questa parte, anche perché non è frequente avere un attore nel Cda.

Pensa di continuare a interpretare il personaggio di Raffaele o nei progetti futuri c’è altro?

Il personaggio vorrei mantenerlo senz’altro, ma mi piacerebbe anche il cinema. Apprezzo molti registi italiani come Riccardo Milani, Paolo Sorrentino, Edoardo De Angelis, Mario Matone. E mi piacerebbe un personaggio di grande respiro, ovviamente diverso da quello di una soap. Un personaggio in una storia che si sviluppa in una fabbrica, in una piazza, insomma in un contesto diverso.  

Lei si impegna anche molto per la sua città. Ma come è Napoli, oggi?

Sono sempre pronto se si tratta di promuovere Napoli e quanto di buono ha. Ho appena partecipato alla prima puntata di una trasmissione di Tv2000 dedicata proprio alle positività di Napoli. La mia città è una fucina di talenti in fermento che lottano per le tante difficoltà che, per esempio, ha il Comune, con pochi soldi per tutelare il patrimonio artistico della città. Ma io sarò sempre in prima linea a difendere Napoli.

Un esercito di fantasmi

Un esercito di persone scomparse. Un esercito di fantasmi. Nel 2018 sono sparite nel nulla 4.723 persone in più rispetto al 2017. Sono i dati forniti dalla relazione semestrale dell’ufficio del commissario straordinario del governo per le persone scomparse, che definisce il fenomeno “devastante e sconvolgente nonostante aumentino i ritrovamenti e la prevenzione”. Dalla stessa relazione apprendiamo che dal 1974 (è l’anno di avvio delle statistiche in materia) al 31 dicembre 2018 le persone scomparse in Italia sono 229.687. Ne sono state rintracciate 171.974. Questi numeri tengono conto sia dei cittadini italiani sia di quelli stranieri che vivono in Italia. In particolare, quando si parola di stranieri si fa riferimento ai minori dei quali perdono le tracce una volta arrivati nel nostro Paese, con il rischio che vengano ridotti in schiavitù dalle organizzazioni criminali.

Un dato positivo comunque c’è: l’aumento dei ritrovamenti che sono, al 31 dicembre 2018, il 74,4 per cento, contro il 57,8 per cento del 2017. Nel dettaglio, nel 2018 le denunce di persone scomparse sono state 18.468 persone e di queste sono 13.745 quelle non ancora ritrovate. Gli italiani scomparsi all’estero sono 235 minorenni, 168 maggiorenni e 29 over 65.  Le regioni con il più alto numero di ricercati sono la Sicilia (16.635), il Lazio (8.023), la Lombardia (6.103), la Campania (4.699), la Calabria (4.659) e la Puglia (4.080).


Ma perché una persona, che spesso apparentemente vive in tranquillità, sparisce all’improvviso? In questo caso la relazione sottolinea che “la motivazione dell’allontanamento volontario in caso di scomparsa di una donna, anche minorenne, sia in realtà da rubricare come “possibile vittima di reato”, ponendo l’attenzione, una volta di più sulla tragedia dei femminicidi. Secondo i dati del Ministero dell’Interno – si legge ancora – nei primi 9 mesi del 2018 sono stati 81 i casi di allontanamento dalla casa familiare di una donna spesso a causa di “reati spia” ovvero atti persecutori, maltrattamenti, violenze e percorse. Ma ancora più spesso è accaduto che una donna sia stata denunciata dal marito o compagno per essersi allontanata dalla propria casa, dalla propria prole per altri interessi. La realtà, secondo l’esperienza maturata in questi anni, celava un’altra verità, la donna scomparsa era stata uccisa e occultata dall’autore della denuncia”.

C’è poi la casistica dei possibili disturbi psicologici che comprende 581 casi, 473 italiani e 108 stranieri (12 minorenni, 416 maggiorenni e 153 over 65). Molto spesso si tratta di malati di Alzheimer o di adulti affetti da malattie neurologiche. Mentre le sottrazioni dei minori da parte di un coniuge o di un familiare sono 454.

Il fenomeno delle scomparse è un’emergenza tale da coinvolgere non solo forze dell’ordine e inquirenti, ma anche trasmissioni televisive (“Chi l’ha visto?” di Rai Tre è un baluardo dell’informazione in tal senso), associazioni nate ad hoc (come Penelope) e una buona fetta di altri settori della società.   

Nell’epoca del web, anche Facebook dà una buona mano a veicolare informazioni, avvistamenti, approfondimenti, segnalazioni. E’ il caso della pagina Missing People Italy (nella foto in alto la loro copertina) aperta a giugno del 2012, 6000 followers, gestita da volontari di più parti di Italia, dalla Liguria alla Sicilia, che si sono messi a disposizione de familiari degli scomparsi per aiutarli a ritrovare i propri cari. Spiegano gli amministratori: <Siamo persone sensibili alla tematica delle persone scomparse. Anni fa, con altre persone che nel frattempo per vari motivi non gestiscono più la pagina, decidemmo di creare la pagina stessa per diffondere gli appelli sul web. La problematica “persone scomparse”, è spesso sottovalutata, è un vero e proprio fenomeno sociale del quale si parla ancora poco. Alla nostra pagina è associato un blog con schede di persone scomparse, autorizzate dalle famiglie. Cerchiamo sempre di valutare con attenzione gli appelli che girano in rete (la materia ” privacy” è una cosa molto delicata) prima di postare. Tempo fa decidemmo di denominare la pagina in inglese per poter permettere alle tante persone straniere (che spesso ci contattano) che chiedono aiuto. Non siamo un’associazione ufficiale, ma un gruppo di volontari online. Grazie ad internet ed alle tante pagine internazionali dedicate a questa tematica nei vari paesi d’Europa, abbiamo costruito una serie di contatti con associazioni internazionali ufficiali. Sulla nostra pagina cerchiamo di aggiornare quotidianamente con link su articoli di scomparsi, o condividendo appelli trovati in rete o schede presenti sul nostro blog. In passato abbiamo contribuito a risolvere alcuni casi grazie a persone che hanno visto gli appelli>.

Cibo di strada, che bontà!

Al via la terza edizione del  Festival Internazionale dello Street Food, ideato dal giovane imprenditore torinese Alfredo Orofino con la passione per il cibo di qualità. L’appuntamento è a Roma nel Piazzale della Radio da venerdì 15 a domenica 17 marzo 2019 (orari: ven.18 – 24/ sab.- dom. 11,30 – 24) . La manifestazione nasce dall’idea di portare nelle piazze, all’aria aperta, il  cibo che generalmente non si ha modo di mangiare a casa,  gustando sapori di varie nazionalità. Parteciperanno 30 chef su strada che impastano, friggono, bollono, infornano e arrostiscono una grande quantità di cibo.

Spiega Orofino: <In Italia acqua, farina, olio e pomodoro per creare tante specialità come i maccheroni e la pizza, simboli della cucina italiana, nati proprio come cibo di strada, a New York con i carretti di Hot dog, a Istanbul con i chioschi del Kebab o le creperie sui boulevard di Parigi sono tutti luoghi simbolo dello Street Food. Rimanendo in Italia, basta ricordare che a Napoli, nelle strade, si mangiavano i maccheroni e la pizza a portafoglio, in Valle d’Aosta la polenta con il lardo di Arnad, in Liguria la focaccia di Recco, la farinata o la panissa genovese, in Emilia Romagna la piadina o lo gnocco fritto senza dimenticare il pinzone di Ferrara ma il palato è esigente non ci si ferma solo ai sapori tradizionali, un buon viaggio che si rispetti ci deve far spaziare almeno con il gusto anche verso altre parti del mondo. Vogliamo far conoscere una nuova ristorazione, una ristorazione mobile, realizzata solo ed esclusivamente con cibi che puntano alla qualità senza tralasciare il buon bere, l’accoglienza e l’aggregazione tra culture>.

Il pubblico potrà gustare molti piatti regionali italiani, alcuni non conosciuti ai più, come le seadas fritte, culurgionis di Ogliastra, una prelibatezza sarda, il classico panino alla nuorese con crema di pecorino e salsiccia sarda,  il carciofo alla giudia romano, la bombetta di Alberobello, la salsiccia rossa e l’hamburgher rosso di Castelpoto (Presidio Slow Food  dal 2009),  piccolo paese del beneventano, il rosso conferitogli dalla polvere proveniente dall’essiccazione dei paupuli, peperoni tapepo non piccanti tipici esclusivamente di quella zona, l’hamburgher piemontese con carne di fassona, formaggio toma, pancetta caramellata e salsa verde, il Bubble tea. E buon appetito!

