C’era una volta il Carosello

Susanna tutta panna, Carmencita, Calimero, Miguel (son mi), l’ippopotamo dei pannolini: sono soltanto alcuni dei più famosi personaggi che animavano il Carosello televisivo. Quello, per intenderci, da vedere prima di andare a letto come una volta si diceva ai bambini. Altri tempi, altri modi di proporre la pubblicità.

A ripensarci adesso, Carosello non è stato solo marketing, ma ha rappresentato la storia di un’epoca (tra il 1957 e il 1977). La Fondazione Magnani-Rocca dedica al Carosello una mostra nella Villa dei Capolavori di Mamiano di Traversetolo, in provincia di Parma, che si può visitare fino all’8 dicembre 2019, curata da Dario Cimorelli e Stefano Roffi.

Il percorso espositivo presenta i manifesti, i bozzetti e gli spot (ma allora neanche si chiamavano così) di quelle originali scenette con spesso protagonisti personaggi celebri come Mina, Frank Sinatra, Patty Pravo, Ornella Vanoni, Gianni Morandi, Totò, Alberto Sordi, Virna Lisi, Vittorio Gassman, Mike Bongiorno, Pippo Baudo, Raffella Carrà, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello.

La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale, dove, oltre ai saggi dei curatori e alla riproduzione di tutte le opere esposte, vengono ripubblicati testi fondamentali di Omar Calabrese su Carosello e su Armando Testa, a cui vengono affiancati nuovi testi di Emmanuel Grossi su cinema, musica e animazione in rapporto a Carosello, Roberto Lacarbonara sull’attività di Pino Pascali in ambito pubblicitario, Stefano Bulgarelli sulla Scuola modenese di Carosello. 

<Carosello – spiegano gli organizzatori – era trasmesso in bianco e nero, ma aveva i colori del consumo, un nuovo mondo di beni luccicanti che per la prima volta si presentavano sulla scena sociale: lavatrici, frigoriferi, automobili, alimenti in scatola e tanto altro. E ha insegnato così a vivere la modernità del mondo dell’industria e come questi beni andavano impiegati e collocati nel modo di vita di ciascuno. Carosello non era solo pubblicità, ma un paesaggio fiabesco dove regnavano felicità e benessere, affascinante per una popolazione come quella italiana che proveniva da un lungo periodo di disagi e povertà>.

Il libro per bambini di nonno Paul McCartney

Un nonno di eccezione. E’ Paul McCartney, il grande bassista dei grandi Beatles, baronetto, eclettico compositore, ma anche uomo sempre in prima linea a sostegno di associazioni benefiche per i diritti umani e degli animali. Paul, che ora ha 77 anni, è nonno di 8 nipotini. Ed è pensando a loro che ha scritto il libro illustrato “Hey Grandude”, giocando nel titolo con la canzone “Hey Jude”

<L’ho scritto – ha spiegato il famoso Beatle – per i nonni di tutto il mondo e per i bambini, in modo da dargli qualcosa da leggere loro prima di metterli a dormire>.

Non è il suo primo libro. Nel 2005 Paul McCartney aveva collaborato con Dunbar e Philip Ardagh alla stesura di un altro volume per bambini, “High in the Clouds”, che sta per diventare un cartone animato. Ora si cimenta, da nonno molto amato da tutti i suoi nipotini, in un libro con illustrazioni dell’artista canadese Kathryn Durst e pubblicato dalla Random House Kids.

Una performance, neanche a dirlo molto attesa quasi come lo erano i dischi dei Beatles, di cui McCartney è estremamente orgoglioso e che ha motivato così su Twitter: <Perché questa idea? Perchè ho otto nipoti, tutti bellissimi. Una volta uno di loro mi ha chiamato “Hey Grandude!”, da quel momento è diventato il mio soprannome. Allora mi sono detto che poteva essere una bella idea per un libro. Perciò ho iniziato a scrivere delle storie e ne ho parlato con gli editori che erano contenti di quello che stavo facendo. Principalmente il protagonista sarà un personaggio chiamato Grandude, che rappresenterà tutti i nonni, che vivrà tantissime avventure con i suoi nipoti>.

Roberto Bolle, la danza a portata di tutti

Dal 6 al 9 settembre al Teatro San Carlo di Napoli è di scena la grande danza con Roberto Bolle and Friends.

L’étoile della Scala di Milano e ballerino principale dell’American Ballet Theater di New York, una vera e propria icona, sarà il protagonista dell’evento insieme ad altri dieci ballerini nell’ambito di un progetto voluto per portare la danza alla portata di tutti. Il tour 2019 è iniziato lo scorso luglio alla Terme di Caracalla.

Il programma prevede soprattutto il repertorio classico, ma lascia spazio anche alla sperimentazione contemporanea e al pop. Quindi il pubblico potrà ammirare coreografie di Petipa, Ivanov e Roland Petit, insieme a quelle meno convenzionali di Bubeníček, Galili, Vainonen e Bigonzetti.

Le serate si aprono con il Pas de deux de Il Corsaro di Petipa con Tatiana Melnik di Hungarian National Ballet, prosegue con lo straordinario Bakhtiyar Adamzhan dell’Astana Opera, con il virtuosismo d’eccellenza del III atto del Don Chisciotte di Petipa con Daniil Simkin (dello Staatsballett Berlin e dell’American Ballet Theatre di New York) e Maia Makhateli del Dutch National Ballet, con lo scintillante Pas de deux de Le Fiamme di Parigi di Vainonen con la coppia Tatiana Melnik, Bakhtiyar Adamzhan.

L’étoile dei due Mondi sarà in coppia con Alexandre Riabko dell’Hamburg Ballett in Opus 100 – für Maurice, centesima creazione di John Neumeier, intenso duetto dedicato a Maurice Béjart in occasione del suo settantesimo compleanno su ballate di Simon & Garfunkel che racconta il sodalizio artistico tra i grandi coreografi e che del nostro tempo e interpreterà Serenata, estratto dall’opera “Cantata” di Mauro Bigonzetti, coreografia omaggio ai colori del Sud in coppia con la Guest Artist Stefania Figliossi.

Completano il programma Soirées Musicales, creazione del 1996 di Helgi Tomasson per il San Francisco Ballet, su musica di Britten con Misa Kuranaga e Angelo Greco, artisti del San Francisco Ballet e lo strepitoso Les Bourgeois, pezzo per un grande solista di Ben Van Cauwenberghsu con musica di Jaques Brel e Jean Samuele Cortinovis. In scena lo straordinario Daniil Simkin.

Due mesi di grandi eventi con il Festival “RomaEuropa”

Torna anche quest’anno il “Romaeuropa Festival”, giunto alla 34esima edizione. Ospiterà, nelle sale e nelle zone più suggestive della città, una selezione di spettacoli internazionali di teatro, musica, danza, arti visive, oltre alla sezione “Kids + Family” che è dedicata alle giovani generazioni. Il programma prevede 126 eventi dal 17 settembre al 24 novembre 2019 con la partecipazione di 377 artisti provenienti da 27 Paesi.

Due mesi ricchissimi, con un cartellone articolato che «travalica tutti i generi», come ha sostenuto Fabrizio Grifasi, direttore generale e artistico della Fondazione Romaeuropa. Le aspettative sono molto alte, considerando le eccellenti performance dell’edizione 2018, che ha registrato oltre 70mila presenze e una importante partecipazione di under 35.

Molte delle iniziative si terranno nei complessi monumentali dell’Auditorium Parco della Musica e del MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo: nelle quattro sale principali disegnate da Renzo Piano si svolgeranno gli spettacoli, ma anche l’inaugurazione e la serata finale del Festival. La rassegna coinvolgerà anche altre importanti location della Capitale come il Teatro Olimpico, l’Accademia di Francia, Villa Medici e il Teatro Argentina. Nella sala Santa Rita, gioiello barocco utilizzato come spazio polifunzionale, andrà in scena, per tutta la durata del Festival, una delle installazioni più attese.


<Il Festival – spiegano gli organizzatori – non coinvolgerà solo il centro storico di Roma: a Sudovest, in zone limitrofe, culturalmente evolute e caratterizzate da una massiccia frequentazione serale di ragazzi, il Vascello a Monteverde e il Vittoria a Testaccio, edificati nella prima metà del secolo scorso, hanno contribuito coraggiosamente nel corso dei decenni a rivitalizzare la scena teatrale romana. A questi due spazi sono affidati alcuni degli spettacoli più di tendenza del “Romaeuropa”. Ancora più a Sud, due esempi di riqualificazione urbanistica, il Mattatoio a Testaccio e il Teatro India in zona Marconi, consentono di ambientare spettacoli sperimentali, ma anche rassegne di teatro, danza, arti visive ed eventi per ragazzi, immersi nella realtà fantasmatica dell’archeologia industriale>.

L’inaugurazione è affidata alla danza energica, selvaggia e tagliente della coreografa Lia Rodrigues e la serata finale è all’insegna della grande musica con una line up d’eccezione composta dall’atteso ritorno di Ryuichi Sakamoto al fianco di Alva Noto per presentare il loro “Two”. Altri artisti attesi sono Christian Fennesz impegnato, al fianco dei visuals di Lillevan, nella presentazione del suo ultimo disco “Agorà”, il pianista e compositore Chassol con il suo “Ludi” e l’attrice e cantante Fatoumata Diawara.

L’edizione 2019 del “Romaeuropa Festival” avrà come titolo “Landscape”, un paesaggio da scoprire e da attraversare. Il programma, infatti, può essere letto come una cartina volta a rappresentare un panorama singolare: la geografia del mondo di oggi.

