Nuovo disco per i Brigallè, continua l’impegno sociale

Quando la musica incontra l’impegno sociale. Di esempi ce ne sono molti, a conferma del linguaggio universale di un’arte che può anche trasmettere messaggi potenti. Un messaggio come quello lanciato dai Brigallè.

Il gruppo è nato nel 2013 in Ciociaria, esattamente a Morolo, in provincia di Frosinone, con l’obiettivo di rivalutare i canti popolari e proporre brani in dialetto. In poco tempo si è fatto conoscere anche fuori dai confini locali grazie all’energia che trasmette in ogni sua esibizione, coinvolgendo il pubblico con musica e danza.

Di recente, Andrea De Castro (fisarmonica), Giulia Mengozzi (tamburo a Cornice e voce), Tommaso Bauco (canto), Diego Pistolesi (organetto) Luciano Moriconi (chitarre e basso) e Stefano Bauco (fiati) hanno inciso “La ballata del Sacco” (nel VIDEO sopra), una canzone che non è solo tale, ma rappresenta una mirata denuncia sociale.

Il gruppo Brigallè

Con questo brano, infatti, i Brigallè testimoniano la grave situazione ambientale di cui soffre la loro terra, evidenziando con il giusto pathos la sofferenza della gente che nella Valle del fiume Sacco ci vive. Il loro lavoro ha riscosso un grande successo, premiando una scelta che fa onore ai musicisti di Morolo. Un percorso che continua con il nuovo disco dei Brigallè. Sarà presentato venerdì 19 luglio proprio a Morolo, dalle 21.30 in poi alla Passeggiata di S. Antonio. Ma cosa propone questa nuova avventura musicale?

Rispondono i Brigallè: <Il disco si chiama “Sogni nel Sacco”. La nostra associazione Gente Allegra, che promuove e sostiene la divulgazione della musica popolare, è lieta di presentare questa nuova sfida: produrre un disco di brani inediti scritti e musicati dai componenti del Gruppo Brigallè. Dopo il fortunato successo ottenuto con il primo disco “Sangue Divino”, che ci ha regalato grandi soddisfazioni – prima tra tutte il palco dell’Umbria Folk Festival 2017 – abbiamo voluto riprovarci ancora. Il nuovo viaggio musicale che abbiamo intrapreso ha visto protagonista la nostra terra, la Ciociaria. Il titolo scelto “Sogni nel sacco” non è casuale, ma è la frase più giusta per raccogliere brani dedicati ad una utopica speranza.

Oltre al tema dell’inquinamento – continuano i Brigallè – abbiamo parlato delle schiavitù sociali, di amore, di brigantaggio, rispolverando un passato che amiamo ricordare, vedi “I Saturnali” di Ernesto Biondi, speranzosi che oggi come allora non sia sempre il “potente” a decidere le sorti del più debole. La magia di questo nuovo lavoro ci onora dalla presenza del Maestro Gianni Perilli, collaboratore stretto di Ennio Morricone, Pino Daniele, Eugenio Bennato, MBL, autore di numerose opere quali la famosissima colonna sonora del programma Rai “Linea Blu”. Abbiamo lavorato con passione e dedizione alla realizzazione di questo sogno che finalmente…”su fa vero”.

Fiuggi ricorda Ennio Fantastichini

Fiuggi ricorda l’attore Enrico Fantastichini (foto a sinistra), amato figlio acquisito, scomparso lo scorso dicembre a 63 anni. Lo farà nell’ambito del Premio Fiuggi per lo spettacolo in programma sabato 13 luglio, a partire dalle 21.30, nel giardino dell’Excelsior. Fantastichini ha vissuto per molti anni a Fiuggi, dove il padre era in servizio come maresciallo dei carabinieri, e il legame con la città termale è stato sempre presente.

Nell’occasione, verranno ricordati anche Franco Zeffirelli, Ugo Gregoretti e Valentina Cortese, morti di recente. Saranno presenti Mariano Rigillo, Elena Cotta, Lisa Ferlazzo Natoli, Stefano Reali e i ragazzi del Cinema Americana.

Si tratta di una produzione Fondazione Levi Pelloni, MediaEventi e ArtandPassion, in collaborazione con FederAlberghi Fiuggi.

L’evento è inserito nella rassegna FiuggiPlateaEuropa, la più longeva manifestazione della città termale, che quest’anno festeggia trenta anni, ideata e diretta dal giornalista e scrittore Pino Pelloni (foto a destra) che così presenta l’edizione 2019: <FiuggiPlateaEuropa offre performances di attualità e di ampio respiro culturale, con la partecipazione di scrittori, politici, personaggi pubblici, che hanno contribuito ad arricchire con la loro presenza le stagioni fiuggine, offrendo una importante visibilità mediatica anche internazionale a Fiuggi e alle sue terme. Da Giulio Andreotti nelle vesti di Bonifacio VIII al D’Annunzio pornodivo, dalla giovanissima presidente della Camera Irene Pivetti a Fausto Bertinotti, da Gervaso, Salvalaggio, Augias, Camilleri, Melograni, Curzi, Zichichi, Crepet, Quilici, Pazzaglia e Tony Renis alle giovani scrittrici erotiche. Una ribalta di grande prestigio, che quest’anno, insieme al rinato Premio Fiuggi per lo Spettacolo che sabato 13 luglio convoglia a Fiuggi i più bei nomi della scena italiana, presenta incontri con scrittori nella rassegna Libri al Borgo (6 luglio: Felice Vinci, 20 luglio: Chiara Ricci, 26 luglio: Ludina Barzini, 31 luglio: Massimo De Martino) e una serie di appuntamenti denominati “Anniversari” con illustri personaggi a ricordare Giulio Andreotti, Gabriele D’Annunzio, Primo Levi, Oriana Fallaci, Peppino Ciarrapico, la caduta del Muro di Berlino.Tra gli altri appuntamenti, presso la Sala consiliare, anche la Giornata Europea della Cultura Ebraica il 12 settembre e la decima edizione del FiuggiStoria-Lazio Meridionale il 28 settembre>. 

A Procida la grande festa del pesce azzurro

Tra le isole più belle del Golfo di Napoli c’è sicuramente Procida, dove risaltano i colori dei fiori e delle facciate delle abitazioni. Una delle caratteristica del luogo è l’ottima cucina, se si ama il pesce fresco, che arricchisce non poco la vacanza. Molto famosa, sull’isola ed esattamente nel borgo della Corricella, è la Festa delle alici, quest’anno in programma sabato 13 luglio a partire dalle 21.

La manifestazione è giunta alla sua ottava edizione ed è organizzata dall’Associazione Marinara della Corricella.

Per l’occasione il borgo sarà illuminato e i pescatori, che lavorano da generazioni solcando il mare, metteranno a disposizione il frutto del proprio lavoro e faranno gustare piatti da leccarsi i baffi, realizzati con il pesce azzurro appena pescato. In sottofondo un intrattenimento musicale particolarmente curato.

Un appuntamento che ogni anno attira numerosi turisti curiosi di riscoprire le tradizioni autentiche di un borgo incantevole.

I cavalli di battaglia di Gigi Proietti

E’ uno degli attori italiani più amati dal pubblico e maggiormente versatile. Alla soglia degli 80 anni, che compirà nel 2020, Gigi Proietti non si risparmia e torna in scena con “Cavalli di battaglia”, visto anche in Rai, in programma il 18 luglio 2019 a Roma, nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica.

Al pubblico offrirà una carrellata del suo vasto repertorio formato da tanti generi: popolare, drammaturgico, canoro, mimico, poetico, parodistico, comico , umano, multiculturale. Una contaminazione di generi che caratterizzano i suoi spettacoli e che sono gli ingredienti del suo grande successo.

Proietti sarà accompagnato da un’orchestra di 25 elementi diretti dal Maestro Mario Vicari, da un corpo di ballo  e da attori del Laboratorio di teatro che dirige per trovare nuovi talenti e che da diversi anni  partecipano ai suoi spettacoli. Ci saranno anche le figlie dell’attore, Susanna e Carlotta, che canteranno e si esibiranno in scene comiche.

Capolavori italiani: le infiorate di Spello

Quando l’incontro tra arte, fede e tradizione crea capolavori. E’ il caso delle infiorate del Corpus Domini: lunghi tappeti floreali che addobbano le strade in occasione della solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, tra le principali dell’anno liturgico della Chiesa cattolica. Il Corpus Domini rievoca la liturgia della Messa del Giovedì Santo, solennità istituita ad Orvieto da Papa Urbano IV nel 1264.   

Quello dell’infiorata è un rito antico che ogni anno coinvolge intere comunità nella condivisione della scelta e della lavorazione dei fiori, ridotti a petali, utilizzati per realizzare i quadri. Per parlare di questa particolare arte, Carisma.blog ha scelto la città di Spello, splendido borgo umbro, dove le infiorate diventano scenografia per eventi ed iniziative che ogni anno attirano numerosi turisti.

Tutto si svolge il 22 e il 23 giugno e, per la prima volta, la città di Spello parteciperà al concorso delle “Communities in Bloom. In virtù del legame con i fiori e della tradizione radicata delle infiorate, la città è stata selezionata, infatti, tra la rete associativa dei Comuni Fioriti per partecipare a questa prestigiosa competizione internazionale quale esempio italiano che si contraddistingue per qualità ambientale e particolare attenzione al decoro urbano. L’evento con cui la città di Spello ha scelto di partecipare, in rappresentanza dell’Italia è la tradizionale festa della “capatura” dei fiori denominata “M’ama non m’ama” che si è svolta venerdì 14 giugno in piazza della Repubblica.

Il sindaco Moreno Landrini

<Si tratta di un riconoscimento che va a tutti i cittadini>, dice il sindaco Moreno Landrini,  che aggiunge : <Abbiamo potuto partecipare a questo concorso grazie alle Infiorate, che sono la manifestazione principale della nostra comunità, ma anche grazie al concorso dei vicoli e balconi fioriti promosso dalla Pro Loco. Per questo ringrazio gli infioratori e tutti gli spellani che ogni giorno si impegnano per rendere Spello, città d’arte e dei fiori, bella agli occhi del mondo>.

Spello è in gara con una piccola città canadese e una slovena.  Spiega Fabrizio De Santis, presidente della Pro Loco: < Il clou c’è stato venerdì sera con il M’ama non m’ama. Per quell’occasione sulla facciata del palazzo comunale sono state proiettate immagini delle Infiorate. Un’occasione unica per promuovere la città e le sue bellezze>.

Un evento che vede protagonisti anche i giovani. Sono circa 500, compresi i baby-infioratori dell’Accademia dei boccioli (Scuola dell’infanzia) e gli Studenti in fiore (Scuola secondaria di primo grado) dell’Istituto Omnicomprensivo G. Ferraris di Spello, che venerdì 14 giugno hanno ricevuto la simbolica investitura a infioratori nel corso della quale riceveranno la Maglia d’Autore 2019 realizzata da Fabio Taticchi sul tema “Mettici il cuore”. <Puntiamo molto sulla collaborazione con i ragazzi – spiega Mirko Di Cola, il nuovo presidente dell’associazione Infiorate di Spello – e siamo in grande sinergia con le scuole.  Abbiamo lavorato molto per realizzare l’evento di quest’anno in perfetta sicurezza e siamo pronti a garantire un fine settimana davvero unico, in attesa del prossimo grande appuntamento rappresentato dal nuovo Museo delle Infiorate che diventerà un Museo interattivo per permettere ai visitatori di vivere la magia della notte del Corpus Domini e delle Infiorate durante tutto l’arco dell’anno>.

Tra le novità dell’edizione 2019 c’è anche la Notte Romantica, iniziativa dei Borghi più Belli d’Italia per celebrare il solstizio d’estate insieme agli innamorati. Sabato 22 giugno la Notte dei fiori si arricchisce di percorsi ed itinerari di sapore romantico pensati per le coppie di ogni età. <Il programma inizierà – dichiara l’assessore Irene Falcinelli – con una passeggiata al tramonto tra fiori ed erbe che partirà da Collepino per proseguire con un romantico aperitivo in musica e la preparazione della tradizionale Acqua di San Giovanni.  La serata si concluderà in piazza della Repubblica con un concerto e selfie romantici a mezzanotte>.

