Dalla parte dei poveri

Mezzo secolo di solidarietà con al centro gli ultimi. E’ il traguardo eccezionale raggiunto dalla Comunità di Sant’ Egidio, nata a Roma nel 1968, all’indomani del Concilio Vaticano II, per iniziativa di Andrea Riccardi, giovane liceale ispirato dal Vangelo e dalla figura di Gesù. Da allora la comunità, un movimento internazionale di laici, è cresciuta fino ad essere presente in 70 Paesi del mondo dove presta aiuto concreto. Assistenza agli anziani, interventi nelle periferie, mensa per i poveri, adozioni a distanza, progetti per la salute e l’alimentazione, corridoi umanitari e quanto occorre per non lasciare solo chi ha bisogno.

Don Paolo Cristiano (nelle foto in alcuni momenti della sua attività e nella prima a sinistra al centro con Riccardi) è un sacerdote da sempre impegnato nel sociale, responsabile di Sant’Egidio in provincia di Frosinone che segue anche alcune comunità in Asia, soprattutto in Pakistan e nelle Filippine. Ci aiuta a conoscere meglio una realtà che si distingue per le risposte che fornisce alle urgenze dei nostri tempi.

Come si può sintetizzare l’opera della Comunità di Sant’Egidio in questi lunghi anni?

Sicuramente con la sintesi che ha fatto Papa Francesco in una delle sue visite alla Comunità: preghiera, poveri e pace. La preghiera è il primo riferimento. Le chiese di Roma e di ogni parte del mondo sono ogni giorno luogo di incontro e di accoglienza per chi voglia ascoltare la Parola di Dio.  I poveri sono le persone verso le quali è indirizzato il nostro impegno. Quando Riccardi fondò la Comunità, come primo contatto andò a visitare i baraccati a Ponte Marconi dove vivevano nell’abbandono famiglie italiane, soprattutto meridionali, che non avevano nulla, emarginate perché parlavano solo il dialetto e chiedevano aiuto. Infine, partendo dal fatto che la guerra è considerata la madre di ogni povertà, la Comunità ha voluto lavorare per la pace, impegnandosi per ristabilirla attraverso il dialogo e la ricerca continua di fraternità.

Chi è il povero di oggi?

E’ la persona che, oltre a non avere risorse materiali, vive il dramma della solitudine, un fenomeno che va studiato e approfondito, che non può essere semplificato perché ognuno ha le sue esigenze. E’ il bambino che chiede di vivere nella pace, è l’anziano che non ha assistenza, è lo straniero che scappa dalle guerre, ma anche dalle catastrofi ambientali. Quello che dispiace è la memoria cortissima della nostra società. Gli italiani baraccati di Ponte Marconi sono i migranti di oggi, accusati ed emarginati per gli stessi motivi. 

Come sono organizzate le vostre strutture nel mondo? E quali sono i progetti principali che si portano avanti?

Le strutture sono gestite da persone del luogo per facilitare i rapporti con le popolazioni, da Roma ci si occupa della formazione e del coordinamento. Tra i progetti, molto importante in Africa è il Dream ( “Disease Relief through Excellent and Advanced Means” cioè “Liberazione dalle malattie attraverso mezzi avanzati ed eccellenti”) che cura le madri sieropositive per evitare la trasmissione dell’Aids ai neonati, bambini che vengono seguiti anche durante la crescita con programmi di alimentazione e scolastici.

La Comunità di Sant’ Egidio significa anche esaltazione del volontariato. Quali persone, oggi, si impegnano in questo importante ruolo?

A noi non piace molto dire volontari, preferiamo indicarli come amici della Comunità che si mettono a disposizione. Sono professionisti, studenti, madri di famiglia che si ritagliano una porzione di cuore per chi ha bisogno. A Frosinone, per fare degli esempi, si occupano molto degli anziani che vivono nelle case di riposo, spesso senza nessuno che vada a trovarli, cercando di ricostruire una rete di solidarietà, portando il calore dove manca, la vicinanza dove c’è la solitudine, ricostruendo le reti sociali dove sono sfibrate, superando l’individualismo.

Oggi, però, la società sta attraversando un momento di incattivimento, persino di odio. Come si muove, un’organizzazione come la vostra, in un clima così avvelenato?

Noi in questo clima ci viviamo dentro. Non abbiamo un approccio ideologico a tali problematiche, ma sappiamo che nella storia (e il nostro fondatore Riccardi è uno storico) i muri non hanno mai portato bene, oltre ad essere anacronistici tanto che sono caduti dappertutto. Percepiamo la rabbia e la paura e sappiamo anche che non si può trasferire tutto il continente africano. E’ necessario, quindi, trovare risposte ad ampio raggio, soluzioni che coniughino la sicurezza dei cittadini e il diritto di voler scappare dalle guerre. E’ in questo contesto che la Comunità di Sant’Egidio ha ideato i corridoi umanitari, una soluzione che permette di verificare chi ha davvero l’esigenza di fuggire da posti dove non è possibile vivere, farli viaggiare su voli di linea eliminando così il rischio di pagare i trafficanti di esseri umani e farli arrivare inseriti già in un progetto di accoglienza non a carico dello Stato. Un modello che funziona.

A Frosinone, dove opera don Paolo Cristiano, la Comunità fondata da Andrea Riccardi è nata dieci anni fa. Due volte a settimana funziona la mensa per i poveri, presso l’ex ospedale, ed è attivo un movimento giovanile formato da studenti liceali. Sabato 19 gennaio, alle ore 17, nella chiesa del Sacro Cuore è in programma un incontro per il 50esimo anniversario della fondazione della Comunità con la presenza del vescovo diocesano, monsignor Ambrogio Spreafico.

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