Una mattanza senza fine

Con quale spirito e stato d’animo, ma soprattutto con quali numeri arriviamo a celebrare la Giornata per l’eliminazione della violenza sulla donna del 25 novembre? Purtroppo con le statistiche drammatiche di ogni anno.

Ad oggi sono 103 le donne uccise quest’anno, di cui 87 uccise in ambito familiare o affettivo. Sessanta di esse hanno perso la vita per mano del partner o dell’ex. E mentre gli omicidi nel 2021, in Italia, diminuiscono anche se di poco (-2%), passando da 251 a 247, le vittime femminili aumentano: nel 2020 erano state 97 (+ 6%). Segno più anche per le donne uccise dal compagno, attuale o passato: da 57 a 60.  

Neanche l’ultima legge “Codice rosso” in vigore da agosto 2019, contenente le modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere, ha fermato la mattanza.

E anche se tutte le donne non denunciano il partner per le violenze subìte, si deve a malincuore registrare che quasi mai rivolgersi alle forze dell’ordine le salva dalla morte.

Cosa c’è che non va nel nostro sistema giudiziario se ogni 2-3 giorni una donna viene uccisa in quanto tale (da qui il termine femminicidio)? E cosa non quadra nella società se è incapace di tutelare una potenziale vittima e di arginare la violenza messa in atto dagli uomini?

Violenza che non è solo fisica. E’ anche sessuale e psicologica.  

Quante parole si spendono, ad ogni 25 novembre, per esaminare e sviscerare quella che, ormai non si può più definire un’emergenza ma che è piuttosto uno zoccolo strutturale che non si riesce a scardinare?

Una giornata che celebriamo dal 1999, data scelta dall’Onu non a caso. Il 25 novembre 1960, nella Repubblica Dominicana, le sorelle Mirabal (Patria, Minerva e Maria Teresa) furono uccise dai militari del dittatore Rafael Lonidas Trujillo. Prima di morire, vennero picchiate e stuprate. La loro colpa? Non si piegavano al dittatore, che eliminava chiunque si opponesse al suo potere.

Da allora, e sono passati oltre sessanta anni, poco è cambiato. Sicuramente gli scenari, il modo di vivere, le condizioni sociali e culturali, ma non la logica del potere e della sopraffazione. E non potremo mai dire di vivere un Paese civile se la mente degli uomini, di certi uomini, non cambierà.                 

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