Sono solo alcune delle iniziative che ruotano intorno alle rinomate infiorate di Spello, tra gli eventi più suggestivi di una regione da sempre impegnata nella promozione delle sue bellezze.

Perugia torna al passato con il Palio Arnense

Dal 19 al 23 giugno torna il Palio Arnense, appuntamento annuo con la tradizione che si svolge nel Castello medievale di Ripa a Perugia. Si tratta della rievocazione storica dell’antica festa di S.Antonio Abate, risalente al Cinquecento.

Nell’occasione il borgo di Ripa si divide in due parrocchie (della Pieve e di Sant’Emiliano) come era una volta e fa rivivere l’atmosfera dell’epoca, fine Rinascimento. Nelle tre serate della manifestazione, il castello e le vie si riempiono di personaggi storici, popolani e nobili, che sfilano insieme con l’arrivo previsto a Campo della Lizza dove va in scena il Palio, con le contrade che si sfidano a morra e al lancio del formaggio, i giochi di una volta.

Non manca, ovviamente, lo spazio per la buona cucina, con al centro i sapori tradizionali che si possono gustare in locali trasformati in antiche taverne.

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La voce degli artisti sardi contro la Sla

Tredici artisti sardi, attori comici e musicisti, hanno unito le forze dando vita alla canzone “Per chi non lo Sla” con il nobile obiettivo di appoggiare la lotta contro quella che oggi è una delle malattie neurodegenerative più devastanti. Un progetto di solidarietà targato Sardegna il cui ricavato è andato all’associazione “Io sto con Paolo”, nata per sostenere il più giovane malato di Sla d’Italia, Paolo Palumbo di Oristano: a 18 anni, la grave patologia ha fermato il suo sogno di diventare un grande chef.     

Al progetto hanno aderito Marco “Baz” Bazzoni e Pino & gli anticorpi, star del programma televisivo Colorado, Benito Urgu (attualmente in corsa per il Nastro d’argento come migliore attore nel film “L’uomo che comprò la luna”), i Tenorenis visti a “Striscia la notizia”, Giuseppe Masia, i Battor Moritteddos, Alvin Solinas, Francesco Porcu, Marco Piccu, gli Amakiaus di Ignazio Deligia, Daniele Contu, Nicola Cancedda e Soleandro, che hanno scritto il testo della canzone. Il loro video ha ottenuto oltre 5 milioni di visualizzazioni su Youtube. E’ particolarmente toccante la presenza dei malati nel video.

Ne parlo con uno di loro, Ignazio Deligia, leader del gruppo demenziale Amakiaus (in sardo vuol dire “Impazziti”), molto conosciuto in Sardegna, che ha vinto anche il Festival della canzone dialettale a Sanremo. Un gruppo longevo: 36 anni dedicati alla musica fino al 2018, con all’attivo 12 album.

Ignazio, come è nata l’iniziativa di incidere un disco per la lotta contro la Sla?

Già da qualche tempo con il mio gruppo, un gruppo storico qui in Sardegna, devolvevamo i proventi dei nostri dischi all’Aicla, un’associazione che si occupa di queste patologie. Dopo lo scioglimento del gruppo mi sono dedicato al cabaret e dall’incontro con altri comici sardi è nato il disco “Per chi non lo Sla”.

Mi dici qualcosa dell’associazione “Io sto con Paolo” che avete scelto di sostenere?

E’ un’associazione nata per sostenere Paolo, il più giovane malato di Sla, un ex cuoco che ha inventato anche il modo di far sentire i gusti ai malati di Sla che, come sai, non deglutiscono.

Dopo il video sono in programma altre iniziative legate a questo progetto?

Un paio di settimane fa il video è stato proiettato al Palazzo dei Congressi del Quirinale, il regista Rai Antonio Centomani lo ha voluto fortemente. E il prossimo 7 ottobre alcuni di noi saranno di nuovo al Quirinale. Io, Francesco Porcu, Soleandro e Davide Urgu dei Tenorenis parteciperemo ad una giornata dedicata a questa malattia, un’iniziativa promossa dalla Revert, associazione che si occupa della ricerca sulle cellule staminali cerebrali, una speranza per chi è colpito dalla Sla e dalle altre malattie neurovegetative.

Che risonanza ha avuto il disco?

E’ andato benissimo, il brano è molto pop e piace, siamo ovviamente soddisfatti dei 5 milioni di visualizzazioni del video.

Il video inizia con la voce di Benito Urgu, un nome importantissimo per la Sardegna.

Benito Urgu è un comico che ha fatto diverse cose in Rai con Nino Frassica, da noi è una vera e propria leggenda. E’ un omino di 80 anni che, se fosse nato a Napoli, sarebbe stato il comico più importante di tutti i tempi perché lui, oltre a far ridere, è bravissimo come autore di canzoni ed imitatore. Un artista a tutto tondo.

Oltre a questa bellissima iniziativa solidale, con gli altri comici sardi avete condiviso ulteriori esperienze?

Certo, siamo sempre in contatto. Con Francesco Porcu, ad esempio, abbiamo fatto un film insieme che è nelle sale da febbraio con un discreto successo, si chiama “A Si Biri”, che significa arrivederci, di Francesco Trudu.

Ed Ignazio Deligia di cosa si sta occupando in questo momento?

Attualmente mi sto preparando per fare “La sai l’ultima?” su Mediaset.

In bocca al lupo ad Ignazio e grazie alla Sardegna, terra meravigliosa con il cuore grande!

Chef Sara, la regina del formaggio bagoss

Una giovane donna timida e senza fronzoli, che ai fornelli si trasforma in una cuoca determinata e sicura di sé, orgogliosa dei prodotti del suo territorio, la Valle Sabbia. Sara Scalvini, sposata con Andrea e mamma di Marco, 9 anni, è la vincitrice della settima edizione della gara culinaria “Cuochi di Italia” di Tv8, trasmissione condotta da Alessandro Borghese e con la partecipazione dei giudici Gennaro Esposito e Cristiano Tomei. Sara, 34 anni, si è aggiudicata il primo posto con la cucina della Lombardia, battendo nella finale la romana Valentina Pistoia. Nelle sfide precedenti aveva eliminato la Sicilia, la Campania, il Lazio e l’Emilia Romagna. Ha conquistato la vittoria con le mereconde al bagoss e il coniglio con funghi porcini e polenta. La incontro in una pausa del suo lavoro nel ristorante “Il Viandante” di Bagolino, un piccolo paese montano in provincia di Brescia, che guida da sola dopo la scomparsa del padre.

Cosa ha significato per te questa vittoria?

Mi ha portato tanta felicità sicuramente, ma sono rimasta quella di prima.

A Bagolino come hanno preso la tua affermazione a “Cuochi di Italia”?

Tutti contentissimi, soprattutto perché non se lo aspettavano. A dire la verità, non me l’aspettavo neanche io.

Come ti sei trovata con chef del calibro di Borghese, Esposito e Tomei?

Benissimo, sono belle persone e molto alla mano, mi piacerebbe rivederli. E’ stata una bella esperienza anche perchè in questo modo ho potuto pubblicizzare il mio paese.   

Che tipo di cucina proponi nel tuo ristorante?

La cucina tradizionale del posto.

A proposito di prodotti del posto, tu sei particolarmente legata al formaggio bagoss. In trasmissione, simpaticamente, ti hanno anche preso in giro per questo. Che tipo di formaggio è?

E’ un formaggio tipico del mio paese che si può assaporare con diverse stagionature a seconda del proprio gusto, se piace più o meno forte. In cucina si può utilizzare sia per i primi sia per i secondi piatti.  

Come hai iniziato a cucinare?

Mio padre mi ha sempre insegnato a fare da mangiare, fin da piccola mi teneva in cucina con lui. Poi è morto e con il ristorante che era dei mei genitori sono andata avanti io.

Quali sono i tuoi cavalli di battaglia? Cosa preferisci cucinare?

Sono forte soprattutto con i primi piatti, in particolare amo i risotti. E naturalmente le mereconde che ho cucinato alla finale di “Cuochi di Italia”.

Oltre alla cucina, coltivi altre passioni?

Faccio molto sport e amo viaggiare in posti lontani, l’ultimo che ho visitato è stato il Nepal a novembre.

Quando ti trovi in vacanza in luoghi molto diversi dall’Italia ti incuriosisce la cucina del posto?

Certo, vado anche per quello. Non facciamo mai viaggi organizzati, andiamo zaino in spalla così da vivere al meglio il paese, compresi i suoi piatti.

Quali sono i prossimi obiettivi da chef?

Mi piacerebbe migliorare, imparando ancora molto del mio mestiere, restando però sempre qui a Bagolino a curare la mia attività.

Ti ispiri a qualche chef famoso? Ne ammiri qualcuno in particolare?

No, sono tutti bravi, ma non mi ispiro a nessuno. Vado avanti con la mia cucina, anche perché vengono da me proprio per quello che cucino, se dovessi cambiare scontenterei la clientela, affezionata a certi piatti tradizionali.    

Il cane che accompagna i bambini in sala operatoria

Si chiama Serena ed è un cane di razza Bassett  Hound, considerata ottima per la compagnia e in particolare propensa a stare con i bambini dato il carattere affettuoso e gioioso dei suoi esemplari, originariamente utilizzati per la caccia.

Da qualche settimana Serena svolge una missione straordinaria: accompagna i bambini in sala operatoria all’ospedale Santa Maria di Firenze, attende che l’intervento finisca e si fa trovare pronta al risveglio del piccolo. Lo fa due volte al mese nell’ambito di un progetto di pet therapy finanziato dall’associazione Onlus “Vorrei prendere il treno” di Iacopo Melio attraverso una raccolta di fondi che ha riscosso notevoli adesioni.     

«I bambini ospedalizzati – ha spiegato Marco Pezzati, direttore dell’area pediatrica aziendale, al quotidiano La Stampa – hanno accolto molto bene questa iniziativa, che li aiuta a vivere al meglio un momento difficile e a dimenticare il disagio del post-intervento e superare così la paura della stanza d’ospedale. I genitori hanno particolarmente apprezzato l’iniziativa perché ha contribuito a rendere più piacevole il ricovero ospedaliero dei loro bambini. Anche il personale medico e infermieristico è molto soddisfatto dell’iniziativa che considera un valido supporto nella gestione dei piccoli pazienti e si augura che Serena e gli operatori dell’Associazione possano nel prossimo futuro aumentare i giorni di frequenza nel reparto di Pediatria. Auspico – ha aggiunto Pezzati – che iniziative del genere si possano replicare anche negli altri reparti pediatrici della nostra Azienda; è ormai dimostrato che nel percorso di cura anche dei piccoli pazienti la vicinanza degli animali da compagnia rappresenta un eccezionale sostegno».

La pet therapy, letteralmente terapia dell’animale da affezione, si affianca a tradizionali cure, trattamenti e interventi socio-sanitari. E’ un intervento sussidiario che aiuta, rinforza, arricchisce e coadiuva le tradizionali terapie e può essere impiegata su pazienti di qualsiasi età e affetti da diverse patologie con l’obiettivo, sempre raggiunto, di migliorare la qualità della vita.

Oltre ai cani, nella pet therapy vengono impiegati soprattutto cavalli e delfini, per la gioia di bambini e adulti.

La battaglia di Montecassino 75 anni dopo

Lunedì 20 maggio, alle ore 17 presso la Sala Capitolare del Senato della Repubblica (Piazza della Minerva, 38, Roma), avrà luogo il convegno “La battaglia di Montecassino. 75 anni di pace nella terra di San Benedetto” promosso dalla Fondazione Giuseppe Levi Pelloni in occasione del 75esimo anniversario del bombardamento che distrusse la città di Cassino e l’antica Abbazia benedettina.

Partecipano all’incontro di studio, ospitato dal Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, gli storici Pino Pelloni, Livio Cavallaro, Antimo Della Valle, l’archivista dell’Abbazia di Montecassino Dom Mariano Dell’Omo, l’onorevole Federico Mollicone, membro della Commissione Cultura della Camera dei Deputati e Roberto Molle, presidente dell’Associazione Battaglia di Cassino.