8 Marzo, non è qui la festa

8 Marzo, ma cosa c’è da festeggiare? La Giornata internazionale della donna è stata ufficializzata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 1977 per ricordare le conquiste sociali raggiunte, ma soprattutto per sensibilizzare sulla parità dei generi, ancora un obiettivo lontano. Si associa questa data anche alla morte di centinaia di operaie in un incendio nella fabbrica tessile “Cotton and Cotton” di New York. Ad appiccare il fuoco sarebbe stato il proprietario per reprimere uno sciopero delle dipendenti, ma non ci sarebbero tracce precise di questo fatto di cronaca.

Qualunque sia l’origine di questa “festa”, l’occasione dovrebbe essere un forte momento di riflessione, soprattutto sul fenomeno esecrabile del femminicidio, una vera e propria emergenza che richiede uno sforzo maggiore per essere arginata. Ed allora, facciamo che l’8 Marzo sia una tappa per ragionare e chiedere più rispetto e per interrogarci sui motivi che portano a rapporti malati di coppia. Altro che spogliarelli nei locali per le cenette tra amiche!

Dal 2000 ad oggi, in Italia, sono state uccise oltre tremila donne. Un numero impressionante che equivale al 37,1% degli omicidi commessi nel nostro Paese. E’ quanto emerge da un recente rapporto Eures, secondo il quale nel 50% dei casi l’aggressore è il partner della vittima, spinto da gelosia e possesso e incapace di accettare una separazione. Nel 44,5% dei casi la vittima aveva denunciato I femminicidi sono in aumento al Nord (+ 30%) e in forte calo al Sud (- 42.7%) e le prime regioni italiane dove le donne vengono uccise sono state, nel 2017 e nel 2018, Lombardia, Veneto, Campania, Emilia Romagna, Piemonte, Toscana e Lazio.  Negli ultimi anni sono state vittime di femminicidio 71 donne nel 2015, 72 nel 2016, 68 nel 2017 e 79 nel 2018.  Statistiche che variano, comunque, a seconda della fonte dal momento che non sempre si può stabilire se il delitto è stato consumato nei confronti della donna in quanto tale.

Fanno altrettanto paura i numeri dell’ultimo rapporto Istat sulle violenze: Il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).

Ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner il 13,6% delle donne (2 milioni 800 mila), in particolare il 5,2% (855 mila) da partner attuale e il 18,9% (2 milioni 44 mila) dall’ex partner. La maggior parte delle donne che avevano un partner violento in passato lo hanno lasciato proprio a causa della violenza subita (68,6%). In particolare, per il 41,7% è stata la causa principale per interrompere la relazione, per il 26,8% è stato un elemento importante della decisione.

Il 24,7% delle donne ha subìto almeno una violenza fisica o sessuale da parte di uomini non partner: il 13,2% da estranei e il 13% da persone conosciute. In particolare, il 6,3% da conoscenti, il 3% da amici, il 2,6% da parenti e il 2,5% da colleghi di lavoro.

Le donne subiscono minacce (12,3%), sono spintonate o strattonate (11,5%), sono oggetto di schiaffi, calci, pugni e morsi (7,3%). Altre volte sono colpite con oggetti che possono fare male (6,1%). Meno frequenti le forme più gravi come il tentato strangolamento, l’ustione, il soffocamento e la minaccia o l’uso di armi. Tra le donne che hanno subìto violenze sessuali, le più diffuse sono le molestie fisiche, cioè l’essere toccate o abbracciate o baciate contro la propria volontà (15,6%), i rapporti indesiderati vissuti come violenze (4,7%), gli stupri (3%) e i tentati stupri (3,5%).

Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner, nel 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici. Anche le violenze fisiche (come gli schiaffi, i calci, i pugni e i morsi) sono per la maggior parte opera dei partner o ex. Gli sconosciuti sono autori soprattutto di molestie sessuali (76,8% fra tutte le violenze commesse da sconosciuti).

Voglio giustizia per Daniele

Da quando Daniele non è in casa, papà Francesco dorme su un divano vicino al portone di ingresso. La camera da letto è più lontana, non vuole rischiare di non sentire il figlio se torna e bussa, desidera essere pronto ad aprire e ad accoglierlo.  E’ uno dei toccanti episodi che mi racconta Francesco Potenzoni, 66 anni, padre di Daniele, scomparso a Roma il 10 giugno 2015. Inghiottito dal caos della metropolitana nella stazione di Termini, sfuggito alla vigilanza dell’operatore del Centro a cui Daniele, autistico, era stato affidato in occasione di una gita di tre giorni a Roma. In gruppo si recavano all’udienza di Papa Francesco, dove Daniele non è mai arrivato. Scomparso nel nulla. L’operatore che doveva sorvegliarlo, un infermiere dell’ospedale di Melegnano, è stato processato per abbandono di persona incapace e assolto perché il fatto non sussiste. Non è stato riconosciuto il dolo.  La famiglia Potenzoni, originaria della Calabria, vive a Pantigliate in provincia di Milano. Daniele ha due fratelli minori: Marco è sposato, Luca vive con i genitori e cura le iniziative per ritrovare Daniele, come la pagina Facebook dedicata al caso. La madre Rita, dopo la scomparsa del figlio, si è ammalata gravemente. Per loro, la vita si è fermata il 10 giugno 2015. Da quel giorno, pensano soltanto a riportare Daniele a casa.

La mia chiacchierata con Francesco Potenzoni inizia proprio dall’esito della vicenda giudiziaria che ha lasciato l’amaro in bocca ai familiari di Daniele, 36 anni all’epoca della scomparsa. <Non c’è stato dolo, dicono i giudici. Quindi si è trattato di negligenza, ma per me è la stessa cosa perché mio figlio non c’è. Questa sentenza ci ha fatto sentire abbandonati dallo Stato perché Daniele è andato a Roma affidato a qualcuno, non da solo. Mi sono vergognato di essere italiano. In tre anni e mezzo ho partecipato a venti udienze, si entra in tribunale e c’è scritto che la legge è uguale per tutti. Ma non è vero, non è così. E mi ha fatto male vedere che, appena letta la sentenza, l’infermiere che doveva sorvegliare mio figlio festeggiava, rideva con i colleghi. Ma cosa c’è da festeggiare se non sappiamo che fine ha fatto Daniele? Ora speriamo nell’Appello, la Procura sembrerebbe intenzionata a procedere in questa direzione>.

Signor Potenzoni, come e quando ha saputo che si erano perse le tracce di suo figlio?

Daniele è scomparso alle 9 di mattina, io l’ho saputo soltanto alle 17.30 quando l’infermiere mi ha chiamato e fino ad allora non aveva neanche fatto la denuncia. E’ andata a farla dopo questa telefonata, l’ho sollecitato io, ma andava fatta subito vista la patologia di cui soffre mio figlio. Mi ha detto che lo avevano cercato senza risultati. Era l’ultimo giorno della gita. So che alle 8 il gruppo, che era formato da 11 ragazzi e 6 accompagnatori, è stato diviso in due. Il primo è partito subito per il Vaticano, nel secondo – di cui faceva parte Daniele – c’erano 5 ragazzi e 3 infermieri, quindi le persone da assistere erano davvero poche, eppure mio figlio è stato “perso”.

Nessun avvistamento è stato utile, ma come è stato cercato Daniele? Si poteva fare di più?

Le ricerche più approfondite sono state fatte grazie al commissario del Comune di Roma, il Prefetto Tronca, che ha fatto scandagliare tutti i sotterranei. Durante i primi giorni, forze dell’ordine e inquirenti si facevano sentire. Ero in contatto costante soprattutto con il dottor Fattori della Polfer, che è stato molto disponibile, ma poi lui è stato trasferito e non ho saputo più nulla.

Vuol dire che Daniele non viene più cercato?

Di ufficiale non so niente, le ricerche continuano privatamente, le faccio io con l’aiuto degli amici che mi stanno vicini e con l’associazione Penelope. Con loro verifichiamo anche gli avvistamenti che vengono segnalati, ma non ce ne sono da tempo. Debbo ringraziare soprattutto voi giornalisti se si parla ancora di Daniele, non avete mai spesso di seguire il caso e, infatti, ne stiamo parlando anche adesso. 

Cosa altro l’ha amareggiata, in questa vicenda?

Dicevo prima dello Stato che ci ha abbandonato. E’ quello stesso Stato che, soltanto un mese dopo la scomparsa, ha revocato la pensione di invalidità a Daniele perché non si è presentato alla visita di controllo.   

Mi dica dell’ultimo giorno in cui ha visto Daniele, quando è partito per Roma. Che ricordi ha di quei momenti?