Buon compleanno, Maestro Gismondi

Il suo principale cruccio era quello di non essere considerato abbastanza nel suo paese, Anagni. Lui che aveva installato opere in tutto il mondo, ricevendo apprezzamenti ovunque, guadagnandosi anche l’appellativo di “scultore del Papa” per aver realizzato lavori per Paolo VI e Giovanni Paolo II come le porte della Biblioteca e dell’Archivio del Vaticano, il cofanetto per le chiavi delle Porte Sante, le monete della città del Vaticano e molto altro. Lui era Tommaso Gismondi, uno dei più grandi scultori del XX secolo, nato il 28 agosto 1906 e scomparso il 26 aprile 2003. Nemo profheta in patria, ripeteva spesso. Lo diceva con amarezza, ma aveva anche un carattere – per molti, un caratteraccio – che gli permetteva di infischiarsene.

Ho conosciuto Tommaso Gismondi quando lavoravo per il quotidiano “Il Tempo”, si faceva intervistare volentieri, e per gli anni a venire sono andata spesso a trovarlo nel suo laboratorio-museo a ridosso della Basilica Cattedrale di Anagni, nell’angolo che ora è intitolato a lui, dove la nipote Valentina continua a tenere viva la memoria del famoso nonno, ma anche della mamma Donata, figlia dello scultore e sua unica allieva, che ha avuto la fortuna di ereditarne i geni artistici. Ho molti ricordi di Donatella (così era chiamata da tutti) e del padre. Le piacevoli chiacchierate in mezzo ai bozzetti dei bronzi plasmati da Tommaso con indosso il grembiule azzurro, la risata genuina di Donatella quando il padre sparava qualche parolaccia, i racconti dello scultore sulla sua vita intensa, gran parte trascorsa in Argentina prima di decidere di stabilirsi nella città che gli aveva dato i natali e che amava, i suoi progetti senza limiti anche ad età avanzata.

Ho pensato a lui in questi giorni per l’approssimarsi del suo compleanno, il 28 agosto, una data impressa nella mente perché per molto tempo gli ho fatto gli auguri personalmente o al telefono. E ricordo che lui spesso ringraziava commentando: “Sono ancora vivo alla faccia di chi mi vuole male”.

Non era un segreto che Tommaso Gismondi percepisse ostilità da parte dei concittadini, ma soprattutto delle “autorità” che, lo diceva sempre, non gli permettevano di realizzare opere per la sua città. Lui che aveva firmato il portale di bronzo nella chiesa più antica di Parigi, a Montmartre, e sculture monumentali a Santo Domingo, in Australia, in Brasile, in Argentina e in molti altri Paesi. Lui che aveva ricevuto nel suo studio, il 31 agosto 1986, Papa Giovanni Paolo II in occasione della visita pastorale del pontefice ad Anagni. Un privilegio riservato a pochi che Gismondi rivendicava con orgoglio e sottolineava con la mega fotografia che ha immortalato il suo abbraccio con Carol Wojtyla in quella speciale occasione, posizionata all’ingresso del museo permanente.   

 A sedici anni dalla morte, per Anagni il nome di Tommaso Gismondi resta comunque un vanto, sicuramente rivalutato da molti perché il tempo stempera incomprensioni e conflittualità e senza dubbio un punto fermo dell’arte del ventesimo secolo.


Buon compleanno, Maestro. Alla faccia di chi ti ha voluto male.

Sere d’estate con i personaggi di Montesano

Sabato 24 agosto, a partire dalle 21.30, Enrico Montesano sarà al Castello di Santa Severa di Santa Marinella, in provincia di Roma, con lo spettacolo “One Man Show”. Parteciperà alla rassegna “Sere d’Estate, organizzata dalla Regione Lazio e realizzata da LAZIOcrea in collaborazione con il Comune di Santa Marinella e Coopculture.

Dopo una lunga serie di tutto esaurito in varie città italiane con “Rugantino” e “Il Conte Tacchia”, tra le interpretazioni più riuscite dell’attore romano, Montesano arriva a teatro con una raccolta dei pezzi più esilaranti del suo repertorio.

La carriera di Enrico Montesano, iniziata negli anni Sessanta, è lunga e costellata di successi. Tra gli spettacoli teatrali più riusciti, “Bravo!”, nella stagione 1979-1980 e “Beati voi” del 1991-1992 dove è riuscito a dimostrare le sue qualità e, privilegiando la parola, ha affrontato con la sua satira temi sociali e politici. Numerosi i personaggi legati al suo nome: dalla romantica Donna Inglese a Torquato il pensionato, da a Dudù e Cocò a zia Sally.

Da artista poliedrico, ha inoltre proposto imitazioni, barzellette, canzoni satiriche e nuovi personaggi come il Rapper Femo Blas, per gli amici Blas Femo, e monologhi sull’attualità.

Un’infinità di proposte messe in scena con lo spettacolo “One man Show” che riassume cinquanta anni di carriera di Montesano.

Il Festival del folk in nome della pace

Nel periodo di Ferragosto sono numerosi gli eventi organizzati ovunque. Se trascorrete le vostre vacanze in Sicilia, non potete perdere il Festival delle tradizioni popolari a Petralia Sottana, in provincia di Palermo, che esprime il folklore del Mediterraneo. Soprattutto canti e danze, ma come spiegano gli organizzatori <soprattutto per la possibilità di arricchirsi l’un l’altro con tradizioni e culture diverse, in nome della fratellanza e della pace>. Il programma si svolge dal 14 al 18 agosto 2019.

In questa occasione il borgo, di una bellezza straordinaria, si trasforma in palcoscenico per esibizioni teatrali, musicali e di danze popolari offerti da gruppi folkloristici provenienti da ogni parte del mondo. E il pubblico è coinvolto in modo attivo, dal momento che può partecipare a workshop organizzati, laboratori, degustazioni culinarie e danze in piazza.

L’evento è organizzato dall’associazione Ballo Pantomima della Cordella, che ogni anno coinvolge numerosi artisti locali e internazionali. La festa è patrocinata dal Comune di Petralia Sottana in collaborazione con l’Opificio culturale Pa.Ge.Mus e le associazioni Teatro della Rabba e Fuori di testa.

Tutto si svolge nel centro della città e nei principali vicoli, location ideali per spettacoli di danza, workshop di musica, canti polivocali, laboratori di tammorra e ballo su tamburo, oltre alla grande festa di Ferragosto e al concertone della sera del 14 agosto. I luoghi protagonisti delle diverse iniziative folkloristiche sono Piazza Umberto, la Pineta comunale, corso Paolo Agliata, piazza Finocchiaro Aprile, piazza Misericordia e piazza Gramsci.

Uno degli appuntamenti più tradizionali è rappresentato dal Ballo della Cordella, che dal 1936 vede protagoniste dodici coppie di ballerini, simbolo dei mesi dell’anno. Si svolge nella prima domenica dopo Ferragosto, per rievocare l’antico corteo nuziale e ringraziare con la danza tipica il raccolto del grano (un tempo era in onore della dea Cerere) nonché come rito propiziatorio per quello nuovo.

Tutti danzano intrecciando le cordelle per formare le figure che rappresentano le quattro stagioni (semina, germinazione, raccolto e pane), il tutto accompagnato da canti e balli della tradizione, incisi in un cd messo in vendita per i visitatori.

In chat con un truffatore “romantico”

Quando Justin Mitonga mi chiede l’amicizia su Facebook, riconosco subito quella foto, rubata ad un attore dell’Azerbaijan per truffare numerose donne con false promesse di matrimonio e ingannevoli storie di amore. Sono le cosiddette truffe “romantiche”, che di romantico non hanno nulla. Un’immagine, tra le più utilizzate dall’organizzazione criminale che si cela dietro questi raggiri, resa pubblica dalla trasmissione “Chi l’ha visto?” insieme a decine di altre foto rubate a personaggi in vista per estorcere denaro a donne sole e psicologicamente fragili. Una foto, quella che nel mio caso risponde al nome di Justin Mitonga, scelta anche per far innamorare Caterina. Lei, una semplice pensionata, per trovare i diecimila euro che chiedeva Matteo, il suo innamorato in rete, è arrivata a indebitarsi. Una volta ottenuto i soldi, ovviamente Matteo è sparito e Caterina, resasi conto di essere stata vittima di una truffa, si è lasciata morire. Per la vergogna e per la delusione.

Il mio primo istinto è quello di eliminare la richiesta. Poi prevale la curiosità del mestiere. E la voglia di capire come agiscono questi criminali del web, collegati alla mafia nigeriana, in grado di far cadere in trappola un’infinità di donne (ma tra le vittime ci sono anche molti uomini) pronte a sborsare migliaia di euro pur di accontentare un sedicente promesso sposo.

Accetto l’amicizia di Justin Mitonga e controllo subito il suo profilo Facebook. Non c’è traccia di altre amicizie o di post. Il motivo lo spiega lui alla prima chat che non tarda ad arrivare: è da poco su Facebook, si è iscritto per conoscere gente dopo la separazione dalla moglie ed è rimasto colpito da me. Si presenta come un ingegnere edile, francese, in cerca di nuove amicizie. Naturalmente vuole sapere tutto di me. Mi spaccio per romana, titolare di un negozio di abbigliamento, anch’io separata.

Tutto come da copione. Justin è gentile, premuroso, si fa vivo un paio di volte al giorno interessandosi della mia giornata di lavoro, chiede continuamente come sto, si dice contento di avere questa nuova amicizia.

Al quarto giorno di “amicizia” invia la “sua” foto con i “suoi” tre figli. Anch’essa rubata all’attore. Dice di essere innamorato dei suoi ragazzi, accreditandosi così anche come papà affettuoso. Quando gli faccio i complimenti per la bellezza dei figli, rinomina il mio profilo con il nome “Il mio amore”. Poi sparisce per un paio di giorni. Quando riappare, mi spiega che ha avuto problemi con la connessione Internet, di non averla potuta rinnovare per un momentaneo problema economico. Aggiungendo che, pur di sentire il suo amore (che sarei io), sta usando la connessione di un vicino di casa.