Così gli organizzatori ricordano il bombardamento: <Tra le 9,28 e le ore 13.00 del 15 febbraio 1944, 239 bombardieri angloamericani, decollati dagli aeroporti di Foggia e Napoli, sganciarono 453 tonnellate e mezza di bombe sull’Abbazia, radendo al suolo l’antico monastero fondato da San Benedetto da Norcia nell’anno 529>.

<In un millennio e mezzo l’Abbazia di Montecassino – prosegue la nota – è stata distrutta ben quattro volte, tre per mano degli uomini ed una per cause naturali. La prima distruzione avvenne tra gli anni 577 e 589 ad opera dei Longobardi; la seconda distruzione nell’883 ad opera dei Saraceni; la terza distruzione nel 1349 a causa di un terremoto. La quarta tra il 15 e il 18 febbraio del 1944 che in tre ore la ridusse ad un ammasso di rovine. Il monastero, poi, fu preso il 18 maggio dai soldati polacchi, dopo molti mesi di violento conflitto e una perdita immensa di vite umane>

Sottolinea Pino Pelloni: <Si è trattato di un vero e proprio crimine di guerra e una tragedia per la popolazione civile costretta ad un esodo pieno di sofferenze. Nel bombardamento persero la vita molti civili che proprio nel luogo di culto avevano cercato riparo sperando che fosse un luogo sicuro. L’abate Diamare ed i monaci sopravvissuti fuggirono poi a Roma per salvarsi. Non furono trovati soldati tedeschi tra i caduti per il bombardamento>.

Anna Vita, diva suo malgrado

“Diva suo malgrado” perché non amava stare sotto i riflettori, veniva presa dal panico quando doveva girare una scena, sul set non si trovava a suo agio. Rifuggiva la notorietà, Anna Vita, star dei fotoromanzi e del cinema nel dopoguerra, per oltre trenta anni titolare dell’albergo La Coccinella di Anagni. Fuggì proprio in Ciociaria quando, delusa dall’ambiente dello spettacolo, decise di cambiare vita dedicandosi a quello che era il suo vero amore, la scultura e la pittura. Un talento ereditato dal padre Mario.

Nei giorni scorsi, parlavo di lei con l’amico e collega Ivan Quiselli che aveva ritrovato un mio vecchio articolo, intitolato appunto “Anna Vita, diva suo malgrado”, convenendo di ricordarla in qualche modo a quasi dieci anni dalla morte.

Ho conosciuto Anna nel suo albergo, andando a trovare degli amici che soggiornavano da lei. Non passava inosservata, la signora della Coccinella, da tanti vista come stravagante, forse anche un po’ strana. Nonostante la differenza di età, facemmo subito amicizia e ci siamo viste spesso nella sua casa adiacente all’albergo. Una casa-museo. Piena di ricordi, di foto, di opere realizzate dal padre e da lei di cui andava molto orgogliosa. Era di queste che amava parlare, non del cinema che pure le aveva portato successo e fama grazie ai film interpretati con Totò e Vittorio De Sica e diretti da registi del calibro di Michelangelo Antonioni, Giorgio Simonelli, Steno, Mario Monicelli. Mi diceva: “Mi ritenevo inadeguata, negata per il cinema, impreparata e non ho mai capito cosa ci trovassero in me. Non riuscivo neanche a memorizzare le battute, non era la mia strada. In realtà ho sempre sognato di diventare una giornalista>.

Non si sentiva bella, Anna Vita. Eppure, per il suo fascino, veniva chiamata “La Greta Garbo dei poveri” o “La malattia degli italiani” e aveva ammaliato anche importanti attori. Ed aveva carattere, Anna. Nel 1952 Federico Fellini le offrì la parte di protagonista nel film “Lo sceicco bianco” (interpretato poi da Brunella Bono), ma lei non accettò perché la pellicola ironizzava sull’ambiente da cui proveniva, il fotoromanzo, litigò con il regista e ne andò in America dalla sorella, chiudendo definitivamente con lo star system. Dopo 18 anni arrivò ad Anagni dove ha vissuto fino a dicembre 2009, quando se ne è andata dopo un breve periodo di malattia. Aveva 83 anni.

L’ho vista per l’ultima volta sei, sette mesi prima. Mi aveva cercato per parlarmi di un suo progetto: creare una grande scultura, raffigurante l’albero della vita, da posizionare nel parco che circondava l’albergo, da inaugurare con una festa alla presenza di tanti bambini. Era entusiasta dell’idea, mi disse che ci stava già lavorando, chiedendomi di aiutarla per l’organizzazione. Non fece, non facemmo in tempo.

La morte, comunque, non la spaventava. “Sono già morta una volta”, mi aveva detto in un’intervista. Raccontando di quando, nel 1990, durante un intervento chirurgico, si era ritrovata lungo un viale celeste dove c’era tanta gente che conosceva. Si sentiva felice. Arrivata a metà di quel viale, era però tornata indietro risvegliandosi nel letto di ospedale. “In questa esperienza ho trovato sollievo e non dolore – disse – e quindi credo che la morte sia un grande piacere”.

Era nata in Calabria, Anna Vita, ma aveva vissuto molto a Roma, una città che amava ma che non le mancava perché preferiva vivere in campagna, a contatto con la natura, con i suoi cani e i suoi ricordi, lontana dalle copertine e da un mondo che non le apparteneva. Aveva scelto, semplicemente, di essere se stessa. Forse anche un po’ strana, ma fedele alla sua personalità.

Le fotografie da… mangiare

Il cibo è senza dubbio uno dei principali piaceri della vita. Lo testimonia la crescita esponenziale di format televisivi con al centro la cucina (alcuni di essi diventati trasmissioni cult), l’aumento di spesa per l’acquisto di prodotti di qualità, la continua ricerca di nuove cotture e sperimentazioni in cucina.

Sull’onda di tale tendenza, è nata anche l’arte foodscapes, parola nata dalla fusione di food (cibo) e scape (paesaggio), che vuol dire fotografare alimenti e creare un panorama. Re assoluto di questa nuova espressione è Carl Warner, 56 anni, inglese, che trascorre il suo tempo nei negozi alimentari e nei mercati per selezionare i soggetti delle sue foto. Poi li compra e li porta nel suo studio, dove li fotografa singolarmente e, insieme ad una squadra di food stylist, costruisce quelli che appaiono come veri e propri quadri. Coloratissimi e stuzzicanti.

Nelle sue fotografie trovi di tutto: patate, melanzane, broccoli, pomodori, prosciutto, carote, spezie. Il tutto trasformato in scenari naturali dove l’occhio umano spazia e fa mille scoperte.   

Sin da piccolo Carl Warner si dedica alla pittura, con disegni che ritraggono un mondo fantastico, ispirandosi a Dali, Patrick Woodroofe e alle copertine d’album di Roger Dean. Dopo aver studiato arte al college, da Liverpool si trasferisce a Londra per studiare fotografia, film e televisione. Dopo anni di esperienza, si specializza in paesaggi alimentari costruiti con ingredienti naturali. Ingredienti che, una volta fotografati, non vengono certo sprecati. Vengono, infatti, consumati da Warner e dai suoi collaboratori o dati in beneficenza.

I diari aperti di Elisa

Il 24 e il 25 maggio Elisa si esibirà in concerto all’Auditorium di Roma (Sala Santa Cecilia) con il suo “Diari Aperti Tour”  che prende il nome dal suo ultimo album.

<Sto privilegiando il più possibile – dice la cantante triestina, spiegando la scelta del teatro per un concerto – il rapporto diretto con il pubblico. Il disco contiene undici tracce, tutte in italiano, che sono anche undici fotogrammi della mia vita, racconti e ricordi ripresi e rivestiti di musica, pagine reali (scritte, disegnate, a volte pasticciate) di quaderni e agende che fin da bambina hanno accompagnato la mia vita e raccolto i miei pensieri>. 

Cantante, autrice, polistrumentista e produttrice multiplatino, nel disco “Diari Aperti” c’è l’Elisa di ieri e di oggi, che si apre al suo pubblico in maniera calda e diretta.

“Diari Aperti” è una sorta di concept album di una vita, che spazia dal ritmo trascinante di “Tutta un’altra storia”, a quello incalzante dell’ukulele di “Vivere tutte le vite”, dalla melodia coinvolgente di “Tua per sempre”, all’atmosfera evocativa dei beat fluidi e sensuali di “Come fosse adesso”, fino al reggae e al R’n’B (con un omaggio a Tonino Carotone) di “L’estate è già fuori” (dove sono evidenti le ispirazioni ad uno dei suoi autori preferiti, Bob Marley). Preziose ballate racchiudono storie e suoni coinvolgenti in “Anche Fragile”, “L’amore per te”, “Con te mi sento così”.

Da Roma agli Usa, cronaca di un successo

Una professionista estremamente eclettica, un’italiana emigrata all’estero che ce l’ha fatta. Maria Teresa De Donato, romana, da quasi 25 anni vive in Texas e da poco ha pubblicato il suo primo romanzo dal titolo “Oceano di sensi”. Una nuova esperienza, dopo i numerosi libri scritti nell’ambito del suo lavoro. La dottoressa De Donato è naturopata, life strategist, coaching olistico e spirituale e molto altro.

Come è iniziato il suo percorso professionale?

Sono vissuta, ho studiato e lavorato a Roma fino agli inizi del 1995, quando mi sono trasferita negli Usa.  I miei genitori, che erano amanti della cultura, dei libri, delle lingue e dei viaggi, mi fecero studiare inglese sin da bambina. Questo ha spianato la strada agli studi linguistici e turistici. Finite le scuole medie, mi sono iscritta all’Istituto Tecnico per il Turismo, diplomandomi all’I.T.T.  J.F.Kennedy dove all’inglese si sono affiancati il francese ed il tedesco. Dopo il diploma ho proseguito con l’Università, Facoltà di Magistero, Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere Moderne, che però ho abbandonato alla fine del secondo anno per mancanza di interesse. Dal 1980 al 1982 ho studiato anche giornalismo alla Scuola Superiore di Giornalismo Accademia. Dopo vari lavori e collaborazioni ho superato alcuni concorsi pubblici e sono entrata al Ministero della Salute dove sono rimasta in servizio per molti anni. 

Come è maturata l’idea di lasciare l’Italia?

L’Italia e soprattutto Roma le ho nel cuore anche se non rimpiango affatto le alzatacce alle 5.30 di mattina tutti i giorni per andare a lavorare.  Mi alzavo ed uscivo molto presto per evitare il traffico.  Continuavo a chiedermi come fosse possibile condurre per 40 anni quella vita, così come avevano fatto mio padre ed altri milioni di persone.  Un mio caro collega mi parlava spesso di suo fratello che era vissuto per vari mesi in Australia.  Io rimanevo affascinata dai suoi racconti. Continuavo a sognare e a visualizzare terre lontane, civiltà e culture diverse, un’altra vita, pur reputandomi molto fortunata per il lavoro che avevo nella pubblica amministrazione e che mi ha insegnato molto sotto tutti i punti di vista.  L’opportunità di venire negli Usa si è presentata anni dopo grazie al lavoro di mio marito.  Quindi prima abbiamo accettato la sua assegnazione qui in Texas e poi abbiamo deciso che forse valesse la pena restare.

Cosa le manca dell’Italia?

Mi mancano sicuramente non solo familiari ed amici, ma anche la vita sociale più intensa, l’abbondanza di arte di cui noi italiani possiamo e dobbiamo assolutamente essere fieri e che ci invidia il mondo intero. Se solo ci rendessimo conto – con il cuore prima ancora che con la ragione – ed operassimo e ci attivassimo in armonia con questa consapevolezza e con un maggiore spirito di solidarietà e di senso civico, trasformeremmo il nostro martoriato Paese in un paradiso. Ovunque sono andata sia in Europa sia negli Usa sono stata favorevolmente accolta proprio  per il fatto di essere italiana.  

Il suo curriculum è importante: naturopata, life strategist, coaching olistico e spirituale, tanto per citare alcune attività. Cosa fa esattamente, come ha scelto questi lavori, in che modo li svolge, quale passione c’è dietro?