Non ero contento che Daniele andasse a Roma. Frequentava il Centro da 14 anni ed aveva partecipato ad una gita soltanto una volta per andare al mare. Non lo mandavo fuori volentieri perché stavo più tranquillo se la sera, quando tornavo dal lavoro, lo avevo a casa. Ma lui era felice di andare dal Papa, si era preparato anche la valigia da solo. La mattina della partenza sono andato a chiamarlo, dormiva ancora e sono stato tentato di non svegliarlo per non farlo partire. Ma poi ho deciso diversamente, non volevo deluderlo. L’ho accompagnato alla stazione, ho parlato con l’infermiere, gli ho dato 100 euro nel caso Daniele volesse fare qualche acquisto a Roma. Non l’ho più visto. Spesso mi dico che se quel mattino non lo svegliavo, ora starebbe qui con me.

Appena saputo di quanto accaduto, lei si è precipitato a Roma per cercare Daniele.

Immediatamente. Il sindaco del mio paese ha messo a disposizione venti volontari per le ricerche, dopo qualche giorno ovviamente loro sono tornati a casa e io ho proseguito. Sono stato a Roma tre mesi e devo dire che ho conosciuto gente meravigliosa, come un carabiniere che appena smetteva il servizio mi accompagnava nei posti più nascosti di Roma per trovare Daniele.

Una notizia positiva comunque c’è. Sono stati fatti riscontri con i cadaveri non identificati e nessuno corrisponde a Daniele.

Per fortuna è così, questo mi aiuta ad andare avanti, a cercare ancora.

Ma dove può essere Daniele? Che idea si è fatto durante questi lunghi anni?

Conoscendo mio figlio, escludo che viva in strada. Secondo me, potrebbe essere in un convento o in una parrocchia perché Daniele amava molto gli ambienti della Chiesa. Oppure in campagna, in posti dove la notizia della scomparsa magari non è neanche arrivata.

Se fosse così, perché Daniele non farebbe capire in qualche modo di volere tornare a casa?

Il problema di Daniele è proprio questo, lui non chiede aiuto. Se sta in un posto dove si trova comunque bene, anche se ha nostalgia di noi non riesce a dire di voler tornare a casa. Oppure, a causa della sua patologia, potrebbe essere convinto di stare ancora in gita.

Mi parli di suo figlio, di come è, come si comporta, quali sono le caratteristiche del suo carattere.

Daniele si è ammalato a 18 anni, improvvisamente. Ha frequentato la scuola fino al terzo Liceo classico, era un ragazzo molto intelligente, scriveva per il giornalino del paese, frequentava la Chiesa, era impegnato in tante attività. Lasciata la scuola, ha deciso di venire a lavorare con me. Un giorno, finita la pausa pranzo, ci siamo lasciati per tornare al lavoro, divisi perché lui aveva preso la bicicletta e quindi andava per conto suo. Lo ho aspettato per ore, lo ho cercato, nessuno aveva notizie di lui. Dopo molto tempo l’ho trovato seduto su una panchina in piazza, aveva gli occhi che sembravano di vetro e la bava che usciva dalla bocca. E diceva cose senza senso. Dopo una serie di accertamenti, i medici hanno diagnosticato un inizio di schizofrenia non aggressiva e l’autismo. Era un ragazzo mite, non dava fastidio a nessuno, chiedeva giusto qualche sigaretta, amava stare con gli anziani, era generoso e servizievole.  Gli volevano bene tutti.

La vicenda di Daniele ricorda molto quella di Iuschra Gazi, la bambina di 11 anni, anche lei autistica, scomparsa nel Bresciano durante una gita. So che lei ha avuto contatti con i suoi familiari.

Si, ho parlato con lo zio. Un altro dramma, ancora peggiore del nostro perché Roma è una grande città e Daniele può essere ovunque, mentre la bambina è scomparsa in un bosco con tutte le insidie che un posto del genere può nascondere. Sto organizzando una fiaccolata per Daniele e inviterò anche i familiari di Iuschra. Capisco il loro dolore, so cosa significa vivere con un peso così grande. Anzi, neanche  si può dire che si vive, semplicemente si sopravvive. E si sopravvive continuando a cercare la giustizia, quella che voglio per mio figlio Daniele.

Occupazione e industria Frosinone maglia nera

(di Arnaldo Bonanni)

Disoccupazione e deindustrializzazione, un binomio strettamente collegato nella maggior parte dei territori interessati da un massiccio insediamento di industrie impiantate in breve tempo. La provincia di Frosinone è una di queste aree poco felici anche se cinque decenni fa, nella fase ascendente del processo di industrializzazione, sembrava proiettata verso un futuro di ricchezza e benessere. Non è andata così come purtroppo sanno le migliaia di lavoratori ciociari che hanno perso il posto nei periodi più bui delle varie crisi che hanno investito il nostro Paese dalla fine del “boom” economico dei Sessanta ai nostri giorni, l’ultima delle quali (forse la peggiore in assoluto) iniziata nel 2008. Oggi il Consorzio Industriale frusinate, articolato in 4 agglomerazioni, vede nell’agglomerato industriale del Capoluogo 588 aziende insediate e 36 dismesse; in quello di Anagni 161 aziende insediate, 3 dismesse; in quello di Ceprano 53 aziende insediate, 2 dismesse; in quello di Sora-Isola Liri 182 aziende insediate, 3 dismesse. Sono 44, pertanto, gli stabilimenti che hanno cessato definitivamente la produzione. E altri rischiano la stessa fine.

Per comprendere le dimensioni di un fenomeno apparso inarrestabile fino a pochi anni fa, ma che nell’ultimo triennio sembra mostrare una piccola positiva inversione di tendenza, è necessario fare ricorso ai numeri. Significativi, in proposito, sono due “report” pubblicati dal Centro Studi “Impresa Lavoro” e del Sole 24 Ore diffusi alla fine dello scorso anno. Il primo riguarda lo stato dell’occupazione in Italia tra il 2016 e il 2017 ed è stato realizzato sull’elaborazione di dati dell’Istat, analizzando la situazione di 99 province italiane.

I dati generali dicono che dal 2016 al 2017 il numero degli occupati in Italia è passato da 22.757.838 a 23.022.959, con un aumento di 265.121 unità (+1,2%). Una crescita che non è però distribuita in modo equilibrato e uniforme sul territorio nazionale. Sempre nell’ambito dei grandi numeri, il “report” evidenzia che, rispetto all’anno precedente, nel 2017 l’occupazione è aumentata in 57 province ed è diminuita nelle altre 42. Restringendo il focus al Centro Italia e in particolare al Lazio emerge che la provincia di Frosinone registra il dato peggiore nell’occupazione, con 4.027 unità in meno rispetto al 2016. Seguono Viterbo e Rieti, che hanno perso rispettivamente 490 e 242 unità, mentre nel biennio 2016/2017 possono gioire soltanto le province di Roma e Latina, la prima con 36.224 occupati in più, la seconda con 10.279.

Non sarebbe difficile commentare le fredde cifre estrapolate dal Centro Studi “Impresa Lavoro” affermando che la nostra provincia, oltre a essere l’ultima del Lazio, mostra un quadro ancora a tinte fosche. Ma non basta. La Ciociaria risulta fra le peggiori delle 99 province italiane prese in esame. Soltanto Forlì, Cesena, Lecce, Lucca e Ancona la scavalcano sui dati negativi dell’occupazione. E non può consolare il fatto che quella di Frosinone sia la prima a livello nazionale per il calo della Cassa integrazione. Infatti, spesso alla Cig seguono i licenziamenti, come è già accaduto in tante aziende.