Dopo una settimana, comincia ad inviare cuoricini e a pronunciare frasi d’amore. Faccio la difficile, chiedo perché si espone così tanto dal momento che non ci conosciamo. Mi telefona con messenger, non rispondo, gli scrivo di essere molto impegnata. Lui è comprensivo, si scusa e mi chiede di metterci in contatto con Hangout per conoscerci meglio. Prendo tempo, gli dico che possiamo farlo anche su messenger. Risponde che in questo modo viene disturbato da troppe notifiche, mentre il suo desiderio è quello di parlare con me nella massima tranquillità.

I contatti vanno avanti per una quindicina di giorni durante i quali Justin insiste per conoscere il mio indirizzo di posta elettronica così da accedere alla chat Hangout. Io temporeggio. Per convincermi, intensifica le sue dichiarazioni d’amore, mi riempie di attenzioni, si dice innamorato pazzo. Continuo a stare al gioco.

A questo punto, però, l’account di Justin Mitonga viene disattivato. Non so cosa sia accaduto. Forse ha avuto problemi con altri contatti, potrebbero averlo scoperto, oppure ha visto bene il mio profilo – mi sono accorta che da qualche giorno segue le mie storie – scoprendo che lavoro faccio veramente. Un mestiere rischioso, per gente come lui.

Al termine di questa esperienza, trovo incredibile che, nonostante questa foto rubata e molte altre siano ormai di dominio pubblico, si continui ad utilizzarle per ingannare donne indifese di tutto il mondo. Nella giungla che è diventato il web, queste truffe – le indagini hanno appurato che partono soprattutto dalla Costa d’Avorio – sono sicuramente tra le più odiose perché vanno a colpire i sentimenti di persone vulnerabili, facilmente raggirabili con precise tattiche psicologiche, evidentemente ben studiate.

Ma il mio pensiero va soprattutto a Caterina, morta perché ha visto naufragare il suo sogno d’amore, e a tutte le altre donne prese in giro nella maniera più ignobile.

Max Giusti, un comico cattivissimo

L’estate è il periodo giusto per trascorrere qualche ora in relax divertendosi, come accade con lo spettacolo “Cattivissimo Max” in programma giovedì 8 agosto all’Anfiteatro di Albano Laziale, ore 21.30. Protagonista il comico Max Giusti.

<Si tratta – spiega Max Giusti – di un viaggio comico di circa due ore, un susseguirsi di monologhi e aneddoti vissuti che rimbalzano in un continuo ping pong fra ieri e oggi. L’alternarsi fra ciò che è stato e la vita frenetica e smart dei giorni nostri, paleserà quanto è cambiato il concetto di quotidianità basato sul lavoro, il tempo libero e i rapporti interpersonali. Ad esempio, il bombardamento sistematico di offerte on line ha influenzato fortemente le nostre scelte su dove e quando andare in vacanza, come tenersi in forma, cosa acquistare. Oppure i numerosi programmi televisivi di cucina che hanno rivoluzionato la quotidianità cambiando completamente il concetto di “casareccio”; e ancora, i social o le nuove mode che hanno cambiato i metodi di relazionarsi all’altro sesso, soprattutto per chi, avendo circa 50 anni, era abituato a tutt’altro>.

Gli spettatori verranno spesso coinvolti nello spettacolo e Max Giusti, accompagnato dalla storica SuperMaxBand, sarà sempre pronto ad interagire con il pubblico. Risate garantite anche con le interpretazioni viste a “Tale e Quale”: Boy George, Al Bano, Renato Zero, Vasco Rossi, Franco Califano e Pierangelo Bertoli.

Un nonno speciale di nome Gino Bartali

Un campione indimenticato che ha fatto sognare gli appassionati di ciclismo tra gli anni Trenta e Cinquanta, vincendo tre Giri di Italia e due Tour de France e aggiudicandosi più volte corse importantissime come la Milano – Sanremo e il Giro di Lombardia. Gino Bartali, soprannominato Ginettaccio, scomparso nel 2000 a Firenze, in questi giorni avrebbe compiuto 105 anni (è nato a Ponte a Ema, in Toscana, il 18 luglio 1914). Una ricorrenza non passata inosservata, a conferma di quanto sia ancora vivo il ricordo di uno sportivo che correva con forza e sacrificio in un periodo storico affatto facile. Grande avversario di un altro campione, Fausto Coppi, dal 2013 Bartali è stato dichiarato “Giusto tra le nazioni” dallo Yad Vashem, il memoriale ufficiale israeliano delle vittime dell’olocausto, per la sua attività a favore degli ebrei durante la seconda guerra mondiale.

Parlo di lui con la nipote Gioia Bartali, che tiene alta la memoria del famoso nonno non solo correndo in bicicletta come lui indossando la sua maglia del Tour de France del 1952, ma soprattutto ricordandolo in occasione degli eventi che si promuovono in onore del ciclista. Per un gioco del destino, Gioia Bartali vive a Montegranaro, paese di Michele Gismondi, gregario di Coppi.  (Nella foto in alto Gioia Bartali con nonno Gino e nonna Adriana)

Che ricordi ha di Gino Bartali come nonno?

Sono gli unici che ho perché non ho avuto il privilegio di conoscerlo quando correva e di viverlo come memoria perché era una persona molto riservata. Quando è scomparso io avevo 30 anni ed ho degli spaccati di vissuto molto belli, delle serene situazioni familiari quando c’era perché lui era sempre molto impegnato e non era sempre presente in casa. Era spesso in giro, negli allenamenti e nelle corse quando era professionista e poi nella seconda fase della sua vita ha continuato a viaggiare. Era sempre sponsor di qualcosa, lo invitavano agli eventi e sono stati davvero tanti perché ogni tanto mi arrivano testimonianze in tal senso.

Quest’anno agli esami di maturità una traccia, per la prova scritta di italiano, riguardava proprio Gino Bartali. Un’occasione per farlo conoscere anche ai più giovani.

Negli ultimi anni sono usciti molti testi che lo riguardano e questo ha favorito l’approccio scolastico. Quest’anno è stato il massimo e quello che si è voluto trattare non è stato tanto l’aspetto di Gino Bartali, ma piuttosto si è voluto proporre una riflessione ai ragazzi di come un personaggio sportivo possa collegarsi a più contesti sociali, alla luce di quella che è stata la sua storia nel periodo della guerra.

Si riferisce all’impegno sociale a favore degli ebrei. Un altro aspetto importante della vita di Bartali, che ha sempre tenuto nascosto.

E’ stata una scoperta per tutti. Mio padre (Andrea, figlio maggiore del ciclista, ndr) conosceva la storia perché lui gliela aveva raccontata durante un viaggio, ma con la raccomandazione di non dirlo a nessuno, perché lui era molto riservato e, soprattutto, era un uomo umile. Non ha voluto alcun riconoscimento o premi legati a questo perché voleva essere ricordato solo come un grande campione sportivo. A me un giorno disse che di lui si sarebbe parlato più da morto che da vivo, in quel momento non ho messo a fuoco, poi ho capito. Lui ha vissuto una vita davvero esemplare e lo ha fatto per scelta perché era molto cattolico, devoto alla Madonna e all’Ordine del Carmelo. Con questo Ordine aveva preso i voti a 21 anni e ha chiesto di essere seppellito solo con il mantello dell’Ordine carmelitano. In questo percorso di fede che ha fatto, legato soprattutto alla prematura scomparsa del fratello che morì in corsa (Giulio Bartali, morto nel 1936 a soli 20 anni, ndr) credo che lui abbia fatto proprio una promessa di vita. Infatti disse una frase molto bella, affermando che aveva voluto fare le cose per bene per la promessa fatta e che la Madonna lo aveva aiutato a non farlo sbagliare. Ed è bello ricordare anche che molti dei trofei che lui ha vinto sono stati portati nelle chiese, sia come gesto di ringraziamento perché ha ritrovato la forza di risalire in bicicletta dopo la morte del fratello grazie alla fede, sia per raggiungere in qualche modo proprio suo fratello. E nel Museo della Memoria che si trova nel Vescovado di Assisi, l’anno scorso in occasione della partenza del Giro di Italia, io e mia sorella Stella abbiamo voluto portare la cappellina che il nonno aveva in casa dedicata alla sua Santa prediletta, Santa Teresina del Bambin Gesù. Questa cappellina, consacrata dal cardinale Elia Dalla Costa, è nata nel 1937 dopo la scomparsa del fratello Giulio, è dedicata a lui e c’è un’incisione sul lumino di mio nonno.

Di questo impegno sociale e di altri aspetti ha parlato molto suo padre nel bellissimo libro “Gino Bartali, il mio papà”.

Ha scritto questo libro come un regalo per il suo papà, che ha sempre accompagnato e sostenuto anche se non ha seguito le sue orme perché mio nonno non incoraggiava figli e nipoti a salire in bicicletta per il motivo che per lui è stato davvero dura. Correre ai suoi tempi non era facile, lui ha subìto un po’ di tutto, anche un’aggressione al Tour de France. Quando nonno è scomparso, in un certo senso papà lo ha sostituito, nell’ambiente era una persona benvoluta da tutti e sempre disponibile.

C’è poi la famosa rivalità con Coppi. Voi Bartali siete in contatto con i familiari di Coppi?

Come no. Quest’anno ho conosciuto sia Marina che Faustino e con Faustino siamo stati anche ospiti di una trasmissione in Rai con Caterina Balivo.