Una volta trasferitami negli Usa, non potendo lavorare per molti anni per ragioni burocratiche, ho ripreso gli studi accademici proseguendo prima quelli giornalistici con l’American College of Journalism e successivamente conseguendo le lauree Bachelor, Master e Dottorato in Salute Olistica. Mi sono specializzata in Naturopatia – quindi in Alimentazione ed Erbalismo sia occidentali sia orientali, inclusi principi di Ayurveda e Medicina Tradizionale Cinese ed altre metodologie olistiche – e in Omeopatia Classica.  Oltre a ciò, ho frequentato molti corsi in settori sempre legati alla salute. Quest’ultima è sempre stata un elemento molto importante sin da quando sono nata. I miei genitori erano molto attenti all’alimentazione sana ed equilibrata, all’esercizio fisico, al riposo, ai rimedi naturali.  Si è trattato, di fatto, di un training che ho ricevuto sin dall’infanzia. Durante l’adolescenza, per ragioni di salute mi sono avvicinata all’Omeopatia.  Quest’ultima mi ha aperto gli occhi sulla veduta “olistica” della vita, prima ancora che della salute.  Ho capito quanto fosse importante: a) valutare l’individuo nella sua complessità ed unicità, in cui mente, corpo e spirito sono indissolubilmente interconnessi l’uno all’altro, b) identificare sintomi e malattia come il linguaggio usato dal nostro corpo per comunicare con noi un suo squilibrio, piuttosto che considerarli nemici da combattere.  Successivamente, un corso manageriale medico-amministrativo frequentato molti anni fa e che mi aveva appassionata molto ha ulteriormente spianato la strada. Ad un certo punto, facendo delle ricerche su studi accademici, mi sono imbattuta in Global College of Natural Medicine e mi sono letteralmente innamorata dei loro programmi. Mi sono detta: “Go for it!” (Fallo!). È stato un percorso molto intenso, ma altrettanto stimolante e che ho amato da subito.  La mia attività di coaching era iniziata circa 35 anni fa come Coaching Personale e Spirituale. Negli anni, tramite collaborazioni con HR, Aziende specializzate nel reperimento, nelle interviste, e nella selezione del personale la mia sfera di competenze si è ampliata permettendomi di aggiungere anche Istruzione e Carriera.  Con i successivi studi accademici e le conseguenti specializzazioni, il mio Coaching è diventato a 360̊, includendo quindi anche Salute e Benessere.  Il tutto nasce da una mia grande passione che abbraccia di fatto varie discipline. Le mie attività le svolgo da casa tramite email e videoconferenze.  Essendo una persona eclettica ho molti interessi.  Non solo, ma sono attratta da ciò che è nascosto, velato, direi quasi “esoterico”.  Non sono interessata a dire ad una persona quanti grammi di pasta, di pane o quanti grammi di proteine o di verdure deve mangiare ad ogni pasto.  La educo spiegandole cosa e come mangiare e cosa evitare, ma poi le lascio la scelta di assumersi la responsabilità di tornare alle vecchie abitudini o di rimboccarsi le maniche ed iniziare una nuova vita partecipando attivamente alla sua salute. Sono molto più affascinata dal capire il perchè la persona è in sovrappeso, cosa la spinge a mangiare freneticamente e a cercare anche “junk food”, e quali sono le vere ragioni dei sintomi e della malattia che non dal limitarmi a consigliare rimedi erboristici, omeopatici e/o integratori alimentari, anche se, naturalmente, sono anch’essi parte della mia attività di consulenza.  Di fatto sono una Educatrice, una grande Motivatrice, una Ricercatrice Spirituale.  Cerco di aumentare la consapevolezza negli altri affinchè migliorino non solo la propria vita, ma contribuiscano anche alla creazione di un mondo migliore.

Oceano di Sensi è il suo primo romanzo. Come è nato?

Ho iniziato a scriverlo molti anni fa. Ogni tanto lo mettevo via e, per una ragione o per l’altra, davo la priorità ad altro.  Mi piacevano trama e personaggi, ma mi sembrava che mancasse sempre qualcosa e non sapevo cosa.  Ad un certo punto ho capito cosa mancava, l’ho aggiunto.  Il tutto si è arricchito di particolari preziosi, ha preso forma e consistenza e alla fine l’ho pubblicato.  Molti sono i fattori che mi hanno spinta a scrivere questo romanzo: l’esperienza di persone che, benché di origini italiane e spesso siciliane, sono vissute in Libia per molti anni o ci sono persino nate; l’aver conosciuto donne che sono state abbandonate dai loro mariti ed hanno dovuto crescersi i figli da sole; la storia della colonizzazione italiana in Libia di cui io stessa sapevo poco e di cui raramente si parla; il desiderio da parte mia di capire meglio quel periodo della nostra storia, pur cercando di mantenermi equidistante tra italiani che erano andati in Libia prevalentemente alla ricerca di un lavoro e per garantirsi così un’esistenza se non ricca quantomeno decorosa e popolazione libica locale. Inizialmente il romanzo non l’avevo concepito come ‘erotico’.  Successivamente, però, dovendo affrontare il rapporto di coppia, proprio per la mia veduta olistica del Tutto, non ho potuto fare a meno di approfondire anche il tema erotismo e sessualità.  Il romanzo ha finito, dunque, con il diventare profondamente erotico.  Sessualità ed Erotismo in esso non sono, tuttavia, il fine, ma solo componenti importanti.  Oceano di Sensi può essere visto come un romanzo erotico, ma anche storico, d’amore ed altamente introspettivo.  Diciamo che, proprio per la sua varietà di elementi, può interessare ed affascinare un pubblico molto ampio ed essere interpretato in vari modi.

Cosa vuol dire la scrittura per lei?

Scrivere è per me ossigeno.  Quando scrivo sono un fiume in piena.  Scrivere per me è un modo per esprimere la profondità del mio essere, per viaggiare con la fantasia ovunque, per vivere altre vite, altre dimensioni, altre realtà, per penetrare il mistero della vita stessa, dell’universo. Tutto questo lo applico anche alla lettura, altra mia grande passione.

Lei è un’italiana che all’estero ha trovato il successo. Quali opportunità le hanno offerto gli Usa che forse non avrebbe avuto in Italia?

Benché l’America sia molto cambiata da quando sono arrivata nel 1995 e purtroppo non necessariamente in meglio, gli Usa rappresentano ancora un Paese che offre molte possibilità se tu ti metti in gioco e ti dai da fare. Il mio sogno – sin da ragazzina – era quello di diventare una scrittrice, una giornalista, ma in Italia è sempre stato tutto altamente politicizzato, troppo legato a discorsi di tesseramenti, favoritismi e clientelismi.  Forse oggi le cose, almeno in certi ambiti, sono un po’ diverse proprio grazie ad Internet ed ai nuovi media: sono molto felice di vedere, anche e soprattutto in Italia, il pollulare di tantissime iniziative culturali. La gente si sta dando molto da fare e, laddove non trova spazio attraverso quelli che potremmo considerare “canali tradizionali”, si rimbocca le maniche e si apre un varco attraverso la creazione di blog e/o associazioni culturali.  Fino a quando io sono vissuta in Italia – in un’era in cui non c’erano né internet né social media – ho visto molto raramente prevalere la meritocrazia.  Ho trovato porte pravelentemente chiuse.  Qui negli Usa, al contrario, e proprio per una cultura ed una mentalità profondamente diverse, ho potuto realizzare alcuni miei grandi sogni:  riprendere e portare a termine studi accademici, cosa che in Italia non mi sarebbe stato possibile fare ed intraprendere l’attività di scrittura fino a farla diventare una carriera a tempo pieno.  L’informazione, o meglio, la possibilità di reperire informazioni/notizie, è un altro aspetto che ho trovato molto positivo in America, al contrario di quanto avvenga da sempre in Italia dove molte informazioni che dovrebbero essere alla portata di tutti vengono gestiti come segreti di Stato.

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Il Bestiario di Facebook (parte 2)

Il repertorio degli utenti di Facebook è talmente vasto da richiedere una seconda parte del suo Bestiario, che ogni giorno si arricchisce di frasari e immagini postati fino allo sfinimento, a conferma che quella famosa mamma non usa anticoncezionali.

L’epiteto che va più di moda: rosiconi

Non è più possibile esprimere una propria opinione, soprattutto se si parla di politica. Arriva subito il genio di turno a darti del rosicone, che quasi sempre diventa sinonimo di piddino (anzi, di pidiota). Inutile spiegare che si può anche dissentire senza rodimenti e senza avere in testa tessere di partito o di quel partito.

La cura per i rosiconi: il Bruciakul

Dopo la diagnosi, la terapia. A chi rosica si consiglia di lenire le irritazioni con la pomata Bruciakul. Spesso viene prescritta anche per i tifosi di calcio.

L’epiteto che non passa di moda: buonisti e radical chic

Altre accuse ricorrenti soprattutto verso chi si schiera dalla parte dei più deboli oppure osa contrastare i pensieri di quelli che “portateli a casa tua”.  Quando il confronto è a senso unico.

I tuttologi

Sono quelli che ci capiscono. Di tutto. Sempre pronti a dare la propria ricetta per ogni evenienza. Le loro conoscenze non conoscono confini, soprattutto quelli della ridicolaggine.

Quelli che non leggono o non capiscono ciò che leggono

Commentano come i cavoli a merenda. Si limitano a guardare solo i titoli di un post o di una notizia, non perdono tempo a leggere tutto, smaniosi di far conoscere al mondo la propria opinione. Oppure non capiscono un’acca di quello che è scritto. Risultato: parole al vento, soprattutto quelle di chi tenta (inutilmente) di fargli capire che si trova fuori tema. O fuori di testa.

I cuochi da tastiera

Postano ogni cosa che cucinano, novelli Masterchef che nel 99% dei casi l’appetito te lo tolgono.

Le parole che sfiancano

Vergogna. Non ci sono parole. Buttate le chiavi. Dimissioni! Mi vergogno di essere italiano. Adesso basta! Prima gli italiani.
Se avessimo avuto un centesimo ogni volta che abbiamo letto queste espressioni saremmo diventati ricchi.

Una pedalata per i giovanissimi

Conto alla rovescia per l’atteso appuntamento di domenica 12 maggio, quando si svolgerà l’edizione 2019 di Bimbimbici, la tradizionale e allegra pedalata in sicurezza lungo le strade di oltre 200 città italiane. Una manifestazione che quest’anno compie vent’anni e che FIAB (Federazione italiana amici della bici) promuove nella seconda domenica di maggio per diffondere l’uso della bicicletta tra giovani e giovanissimi.

Confermato lo slogan Bimbimbici “la nuova fiaba della bicicletta” con una grafica rinnovata e una particolare attenzione al clima e all’ambiente. Un fantastico universo per l’ambientazione di Bimbimbici dove la bicicletta non è un mezzo qualunque, ma può vantare molti superpoteri: non inquina, non fa rumore, non occupa tutto lo spazio delle auto e sa rendere le persone più allegre.

Negli ultimi anni l’utilizzo della bicicletta per gli spostamenti quotidiani in città è cresciuto – spiega Giulietta Pagliaccio, presidente FIAB – e grazie a questo modello di mobilità sostenibile è possibile fare del bene sia alla propria salute sia al nostro pianeta. E sviluppare questo tipo di sensibilità fin da piccoli è un valore davvero prezioso. Inoltre, grazie alle risorse previste dall’ultimo Collegato Ambientale, sono diversi i comuni che stanno mettendo in atto progetti di mobilità legati al tema casa-scuola”.

Non resta che iscriversi e pedalare!

Una vita dedicata all’arte

Ci sono persone che dedicano la loro vita all’arte e alla cultura, motivati dalla passione e dalla convinzione che la bellezza può salvare il mondo. L’instancabile Giorgio Croce, lombardo di nascita e umbro di adozione, è sicuramente un esempio mirabile. Da oltre mezzo secolo si occupa di pittura, scultura, installazioni artistiche e vignettismo come autore e come curatore di mostre e rassegne. Tra le più recenti iniziative, la mostra fotografica “Terra mia: luoghi, persone, cibo” allestita nel locale “Il Baccanale” di Pasquale Molfetta che investe molto in progetti culturali ad Assisi. Un Premio speciale intitolato a Pino Antonelli, scomparso da poco, grande fotografo di Assisi oltre che fumettista, vignettista e scrittore. Hanno esposto Anna Katarzyna Bomba, Enrica Bruni, Francesco Cattuto, Lorenzo Dottorini, Luisa Fatigoni, Francesco Fiorucci, Lina Franquillo, Sara Fusini, Giulia Gubbiotti, Gabriella Mancinelli, Melissa Massara, Matteo Mattielli, Federica Moretti, Giorgio Galli, Maria Cristina Peccia, Aurora Piccone, Alessandro Rosa, Veronica Taglia, Michele Tirilli, Alessandra Totaro e Alessio Vissani.