Le proposte per uscire dalla crisi e aumentare l’occupazione

In un contesto del genere, diventa un imperativo categorico arginare l’emorragia di posti di lavoro, che altrove è stata comunque frenata. Il segretario regionale della Cisl, Enrico Coppotelli, rivendica il ruolo del suo sindacato nell’approvazione dell’Accordo quadro per gli ammortizzatori sociali relativi all’Area di Crisi industriale Complessa siglato da Regione Lazio e organizzazioni sindacali. Accordo che ha permesso di garantire la sopravvivenza economica dei lavoratori rientrati nella mobilità in deroga nel Nord della nostra provincia e che la Cisl ritiene fondamentale per il sostegno al reddito. Anche se lo stesso Coppotelli in proposito ha dichiarato: <La nostra azione non si è esaurita con il perfezionamento di questo importante accordo, ma si rivolge a tutti coloro che in Ciociaria non hanno potuto beneficiare di alcuna forma di sostegno al reddito. Stiamo individuando percorsi in grado di includere nuovamente tutti i lavoratori disoccupati, in particolare quelli del Sorano e del Cassinate. La Cisl ha fatto suonare più volte la sirena per dirigere il comparto produttivo verso il 4.0; ha accolto la proposta degli Stati generali della provincia di Frosinone; ha prospettato il Manifesto dell’Attrattività territoriale; ha rivendicato accordi che restituissero dignità a lavoratori ed ex lavoratori coniugando le politiche attive e passive del lavoro con i tirocini extracurricolari per i percettori di mobilità in deroga nelle aziende e negli enti locali, ma anche per gli Over 60. Ma non ci siamo fermati qui – conclude il segretario regionale della Cisl – Per arginare la crisi del lavoro la nostra organizzazione sindacale ha partecipato alla costruzione delle Reti di Protezione sociale con i quattro Distretti socio-assistenziali e sanitari, attraverso la contrattazione dei Piani sociali di Zona grazie ai quali vengono realizzate le politiche inclusive prima con il Sia. Ovvero il Sostegno per l’Inclusione attiva e adesso con il Rei, il Reddito di Inserimento. Ma per dare un concreto sviluppo al nostro territorio bisogna andare oltre e realizzare una crescita sostenibile, equilibrata e inclusiva soprattutto dei giovani, i più colpiti dalla disoccupazione. Non dimentichiamo, infatti, che la condizione giovanile nella nostra provincia è preoccupante, con quasi il 50% dei ragazzi e ragazze tra i 15 e i 29 anni in cerca di un lavoro. Mentre sono addirittura il 24,4% quelli che non studiano e non lavorano>.

C’è invece chi propone, come il consigliere provinciale e comunale del capoluogo Danilo Magliocchetti, la creazione di una “Task force regionale per l’occupazione”, incaricata di affrontare le vertenze e i tavoli di crisi in atto soprattutto nell’Area di Crisi industriale complessa del Frusinate. <Si tratta di un organismo – spiega il rappresentante di Forza Italia – dotato di competenze e professionalità, che dovrà realizzare una innovativa e indispensabile azione di raccordo permanente tra Istituzioni regionali, Province, Invitalia, Ministeri, sindacati e organizzazioni di categoria, specificamente mirata ad arginare le crisi aziendali>.

La soluzione avanzata da Magliocchetti potrebbe funzionare anche perché, come abbiamo detto, nel Lazio sembra in atto un piccolo boom economico collegato crescita delle province romana e pontina, che hanno fatto registrare 189mila e 15mila posti di lavoro in più rispetto al 2008 nel biennio 2016/17. Numeri senza dubbio significativi, che hanno suscitato il commento più che ottimistico del presidente Nicola Zingaretti: <Il Lazio è la prima regione in Italia per la crescita dell’economia. A trainare lo sviluppo e il lavoro sono soprattutto le province di Roma (prima in Italia), di Latina e di Viterbo.Finalmente la nostra Regione non è più un esempio negativo, ma addirittura protagonista della rigenerazione italiana>.

Senza voler confutare il valore di certe cifre, ci sembra un po’ troppo trionfalistico il tono usato dal governatore laziale. Soprattutto se confrontato con la situazione occupazionale di un’area economicamente strategica per la provincia di Frosinone e dell’intera regione, il Cassinate. I Centri per l’Impiego di Cassino, infatti, dicono che nella Fca, l’azienda più grande del territorio, e nel suo indotto i posti di lavoro non crescono. Anzi, i 532 dipendenti rimasti fuori dallo stabilimento ex Fiat nell’ottobre scorso sono la punta di un pauroso iceberg. Lo confermano i dati dei citati Cpi, ma anche la ricerca del Sole 24 Ore, che attribuisce alla Ciociaria un -2,2% per l’occupazione nel biennio già indicato. Il quotidiano economico ha esaminato la situazione delle province caratterizzate dalle Aree di crisi complessa, fra le quali non manca la Ciociaria.

In proposito, nei 32 Comuni che fanno riferimento al Centro per l’impiego di Cassino si contano 35mila disoccupati, su una popolazione di circa 100mila abitanti. Quindi, un terzo degli abitanti non ha un lavoro. Antonio Massaro, responsabile dell’ufficio, spiega il perché dell’aumento dei disoccupati nel Cassinate e delle aziende, anche quelle che avrebbero bisogno, che non assumono per i costi sono troppo alti.

<E’ un problema territoriale estremamente grave a causa soprattutto della crisi dell’indotto Fca – afferma Massaro – Dietro agli oltre 500 lavoratori che qualche mese fa non si sono visti rinnovare il contratto e che adesso sono confluiti in un bacino al quale l’azienda dovrà attingere per le nuove assunzioni, ci sono circa duemila dipendenti delle aziende che ruotano intorno allo stabilimento automobilistico di Piedimonte San Germano, che si sono ritrovati anche loro senza una occupazione. Sono le cosiddette ditte “satellite”, che nel bene e nel male risentono di quanto avviene nell’universo Fca e nell’ultimo biennio hanno perso numerosi posti>.

 Nonostante qualche segnale di ripresa per lo stabilimento Fca, con la conferma dei 300 dipendenti ai quali sarebbe scaduto il contratto in questo mese di gennaio, il responsabile del Centro per l’Impiego di Cassino non vede prospettive rosee per il futuro: <Il problema non è soltanto del territorio e delle nostre aziende – aggiunge – ma dell’Italia intera. Gli imprenditori si lamentano perchè non ci sono incentivi, non c’è un programma occupazionale o di norme che li sostengano. E se qualcuno ha bisogno di assumere non lo fa, perché i costi sono elevatissimi>.

La provincia di Frosinone Area di Crisi Complessa

Altri numeri che confermano questa analisi sono quelli pubblicati dal quotidiano economico Il Sole 24 Ore. Dicono che nel 2007 il tasso di occupazione nella nostra provincia era del 50,9%. Nel 2017 è sceso al 48,7% con una differenza di oltre due punti. Invece, sempre nel decennio 2007-2017, è aumentato l’export, passato dai 2,5 miliardi di dodici anni fa a 7,4. Mentre le province italiane riconosciute dal Governo come Area di Crisi complessa sono 19, fra le quali ovviamente quella ciociara. L’analisi pubblicata dal quotidiano del Nord fa risaltare la mancanza di crescita in 15 di queste province, compresa Frosinone. Nelle altre 4, la percentuale maggiore del tasso di occupazione è stata registrata nell’Area di crisi complessa di Venezia-Porto Marghera.

I dati del Sole 24 Ore sono stati esaminati e commentati dal presidente di Unindustria Frosinone Giovanni Turriziani, il quale non molto tempo fa rilasciò questa dichiarazione alla stampa: <La nostra economia attualmente viene trainata dai settori farmaceutico e dell’industria automobilistica, entrambi protagonisti della crescita relativa all’export. Riguardo al tasso occupazionale in calo, dopo la “Call for proposals” con la quale vengono invitate le aziende a presentare le loro proposte, sono state ritenute idonee 19 manifestazioni d’interesse, che in prospettiva potrebbero creare da sole circa 500 nuovi posti di lavoro in diversi settori>.

Un’altra ricetta contro la disoccupazione la suggerisce la Ugl, che addirittura propone il ritorno della Ciociaria nella ex Cassa per il Mezzogiorno. L’idea viene esposta dal segretario provinciale del sindacato Enzo Valente, il quale critica il limiti di un sistema <che non produce né lavoro né benessere>. Anche Valente prende in esame i numeri dell’Istat elaborati dal Centro Studi Impresa Lavoro e li commenta così: <Il dato relativo alla disoccupazione in provincia di Frosinone, dove si sono persi oltre 4mila posti in un anno, confermano come il nostro territorio sia molto più simile alle caratteristiche del Sud che del Centro-Nord. La ripresa, per quanto se ne dica, non c’è stata affatto. E se quella nazionale in questi ultimi anni è un riflesso europeo, a Frosinone non arriva neppure quello. Infatti – rimarca il segretario della Ugl –  la maggior parte dei posti di lavoro creati in pochi anni come risultato della deregolamentazione attuata dalle ultime riforme, sono di poche ore, a chiamata, a tempo determinato e producono buste paga da fame. Soltanto quando ci sarà una crescita che si avvicina al 2% si avranno posti di lavoro effettivi. Al di sotto di questa soglia si tratta soltanto di ricambio generazionale e precariato. L’Italia del dopo crisi non si è mai minimamente avvicinata al dato di crescita del prodotto interno lordo. In provincia di Frosinone uno dei settori ancora trainanti, quello farmaceutico, offre risvolti occupazionali bassi essendo un comparto ad altissima incidenza tecnologica che richiede poca manodopera. In futuro – prosegue Valente – sarà così anche per altri comparti a causa della robotizzazione, dell’informatizzazione, della digitalizzazione: ovvero la quarta Rivoluzione industriale destinata ad espellere sempre più lavoratori dal ciclo produttivo>. Dunque, secondo il segretario provinciale del sindacato <bisogna riflettere sul nuovo sistema di welfare, una situazione che va affrontata in modo differente rispetto alle ricette messe in campo negli ultimi anni, che non portano soluzioni positive>. Da qui la proposta di Valente che potremmo definire clamorosa: <E’ necessario impegnarsi da subito per riportare la provincia di Frosinone nella ex Cassa del Mezzogiorno. Gli indicatori economici ci accomunano inevitabilmente alle province del Sud, pertanto è anche giusto che possiamo usufruire degli stessi benefici e delle stesse opportunità>.