Gino Bartali e Fausto Coppi

Ma questa rivalità era vera o è una leggenda?

Dal punto di vista sportivo sicuramente c’era sicuramente, correvano per due squadre diverse e ovviamente la rivalità esisteva, testimoniata da molti episodi. Quello che noi sappiamo è quello che ha raccontato la stampa, che mio nonno non amava molto. Si arrabbiava se venivano scritte non vere, una volta inventarono persino che fosse morto in un incidente e scrisse subito un telegramma a mia nonna per tranquillizzarla. La stampa ha giocato molto su questa rivalità perché Bartali e Coppi facevano notizia e questo non ha fatto che incitare i loro tifosi.           

C’è una figura molto importante nella vita di Gino Bartali, quella della moglie Adriana, scomparsa nel 2014.

Con lei aveva un legame strettissimo e io parlo sempre anche di mia nonna perchè lui non sarebbe stato quello che è stato senza di lei. Nonna Adriana è stata una donna molto umile, sempre dietro mio nonno. Lui in casa era molto carino con lei, la chiamava Adrianina e si metteva a sua disposizione per tutto, anche per fare la spesa. Il loro è stato un amore meraviglioso. Una volta mia nonna mi disse che quando andava a dormire sentiva il nonno respirare.

Un aiuto per le mamme in difficoltà

Non sempre le donne possono affrontare la maternità con la gioia e la serenità che il momento richiederebbe. Sono molti i casi bisognosi di sostegno e assistenza, a causa di situazioni che la donna è costretta ad affrontare. Come difficoltà economiche, rapporti tesi con i partner, fragilità psicologiche o qualsiasi altro ostacolo che rende complicato il periodo della gravidanza, ma anche la scelta stessa di far nascere un figlio. Una realtà di cui si occupa quotidianamente il Centro Aiuto per la Vita che si trova all’interno dell’ospedale dei bambini “Buzzi” di Milano (foto a sinistra), guidato dalla dottoressa Paola Persico, psicologa (foto a destra). La incontro per conoscere più da vicino un servizio che in Lombardia viene definito di eccellenza.

Dottoressa Persico, quando e come è nato questo Centro?
E’ nato nel 2012. Per oltre dieci anni ho fatto esperienza, come psicologa e psicoterapeuta, al “Mangiagalli” di Milano assistendo persone con gravi difficoltà e maternità difficili. Ho desiderato, dopo questo periodo, insieme ad altri professionisti che mi hanno dato una mano, di istituire questo centro nell’ospedale “Buzzi”, che è il secondo a Milano. Al Centro siamo in cinque tra psicologhe, psicoterapeute ed educatrici e poi ci sono tantissimi volontari che ci aiutano. Operiamo in collaborazione con enti, istituzioni e servizi sociali.

Di cosa si occupa il Centro?
Ci occupiamo di donne con maternità difficili. Sono quelle che quando scoprono di aspettare un bambino non sanno se tenerlo, le aiutiamo ma naturalmente la scelta è sempre libera; quelle che hanno difficoltà economiche e per loro ci sono i contributi; sono le donne che vanno sostenute perché hanno diagnosi gravi di natura genetiche, mamme che hanno l’Aids e donne che sono vittime di violenza.

Spesso i Centri per la Vita vengono visti come un ostacolo all’attuazione della legge 194 che regola l’interruzione volontaria della gravidanza. E’ così?
Non siamo assolutamente contro la legge, che deve esserci per non far rischiare la vita alle donne con gli aborti clandestini. Ed infatti collaboriamo all’interno dell’ospedale con il reparto della 194 da dove ci segnalano i casi più difficili affinché le donne in crisi, che hanno difficoltà a scegliere o non vogliono abortire, vengano sostenute. E questo è proprio l’obiettivo della legge.    

Di quanti casi vi siete occupati finora?
Siamo arrivati a mille bambini, ma non dirò mai che sono stati “salvati” perché sono le mamme che hanno deciso di tenerli, quindi diciamo che abbiamo sostenuto mille donne che hanno voluto il proprio bambino nonostante le difficoltà. Poi, grazie alla collaborazione di cui abbiamo parlato con il reparto della 194, abbiamo fatto nascere altri 200 bambini. Inoltre all’interno dell’ospedale c’è uno sportello contro la violenza. Noi segnaliamo le donne che hanno bisogno e lo sportello attiva tutte le procedure. E purtroppo i casi sono tanti, con compagni che picchiano le donne perché non sono d’accordo di tenere il bambino dall’inizio o nel corso della gravidanza.

A quale tipo di mamma il Centro dà una mano? E cosa fa in concreto?
In percentuale, il 40% di loro sono mamme italiane, mentre una volta venivano soprattutto le straniere. Sono donne che vivono in povertà. A loro diamo pannolini, corredini, borsa della spesa, passeggini e quanto può essere utile. Poi ogni tanto diamo anche dei contribuiti. Sono fondi del progetto Gemma, 170 euro al mese fino a quando il bambino non compie 9 mese a partire dall’inizio della gravidanza, e i fondi della Regione Lombardia che da sempre è attiva per questo tipo di aiuti. Da due anni ha istituito il bonus famiglia, sono 1500 euro quando nasce il bambino e aiuta le mamme almeno a sfamare il bambino. Perché purtroppo ho visto casi di enorme povertà, come quello di un bambino che veniva nutrito solo con acqua e camomilla perché la mamma non poteva comperare il latte o la donna che faceva il bagnetto al figlio aprendo il portone dell’androne per avere un po’ di luce, non avendola in casa. Non posso dimenticare neanche i gemellini giapponesi tenuti in una scatola perché i genitori non avevano nulla, abbiamo dato loro subito una carrozzina. Ci sono anche le donne giovani che devono lasciare le famiglie non d’accordo con la scelta di mandare avanti la gravidanza, per loro abbiamo apposite case-famiglia.

Questi casi di estrema povertà sono in crescita?
Purtroppo sì. Prima erano un centinaio di casi l’anno, adesso siamo già a 200. I casi sono quasi raddoppiati.

Avete qualche nuovo progetto in cantiere?
In vista abbiamo progetto per sensibilizzare le donne sulla contraccezione, perché ci sono donne, anche elevate culturalmente, che non hanno le giuste informazioni. Molte non sanno che possono rimanere incinte mentre allattano e quindi arrivano disperate con una seconda gravidanza, altre non curano questo aspetto perché impegnate a lavorare tutto il giorno. Speriamo di portare a buon fine questo importante progetto.

Nuovo disco per i Brigallè, continua l’impegno sociale

Quando la musica incontra l’impegno sociale. Di esempi ce ne sono molti, a conferma del linguaggio universale di un’arte che può anche trasmettere messaggi potenti. Un messaggio come quello lanciato dai Brigallè.

Il gruppo è nato nel 2013 in Ciociaria, esattamente a Morolo, in provincia di Frosinone, con l’obiettivo di rivalutare i canti popolari e proporre brani in dialetto. In poco tempo si è fatto conoscere anche fuori dai confini locali grazie all’energia che trasmette in ogni sua esibizione, coinvolgendo il pubblico con musica e danza.

Di recente, Andrea De Castro (fisarmonica), Giulia Mengozzi (tamburo a Cornice e voce), Tommaso Bauco (canto), Diego Pistolesi (organetto) Luciano Moriconi (chitarre e basso) e Stefano Bauco (fiati) hanno inciso “La ballata del Sacco” (nel VIDEO sopra), una canzone che non è solo tale, ma rappresenta una mirata denuncia sociale.

Il gruppo Brigallè

Con questo brano, infatti, i Brigallè testimoniano la grave situazione ambientale di cui soffre la loro terra, evidenziando con il giusto pathos la sofferenza della gente che nella Valle del fiume Sacco ci vive. Il loro lavoro ha riscosso un grande successo, premiando una scelta che fa onore ai musicisti di Morolo. Un percorso che continua con il nuovo disco dei Brigallè. Sarà presentato venerdì 19 luglio proprio a Morolo, dalle 21.30 in poi alla Passeggiata di S. Antonio. Ma cosa propone questa nuova avventura musicale?

Rispondono i Brigallè: <Il disco si chiama “Sogni nel Sacco”. La nostra associazione Gente Allegra, che promuove e sostiene la divulgazione della musica popolare, è lieta di presentare questa nuova sfida: produrre un disco di brani inediti scritti e musicati dai componenti del Gruppo Brigallè. Dopo il fortunato successo ottenuto con il primo disco “Sangue Divino”, che ci ha regalato grandi soddisfazioni – prima tra tutte il palco dell’Umbria Folk Festival 2017 – abbiamo voluto riprovarci ancora. Il nuovo viaggio musicale che abbiamo intrapreso ha visto protagonista la nostra terra, la Ciociaria. Il titolo scelto “Sogni nel sacco” non è casuale, ma è la frase più giusta per raccogliere brani dedicati ad una utopica speranza.

Oltre al tema dell’inquinamento – continuano i Brigallè – abbiamo parlato delle schiavitù sociali, di amore, di brigantaggio, rispolverando un passato che amiamo ricordare, vedi “I Saturnali” di Ernesto Biondi, speranzosi che oggi come allora non sia sempre il “potente” a decidere le sorti del più debole. La magia di questo nuovo lavoro ci onora dalla presenza del Maestro Gianni Perilli, collaboratore stretto di Ennio Morricone, Pino Daniele, Eugenio Bennato, MBL, autore di numerose opere quali la famosissima colonna sonora del programma Rai “Linea Blu”. Abbiamo lavorato con passione e dedizione alla realizzazione di questo sogno che finalmente…”su fa vero”.