<Sono stati assegnati tre tipi di premio – spiega Croce – a partire da quello della giuria popolare formata dai visitatori e abbiamo scrutinato 999 voti, quello della giuria tecnica che ha assegnato il premio speciale dedicato ad Antonelli e il premio social in base ai like ottenuti>. Un altro successo per “Il Baccanale” che è un ristorante ma, sottolinea Croce, <ha un ruolo culturale molto importante perché fa presentazioni di libri, mostre e altre iniziative. E il sabato sera, dopo la cena, con i clienti, si fa un giro nelle case private per mostrare pezzi di architettura romana. Il locale è vicino all’anfiteatro romano di Assisi e in una sala del ristorante c’è un muro che faceva parte dell’impianto dell’anfiteatro, quindi si visitano queste case stupende dove si trovano altri pezzi di epoca romana>. E nello stesso locale, dal prossimo 13 aprile, si potrà trovare una nuova mostra particolare, “Il calice della felicità”, curata sempre da Croce, che la presenta così: <Ho distribuito a 42 artisti dei boccali di coccio fatti a Deruta ed ognuno l’ha interpretato come ha voluto. Sono venute fuori sculture e installazioni davvero interessanti>. La partecipazione a queste iniziative è sempre molto numerosa e qualificata, con artisti provenienti da tutte le parti di Italia, attirati anche dalle straordinarie location che l’Umbria offre. <Invitiamo sempre – dice Croce a questo proposito – un parterre di artisti variegato, quindi pittori, scultori, fotografi, vignettisti e ceramisti e ognuno si esprime al meglio>.

La domanda di cultura, in una società che a volte sembra aver dimenticato l’importanza di questo settore, fortunatamente non manca. <Ci sono tanti creativi – conferma Giorgio Croce – e tanta gente che ama l’arte. Certo, è una minoranza rispetto a chi segue il calcio, ma c’è comunque una bella presenza, una buona risposta. Ad esempio sono appena tornato da Foligno, dove si trova il Ciac, Centro Italiano Arte Contemporanea. E’ stata appena inaugurata una mostra permanente con le opere di tutti gli artisti che hanno esposto. E parliamo di nomi molto importanti>. Croce disegna anche vignette e scrive recensioni d’arte per il giornale locale Terre Nostre, altri impegni di una vita all’insegna dell’arte come buona parte dei suoi familiari: <L’unico che ha frequentato una scuola d’arte, mio figlio, non fa nulla di artistico. Invece mia figlia e mia moglie, con nessuna scuola d’arte alle spalle come me del resto, sono attive in questo campo, come anche mie due sorelle>.

Del resto, Croce ha respirato arte sin da piccolo. <Ho iniziato ad esporre da ragazzino, all’età di 16 anni, avevo un papà pittore che ha fatto la scuola di Brera a Milano. Certo, sono cresciuto tra i pennelli, ma devo dire che le gratificazioni principali, quelle che mi hanno spinto ad esprimermi artisticamente, sono arrivate da un insegnante di disegno quando ero alle medie inferiori. Quando si facevano i disegni su sua indicazione io proponevo sempre cose un po’ fuori di testa a differenza dei miei compagni che erano, invece, molto precisi. Nel refettorio, poi, si mettevano i disegni migliori e i mei c’erano sempre, con invidia e disappunto di tutti gli altri>. Delle tante opere realizzate, Croce ricorda con particolare piacere le installazioni firmate per Arte Lago, <adagiate sull’acqua, sul lago di Monate dove non si può andare con le barche a motore e quindi la mostra veniva visitata o dalle sponde o con i pedalò o con le barche a remi>. Immagini suggestive raccontate con l’entusiasmo di chi si nutre quotidianamente di bellezza. Un privilegio assoluto.

Un grazie speciale va all’amica Enrica Bruni per le foto. Anche Enrica ha partecipato alla mostra di Assisi con “Il Miracolo dei Pani”, l’affresco che si trova nel refettorio di San Damiano dove ha vissuto Santa Chiara e rappresenta il suo incontro con il Papa anagnino Gregorio IX (la terza foto dall’alto). Per la sua opera Enrica ha ricevuto una bellissima recensione. Brava!

Le dure battaglie di Penelope

Dire battagliero è poco. Si infervora come sa fare solo chi si appassiona dei sogni che insegue, chi crede nella sua mission e conduce battaglie faticose. Antonio La Scala, pugliese, 51 anni, professione avvocato dopo un passato di ufficiale della Guardia di Finanza, dal 2014 è il presidente nazionale dell’associazione Penelope che assiste (gratuitamente) i familiari delle persone scomparse, con comitati presenti in quasi tutte le regioni italiane. Un’esperienza umana forte, ancor prima di quella professionale, trasformata in azioni concrete con l’obiettivo principale di far sentire meno soli i congiunti di chi, da un momento all’altro e spesso senza un motivo apparente, fa perdere le proprie tracce.  Senza contare che i frutti di questa mobilitazione stanno rendendo l’Italia un Paese più avanzato anche dal punto di vista normativo. Le storie di Penelope sono storie di dolore, disperazione, angoscia e morte. Sono le storie di migliaia di invisibili inghiottiti dal buio, non sempre cercati come si dovrebbe.   

Avvocato La Scala, come nasce l’associazione Penelope?

E’ nata su iniziativa di Gildo Claps, fratello di quella povera ragazza, Elisa, che dopo 17 anni dalla sua scomparsa è stata ritrovata mummificata nel soppalco della chiesa madre di Potenza. Lui è stato l’ideatore, nonché primo presidente nazionale. Ritrovandosi nel mondo degli scomparsi, all’epoca un fenomeno sconosciuto, ha contattato gli Orlandi, Gilda Milani Bianchi di Bassano del Grappa che ha perso l’unica figlia femmina, assassinata, Marisa Colinucci di Cesena, mamma di Cristina scomparsa 26 anni fa dopo essere andata a pregare in un convento e mai ritrovata, e altri familiari. Sono nati così i primi comitati, le prime apparizioni a “Chi l’ha visto?”, ma sono stati commessi anche errori perché si facevano incontri soltanto con le famiglie degli scomparsi. Non voglio prendermi i meriti, ma fino a 5 anni fa Penelope non aveva la risonanza mediatica che ha oggi. Quando sono stato eletto ho detto, per prima cosa, che piangere soltanto non serviva a far tornare a casa i figli, ma che bisognava fare conoscere il problema con incontri all’esterno, convegni, coinvolgimento dei media ecc. Cosa che è stata fatta. Nel 2007 siamo stati ricevuti dal presidente della Repubblica, Napolitano, grazie al quale abbiamo l’istituzione del Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse, una nostra richiesta esplicita.

Un Commissario che stila relazioni semestrali sul fenomeno. Cosa si evince da questi atti?

L’ultima relazione c’è stata il 31 dicembre 2018 e siamo arrivati a 58.000 persone scomparse dal 1974 ad oggi. La rabbia è che tutti hanno dormito, perché in quei dati impressionanti, ma nessuno lo scrive e non capisco perché, ci sono 2410 bambini italiani evaporati nell’aria. A questi bisogna aggiungere 3800 bambini stranieri, ma in questo caso va detto che molti di essi, dopo un periodo di permanenza nei centri di accoglienza, scappano per raggiungere i familiari e quindi sono fortunatamente vivi. Ovviamente non tutti, quindi tra italiani e stranieri i bambini scomparsi sono un’infinità, ma non sembra interessare. Nessuna trasmissione Rai o Mediaset ne ha fatto mai cenno.

Perché questa omertà, per usare un termine forte, secondo lei?

Perché dietro ci sono soprattutto i traffici di organi, che possono essere acquistati da chi se li può permettere, visto che un organo sano di un bambino costa moltissimo. Come non pensare, allora, che dietro ci sono ricchi e potenti che garantiscono l’organizzazione di questi traffici?

Oltre a questa agghiacciante ipotesi, quali sono le altre cause della scomparsa dei bambini?

Adozioni illegali e prostituzione minorile. E dei minori scomparsi non se ne parla, eccezion fatta per pochi casi come Denise Pipitone e Angela Celentano che tirano più mediaticamente. Perché si ha tanta paura di parlare degli altri bambini? Perché c’è un business enorme che gira intorno a questo fenomeno.  

Non possiamo non parlare del femminicidio. Dati allarmanti, da emergenza sociale.

Stiamo parlando di 3306 donne italiane scomparse, la seconda vergogna dopo quella dei bambini. Non dico che tutte sono vittime di femminicidio, ma va detto che la storia di Penelope, che coincide con la storia giudiziaria italiana, ci dice che fino al caso di Roberta Ragusa non c’era una condanna per omicidio con occultamento di cadavere, a parte le lupare bianche che seguono un’altra logica. Ci siamo costituiti parte civile per Roberta Ragusa, come per Guerrina Piscaglia, altro caso di omicidio con occultamento di cadavere, ed Elena Ceste.

Il numero di donne scomparse è impressionante, eppure si parla sempre delle stesse, poche a fronte dei dati reali. Perché?

Si segue una logica di attrazione mediatica. Basta un piccolo riferimento alla sfera sessuale e il caso schizza alle stelle. Abbiamo una media di 120-125 donne uccise l’anno, ma se chiedi ad una persona quali di queste donne si ricorda, risponderà: il caso di Meredith, il caso Stasi per la morte di Chiara Poggi, il caso Parolisi, Sarah Scazzi, Yara Gambirasio, Roberta Ragusa. Perché? Meredith per l’orgia dopo la droga e la macchiolina sul reggiseno; Sarah Scazzi perché la cugina Sabrina era innamorata di un ragazzo di cui la piccola Sarah si era invaghita e, poi, per la figura di zio Michele che ci provava con la nipotina; nel caso di Garlasco ha giocato il materiale pornografico trovato nel computer di Alberto Stasi;  per la piccola Yara c’è la mutandina con la macchia di sangue; per Roberta Ragusa, la storia dell’amante del marito che va a prendere il suo posto in casa; Parolisi era il play boy della caserma e aveva storie con le soldatesse. Ecco, la componente sessuale rende i casi appetitosi dal punto di vista mediatico. Delle altre donne non ne parla nessuno.

Cosa fa Penelope, in concreto, per le famiglie degli scomparsi?

Penelope fa due tipi di attività: l’assistenza legale e psicologica gratuita ai familiari degli scomparsi e, fondamentale, ha un ruolo di stimolo e impulso normativo. Nel 2014 ho stipulato un protocollo di collaborazione con l’allora Commissario di Governo, il Prefetto Piscitelli, di fatto accreditando l’associazione. A seguito di questo mi sono ammazzato, insieme alle altre forze sane del Paese, per far approvare leggi importantissime: per tutelare i minori stranieri non accompagnati, prime vittime dei fenomeni aberranti di cui parlavamo prima; per le vittime del bullismo e del cyberbullismo che hanno visto tanti minori anche suicidi; per le vittime del femminicidio che tutela sotto tanti punti di vista i figli delle donne uccise. Un’altra battaglia, di cui sono orgoglioso, l’abbiamo fatta per la banca dati del Dna, visto che abbiamo circa 2000 cadaveri negli obitori non identificati, ma altrettanti ce ne sono nei cimiteri. La legge è stata resa esecutiva, grazie al polverone che ho sollevato insieme alla trasmissione “Chi l’ha visto?”, dopo 7 anni dalla sua approvazione, una vergogna. Abbiamo inoltre ottenuto di poter segnalare le scomparse via telefono, se non è possibile andare subito a fare la denuncia, affinché possano partire immediatamente le ricerche. C’è poi la formazione delle forze dell’ordine, che ho già incontrato in Puglia e in Emilia Romagna.  