In tale ambito, tornando alla ricerca di “Impresa Lavoro”, questa indica che nel Mezzogiorno abbondano le province con un saldo occupazionale negativo rispetto agli anni pre-crisi. Particolarmente significativi i dati di Palermo (-39.526), Barletta-Andria-Trani più Bari e Foggia (-38.607), Messina (-32.350), Cosenza (-26.849), Lecce (-25.891) e Napoli (-25.693). Appare molto negativa anche la performance delle province sarde aggregate, che insieme perdono 43.734 posti di lavoro rispetto al 2007. E mentre al Nord quelle con il peggiore saldo occupazionale sono Genova (-14.069), Udine (-11.627), Imperia (-10.705) e Rovigo (-10.018), al Centro spiccano Ancona (-14.089), Pesaro Urbino (-10.718) e purtroppo Frosinone (-9.495).

L’ex Casmez diventerebbe quindi un toccasana per le nostre industrie? Difficile prevederlo in un contesto economico profondamente trasformato rispetto agli anni Cinquanta-Sessanta, quando la Cassa del Mezzogiorno risollevò il territorio ciociaro (anche creando parecchie cattedrali nel deserto). Ma, vista la persistenza dell’attuale congiuntura, la soluzione indicata da Valente potrebbe anche funzionare. In altre parole, tentar non nuoce.

Giorgio, l’ultimo sognatore

Giorgio Manetti è stato, senza dubbio, il cavaliere più corteggiato della trasmissione “Uomini e Donne”, trono over, condotta da Maria De Filippi su Canale 5. Fiorentino, segno zodiacale Toro (è nato il 28 aprile 1956), si è distinto per la sua filosofia di vita da “gabbiano”, ma anche per l’innata eleganza che ha conquistato un’ infinità di cuori femminili. Uno stuolo di donne ha espresso il desiderio di frequentarlo, nella maggior parte dei casi senza successo. L’unica storia d’amore, durante il programma, l’ha vissuta con la signora indiscussa dello show Gemma Galgani. Nella nuova edizione di “Uomini e Donne” Giorgio Manetti non fa parte del cast, impegnato in altri progetti.

Il grande pubblico ti ha conosciuto nella trasmissione “Uomini e Donne”, ma chi è veramente Giorgio Manetti? Come ti definiresti?

Mi definisco un sognatore, una persona che sempre avuto un approccio positivo verso la vita e verso tutto ciò che ne fa parte: conoscenza del mondo, esperienze, emozioni e sentimenti. Sono una persona che crede nei valori fondamentali: sincerità, coerenza, rispetto, autostima.

Perché hai deciso di lasciare una trasmissione che ti ha dato tanta popolarità?

Durante l’ultima stagione ho avvertito un forte senso di disagio, non riuscivo più ad essere me stesso. Qualsiasi cosa facessi o dicessi all’interno dello studio di U&D era inevitabilmente ed inspiegabilmente contestata, nonostante spiegassi in maniera molto dettagliata tutto ciò che era accaduto, il mio stato d’animo, il rapporto con la controparte ecc. Probabilmente la mia filosofia di vita non è stata capita e accettata.

Inevitabile parlare di Gemma Galgani, l’unica donna del trono over che hai avuto al tuo fianco per un lungo periodo. Cosa ti ha lasciato questa storia?

La storia avuta con Gemma ha contribuito ad arricchire la mia vita, perché dobbiamo far tesoro di tutto ciò che la vita ci offre. E’ una donna con molte qualità, ha una forte personalità. Fu lei a decidere di troncare la storia, in modo per me totalmente inaspettato, ma c’è ancora incredibilmente gente che pensa che sia io a non essere stato carino con lei! Ho passato otto mesi con lei, non ho nessun rimpianto ed ho un ricordo positivo di quella storia.

Qual è il tipo di donna che conquisterebbe il tuo cuore?

In sintesi, deve assolutamente possedere queste fondamentali qualità: pulita dentro e fuori, sensibile, elegante anche se vestita di stracci e con una smisurata forza interiore.

Come vivi la popolarità? Quanto è importante per te?

La popolarità è bella fino a che non intacca i tuoi valori, la tua dignità e la tua privacy. Non venderei mai la mia anima pur di essere popolare: ringrazio Maria De Filippi per avermi permesso di partecipare ad un seguitissimo format televisivo e diventare molto popolare di conseguenza, ma è certo che ciò è dipeso anche dal fatto che sono sempre rimasto me stesso, cosa che il pubblico da casa ha perfettamente percepito.

Quali sono i tuoi impegni attuali? E quelli futuri?

Attualmente partecipo come opinionista ad un programma di attualità molto seguito, TADA’ in onda su RTV38, una rete regionale toscana, ogni lunedì dalle 17.30. Oltre alla mia partecipazione ad eventi vari in giro per l’Italia, con la mia iniziativa Giorgio Manetti Lifestyle organizzo eventi privati ed aziendali. Mi sto preparando per il viaggio in Russia il prossimo 13 marzo, dove parteciperò come speaker ad una fiera internazionale a Mosca. Spero comunque di poter tornare presto nella TV nazionale, magari con un ruolo di opinionista oppure recitare in una fiction. L’importante è essere sempre il protagonista della propria vita.

I bambini ci salveranno

Per fortuna ci sono loro, a lanciare messaggi di speranza. I bambini e gli adolescenti. Con azioni concrete ogni giorno ci ricordano la forza della solidarietà, si schierano dalla parte dei più deboli, non conoscono sentimenti di odio e credono in una società migliore, priva di pregiudizi.

Sono i cittadini di domani ed hanno ricevuto la nomina di “Alfiere della Repubblica” dal Capo dello Stato Sergio Mattarella.  Storie di impegno sociale con protagonisti giovanissimi eroi. Come Anna Balbi, 12 anni, di San Giovanni a Teduccio, periferia di Napoli. Si è distinta per l’aiuto che offre ai bisognosi: dopo la scuola, collabora con la mensa per i poveri e per gli anziani, è attiva in associazioni come Libera e Wwf e quando un bambino disabile è finito nel mirino di due bulli più grandi, è intervenuta pubblicamente a sua difesa. Dice di non sopportare sopraffazioni ed angherie, che da grande farà la pediatra e non lascerà mai Napoli perché c’è tanto da fare.

Poi ci sono Filippo e Federico Bolondi, 10 e 12 anni, milanesi. Insieme al padre hanno realizzato un’App contro il bullismo per «aumentare l’autostima dei ragazzi tra i 10 e i 16 anni, attraverso lo scambio di messaggi positivi in uno spazio protetto da insulti e offese».

Marcos Alexandre Cappato De Araujo, 17enne di Milano, si è distinto grazie ad un cortometraggio sulla disabilità. Da circa 10 anni si impegna per difendere i diritti di chi, come lui, è costretto a vivere una sedia a rotelle e la sua priorità è la lotta alle barriere architettoniche.

Un altro esempio di impegno sociale arriva da Cupra Marittima (Ascoli Piceno) con Celeste Montenovo, 10 anni, che partecipa alle attività di diverse associazioni benefiche mettendosi a disposizione di chi vive in condizioni difficili. In particolare, presta volontariato presso l’Unione ciechi di Ascoli Piceno e ha dedicato alle problematiche dei non vedenti la tesina per la conclusione del suo percorso di studi.

  
Un altro Alfiere della Repubblica è Leonardo Cesaretti, 16 anni, residente ad Albano Laziale (Roma), vittima di bullismo. Ha reagito offrendo il suo impegno a favore dei più deboli, soprattutto nelle sezioni di sport integrato e nelle attività di supporto all’hockey su sedia a rotelle.

Sono solo alcune delle storie che i giovani “costruttori di comunità” hanno fatto conoscere all’Italia intera, dimostrando che valori come solidarietà e vicinanza non sono scomparsi, ma che bisogna coltivarli fin da piccoli per contribuire a migliorare una società che sembra aver perso le coordinate. Per fortuna ci sono loro. I nostri giovanissimi eroi.