Fiuggi ricorda Ennio Fantastichini

Fiuggi ricorda l’attore Enrico Fantastichini (foto a sinistra), amato figlio acquisito, scomparso lo scorso dicembre a 63 anni. Lo farà nell’ambito del Premio Fiuggi per lo spettacolo in programma sabato 13 luglio, a partire dalle 21.30, nel giardino dell’Excelsior. Fantastichini ha vissuto per molti anni a Fiuggi, dove il padre era in servizio come maresciallo dei carabinieri, e il legame con la città termale è stato sempre presente.

Nell’occasione, verranno ricordati anche Franco Zeffirelli, Ugo Gregoretti e Valentina Cortese, morti di recente. Saranno presenti Mariano Rigillo, Elena Cotta, Lisa Ferlazzo Natoli, Stefano Reali e i ragazzi del Cinema Americana.

Si tratta di una produzione Fondazione Levi Pelloni, MediaEventi e ArtandPassion, in collaborazione con FederAlberghi Fiuggi.

L’evento è inserito nella rassegna FiuggiPlateaEuropa, la più longeva manifestazione della città termale, che quest’anno festeggia trenta anni, ideata e diretta dal giornalista e scrittore Pino Pelloni (foto a destra) che così presenta l’edizione 2019: <FiuggiPlateaEuropa offre performances di attualità e di ampio respiro culturale, con la partecipazione di scrittori, politici, personaggi pubblici, che hanno contribuito ad arricchire con la loro presenza le stagioni fiuggine, offrendo una importante visibilità mediatica anche internazionale a Fiuggi e alle sue terme. Da Giulio Andreotti nelle vesti di Bonifacio VIII al D’Annunzio pornodivo, dalla giovanissima presidente della Camera Irene Pivetti a Fausto Bertinotti, da Gervaso, Salvalaggio, Augias, Camilleri, Melograni, Curzi, Zichichi, Crepet, Quilici, Pazzaglia e Tony Renis alle giovani scrittrici erotiche. Una ribalta di grande prestigio, che quest’anno, insieme al rinato Premio Fiuggi per lo Spettacolo che sabato 13 luglio convoglia a Fiuggi i più bei nomi della scena italiana, presenta incontri con scrittori nella rassegna Libri al Borgo (6 luglio: Felice Vinci, 20 luglio: Chiara Ricci, 26 luglio: Ludina Barzini, 31 luglio: Massimo De Martino) e una serie di appuntamenti denominati “Anniversari” con illustri personaggi a ricordare Giulio Andreotti, Gabriele D’Annunzio, Primo Levi, Oriana Fallaci, Peppino Ciarrapico, la caduta del Muro di Berlino.Tra gli altri appuntamenti, presso la Sala consiliare, anche la Giornata Europea della Cultura Ebraica il 12 settembre e la decima edizione del FiuggiStoria-Lazio Meridionale il 28 settembre>. 

A Procida la grande festa del pesce azzurro

Tra le isole più belle del Golfo di Napoli c’è sicuramente Procida, dove risaltano i colori dei fiori e delle facciate delle abitazioni. Una delle caratteristica del luogo è l’ottima cucina, se si ama il pesce fresco, che arricchisce non poco la vacanza. Molto famosa, sull’isola ed esattamente nel borgo della Corricella, è la Festa delle alici, quest’anno in programma sabato 13 luglio a partire dalle 21.

La manifestazione è giunta alla sua ottava edizione ed è organizzata dall’Associazione Marinara della Corricella.

Per l’occasione il borgo sarà illuminato e i pescatori, che lavorano da generazioni solcando il mare, metteranno a disposizione il frutto del proprio lavoro e faranno gustare piatti da leccarsi i baffi, realizzati con il pesce azzurro appena pescato. In sottofondo un intrattenimento musicale particolarmente curato.

Un appuntamento che ogni anno attira numerosi turisti curiosi di riscoprire le tradizioni autentiche di un borgo incantevole.

I cavalli di battaglia di Gigi Proietti

E’ uno degli attori italiani più amati dal pubblico e maggiormente versatile. Alla soglia degli 80 anni, che compirà nel 2020, Gigi Proietti non si risparmia e torna in scena con “Cavalli di battaglia”, visto anche in Rai, in programma il 18 luglio 2019 a Roma, nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica.

Al pubblico offrirà una carrellata del suo vasto repertorio formato da tanti generi: popolare, drammaturgico, canoro, mimico, poetico, parodistico, comico , umano, multiculturale. Una contaminazione di generi che caratterizzano i suoi spettacoli e che sono gli ingredienti del suo grande successo.

Proietti sarà accompagnato da un’orchestra di 25 elementi diretti dal Maestro Mario Vicari, da un corpo di ballo  e da attori del Laboratorio di teatro che dirige per trovare nuovi talenti e che da diversi anni  partecipano ai suoi spettacoli. Ci saranno anche le figlie dell’attore, Susanna e Carlotta, che canteranno e si esibiranno in scene comiche.

Capolavori italiani: le infiorate di Spello

Quando l’incontro tra arte, fede e tradizione crea capolavori. E’ il caso delle infiorate del Corpus Domini: lunghi tappeti floreali che addobbano le strade in occasione della solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, tra le principali dell’anno liturgico della Chiesa cattolica. Il Corpus Domini rievoca la liturgia della Messa del Giovedì Santo, solennità istituita ad Orvieto da Papa Urbano IV nel 1264.   

Quello dell’infiorata è un rito antico che ogni anno coinvolge intere comunità nella condivisione della scelta e della lavorazione dei fiori, ridotti a petali, utilizzati per realizzare i quadri. Per parlare di questa particolare arte, Carisma.blog ha scelto la città di Spello, splendido borgo umbro, dove le infiorate diventano scenografia per eventi ed iniziative che ogni anno attirano numerosi turisti.

Tutto si svolge il 22 e il 23 giugno e, per la prima volta, la città di Spello parteciperà al concorso delle “Communities in Bloom. In virtù del legame con i fiori e della tradizione radicata delle infiorate, la città è stata selezionata, infatti, tra la rete associativa dei Comuni Fioriti per partecipare a questa prestigiosa competizione internazionale quale esempio italiano che si contraddistingue per qualità ambientale e particolare attenzione al decoro urbano. L’evento con cui la città di Spello ha scelto di partecipare, in rappresentanza dell’Italia è la tradizionale festa della “capatura” dei fiori denominata “M’ama non m’ama” che si è svolta venerdì 14 giugno in piazza della Repubblica.

Il sindaco Moreno Landrini

<Si tratta di un riconoscimento che va a tutti i cittadini>, dice il sindaco Moreno Landrini,  che aggiunge : <Abbiamo potuto partecipare a questo concorso grazie alle Infiorate, che sono la manifestazione principale della nostra comunità, ma anche grazie al concorso dei vicoli e balconi fioriti promosso dalla Pro Loco. Per questo ringrazio gli infioratori e tutti gli spellani che ogni giorno si impegnano per rendere Spello, città d’arte e dei fiori, bella agli occhi del mondo>.

Spello è in gara con una piccola città canadese e una slovena.  Spiega Fabrizio De Santis, presidente della Pro Loco: < Il clou c’è stato venerdì sera con il M’ama non m’ama. Per quell’occasione sulla facciata del palazzo comunale sono state proiettate immagini delle Infiorate. Un’occasione unica per promuovere la città e le sue bellezze>.

Un evento che vede protagonisti anche i giovani. Sono circa 500, compresi i baby-infioratori dell’Accademia dei boccioli (Scuola dell’infanzia) e gli Studenti in fiore (Scuola secondaria di primo grado) dell’Istituto Omnicomprensivo G. Ferraris di Spello, che venerdì 14 giugno hanno ricevuto la simbolica investitura a infioratori nel corso della quale riceveranno la Maglia d’Autore 2019 realizzata da Fabio Taticchi sul tema “Mettici il cuore”. <Puntiamo molto sulla collaborazione con i ragazzi – spiega Mirko Di Cola, il nuovo presidente dell’associazione Infiorate di Spello – e siamo in grande sinergia con le scuole.  Abbiamo lavorato molto per realizzare l’evento di quest’anno in perfetta sicurezza e siamo pronti a garantire un fine settimana davvero unico, in attesa del prossimo grande appuntamento rappresentato dal nuovo Museo delle Infiorate che diventerà un Museo interattivo per permettere ai visitatori di vivere la magia della notte del Corpus Domini e delle Infiorate durante tutto l’arco dell’anno>.

Tra le novità dell’edizione 2019 c’è anche la Notte Romantica, iniziativa dei Borghi più Belli d’Italia per celebrare il solstizio d’estate insieme agli innamorati. Sabato 22 giugno la Notte dei fiori si arricchisce di percorsi ed itinerari di sapore romantico pensati per le coppie di ogni età. <Il programma inizierà – dichiara l’assessore Irene Falcinelli – con una passeggiata al tramonto tra fiori ed erbe che partirà da Collepino per proseguire con un romantico aperitivo in musica e la preparazione della tradizionale Acqua di San Giovanni.  La serata si concluderà in piazza della Repubblica con un concerto e selfie romantici a mezzanotte>.

Sono solo alcune delle iniziative che ruotano intorno alle rinomate infiorate di Spello, tra gli eventi più suggestivi di una regione da sempre impegnata nella promozione delle sue bellezze.

Perugia torna al passato con il Palio Arnense

Dal 19 al 23 giugno torna il Palio Arnense, appuntamento annuo con la tradizione che si svolge nel Castello medievale di Ripa a Perugia. Si tratta della rievocazione storica dell’antica festa di S.Antonio Abate, risalente al Cinquecento.