Qualcosa mi dice che l’avvocato La Scala non si fermerà qui. Quali saranno le prossime battaglie?

Ho presentato una proposta al Sottosegretario alla Giustizia per ridurre i tempi di morte presunta, passando da 10 a 5 anni. Questo permette alle vittime di superare prima i problemi burocratici (conti bancari, premi assicurativi ecc.) E poi, fondamentale, bisogna eliminare dal modulo di denuncia la frase “allontanamento volontario” e tenere solo l’espressione che usa la legge: allontanamento. Nessuno può dire, nell’immediato, che si scompare volontariamente. La persona va cercata e basta. Mi batterò senza tregua per questo, non sai quanti danni ha fatto quel maledetto termine “volontario”.

Lo scrittore che serve il caffè

Ha firmato cinque romanzi di successo pubblicati con la prestigiosa casa editrice Sperling & Kupfer, viene tradotto in 8 Paesi europei e in Sudamerica, è l’unico autore “rosa” italiano, è stato paragonato allo scrittore statunitense Nicholas Sparks famoso per le sue storie di amori eterni. Eppure ogni mattina Diego Galdino, 48 anni, lo trovi dietro il bancone del “Caffellotto”, il bar del quartiere romano Aurelio che è stato per molti anni di proprietà della sua famiglia, a servire caffè e cappuccini ai clienti.

Non è certo una coincidenza che il suo libro di esordio, definito subito un caso letterario, si chiamasse “Il primo caffè del mattino”, pubblicato nel 2013, che racconta la storia d’amore di Massimo e Geneviève. Una storia nata, neanche a dirlo, dentro un bar. Da allora non si è fermato più. Nel 2014 scrive “Mi arrivi come da un sogno”, seguito da “Vorrei che l’amore avesse i tuoi occhi” del 2015, “Ti vedo per la prima volta” del 2017 e “L’ultimo caffè della sera” uscito a metà 2018, sequel del primo successo. Ed è già pronto il nuovo lavoro, atteso (molto atteso) a maggio prossimo, che si intitolerà Bosco Bianco. Incontro Diego Galdino nel primo pomeriggio, appena libero dal suo turno al bar, iniziato alle 5 del mattino come sempre.

Come è nata la tua passione per la scrittura? E da dove nasce “Il primo caffè del mattino”?

Ho iniziato a scrivere romanzi d’amore grazie ad una ragazza con cui avevo un forte legame. Un giorno mi regalò un libro di Rosamunde Pilcher, che ambientava le sue storie romantiche in Cornovaglia e mi disse: “Questo è un genere letto soprattutto dalle donne, ma sono sicura che la con la tua sensibilità lo apprezzerai”. Il suo sogno era quello di conoscere da vicino i posti dei romanzi della Pilcher, ma non poteva viaggiare a causa di seri problemi di salute. E allora feci una follia: feci quel viaggio per lei, per immortalare con la macchina fotografica quei posti meravigliosi. Un viaggio surreale, fatto di spostamenti assurdi.  Fotografai tutto quello che si poteva fotografare, tornai a Roma, feci fare un album e lo regalai alla ragazza che, poi, non ho visto più perché si è trasferita altrove. Quel libro e quel viaggio cambiarono la mia vita. Iniziai a scrivere perché volevo raccontare una storia d’amore con il lieto fine a differenza della nostra.

La definizione di autore “rosa” ti piace o ti sta stretta?

Mi fa sorridere perché trovo riduttivo legare l’amore a un solo colore, come quando gli editori dicono che i romanzi di genere romantico vanno pubblicati solo a primavera e d’estate.  Ecco, non credo che i sentimenti possano essere limitati a un colore o solo a certe stagioni. Però la definizione “rosa” mi fa anche piacere perché sono l’unico uomo che in Italia scrive romanzi di questo genere. Pensa che parteciperò a breve al Festival italiano del Romance a Milano, sarò l’unico autore uomo in mezzo a 160 autrici. Tra di loro mi sento un po’ come la particella di sodio dell’acqua, una sorta di intruso. Ma questo genere letterario è nelle mie corde, la mia scrittrice preferita è Jane Austen, ho detto tutto.

La tua vita da barista continua nonostante una bella carriera di scrittore. Perché questa scelta?

In questo bar, che prima si chiamava con il nome di mio padre Lino, io ci sono nato. Nel vero senso della parola perché a mia madre le acque si sono rotte proprio dietro il bancone.  Stare a contatto con la gente mi fa stare bene e da quando scrivo è ancora più bello perché sono contento che i miei amici lettori – io li chiamo così, non mi piace il termine fan – possono venire a trovarmi, farsi una foto e conoscere il bar frequentato dai personaggi del libro “Il primo caffè del mattino” che mi ha fatto conoscere al grande pubblico, e del suo seguito. Tutti personaggi reali, esistenti. E i lettori vengono spesso a trovarmi, anche gli stranieri provenienti dai Paesi dove i romanzi sono arrivati. Tutto questo è fantastico, perché voglio essere uno scrittore che mantiene i contatti diretti”.

Nel tuo primo romanzo hai dedicato anche un’appendice al caffè, descrivendo tutti i tipi richiesti dai clienti, associandoli alla personalità di chi li beve.

Si, ad ogni tipo di caffè associo il carattere della persona, una specie di oroscopo. Ad esempio, chi ordina il caffè macchiato è un indeciso, non sa se vuole un caffè o un cappuccino. Sicuramente sarà una persona indecisa anche nella vita.

Sei molto seguito all’estero, dove spesso vai per promuovere i tuoi libri.

A giugno sarò in Bulgaria dove il mio editore bulgaro ha organizzato un tour. Vado volentieri, il mio ultimo libro è in classifica ed è considerato il romanzo d’amore più bello. Sono stato spesso all’estero per i miei libri, li ho presentati alla Fiera di Francoforte e di Madrid, alla televisione polacca e in Germania ho rappresentato l’Italia al Festival di Letteratura Europea>.

Perché hai sentito la necessità di dare un seguito al tuo primo successo?

In realtà i seguiti non mi piacciono molto e “L’ultimo caffè della sera” può essere considerata anche una storia a sé, possono tranquillamente leggerlo anche chi non conosce il primo.  Avevo però da raccontare cose nuove della vita del bar, molto autobiografiche, e sono contento di averlo fatto. 

Il lavoro di barista è sicuramente impegnativo. Quando trovi il tempo per scrivere romanzi?

Mi alzo alle 4 e scrivo prima di andare ad aprire il bar. Durante la giornata appunto eventuali idee e pensieri, ma alla scrittura vera e propria mi dedico all’alba.

Ed ora l’attesa è tutta per il nuovo lavoro di Diego Galdino, un concentrato di simpatia, sentimenti e umiltà. Un’altra storia d’amore, attesa in tutto il mondo, che sicuramente replicherà il successo delle altre. Vogliamo scommetterci un caffè?

La mafia è una montagna di merda

Peppino Impastato ebbe il coraggio, pagando con la vita, di ribellarsi alla sua famiglia mafiosa, alle prevaricazioni e all’omertà. Il giornalista siciliano, ucciso tra l’8 e il 9 maggio 1978 – lo stesso giorno in cui venne ritrovato anche il corpo di Aldo Moro – definì la mafia “una montagna di merda” ed è un esempio delle battaglie sociali e culturali contro criminalità, violenza, prepotenza e corruzione.  

Il 21 marzo si celebra, dal 1996 (ma solo dal 2017 è diventata commemorazione nazionale), la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Un evento promosso dall’associazione Libera in un giorno non casuale: è stato scelto il primo giorno di primavera, che indica risveglio della natura, occasione per rinnovare la primavera della verità e della giustizia sociale.

<Per Libera – spiega l’associazione – è importante mantenere vivo il ricordo e la memoria delle vittime innocenti delle mafie. Uomini, donne e bambini che hanno perso la propria vita per mano della violenza mafiosa, per difendere la nostra libertà, la nostra democrazia. Una memoria condivisa e responsabile grazie alla testimonianza dei loro familiari che si impegnano affinché gli ideali, i sogni dei loro cari rimangono vivi. Ogni anno, il 21 marzo, primo giorno di primavera, in occasione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, in tanti luoghi del nostro Paese e all’estero, vengono letti tutti i nomi delle vittime innocenti delle mafie. Un lungo elenco, recitato come un interminabile rosario civile, per farli vivere ancora, per non farli morire mai. A partire dal 21 marzo e durante gli altri 364 giorni dell’anno, perché solo facendo della memoria uno strumento d’impegno e di responsabilità, si pone il seme di una nuova speranza>.

A Padova si terrà la manifestazione ufficiale della Giornata contro le mafie, ma in altre numerose città italiane sono in programma marce, cortei, eventi e presidi per dire “no” al cancro della mafia e rendere omaggio alle tante, troppe, vittime innocenti (sono oltre 16.000). Un fenomeno “trasversale” perché non coinvolge soltanto il Sud. Dice infatti don Ciotti, presidente dell’associazione Libera, nello spiegare la scelta di Padova: <Nessuna regione può considerarsi immune da questo fenomeno, anche nel nord est la mafia è radicata>.    

In prima linea nel sostenere la Giornata del 21 marzo ci sono gli studenti, che possono essere la vera spina nel fianco della mentalità mafiosa in quanto generazioni future. Un messaggio forte e chiaro, pieno di speranza.

Anche la Rai parteciperà alla commorazione con un palinsesto dedicato.  Il primo appuntamento sarà con “UnoMattina” su Rai1 per una lunga intervista a Don Ciotti, a seguire collegamenti e testimonianze raccolte dagli inviati di “Storie Italiane”. Rai2 approfondirà l’argomento all’interno della rubrica “Tg2 Italia” e con la trasmissione “I Fatti Vostri”. Rai3 invece ci sarà con “Agorà”. Nel pomeriggio, la rete ammiraglia offrirà una intervista a Emanuele Schifani, figlio di Vito Schifani, vittima della strage di Capaci, ospite a “Vieni da me”. A seguire, la “Vita in Diretta” darà ampio spazio alla Giornata e, in terza serata, ne parlerà anche “Sottovoce” di Gigi Marzullo. Su Rai3 è previsto invece un approfondimento pomeridiano, in onda alle 15.20, in “La Grande Storia – anniversari”, dal titolo “Donne e coraggio, voci contro la mafia”. I telegiornali daranno ampio risalto alla cronaca della Giornata. RaiNews24 seguirà in diretta la manifestazione con gli inviati a Padova e in altre piazze d’Italia rappresentative della lotta alla criminalità. La TgR dedicherà spazi informativi all’interno di tutte le edizioni dei Tg regionali. Rai Movie ricorderà la Giornata con pellicole d’autore come “Il giudice ragazzino” e “Gente di rispetto”. Anche Rai Storia con “Diario Civile” e Rai Gulp, con il cartone animato “Giovanni e Paolo e il mistero dei Pupi”, si occuperanno dell’evento.

Il portale web di Rai Scuola ospiterà uno speciale con i documenti filmati che ricostruiscono l’elenco delle morti per mafia. Radio1 dedicherà grande parte della programmazione alla Giornata; Radio2 si mobiliterà ospitando Don Luigi Ciotti a “Caterpillar”; Radio3 racconterà le diverse manifestazioni attraverso “Tutta la città ne parla” e “Fahrenheit”. Oltre a uno spot istituzionale, la Giornata impegnerà anche il sito e i canali social di Responsabilità Sociale Rai.

Aggiungi un posto al sole

E’ il portiere di condominio che tutti vorremmo. Perché il condominio è il prestigioso Palazzo Palladini di Posillipo e lui è Raffaele Giordano, personaggio di punta della soap italiana “Un posto al sole”, un grande successo di Rai 3 in onda nella fascia preserale del palinsesto. Per Raffaele la guardiola è quasi una plancia di comando, da dove gestire le vicissitudini delle famiglie protagoniste della fiction. Nei suoi panni, fin dalla prima puntata del 1996, c’è Patrizio Rispo, napoletano doc di 63 anni, proveniente dal teatro dove ha recitato con artisti del calibro di Vittorio Caprioli e Valeria Moriconi, ricevendo importanti premi come migliore attore. Ha lavorato anche con Massimo Troisi e altri importanti colleghi, ha scritto commedie teatrali e collabora con l’Unicef.