Tutto il cuore di Salemme

Ancora qualche giorno per assistere alla commedia “Con tutto il cuore” in scena al Teatro Sistina di Roma fino al 24 febbraio 2019, diretta e interpretata da Vincenzo Salemme.

Al centro della vicenda c’è il mite insegnante di lettere antiche Ottavio Camaldoli, che subisce un trapianto di cuore, senza sapere che l’organo proviene da un feroce delinquente, morto ucciso, il quale ha espresso, come ultima volontà, quella di essere vendicato da colui che riceverà in dono il suo cuore. Il povero Ottavio però non ha nessuna intenzione di trasformarsi in assassino. Lui già troppo remissivo, lui dal temperamento quasi vile, sarà costretto a diventare un duro, un cinico dal cuore di pietra. Forse tutto questo per dimostrare che in ognuno di noi ci sono tutte le sfumature dell’animo umano. E che è sempre l’occasione che ci costringe a fare delle scelte, rivelando la nostra natura più profonda. 

La commedia sta riscuotendo grande successo, grazie anche ad un cast molto affiatato formato da Domenico Aria, Vincenzo Borrino, Antonella Cioli, Sergio D’Auria, Teresa Del Vecchio, Antonio Guerriero, Giovanni Ribò e Mirea Flavia Stellato.

Il fioraio che regala libri

Dillo con i fiori, ma anche con i libri. Arriva da Napoli, quartiere Chiaia, la bellissima iniziativa ideata da Luigi Esposito, 53 anni, titolare del chiosco di fiori che si trova all’angolo di Largo Ferrandina, nella parte antica del capoluogo campano. Qui i clienti, ma anche i semplici passanti, possono prendere i libri che Luigi regala a chi ama la lettura come lui.

Come è nata questa iniziativa?

E’ nata per caso un paio di mesi fa. Stavo leggendo un giallo di Maurizio De Giovanni e un cliente mi ha chiesto di prestarglielo. Ho risposto che glielo avrei regalato non appena finito di leggerlo. E ho pensato che poteva essere un’idea quella di regalare libri. All’inizio ho dato i miei, ora i clienti mi portano i loro quando non sanno più dove metterli. Ho cominciato così, mettendo nel chiosco un cesto con i volumi da regalare e uno per i libri da scambiare.

Alla base di questo deve esserci, comunque, l’amore per la lettura.

Amo leggere da sempre, dai classici alle proposte più attuali. Non ho studiato molto perché a 13 anni ho iniziato a lavorare nel chiosco di fiori di famiglia, ma la lettura mi ha sempre attratto.

Quali sono i suoi libri preferiti?

Tantissimi, se devo scegliere sono sicuramente “Siddartha” di Herman Hesse e “Il profeta” di Gibran. Ma anche “Il dottor Zivago”, “I fratelli Karamazov”, “Il cacciatore di aquiloni”. Amo anche Italo Calvino e Socrate.

Come è stata accolta la sua iniziativa di regalare libri esposti tra i fiori?

I clienti sono felicissimi, il chiosco è diventato un club letterario, una bellissima cosa.

E qual è il lettore tipo che viene a prendere i libri da lei?

E’ importante dire che sono persone dai 40 anni in su, quasi tutti professionisti molto colti. I giovani non leggono, riescono ad appassionarsi se c’è qualche libro sui vampiri o su personaggi della televisione, per il resto zero. Mi dispiace questa cosa, anche perché mi trovo vicino ad una scuola e vorrei coinvolgere maggiormente i ragazzi, ma ho notato che è difficile. Preferiscono stare continuamente sui telefonini, peccato davvero perché leggere è meraviglioso, ci fa crescere.

Pensa di ampliare la sua iniziativa, visto il successo che sta riscuotendo?

No, tutto è iniziato in modo spontaneo e vorrei che restasse tutto così spartano, l’importante è contribuire a far crescere l’amore per la lettura.  

Guardiamoci negli occhi!

Pensavo fosse uno scherzo o, come si dice oggi, una fake news. Invece no, è tutto vero. A Bolzano sono stati installati dei cuscini protettivi ai pali della città per evitare che si faccia male chi cammina guardando il telefono. In pratica, se sei distratto dallo smartphone e sbatti contro un palo si può attuire il colpo.

L’iniziativa, promossa dalla Provincia di Bolzano, fa parte della campagna #staysmart che si prefigge l’obiettivo di sensibilizzare i cittadini sull’utilizzo corretto dei dispositivi elettronici, invitandoli ad essere meno dipendenti. Insomma, un rimedio a quello che è un vero e proprio male dei nostri tempi. Che ci deve far riflettere. Perché, diciamocelo, pur considerando innovativa e lodevole l’iniziativa, è davvero triste dover correre ai ripari in questo modo. Ma tant’è. In effetti, oggi si incontrano tante, troppe persone in giro che camminano puntando solo ed esclusivamente il proprio cellulare, senza mai alzare gli occhi. Con il rischio, appunto, di dare una testata.

Ammettiamolo: siamo i nuovi zombie. Schiavi della tecnologia e quasi incuranti dei rapporti più diretti. A passeggio ma senza vedere gli altri, ai quali si riserva un fugace saluto perché troppo impegnati a leggere il messaggio su WhatsApp, la mail appena arrivata o l’aggiornamento delle storie di Facebook.

Del resto, la dipendenza da internet e dal telefono cellulare è considerata una vera e propria patologia. Una malattia della società moderna. Ma è davvero questo il progresso? Riflettiamoci su e pensiamo a come uscirne. Cominciando da una mossa semplice semplice: torniamo a guardarci negli occhi!

Aspettando Elton John

Grande attesa in Italia per i tre concerti che Elton John terrà all’Arena di Verona del 29 e 30 maggio 2019 e a Lucca il 7 luglio 2019. Tre date aggiunte al lungo tour europeo del cantante che inizierà a Vienna il primo maggio 2019 e proseguirà in Polonia, Repubblica Ceca, Germania, Italia, Olanda, Danimarca, Svezia, Belgio, Irlanda e Svizzera.

<Voglio ringraziare i miei fans straordinari per il loro travolgente supporto lungo il corso della mia carriera e specialmente per l’interesse dimostrato a essere presenti per celebrare il mio ultimo tour, Farewell Yellow Brick Road>, ha detto Elton John, aggiungendo: <Sono così emozionato per la partenza del tour e non vedo l’ora di vedere tutti quanti in giro>.

Il tour Farewell Yellow Brick Road, partito l’8 settembre 2018 negli Stati Uniti, prevede più di 300 concerti attraverso cinque continenti, toccando Nord America, Europa, Asia, Sud America e Australasia prima di giungere alla sua conclusione nel 2021.

Jay Marciano, presidente e Ceo di AEG Presents, promoter del tour, ha sottolineato che <l’amore e la riconoscenza che i fan di Elton gli hanno dimostrato lungo tutta la sua leggendaria carriera proseguono ancora a livelli senza precedenti>.
 

Bentornato Montalbano!

La pasta ‘ncasciata è il suo piatto preferito e difficilmente manca in tavola nelle puntate che da venti anni catturano un vasto pubblico. Il commissario Salvo Montalbano, interpretato da Luca Zingaretti, torna su Rai Uno a festeggiare l’importante traguardo con due nuovi film. Vanno ad aggiungersi agli episodi che dal 1999 danno vita al personaggio più amato uscito dalla penna di Andrea Camilleri.

Tutto si svolge nella città immaginaria di Vigàta e nell’altrettanto immaginaria provincia di Montelusa. La città corrisponde nella realtà a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, dove Camilleri è nato. Il commissariato è collocato nel municipio di Scicli, la casa di Montalbano è nella contrada Punta Secca, frazione balneare di Santa Croce Camerina, e la mannara, luogo dove il commissario indaga su molti fatti di sangue, è in realtà la Fornace Penna.

In una intervista, Camilleri ha dichiarato che Vigàta in realtà non è altro che il cortile della scuola che ha frequentato da giovane: <In questo luogo, nelle pause di metà mattinata ed all’uscita da scuola in attesa delle corriere, i ragazzi provenienti dal territorio vicino raccontavano le storie dei propri paesi ed è dall’unione di tutte queste storie che ha preso corpo un paese immaginario che in seguito ho chiamato Vigàta ispirandomi alla vicina Licata. Ora, Porto Empedocle è un posto di diciottomila abitanti che non può sostenere un numero eccessivo di delitti, manco fosse Chicago ai tempi del proibizionismo: non è che siano santi, ma neanche sono a questi livelli. Allora, tanto valeva mettere un nome di fantasia: c’è Licata vicino, e così ho pensato: Vigàta. Ma Vigàta non è neanche lontanamente Licata. È un luogo ideale, questo lo vorrei chiarire una volta per tutte».