Nell’occasione il borgo di Ripa si divide in due parrocchie (della Pieve e di Sant’Emiliano) come era una volta e fa rivivere l’atmosfera dell’epoca, fine Rinascimento. Nelle tre serate della manifestazione, il castello e le vie si riempiono di personaggi storici, popolani e nobili, che sfilano insieme con l’arrivo previsto a Campo della Lizza dove va in scena il Palio, con le contrade che si sfidano a morra e al lancio del formaggio, i giochi di una volta.

Non manca, ovviamente, lo spazio per la buona cucina, con al centro i sapori tradizionali che si possono gustare in locali trasformati in antiche taverne.

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La voce degli artisti sardi contro la Sla

Tredici artisti sardi, attori comici e musicisti, hanno unito le forze dando vita alla canzone “Per chi non lo Sla” con il nobile obiettivo di appoggiare la lotta contro quella che oggi è una delle malattie neurodegenerative più devastanti. Un progetto di solidarietà targato Sardegna il cui ricavato è andato all’associazione “Io sto con Paolo”, nata per sostenere il più giovane malato di Sla d’Italia, Paolo Palumbo di Oristano: a 18 anni, la grave patologia ha fermato il suo sogno di diventare un grande chef.     

Al progetto hanno aderito Marco “Baz” Bazzoni e Pino & gli anticorpi, star del programma televisivo Colorado, Benito Urgu (attualmente in corsa per il Nastro d’argento come migliore attore nel film “L’uomo che comprò la luna”), i Tenorenis visti a “Striscia la notizia”, Giuseppe Masia, i Battor Moritteddos, Alvin Solinas, Francesco Porcu, Marco Piccu, gli Amakiaus di Ignazio Deligia, Daniele Contu, Nicola Cancedda e Soleandro, che hanno scritto il testo della canzone. Il loro video ha ottenuto oltre 5 milioni di visualizzazioni su Youtube. E’ particolarmente toccante la presenza dei malati nel video.

Ne parlo con uno di loro, Ignazio Deligia, leader del gruppo demenziale Amakiaus (in sardo vuol dire “Impazziti”), molto conosciuto in Sardegna, che ha vinto anche il Festival della canzone dialettale a Sanremo. Un gruppo longevo: 36 anni dedicati alla musica fino al 2018, con all’attivo 12 album.

Ignazio, come è nata l’iniziativa di incidere un disco per la lotta contro la Sla?

Già da qualche tempo con il mio gruppo, un gruppo storico qui in Sardegna, devolvevamo i proventi dei nostri dischi all’Aicla, un’associazione che si occupa di queste patologie. Dopo lo scioglimento del gruppo mi sono dedicato al cabaret e dall’incontro con altri comici sardi è nato il disco “Per chi non lo Sla”.

Mi dici qualcosa dell’associazione “Io sto con Paolo” che avete scelto di sostenere?

E’ un’associazione nata per sostenere Paolo, il più giovane malato di Sla, un ex cuoco che ha inventato anche il modo di far sentire i gusti ai malati di Sla che, come sai, non deglutiscono.

Dopo il video sono in programma altre iniziative legate a questo progetto?

Un paio di settimane fa il video è stato proiettato al Palazzo dei Congressi del Quirinale, il regista Rai Antonio Centomani lo ha voluto fortemente. E il prossimo 7 ottobre alcuni di noi saranno di nuovo al Quirinale. Io, Francesco Porcu, Soleandro e Davide Urgu dei Tenorenis parteciperemo ad una giornata dedicata a questa malattia, un’iniziativa promossa dalla Revert, associazione che si occupa della ricerca sulle cellule staminali cerebrali, una speranza per chi è colpito dalla Sla e dalle altre malattie neurovegetative.

Che risonanza ha avuto il disco?

E’ andato benissimo, il brano è molto pop e piace, siamo ovviamente soddisfatti dei 5 milioni di visualizzazioni del video.

Il video inizia con la voce di Benito Urgu, un nome importantissimo per la Sardegna.

Benito Urgu è un comico che ha fatto diverse cose in Rai con Nino Frassica, da noi è una vera e propria leggenda. E’ un omino di 80 anni che, se fosse nato a Napoli, sarebbe stato il comico più importante di tutti i tempi perché lui, oltre a far ridere, è bravissimo come autore di canzoni ed imitatore. Un artista a tutto tondo.

Oltre a questa bellissima iniziativa solidale, con gli altri comici sardi avete condiviso ulteriori esperienze?

Certo, siamo sempre in contatto. Con Francesco Porcu, ad esempio, abbiamo fatto un film insieme che è nelle sale da febbraio con un discreto successo, si chiama “A Si Biri”, che significa arrivederci, di Francesco Trudu.

Ed Ignazio Deligia di cosa si sta occupando in questo momento?

Attualmente mi sto preparando per fare “La sai l’ultima?” su Mediaset.

In bocca al lupo ad Ignazio e grazie alla Sardegna, terra meravigliosa con il cuore grande!

Chef Sara, la regina del formaggio bagoss

Una giovane donna timida e senza fronzoli, che ai fornelli si trasforma in una cuoca determinata e sicura di sé, orgogliosa dei prodotti del suo territorio, la Valle Sabbia. Sara Scalvini, sposata con Andrea e mamma di Marco, 9 anni, è la vincitrice della settima edizione della gara culinaria “Cuochi di Italia” di Tv8, trasmissione condotta da Alessandro Borghese e con la partecipazione dei giudici Gennaro Esposito e Cristiano Tomei. Sara, 34 anni, si è aggiudicata il primo posto con la cucina della Lombardia, battendo nella finale la romana Valentina Pistoia. Nelle sfide precedenti aveva eliminato la Sicilia, la Campania, il Lazio e l’Emilia Romagna. Ha conquistato la vittoria con le mereconde al bagoss e il coniglio con funghi porcini e polenta. La incontro in una pausa del suo lavoro nel ristorante “Il Viandante” di Bagolino, un piccolo paese montano in provincia di Brescia, che guida da sola dopo la scomparsa del padre.

Cosa ha significato per te questa vittoria?

Mi ha portato tanta felicità sicuramente, ma sono rimasta quella di prima.

A Bagolino come hanno preso la tua affermazione a “Cuochi di Italia”?

Tutti contentissimi, soprattutto perché non se lo aspettavano. A dire la verità, non me l’aspettavo neanche io.

Come ti sei trovata con chef del calibro di Borghese, Esposito e Tomei?

Benissimo, sono belle persone e molto alla mano, mi piacerebbe rivederli. E’ stata una bella esperienza anche perchè in questo modo ho potuto pubblicizzare il mio paese.   

Che tipo di cucina proponi nel tuo ristorante?

La cucina tradizionale del posto.

A proposito di prodotti del posto, tu sei particolarmente legata al formaggio bagoss. In trasmissione, simpaticamente, ti hanno anche preso in giro per questo. Che tipo di formaggio è?

E’ un formaggio tipico del mio paese che si può assaporare con diverse stagionature a seconda del proprio gusto, se piace più o meno forte. In cucina si può utilizzare sia per i primi sia per i secondi piatti.  

Come hai iniziato a cucinare?

Mio padre mi ha sempre insegnato a fare da mangiare, fin da piccola mi teneva in cucina con lui. Poi è morto e con il ristorante che era dei mei genitori sono andata avanti io.

Quali sono i tuoi cavalli di battaglia? Cosa preferisci cucinare?

Sono forte soprattutto con i primi piatti, in particolare amo i risotti. E naturalmente le mereconde che ho cucinato alla finale di “Cuochi di Italia”.

Oltre alla cucina, coltivi altre passioni?

Faccio molto sport e amo viaggiare in posti lontani, l’ultimo che ho visitato è stato il Nepal a novembre.

Quando ti trovi in vacanza in luoghi molto diversi dall’Italia ti incuriosisce la cucina del posto?

Certo, vado anche per quello. Non facciamo mai viaggi organizzati, andiamo zaino in spalla così da vivere al meglio il paese, compresi i suoi piatti.

Quali sono i prossimi obiettivi da chef?

Mi piacerebbe migliorare, imparando ancora molto del mio mestiere, restando però sempre qui a Bagolino a curare la mia attività.

Ti ispiri a qualche chef famoso? Ne ammiri qualcuno in particolare?

No, sono tutti bravi, ma non mi ispiro a nessuno. Vado avanti con la mia cucina, anche perché vengono da me proprio per quello che cucino, se dovessi cambiare scontenterei la clientela, affezionata a certi piatti tradizionali.    

Il cane che accompagna i bambini in sala operatoria

Si chiama Serena ed è un cane di razza Bassett  Hound, considerata ottima per la compagnia e in particolare propensa a stare con i bambini dato il carattere affettuoso e gioioso dei suoi esemplari, originariamente utilizzati per la caccia.

Da qualche settimana Serena svolge una missione straordinaria: accompagna i bambini in sala operatoria all’ospedale Santa Maria di Firenze, attende che l’intervento finisca e si fa trovare pronta al risveglio del piccolo. Lo fa due volte al mese nell’ambito di un progetto di pet therapy finanziato dall’associazione Onlus “Vorrei prendere il treno” di Iacopo Melio attraverso una raccolta di fondi che ha riscosso notevoli adesioni.     

«I bambini ospedalizzati – ha spiegato Marco Pezzati, direttore dell’area pediatrica aziendale, al quotidiano La Stampa – hanno accolto molto bene questa iniziativa, che li aiuta a vivere al meglio un momento difficile e a dimenticare il disagio del post-intervento e superare così la paura della stanza d’ospedale. I genitori hanno particolarmente apprezzato l’iniziativa perché ha contribuito a rendere più piacevole il ricovero ospedaliero dei loro bambini. Anche il personale medico e infermieristico è molto soddisfatto dell’iniziativa che considera un valido supporto nella gestione dei piccoli pazienti e si augura che Serena e gli operatori dell’Associazione possano nel prossimo futuro aumentare i giorni di frequenza nel reparto di Pediatria. Auspico – ha aggiunto Pezzati – che iniziative del genere si possano replicare anche negli altri reparti pediatrici della nostra Azienda; è ormai dimostrato che nel percorso di cura anche dei piccoli pazienti la vicinanza degli animali da compagnia rappresenta un eccezionale sostegno».