Da 23 anni interpreta il personaggio di Raffaele Giordano. Cosa significa, per un attore, recitare un ruolo per così tanto tempo?

E’ un lusso raro interpretare per tanto tempo lo stesso personaggio, è un’esperienza psicologica importante. Anzi, più che interpretare vuol dire avere una vita parallela. In questi anni, nei panni di Raffaele Giordano, ho toccato corde che nella vita reale pochi uomini hanno toccato. Sono stato marito, genitore, amante, artista e tanto ancora. Direi che è l’equivalente di girare 1800 film e lavorare 360 giorni l’anno è un’esperienza unica. 

Qual è il segreto del successo di “Un posto al sole”?

Ormai ci siamo sostituiti a un giornale perché approfondiamo tutti i problemi della quotidianità e raccontiamo la cronaca, ma con un approccio positivo e solare. E di argomenti ne abbiamo affrontati tanti, anche quelli duri come la camorra e la violenza sulle donne. Quest’ultimo è protagonista proprio nelle puntate di questi giorni (il riferimento è alla violenza subita in famiglia da Adele Picardi, interpretata da Sara Ricci, ndr). E proprio nei giorni scorsi, sono rimasto sconvolto dalla morte di una nostra telespettatrice, Alessandra, che prendendo spunto dalla nostra puntata, scriveva in un post quanto fosse assurda la violenza sulle donne. Quella stessa violenza che, in maniera orribile, l’ha portata via. Andando su Google per documentarmi, di Alessandra uccise così ne ho trovato tantissime. Un dramma enorme.

 Che tipo di rapporto si crea tra attori che da tantissimi anni lavorano sullo stesso set ogni giorno?

Ormai siamo una famiglia, anche serena e felice perché non ci sono competizioni. Ognuno di noi ha un suo ruolo importante e definito e questo vale anche per tutta la macchina organizzativa che gira intorno alla soap.

Raffaele Giordano ha due grandi passioni: il Napoli e la cucina, ovviamente partenopea. Sono anche le passioni di Patrizio Rispo?

Assolutamente sì, anche perché gli autori si muovono tenendo conto delle reali passioni di noi attori.

E in cosa altro assomiglia a Raffaele Giordano?

Sicuramente per la curiosità, l’onestà, l’amore per la famiglia.

Come vive la popolarità e l’affetto di chi segue la fiction?

La gente mi considera più che un attore un parente. Mi ferma per strada e in me cercano Raffaele, è molto piacevole senza dubbio.

Lei proviene dal teatro. Cosa rappresenta per un attore questa esperienza?

Il teatro è uno strumento indispensabile, è come la bottega dell’accordatore per uno strumentista. Nel cinema e in televisione si può fermare la ripresa e rifare la scena, a teatro avere davanti il pubblico richiede lucidità e concentrazione. Ora lo faccio di meno, ma sono nel Consiglio di amministrazione del Teatro Nazionale Mercadante di Napoli, quindi dall’altra parte, e questo mi permette di aiutare i colleghi, che non stanno passando un bel periodo. Sono molto più utile da questa parte, anche perché non è frequente avere un attore nel Cda.

Pensa di continuare a interpretare il personaggio di Raffaele o nei progetti futuri c’è altro?

Il personaggio vorrei mantenerlo senz’altro, ma mi piacerebbe anche il cinema. Apprezzo molti registi italiani come Riccardo Milani, Paolo Sorrentino, Edoardo De Angelis, Mario Matone. E mi piacerebbe un personaggio di grande respiro, ovviamente diverso da quello di una soap. Un personaggio in una storia che si sviluppa in una fabbrica, in una piazza, insomma in un contesto diverso.  

Lei si impegna anche molto per la sua città. Ma come è Napoli, oggi?

Sono sempre pronto se si tratta di promuovere Napoli e quanto di buono ha. Ho appena partecipato alla prima puntata di una trasmissione di Tv2000 dedicata proprio alle positività di Napoli. La mia città è una fucina di talenti in fermento che lottano per le tante difficoltà che, per esempio, ha il Comune, con pochi soldi per tutelare il patrimonio artistico della città. Ma io sarò sempre in prima linea a difendere Napoli.

Un esercito di fantasmi

Un esercito di persone scomparse. Un esercito di fantasmi. Nel 2018 sono sparite nel nulla 4.723 persone in più rispetto al 2017. Sono i dati forniti dalla relazione semestrale dell’ufficio del commissario straordinario del governo per le persone scomparse, che definisce il fenomeno “devastante e sconvolgente nonostante aumentino i ritrovamenti e la prevenzione”. Dalla stessa relazione apprendiamo che dal 1974 (è l’anno di avvio delle statistiche in materia) al 31 dicembre 2018 le persone scomparse in Italia sono 229.687. Ne sono state rintracciate 171.974. Questi numeri tengono conto sia dei cittadini italiani sia di quelli stranieri che vivono in Italia. In particolare, quando si parola di stranieri si fa riferimento ai minori dei quali perdono le tracce una volta arrivati nel nostro Paese, con il rischio che vengano ridotti in schiavitù dalle organizzazioni criminali.

Un dato positivo comunque c’è: l’aumento dei ritrovamenti che sono, al 31 dicembre 2018, il 74,4 per cento, contro il 57,8 per cento del 2017. Nel dettaglio, nel 2018 le denunce di persone scomparse sono state 18.468 persone e di queste sono 13.745 quelle non ancora ritrovate. Gli italiani scomparsi all’estero sono 235 minorenni, 168 maggiorenni e 29 over 65.  Le regioni con il più alto numero di ricercati sono la Sicilia (16.635), il Lazio (8.023), la Lombardia (6.103), la Campania (4.699), la Calabria (4.659) e la Puglia (4.080).


Ma perché una persona, che spesso apparentemente vive in tranquillità, sparisce all’improvviso? In questo caso la relazione sottolinea che “la motivazione dell’allontanamento volontario in caso di scomparsa di una donna, anche minorenne, sia in realtà da rubricare come “possibile vittima di reato”, ponendo l’attenzione, una volta di più sulla tragedia dei femminicidi. Secondo i dati del Ministero dell’Interno – si legge ancora – nei primi 9 mesi del 2018 sono stati 81 i casi di allontanamento dalla casa familiare di una donna spesso a causa di “reati spia” ovvero atti persecutori, maltrattamenti, violenze e percorse. Ma ancora più spesso è accaduto che una donna sia stata denunciata dal marito o compagno per essersi allontanata dalla propria casa, dalla propria prole per altri interessi. La realtà, secondo l’esperienza maturata in questi anni, celava un’altra verità, la donna scomparsa era stata uccisa e occultata dall’autore della denuncia”.

C’è poi la casistica dei possibili disturbi psicologici che comprende 581 casi, 473 italiani e 108 stranieri (12 minorenni, 416 maggiorenni e 153 over 65). Molto spesso si tratta di malati di Alzheimer o di adulti affetti da malattie neurologiche. Mentre le sottrazioni dei minori da parte di un coniuge o di un familiare sono 454.

Il fenomeno delle scomparse è un’emergenza tale da coinvolgere non solo forze dell’ordine e inquirenti, ma anche trasmissioni televisive (“Chi l’ha visto?” di Rai Tre è un baluardo dell’informazione in tal senso), associazioni nate ad hoc (come Penelope) e una buona fetta di altri settori della società.   

Nell’epoca del web, anche Facebook dà una buona mano a veicolare informazioni, avvistamenti, approfondimenti, segnalazioni. E’ il caso della pagina Missing People Italy (nella foto in alto la loro copertina) aperta a giugno del 2012, 6000 followers, gestita da volontari di più parti di Italia, dalla Liguria alla Sicilia, che si sono messi a disposizione de familiari degli scomparsi per aiutarli a ritrovare i propri cari. Spiegano gli amministratori: <Siamo persone sensibili alla tematica delle persone scomparse. Anni fa, con altre persone che nel frattempo per vari motivi non gestiscono più la pagina, decidemmo di creare la pagina stessa per diffondere gli appelli sul web. La problematica “persone scomparse”, è spesso sottovalutata, è un vero e proprio fenomeno sociale del quale si parla ancora poco. Alla nostra pagina è associato un blog con schede di persone scomparse, autorizzate dalle famiglie. Cerchiamo sempre di valutare con attenzione gli appelli che girano in rete (la materia ” privacy” è una cosa molto delicata) prima di postare. Tempo fa decidemmo di denominare la pagina in inglese per poter permettere alle tante persone straniere (che spesso ci contattano) che chiedono aiuto. Non siamo un’associazione ufficiale, ma un gruppo di volontari online. Grazie ad internet ed alle tante pagine internazionali dedicate a questa tematica nei vari paesi d’Europa, abbiamo costruito una serie di contatti con associazioni internazionali ufficiali. Sulla nostra pagina cerchiamo di aggiornare quotidianamente con link su articoli di scomparsi, o condividendo appelli trovati in rete o schede presenti sul nostro blog. In passato abbiamo contribuito a risolvere alcuni casi grazie a persone che hanno visto gli appelli>.

Cibo di strada, che bontà!

Al via la terza edizione del  Festival Internazionale dello Street Food, ideato dal giovane imprenditore torinese Alfredo Orofino con la passione per il cibo di qualità. L’appuntamento è a Roma nel Piazzale della Radio da venerdì 15 a domenica 17 marzo 2019 (orari: ven.18 – 24/ sab.- dom. 11,30 – 24) . La manifestazione nasce dall’idea di portare nelle piazze, all’aria aperta, il  cibo che generalmente non si ha modo di mangiare a casa,  gustando sapori di varie nazionalità. Parteciperanno 30 chef su strada che impastano, friggono, bollono, infornano e arrostiscono una grande quantità di cibo.

Spiega Orofino: <In Italia acqua, farina, olio e pomodoro per creare tante specialità come i maccheroni e la pizza, simboli della cucina italiana, nati proprio come cibo di strada, a New York con i carretti di Hot dog, a Istanbul con i chioschi del Kebab o le creperie sui boulevard di Parigi sono tutti luoghi simbolo dello Street Food. Rimanendo in Italia, basta ricordare che a Napoli, nelle strade, si mangiavano i maccheroni e la pizza a portafoglio, in Valle d’Aosta la polenta con il lardo di Arnad, in Liguria la focaccia di Recco, la farinata o la panissa genovese, in Emilia Romagna la piadina o lo gnocco fritto senza dimenticare il pinzone di Ferrara ma il palato è esigente non ci si ferma solo ai sapori tradizionali, un buon viaggio che si rispetti ci deve far spaziare almeno con il gusto anche verso altre parti del mondo. Vogliamo far conoscere una nuova ristorazione, una ristorazione mobile, realizzata solo ed esclusivamente con cibi che puntano alla qualità senza tralasciare il buon bere, l’accoglienza e l’aggregazione tra culture>.

Il pubblico potrà gustare molti piatti regionali italiani, alcuni non conosciuti ai più, come le seadas fritte, culurgionis di Ogliastra, una prelibatezza sarda, il classico panino alla nuorese con crema di pecorino e salsiccia sarda,  il carciofo alla giudia romano, la bombetta di Alberobello, la salsiccia rossa e l’hamburgher rosso di Castelpoto (Presidio Slow Food  dal 2009),  piccolo paese del beneventano, il rosso conferitogli dalla polvere proveniente dall’essiccazione dei paupuli, peperoni tapepo non piccanti tipici esclusivamente di quella zona, l’hamburgher piemontese con carne di fassona, formaggio toma, pancetta caramellata e salsa verde, il Bubble tea. E buon appetito!

8 Marzo, non è qui la festa

8 Marzo, ma cosa c’è da festeggiare? La Giornata internazionale della donna è stata ufficializzata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 1977 per ricordare le conquiste sociali raggiunte, ma soprattutto per sensibilizzare sulla parità dei generi, ancora un obiettivo lontano. Si associa questa data anche alla morte di centinaia di operaie in un incendio nella fabbrica tessile “Cotton and Cotton” di New York. Ad appiccare il fuoco sarebbe stato il proprietario per reprimere uno sciopero delle dipendenti, ma non ci sarebbero tracce precise di questo fatto di cronaca.