<Sono stati venti anni bellissimi>, ha detto l’attore romano che interpreta Montalbano, capace di tenere incollati allo schermo una media di 11 milioni di telespettatori a puntata. Sicuramente è la serie tv più longeva, incentrata sulle indagini del commissario di Polizia che toccano i più svariati casi di malavita siciliana. E il commissario Montalbano non è un solo successo italiano:  trasmesso in più di venti Paesi al mondo, nel 2016 è risultato tra i dieci programmi più visti nel Regno Unito.

Ma la serie tv deve il suo successo, oltre ai personaggi principali (il commissario, Cantarella, Fazio, Mimì Augello e l’eterna fidanzata Livia), anche al linguaggio. Il sito MAMe ha selezionato, a questo proposito, le seguenti dieci frasi cult. E con esse diamo il bentornato a Montalbano.   

  • Insomma ci sono uomini di qualità che, messi in certi posti, risultano inadatti proprio per le loro qualità all’occhi di gente che qualità non ne ha, ma in compenso fa politica.
    Da  ‘La prima indagine di Montalbano’
  • Bella. E non è solamente bella. Appartiene a quella categoria che dalle nostre parti, una volta, era chiamata di “fimmine di letto”. 
    Ha un modo di taliarti, un modo di darti la mano, un modo d’accavallare le gambe, che il sangue ti si arrimiscolia. Ti fa capire che sotto o sopra un linzolo, potrebbe pigliare foco come la carta …
    Da ‘Il quarto segreto’ tratto dal volume ‘La paura di Montalbano’
  • “La massima fortuna che un omo può aviri nella vita è quella di non arrivare mai a un punto di disperazione dal quale non puoi tomare
    Da ‘Il medaglione’
  • Lo sai perché su di te soffia il ghibli? Perché tu sei il deserto. Il vento fa scomparire le orme appena stampate sul tuo corpo. Non credere che queste mie parole siano dettate da rancore, gelosia o altro. Nascono solo dal bene che ti ho voluto. Ti auguro non che tu possa trovare la felicità, ma che nel tuo deserto possa accadere il miracolo di un’oasi. Addio, Laura”
  • Da ‘Noli me tangere’
  • “Dimmi in quale occasione ti sono parsa complicata!”
    “Tu non l’appari, ma lo sei. Dentro, nel profondo di te. Intuisco in te come un continuo scontro contraddittorio che riesci a nascondere assai bene. Dentro di te c’è un vero e proprio labirinto, Arianna, pieno d’angoli oscuri, di viottoli ciechi, d’abissi e di caverne.”
    “Addirittura!”
    “Tu non puoi o non vuoi rendertene conto. Sappi comunque che io non mi ci avventurerei nemmeno se mi fornissi il tuo filo, Arianna. Avrei paura a incontrare il tuo Minotauro. Non sono mica Teseo.”
    Da ‘Il tuttomio
  • “Arriva un momento nel quale t’adduni, t’accorgi che la tua vita è cangiata. Fatti impercettibili si sono accumulati fino a determinare la svolta. O macari fatti ben visibili, di cui però non hai calcolato la portata, le conseguenze.”
    Da ‘Il ladro di merendine’
  • “Un autentico cretino, difficile a trovarsi in questi tempi in cui i cretini si camuffano da intelligenti.”
    Da ‘Il ladro di merendine’
  • “È un gioco tinto, quello dei ricordi, nel quale finisci sempre col perdere.”
    Da ‘L’odore della notte’
  • “Nisciuna pausa può essere concessa in questa sempre più delirante corsa che si nutre di verbi all’infinito: nascere, mangiare, studiare, scopare, produrre, zappingare, accattare, vendere, cacare e morire. ”
    Da ‘L’odore della notte’
  • Pirchì non si pò campare per anni e anni e anni con una pirsona accanoscennola di dintra e di fora, senza avvirtiri che in questa pirsona è avvinuto un qualichi cangiamento.”
    Da ‘Una lama di luce’

La mia band è differente

Starò sempre dalla parte dei giovani che tentano di trovare una strada per raggiungere i propri sogni. Anche per questo motivo  ho voluto incontrare Matteo Dell’Omo, di Anagni, in arte Antòn, – nome scelto in ricordo del padre scomparso Antonio – che sogna di far conoscere le sue canzoni. Le scrive da quando aveva 20 anni. Ora ne ha 27 e da poco ha lanciato il brano “Soli contro tutti” accompagnato da un video. Prima di questo singolo ha pubblicato “Quante cose” e “Maledetta luna”. Tutte canzoni molto gettonate sul web e trasmesse da varie radio private.

Come è nata la tua passione per la musica?

L’ho sempre avuta, fin da quando ero piccolo. Per un certo periodo mi sono dedicata ad altre cose pur continuando ad ascoltare e a pensare alla musica, ma a venti anni ho comprato una chitarra e ho iniziato a scrivere canzoni.

Hai avuto anche un’esperienza a Sanremo.

Nel 2017 ho partecipato, al Palafiori di Sanremo, ad un concorso parallelo al Festival con la canzone “Quante cose”, vincendo anche un premio.

Proprio in questi giorni si sta svolgendo il Festival. Cosa ne pensi? Lo segui?

Lo sto seguendo un po’, credo che si dia più importanza ai cantanti che alle canzoni, invece dovrebbero essere protagoniste queste ultime, visto che è il Festival della canzone italiana. So di canzoni eliminate che sono molto più belle di quelle ammesse proprio perchè prevale la fama dell’artista che assicura un certo share.

Quali sono i tuoi generi musicali e cantanti preferiti?

Il rock, canzoni italiane, la musica inglese, Vasco su tutti e Renato Zero.

Come potrebbe essere definito il tuo genere musicale?

Pop-rock con testi attuali e polemici.

A chi è rivolta la polemica?

I miei testi parlano soprattutto della società attuale e dei problemi del nostro Paese che sono sotto gli occhi di tutti e cerco in particolare di risvegliare la coscienza dei giovani per incitarli al cambiamento.

Cosa hanno i giovani, oggi, che non va?

Si lamentano un po’ troppo, invece dovrebbero rimboccarsi le maniche.

Quali sono le difficoltà che hai incontrato o stai incontrando per inserirti in un mondo sicuramente difficile?

Agli inizi tanta gente vuole approfittarsi della tua voglia di fare, del tuo lavoro, promettono senza mantenere, cercano di sfruttarti per interessi economici. Sono delle situazioni che ho vissuto sulla mia pelle, ecco perché mi sento di dire ai giovani che vogliono intraprendere questa strada di fare tutto da soli, se hai talento qualcuno se ne accorgerà.

Nel video di “Soli contro tutti” hai un gruppo musicale particolare, formato da bambini. Ha un significato questa scelta?

E’ il mio primo video e sì, c’è un motivo. Una volta sono stato scartato ad un concorso perché cantavo da solo, mi hanno detto di farmi una band. E io l’ho trovata! Sono bambini di sei anni che crescono, in un certo senso, soli contro tutto come il titolo della mia canzone.

Dopo questa canzone quali sono i tuoi progetti?

Ho scritto già altre canzoni, vorrei fare un album, ma il mio vero obiettivo è quello di andare avanti e non solo per la notorietà. Il mio sogno è quello di far conoscere i miei lavori , lanciare dei messaggi ad un pubblico sempre più vasto.

Già, i sogni. Guai a non averne e a non coltivarli. Buona fortuna Antòn!

Cioccolato per gli innamorati

A Napoli è di scena la fiera del cioccolato artigianale proposta agli innamorati in occasione di San Valentino. Si tratta di “Chocoliamo”, prima edizione, che si svolgerà nel quartiere Chiaia dall’8 al 17 febbraio.

L’iniziativa è organizzata da D2 Eventi con il patrocinio della Prima Municipalità di Napoli, di Casartigiani, dell’Associazione Pasticcieri Napoletani e della Camera di Commercio di Napoli. Sarà presente tra piazza San Pasquale e piazza Amendola con laboratori, show cooking e animazione per bambini. 

Gli artigiani proporranno caramelle, liquirizie, specialità siciliane come torrone e cannoli, i cioccolatini di Perugia. Uno spazio sarà riservato ai vegani. Hanno aderito i principali produttori campani: Gallucci Faibano, la cioccolateria Van Moos, Armando Scaturchio con le sue creazioni per San Valentino, i prodotti artigianali da abbinare ai Baci Perugina realizzati dalla “Love” come idee regalo per gli innamorati.