La pet therapy, letteralmente terapia dell’animale da affezione, si affianca a tradizionali cure, trattamenti e interventi socio-sanitari. E’ un intervento sussidiario che aiuta, rinforza, arricchisce e coadiuva le tradizionali terapie e può essere impiegata su pazienti di qualsiasi età e affetti da diverse patologie con l’obiettivo, sempre raggiunto, di migliorare la qualità della vita.

Oltre ai cani, nella pet therapy vengono impiegati soprattutto cavalli e delfini, per la gioia di bambini e adulti.

La battaglia di Montecassino 75 anni dopo

Lunedì 20 maggio, alle ore 17 presso la Sala Capitolare del Senato della Repubblica (Piazza della Minerva, 38, Roma), avrà luogo il convegno “La battaglia di Montecassino. 75 anni di pace nella terra di San Benedetto” promosso dalla Fondazione Giuseppe Levi Pelloni in occasione del 75esimo anniversario del bombardamento che distrusse la città di Cassino e l’antica Abbazia benedettina.

Partecipano all’incontro di studio, ospitato dal Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, gli storici Pino Pelloni, Livio Cavallaro, Antimo Della Valle, l’archivista dell’Abbazia di Montecassino Dom Mariano Dell’Omo, l’onorevole Federico Mollicone, membro della Commissione Cultura della Camera dei Deputati e Roberto Molle, presidente dell’Associazione Battaglia di Cassino.

Così gli organizzatori ricordano il bombardamento: <Tra le 9,28 e le ore 13.00 del 15 febbraio 1944, 239 bombardieri angloamericani, decollati dagli aeroporti di Foggia e Napoli, sganciarono 453 tonnellate e mezza di bombe sull’Abbazia, radendo al suolo l’antico monastero fondato da San Benedetto da Norcia nell’anno 529>.

<In un millennio e mezzo l’Abbazia di Montecassino – prosegue la nota – è stata distrutta ben quattro volte, tre per mano degli uomini ed una per cause naturali. La prima distruzione avvenne tra gli anni 577 e 589 ad opera dei Longobardi; la seconda distruzione nell’883 ad opera dei Saraceni; la terza distruzione nel 1349 a causa di un terremoto. La quarta tra il 15 e il 18 febbraio del 1944 che in tre ore la ridusse ad un ammasso di rovine. Il monastero, poi, fu preso il 18 maggio dai soldati polacchi, dopo molti mesi di violento conflitto e una perdita immensa di vite umane>

Sottolinea Pino Pelloni: <Si è trattato di un vero e proprio crimine di guerra e una tragedia per la popolazione civile costretta ad un esodo pieno di sofferenze. Nel bombardamento persero la vita molti civili che proprio nel luogo di culto avevano cercato riparo sperando che fosse un luogo sicuro. L’abate Diamare ed i monaci sopravvissuti fuggirono poi a Roma per salvarsi. Non furono trovati soldati tedeschi tra i caduti per il bombardamento>.

Anna Vita, diva suo malgrado

“Diva suo malgrado” perché non amava stare sotto i riflettori, veniva presa dal panico quando doveva girare una scena, sul set non si trovava a suo agio. Rifuggiva la notorietà, Anna Vita, star dei fotoromanzi e del cinema nel dopoguerra, per oltre trenta anni titolare dell’albergo La Coccinella di Anagni. Fuggì proprio in Ciociaria quando, delusa dall’ambiente dello spettacolo, decise di cambiare vita dedicandosi a quello che era il suo vero amore, la scultura e la pittura. Un talento ereditato dal padre Mario.

Nei giorni scorsi, parlavo di lei con l’amico e collega Ivan Quiselli che aveva ritrovato un mio vecchio articolo, intitolato appunto “Anna Vita, diva suo malgrado”, convenendo di ricordarla in qualche modo a quasi dieci anni dalla morte.

Ho conosciuto Anna nel suo albergo, andando a trovare degli amici che soggiornavano da lei. Non passava inosservata, la signora della Coccinella, da tanti vista come stravagante, forse anche un po’ strana. Nonostante la differenza di età, facemmo subito amicizia e ci siamo viste spesso nella sua casa adiacente all’albergo. Una casa-museo. Piena di ricordi, di foto, di opere realizzate dal padre e da lei di cui andava molto orgogliosa. Era di queste che amava parlare, non del cinema che pure le aveva portato successo e fama grazie ai film interpretati con Totò e Vittorio De Sica e diretti da registi del calibro di Michelangelo Antonioni, Giorgio Simonelli, Steno, Mario Monicelli. Mi diceva: “Mi ritenevo inadeguata, negata per il cinema, impreparata e non ho mai capito cosa ci trovassero in me. Non riuscivo neanche a memorizzare le battute, non era la mia strada. In realtà ho sempre sognato di diventare una giornalista>.

Non si sentiva bella, Anna Vita. Eppure, per il suo fascino, veniva chiamata “La Greta Garbo dei poveri” o “La malattia degli italiani” e aveva ammaliato anche importanti attori. Ed aveva carattere, Anna. Nel 1952 Federico Fellini le offrì la parte di protagonista nel film “Lo sceicco bianco” (interpretato poi da Brunella Bono), ma lei non accettò perché la pellicola ironizzava sull’ambiente da cui proveniva, il fotoromanzo, litigò con il regista e ne andò in America dalla sorella, chiudendo definitivamente con lo star system. Dopo 18 anni arrivò ad Anagni dove ha vissuto fino a dicembre 2009, quando se ne è andata dopo un breve periodo di malattia. Aveva 83 anni.

L’ho vista per l’ultima volta sei, sette mesi prima. Mi aveva cercato per parlarmi di un suo progetto: creare una grande scultura, raffigurante l’albero della vita, da posizionare nel parco che circondava l’albergo, da inaugurare con una festa alla presenza di tanti bambini. Era entusiasta dell’idea, mi disse che ci stava già lavorando, chiedendomi di aiutarla per l’organizzazione. Non fece, non facemmo in tempo.

La morte, comunque, non la spaventava. “Sono già morta una volta”, mi aveva detto in un’intervista. Raccontando di quando, nel 1990, durante un intervento chirurgico, si era ritrovata lungo un viale celeste dove c’era tanta gente che conosceva. Si sentiva felice. Arrivata a metà di quel viale, era però tornata indietro risvegliandosi nel letto di ospedale. “In questa esperienza ho trovato sollievo e non dolore – disse – e quindi credo che la morte sia un grande piacere”.

Era nata in Calabria, Anna Vita, ma aveva vissuto molto a Roma, una città che amava ma che non le mancava perché preferiva vivere in campagna, a contatto con la natura, con i suoi cani e i suoi ricordi, lontana dalle copertine e da un mondo che non le apparteneva. Aveva scelto, semplicemente, di essere se stessa. Forse anche un po’ strana, ma fedele alla sua personalità.

Le fotografie da… mangiare

Il cibo è senza dubbio uno dei principali piaceri della vita. Lo testimonia la crescita esponenziale di format televisivi con al centro la cucina (alcuni di essi diventati trasmissioni cult), l’aumento di spesa per l’acquisto di prodotti di qualità, la continua ricerca di nuove cotture e sperimentazioni in cucina.

Sull’onda di tale tendenza, è nata anche l’arte foodscapes, parola nata dalla fusione di food (cibo) e scape (paesaggio), che vuol dire fotografare alimenti e creare un panorama. Re assoluto di questa nuova espressione è Carl Warner, 56 anni, inglese, che trascorre il suo tempo nei negozi alimentari e nei mercati per selezionare i soggetti delle sue foto. Poi li compra e li porta nel suo studio, dove li fotografa singolarmente e, insieme ad una squadra di food stylist, costruisce quelli che appaiono come veri e propri quadri. Coloratissimi e stuzzicanti.

Nelle sue fotografie trovi di tutto: patate, melanzane, broccoli, pomodori, prosciutto, carote, spezie. Il tutto trasformato in scenari naturali dove l’occhio umano spazia e fa mille scoperte.   

Sin da piccolo Carl Warner si dedica alla pittura, con disegni che ritraggono un mondo fantastico, ispirandosi a Dali, Patrick Woodroofe e alle copertine d’album di Roger Dean. Dopo aver studiato arte al college, da Liverpool si trasferisce a Londra per studiare fotografia, film e televisione. Dopo anni di esperienza, si specializza in paesaggi alimentari costruiti con ingredienti naturali. Ingredienti che, una volta fotografati, non vengono certo sprecati. Vengono, infatti, consumati da Warner e dai suoi collaboratori o dati in beneficenza.

I diari aperti di Elisa

Il 24 e il 25 maggio Elisa si esibirà in concerto all’Auditorium di Roma (Sala Santa Cecilia) con il suo “Diari Aperti Tour”  che prende il nome dal suo ultimo album.

<Sto privilegiando il più possibile – dice la cantante triestina, spiegando la scelta del teatro per un concerto – il rapporto diretto con il pubblico. Il disco contiene undici tracce, tutte in italiano, che sono anche undici fotogrammi della mia vita, racconti e ricordi ripresi e rivestiti di musica, pagine reali (scritte, disegnate, a volte pasticciate) di quaderni e agende che fin da bambina hanno accompagnato la mia vita e raccolto i miei pensieri>. 