Qualunque sia l’origine di questa “festa”, l’occasione dovrebbe essere un forte momento di riflessione, soprattutto sul fenomeno esecrabile del femminicidio, una vera e propria emergenza che richiede uno sforzo maggiore per essere arginata. Ed allora, facciamo che l’8 Marzo sia una tappa per ragionare e chiedere più rispetto e per interrogarci sui motivi che portano a rapporti malati di coppia. Altro che spogliarelli nei locali per le cenette tra amiche!

Dal 2000 ad oggi, in Italia, sono state uccise oltre tremila donne. Un numero impressionante che equivale al 37,1% degli omicidi commessi nel nostro Paese. E’ quanto emerge da un recente rapporto Eures, secondo il quale nel 50% dei casi l’aggressore è il partner della vittima, spinto da gelosia e possesso e incapace di accettare una separazione. Nel 44,5% dei casi la vittima aveva denunciato I femminicidi sono in aumento al Nord (+ 30%) e in forte calo al Sud (- 42.7%) e le prime regioni italiane dove le donne vengono uccise sono state, nel 2017 e nel 2018, Lombardia, Veneto, Campania, Emilia Romagna, Piemonte, Toscana e Lazio.  Negli ultimi anni sono state vittime di femminicidio 71 donne nel 2015, 72 nel 2016, 68 nel 2017 e 79 nel 2018.  Statistiche che variano, comunque, a seconda della fonte dal momento che non sempre si può stabilire se il delitto è stato consumato nei confronti della donna in quanto tale.

Fanno altrettanto paura i numeri dell’ultimo rapporto Istat sulle violenze: Il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).

Ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner il 13,6% delle donne (2 milioni 800 mila), in particolare il 5,2% (855 mila) da partner attuale e il 18,9% (2 milioni 44 mila) dall’ex partner. La maggior parte delle donne che avevano un partner violento in passato lo hanno lasciato proprio a causa della violenza subita (68,6%). In particolare, per il 41,7% è stata la causa principale per interrompere la relazione, per il 26,8% è stato un elemento importante della decisione.

Il 24,7% delle donne ha subìto almeno una violenza fisica o sessuale da parte di uomini non partner: il 13,2% da estranei e il 13% da persone conosciute. In particolare, il 6,3% da conoscenti, il 3% da amici, il 2,6% da parenti e il 2,5% da colleghi di lavoro.

Le donne subiscono minacce (12,3%), sono spintonate o strattonate (11,5%), sono oggetto di schiaffi, calci, pugni e morsi (7,3%). Altre volte sono colpite con oggetti che possono fare male (6,1%). Meno frequenti le forme più gravi come il tentato strangolamento, l’ustione, il soffocamento e la minaccia o l’uso di armi. Tra le donne che hanno subìto violenze sessuali, le più diffuse sono le molestie fisiche, cioè l’essere toccate o abbracciate o baciate contro la propria volontà (15,6%), i rapporti indesiderati vissuti come violenze (4,7%), gli stupri (3%) e i tentati stupri (3,5%).

Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner, nel 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici. Anche le violenze fisiche (come gli schiaffi, i calci, i pugni e i morsi) sono per la maggior parte opera dei partner o ex. Gli sconosciuti sono autori soprattutto di molestie sessuali (76,8% fra tutte le violenze commesse da sconosciuti).

Voglio giustizia per Daniele

Da quando Daniele non è in casa, papà Francesco dorme su un divano vicino al portone di ingresso. La camera da letto è più lontana, non vuole rischiare di non sentire il figlio se torna e bussa, desidera essere pronto ad aprire e ad accoglierlo.  E’ uno dei toccanti episodi che mi racconta Francesco Potenzoni, 66 anni, padre di Daniele, scomparso a Roma il 10 giugno 2015. Inghiottito dal caos della metropolitana nella stazione di Termini, sfuggito alla vigilanza dell’operatore del Centro a cui Daniele, autistico, era stato affidato in occasione di una gita di tre giorni a Roma. In gruppo si recavano all’udienza di Papa Francesco, dove Daniele non è mai arrivato. Scomparso nel nulla. L’operatore che doveva sorvegliarlo, un infermiere dell’ospedale di Melegnano, è stato processato per abbandono di persona incapace e assolto perché il fatto non sussiste. Non è stato riconosciuto il dolo.  La famiglia Potenzoni, originaria della Calabria, vive a Pantigliate in provincia di Milano. Daniele ha due fratelli minori: Marco è sposato, Luca vive con i genitori e cura le iniziative per ritrovare Daniele, come la pagina Facebook dedicata al caso. La madre Rita, dopo la scomparsa del figlio, si è ammalata gravemente. Per loro, la vita si è fermata il 10 giugno 2015. Da quel giorno, pensano soltanto a riportare Daniele a casa.

La mia chiacchierata con Francesco Potenzoni inizia proprio dall’esito della vicenda giudiziaria che ha lasciato l’amaro in bocca ai familiari di Daniele, 36 anni all’epoca della scomparsa. <Non c’è stato dolo, dicono i giudici. Quindi si è trattato di negligenza, ma per me è la stessa cosa perché mio figlio non c’è. Questa sentenza ci ha fatto sentire abbandonati dallo Stato perché Daniele è andato a Roma affidato a qualcuno, non da solo. Mi sono vergognato di essere italiano. In tre anni e mezzo ho partecipato a venti udienze, si entra in tribunale e c’è scritto che la legge è uguale per tutti. Ma non è vero, non è così. E mi ha fatto male vedere che, appena letta la sentenza, l’infermiere che doveva sorvegliare mio figlio festeggiava, rideva con i colleghi. Ma cosa c’è da festeggiare se non sappiamo che fine ha fatto Daniele? Ora speriamo nell’Appello, la Procura sembrerebbe intenzionata a procedere in questa direzione>.

Signor Potenzoni, come e quando ha saputo che si erano perse le tracce di suo figlio?

Daniele è scomparso alle 9 di mattina, io l’ho saputo soltanto alle 17.30 quando l’infermiere mi ha chiamato e fino ad allora non aveva neanche fatto la denuncia. E’ andata a farla dopo questa telefonata, l’ho sollecitato io, ma andava fatta subito vista la patologia di cui soffre mio figlio. Mi ha detto che lo avevano cercato senza risultati. Era l’ultimo giorno della gita. So che alle 8 il gruppo, che era formato da 11 ragazzi e 6 accompagnatori, è stato diviso in due. Il primo è partito subito per il Vaticano, nel secondo – di cui faceva parte Daniele – c’erano 5 ragazzi e 3 infermieri, quindi le persone da assistere erano davvero poche, eppure mio figlio è stato “perso”.

Nessun avvistamento è stato utile, ma come è stato cercato Daniele? Si poteva fare di più?

Le ricerche più approfondite sono state fatte grazie al commissario del Comune di Roma, il Prefetto Tronca, che ha fatto scandagliare tutti i sotterranei. Durante i primi giorni, forze dell’ordine e inquirenti si facevano sentire. Ero in contatto costante soprattutto con il dottor Fattori della Polfer, che è stato molto disponibile, ma poi lui è stato trasferito e non ho saputo più nulla.

Vuol dire che Daniele non viene più cercato?

Di ufficiale non so niente, le ricerche continuano privatamente, le faccio io con l’aiuto degli amici che mi stanno vicini e con l’associazione Penelope. Con loro verifichiamo anche gli avvistamenti che vengono segnalati, ma non ce ne sono da tempo. Debbo ringraziare soprattutto voi giornalisti se si parla ancora di Daniele, non avete mai spesso di seguire il caso e, infatti, ne stiamo parlando anche adesso. 

Cosa altro l’ha amareggiata, in questa vicenda?

Dicevo prima dello Stato che ci ha abbandonato. E’ quello stesso Stato che, soltanto un mese dopo la scomparsa, ha revocato la pensione di invalidità a Daniele perché non si è presentato alla visita di controllo.   

Mi dica dell’ultimo giorno in cui ha visto Daniele, quando è partito per Roma. Che ricordi ha di quei momenti?

Non ero contento che Daniele andasse a Roma. Frequentava il Centro da 14 anni ed aveva partecipato ad una gita soltanto una volta per andare al mare. Non lo mandavo fuori volentieri perché stavo più tranquillo se la sera, quando tornavo dal lavoro, lo avevo a casa. Ma lui era felice di andare dal Papa, si era preparato anche la valigia da solo. La mattina della partenza sono andato a chiamarlo, dormiva ancora e sono stato tentato di non svegliarlo per non farlo partire. Ma poi ho deciso diversamente, non volevo deluderlo. L’ho accompagnato alla stazione, ho parlato con l’infermiere, gli ho dato 100 euro nel caso Daniele volesse fare qualche acquisto a Roma. Non l’ho più visto. Spesso mi dico che se quel mattino non lo svegliavo, ora starebbe qui con me.

Appena saputo di quanto accaduto, lei si è precipitato a Roma per cercare Daniele.

Immediatamente. Il sindaco del mio paese ha messo a disposizione venti volontari per le ricerche, dopo qualche giorno ovviamente loro sono tornati a casa e io ho proseguito. Sono stato a Roma tre mesi e devo dire che ho conosciuto gente meravigliosa, come un carabiniere che appena smetteva il servizio mi accompagnava nei posti più nascosti di Roma per trovare Daniele.

Una notizia positiva comunque c’è. Sono stati fatti riscontri con i cadaveri non identificati e nessuno corrisponde a Daniele.

Per fortuna è così, questo mi aiuta ad andare avanti, a cercare ancora.

Ma dove può essere Daniele? Che idea si è fatto durante questi lunghi anni?

Conoscendo mio figlio, escludo che viva in strada. Secondo me, potrebbe essere in un convento o in una parrocchia perché Daniele amava molto gli ambienti della Chiesa. Oppure in campagna, in posti dove la notizia della scomparsa magari non è neanche arrivata.

Se fosse così, perché Daniele non farebbe capire in qualche modo di volere tornare a casa?

Il problema di Daniele è proprio questo, lui non chiede aiuto. Se sta in un posto dove si trova comunque bene, anche se ha nostalgia di noi non riesce a dire di voler tornare a casa. Oppure, a causa della sua patologia, potrebbe essere convinto di stare ancora in gita.

Mi parli di suo figlio, di come è, come si comporta, quali sono le caratteristiche del suo carattere.

Daniele si è ammalato a 18 anni, improvvisamente. Ha frequentato la scuola fino al terzo Liceo classico, era un ragazzo molto intelligente, scriveva per il giornalino del paese, frequentava la Chiesa, era impegnato in tante attività. Lasciata la scuola, ha deciso di venire a lavorare con me. Un giorno, finita la pausa pranzo, ci siamo lasciati per tornare al lavoro, divisi perché lui aveva preso la bicicletta e quindi andava per conto suo. Lo ho aspettato per ore, lo ho cercato, nessuno aveva notizie di lui. Dopo molto tempo l’ho trovato seduto su una panchina in piazza, aveva gli occhi che sembravano di vetro e la bava che usciva dalla bocca. E diceva cose senza senso. Dopo una serie di accertamenti, i medici hanno diagnosticato un inizio di schizofrenia non aggressiva e l’autismo. Era un ragazzo mite, non dava fastidio a nessuno, chiedeva giusto qualche sigaretta, amava stare con gli anziani, era generoso e servizievole.  Gli volevano bene tutti.

La vicenda di Daniele ricorda molto quella di Iuschra Gazi, la bambina di 11 anni, anche lei autistica, scomparsa nel Bresciano durante una gita. So che lei ha avuto contatti con i suoi familiari.

Si, ho parlato con lo zio. Un altro dramma, ancora peggiore del nostro perché Roma è una grande città e Daniele può essere ovunque, mentre la bambina è scomparsa in un bosco con tutte le insidie che un posto del genere può nascondere. Sto organizzando una fiaccolata per Daniele e inviterò anche i familiari di Iuschra. Capisco il loro dolore, so cosa significa vivere con un peso così grande. Anzi, neanche  si può dire che si vive, semplicemente si sopravvive. E si sopravvive continuando a cercare la giustizia, quella che voglio per mio figlio Daniele.