L’Associazione Pasticcieri Napoletani, presieduta da Ciro Scarpati, offrirà ogni giorno uno show cooking su San Valentino. Sullo stesso tema, la Pecorella Marmi realizzerà una installazione dedicata alla kermesse. Le mattine saranno caratterizzate dagli incontri sull’Abc del cioccolato con il maestro Vanacore. Per i bambini, l’animazione di Puerta del Sol, il teatro dei burattini di Mario Ferrajolo e, per gli innamorati, i “Baci rubati”, il “Kissing Point”, lo spazio per le frasi d’amore e altre sorprese. Media partner della prima edizione di Chocoliamo è la web tv NetNapoli.

Il talento dei BardoMagno

Lo giuro: è la mia prima intervista in lingua antica, tra le più divertenti. E non può essere altrimenti se incontri gli artisti della band BardoMagno, una delle rivelazioni di Italia’s Got Talent. La trasmissione di Tv8 li definisce <musicisti stravaganti venuti direttamente dal Medioevo>. Nella puntata dello scorso 25 gennaio hanno proposto, adattando il testo della canzone “Riccione” di Thegiornalisti, il brano “Lo schiaffo di Anagni” (VIDEO).

Il loro stile è proprio questo: riadattare canzoni famose con l’obiettivo di far conoscere al grande pubblico il sistema feudale e i fatti storici di quel periodo. Lo fanno dal 2014, quando è nato, si legge sul loro profilo Facebook,  <lo progetto musicale de “Feudalesimo e Libertà”, lo vero et unico Partito politico che – pe’ volontade divina – difende li interessi dello Popolo>. Tra le loro creazioni più recenti, “Il Centro di castità permanente” (da Battiato).

Il gruppo è formato da Valerio Storch, Alessandro Mereu, Edoardo Sala e Maurizio Cardullo, con all’attivo importanti precedenti esperienze musicali. Si presentano indossando abiti storici e indicando Aquisgrana, sede della corte di Carlo Magno e crocevia di lotte religiose, come città di provenienza.

Fin qui l’ufficialità. Ma sentite come si presentano loro:

Li menestrelli imperiali che costituiscon la feudal compagine di Bardo Magno sono: Abdul Il Bardo (Voce et Chitarra): Valerio Storch, noto anche come Mohammed Abdul, musico delli Nanowar Of Steel. Don Alemanno (Voce et Bolle Papali): Alessandro Mereu, o anche Papa Alemanno d’Acquisgrana, noto al mondo come lo disegnatore di Jenus. Il Gran Calippo d’Oriente (Flauti, liuti, cornamuse, et soprattutto Amore): Maurizio Cardullo, noto anche come lo polistrumentista dei Folkstone. Fra’ Casso da Montalcino (Tamburi, potenza, vino e tuono): Edoardo Sala, noto anche come lo batterista dei Folkstone.

Quando nasce la band e con quali obiettivi? 

Lo progetto nasce pe volontà di Carlo Magno nel lontano 801. Nominatici valvassori dello Sacro Romano Impero (con delega alla musica), Carlo (pe’ gli amici Carletto, fino ad un anno prima principe dei mostri), ci implorò di formare questa compagine pe’ favellar allo volgo li veri valori feudali. Noi ci siam semplicemente resi disponibili a servirlo. Hodie siam ancora quivi, spalleggiando Lo Imperatore, capo del partito Feudalesimo e Libertà, nonché unico et legittimo erede di Carlo.

Come si può definire il vostro genere musicale?

Noi siamo degli artisti TRAP-pisti.

Quali sono le vostre incisioni finora?

Finora abbiamo registrato solamente un live bootleg ufficiale uscito in edizione super-ridotta et esaurito in un mese, ma… Udite Udite! A breve uscirà il nostro primo disco in studio dal titolo originalissimo “Vol. 1”, contenente le nostre migliori opere o, meglio, quelle che ci sono state approvate dallo imperatore, espressione della volontà d’Iddio.

Con quale spirito partecipate a Italia’s Got Talent?

Collo spirito di chi gnosce la verità e pugna pe sostener li veri valori feudali, imperiali et asburgici, contra lo mondo moderno fornicatore et peccatore. Lo nostro spirito est quello di ispirare lo volgo allo volere imperiale et di guidarlo verso una vera modernità feudale.

 Prossimi progetti in cantiere?   

Discenderemo pe tutta Italia accompagnati dai Lanzichenecchi a favellar lo nostro verbo al volgo. Presenteremo in anteprima li brani allo volgo al Comicon di Napoli il 25 Aprile (la fiera del fumetto di Napoli, in volgare italiano), et successivamente festeggeremo l’uscita vera et propria del disco alla Quarta Adunata di Feudalesimo e Libertà, il 18 maggio al Live di Trezzo sull’Adda.  

A Firenze concerti a un euro

Dopo i musei civici gratuiti per giovani dei paesi dell’Unione europea tra 18 e 25 anni, arrivano le nuove agevolazioni culturali annunciate dal sindaco di Firenze Dario Nardella: spettacoli e concerti a 1 euro al Maggio Musicale fiorentino e Teatro al Verdi con l’Orchestra della Toscana, sempre per i giovani tra 18 e 25 anni appartenenti all’Unione europea.

<I giovani – ha dichiarato Nardella – hanno voglia di cultura ed è fra i compiti dell’amministrazione fornire strumenti adeguati per aiutarli nel loro cammino di crescita e formazione. Lunedì 21 gennaio abbiamo sperimentato la prima giornata dei musei civici gratuiti e già 130 giovani hanno scelto di visitarli. Siamo contenti di come è partito il nostro progetto “Più giovani al museo” e replicheremo per tutti i prossimi lunedì dell’anno>. Il sindaco ha ricordato anche che <a febbraio è partito il progetto del teatro e della musica a un euro e presto inizierà un’ulteriore agevolazione: sarà attivato un invito alla lettura e all’informazione, 50 euro annuali da spendere in libri o giornali o periodici, che sarà destinato ai giovani tra 18 e 25 anni residenti a Firenze>.

Per quanto riguarda i musei civici, l’accesso gratuito è previsto a Palazzo Vecchio, museo Novecento, museo Bardini, Cappella Brancacci-Fondazione Salvatore Romano.

Il bestiario di Facebook

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Ho avuto più volte modo di dire la mia sui social, in particolare quello che penso di Facebook (anche con i post, su questo sito, Social ma non troppo e Travolti dalle fake news). Nuovi modi di comunicare che, a mio avviso, andrebbero utilizzati con maggiore buon senso. Oggi provo a stilare una sorta di bestiario, tra il serio e il faceto.

L’IDENTIKIT DI CHI INSULTA

E’ il problema più preoccupante dei social, dove tutti si sentono autorizzati ad insultare gli altri. Il peggiore è quello che lo fa mentre mostra nel profilo Padre Pio, la Madonna o i propri figli (chissà cosa tramanderà loro). Ci sono poi quelli (tanti, troppi) che hanno poca dimestichezza con le acca: le ignorano quando servono, abbondano se non vengono richieste: in genere ce l’hanno con gli stranieri, che probabilmente conoscono la lingua italiana meglio di loro. Da non sottovalutare, però, l’utente che ha studiato: non sempre il grado di istruzione coincide con l’intelligenza o con il buon senso. Il fenomeno, insomma, è piuttosto trasversale.

LE FRASI STANDARD

The winner is… “E allora il Pd”? E’ come il colore nero, sta bene su tutto. Seguono pidioti, zecche rosse, è tutto un magna magna, è colpa di chi ha governato prima (se si parla di politica) stessero a casa loro, sono finti profughi, hanno il telefono di ultima generazione, vogliono pure la wi-fi, arrivano palestrati, portateli a casa vostra, e, naturalmente, prima gli italiani (se si parla di immigrazione), dove sono finiti i soldi dell’Unicef, dove sono finiti i soldi raccolti per i terremotati (siamo entrati nel capitolo fake news).  

L’INVIDIA SOCIALE

Chiunque guadagna va odiato. Ultimamente nel mirino ci sono i conduttori televisivi. Gli haters, in questo caso, sono quelli che… io pago il canone, c’è gente che muore di fame, i pensionati non arrivano a fine mese, quei soldi dateli ai terremotati.

IL BENALTRISMO

Un termine che fa parte soprattutto del linguaggio giornalistico, indicando chi elude un problema sostenendo che ce ne sono altri, più gravi, da affrontare. Sui social il benaltrismo impera. E, dunque, se si parla di un intervento per le scuole non sta bene perché le strade sono a pezzi, non si deve dibattere di randagismo perché sono più importanti i servizi sanitari, guai ad occuparsi di agricoltura se il commercio langue e così via.

I SELFIE DEI POLITICI

Alcuni fanno concorrenza a Chiara Ferragni, non avendone né il fisico né le capacità di influencer, altri esibiscono figli e cani, molti non perdono occasione per un clic con i propri supporter. Anche la politica si adegua ai tempi del web. Purtroppo.