Cantante, autrice, polistrumentista e produttrice multiplatino, nel disco “Diari Aperti” c’è l’Elisa di ieri e di oggi, che si apre al suo pubblico in maniera calda e diretta.

“Diari Aperti” è una sorta di concept album di una vita, che spazia dal ritmo trascinante di “Tutta un’altra storia”, a quello incalzante dell’ukulele di “Vivere tutte le vite”, dalla melodia coinvolgente di “Tua per sempre”, all’atmosfera evocativa dei beat fluidi e sensuali di “Come fosse adesso”, fino al reggae e al R’n’B (con un omaggio a Tonino Carotone) di “L’estate è già fuori” (dove sono evidenti le ispirazioni ad uno dei suoi autori preferiti, Bob Marley). Preziose ballate racchiudono storie e suoni coinvolgenti in “Anche Fragile”, “L’amore per te”, “Con te mi sento così”.

Da Roma agli Usa, cronaca di un successo

Una professionista estremamente eclettica, un’italiana emigrata all’estero che ce l’ha fatta. Maria Teresa De Donato, romana, da quasi 25 anni vive in Texas e da poco ha pubblicato il suo primo romanzo dal titolo “Oceano di sensi”. Una nuova esperienza, dopo i numerosi libri scritti nell’ambito del suo lavoro. La dottoressa De Donato è naturopata, life strategist, coaching olistico e spirituale e molto altro.

Come è iniziato il suo percorso professionale?

Sono vissuta, ho studiato e lavorato a Roma fino agli inizi del 1995, quando mi sono trasferita negli Usa.  I miei genitori, che erano amanti della cultura, dei libri, delle lingue e dei viaggi, mi fecero studiare inglese sin da bambina. Questo ha spianato la strada agli studi linguistici e turistici. Finite le scuole medie, mi sono iscritta all’Istituto Tecnico per il Turismo, diplomandomi all’I.T.T.  J.F.Kennedy dove all’inglese si sono affiancati il francese ed il tedesco. Dopo il diploma ho proseguito con l’Università, Facoltà di Magistero, Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere Moderne, che però ho abbandonato alla fine del secondo anno per mancanza di interesse. Dal 1980 al 1982 ho studiato anche giornalismo alla Scuola Superiore di Giornalismo Accademia. Dopo vari lavori e collaborazioni ho superato alcuni concorsi pubblici e sono entrata al Ministero della Salute dove sono rimasta in servizio per molti anni. 

Come è maturata l’idea di lasciare l’Italia?

L’Italia e soprattutto Roma le ho nel cuore anche se non rimpiango affatto le alzatacce alle 5.30 di mattina tutti i giorni per andare a lavorare.  Mi alzavo ed uscivo molto presto per evitare il traffico.  Continuavo a chiedermi come fosse possibile condurre per 40 anni quella vita, così come avevano fatto mio padre ed altri milioni di persone.  Un mio caro collega mi parlava spesso di suo fratello che era vissuto per vari mesi in Australia.  Io rimanevo affascinata dai suoi racconti. Continuavo a sognare e a visualizzare terre lontane, civiltà e culture diverse, un’altra vita, pur reputandomi molto fortunata per il lavoro che avevo nella pubblica amministrazione e che mi ha insegnato molto sotto tutti i punti di vista.  L’opportunità di venire negli Usa si è presentata anni dopo grazie al lavoro di mio marito.  Quindi prima abbiamo accettato la sua assegnazione qui in Texas e poi abbiamo deciso che forse valesse la pena restare.

Cosa le manca dell’Italia?

Mi mancano sicuramente non solo familiari ed amici, ma anche la vita sociale più intensa, l’abbondanza di arte di cui noi italiani possiamo e dobbiamo assolutamente essere fieri e che ci invidia il mondo intero. Se solo ci rendessimo conto – con il cuore prima ancora che con la ragione – ed operassimo e ci attivassimo in armonia con questa consapevolezza e con un maggiore spirito di solidarietà e di senso civico, trasformeremmo il nostro martoriato Paese in un paradiso. Ovunque sono andata sia in Europa sia negli Usa sono stata favorevolmente accolta proprio  per il fatto di essere italiana.  

Il suo curriculum è importante: naturopata, life strategist, coaching olistico e spirituale, tanto per citare alcune attività. Cosa fa esattamente, come ha scelto questi lavori, in che modo li svolge, quale passione c’è dietro?

Una volta trasferitami negli Usa, non potendo lavorare per molti anni per ragioni burocratiche, ho ripreso gli studi accademici proseguendo prima quelli giornalistici con l’American College of Journalism e successivamente conseguendo le lauree Bachelor, Master e Dottorato in Salute Olistica. Mi sono specializzata in Naturopatia – quindi in Alimentazione ed Erbalismo sia occidentali sia orientali, inclusi principi di Ayurveda e Medicina Tradizionale Cinese ed altre metodologie olistiche – e in Omeopatia Classica.  Oltre a ciò, ho frequentato molti corsi in settori sempre legati alla salute. Quest’ultima è sempre stata un elemento molto importante sin da quando sono nata. I miei genitori erano molto attenti all’alimentazione sana ed equilibrata, all’esercizio fisico, al riposo, ai rimedi naturali.  Si è trattato, di fatto, di un training che ho ricevuto sin dall’infanzia. Durante l’adolescenza, per ragioni di salute mi sono avvicinata all’Omeopatia.  Quest’ultima mi ha aperto gli occhi sulla veduta “olistica” della vita, prima ancora che della salute.  Ho capito quanto fosse importante: a) valutare l’individuo nella sua complessità ed unicità, in cui mente, corpo e spirito sono indissolubilmente interconnessi l’uno all’altro, b) identificare sintomi e malattia come il linguaggio usato dal nostro corpo per comunicare con noi un suo squilibrio, piuttosto che considerarli nemici da combattere.  Successivamente, un corso manageriale medico-amministrativo frequentato molti anni fa e che mi aveva appassionata molto ha ulteriormente spianato la strada. Ad un certo punto, facendo delle ricerche su studi accademici, mi sono imbattuta in Global College of Natural Medicine e mi sono letteralmente innamorata dei loro programmi. Mi sono detta: “Go for it!” (Fallo!). È stato un percorso molto intenso, ma altrettanto stimolante e che ho amato da subito.  La mia attività di coaching era iniziata circa 35 anni fa come Coaching Personale e Spirituale. Negli anni, tramite collaborazioni con HR, Aziende specializzate nel reperimento, nelle interviste, e nella selezione del personale la mia sfera di competenze si è ampliata permettendomi di aggiungere anche Istruzione e Carriera.  Con i successivi studi accademici e le conseguenti specializzazioni, il mio Coaching è diventato a 360̊, includendo quindi anche Salute e Benessere.  Il tutto nasce da una mia grande passione che abbraccia di fatto varie discipline. Le mie attività le svolgo da casa tramite email e videoconferenze.  Essendo una persona eclettica ho molti interessi.  Non solo, ma sono attratta da ciò che è nascosto, velato, direi quasi “esoterico”.  Non sono interessata a dire ad una persona quanti grammi di pasta, di pane o quanti grammi di proteine o di verdure deve mangiare ad ogni pasto.  La educo spiegandole cosa e come mangiare e cosa evitare, ma poi le lascio la scelta di assumersi la responsabilità di tornare alle vecchie abitudini o di rimboccarsi le maniche ed iniziare una nuova vita partecipando attivamente alla sua salute. Sono molto più affascinata dal capire il perchè la persona è in sovrappeso, cosa la spinge a mangiare freneticamente e a cercare anche “junk food”, e quali sono le vere ragioni dei sintomi e della malattia che non dal limitarmi a consigliare rimedi erboristici, omeopatici e/o integratori alimentari, anche se, naturalmente, sono anch’essi parte della mia attività di consulenza.  Di fatto sono una Educatrice, una grande Motivatrice, una Ricercatrice Spirituale.  Cerco di aumentare la consapevolezza negli altri affinchè migliorino non solo la propria vita, ma contribuiscano anche alla creazione di un mondo migliore.

Oceano di Sensi è il suo primo romanzo. Come è nato?

Ho iniziato a scriverlo molti anni fa. Ogni tanto lo mettevo via e, per una ragione o per l’altra, davo la priorità ad altro.  Mi piacevano trama e personaggi, ma mi sembrava che mancasse sempre qualcosa e non sapevo cosa.  Ad un certo punto ho capito cosa mancava, l’ho aggiunto.  Il tutto si è arricchito di particolari preziosi, ha preso forma e consistenza e alla fine l’ho pubblicato.  Molti sono i fattori che mi hanno spinta a scrivere questo romanzo: l’esperienza di persone che, benché di origini italiane e spesso siciliane, sono vissute in Libia per molti anni o ci sono persino nate; l’aver conosciuto donne che sono state abbandonate dai loro mariti ed hanno dovuto crescersi i figli da sole; la storia della colonizzazione italiana in Libia di cui io stessa sapevo poco e di cui raramente si parla; il desiderio da parte mia di capire meglio quel periodo della nostra storia, pur cercando di mantenermi equidistante tra italiani che erano andati in Libia prevalentemente alla ricerca di un lavoro e per garantirsi così un’esistenza se non ricca quantomeno decorosa e popolazione libica locale. Inizialmente il romanzo non l’avevo concepito come ‘erotico’.  Successivamente, però, dovendo affrontare il rapporto di coppia, proprio per la mia veduta olistica del Tutto, non ho potuto fare a meno di approfondire anche il tema erotismo e sessualità.  Il romanzo ha finito, dunque, con il diventare profondamente erotico.  Sessualità ed Erotismo in esso non sono, tuttavia, il fine, ma solo componenti importanti.  Oceano di Sensi può essere visto come un romanzo erotico, ma anche storico, d’amore ed altamente introspettivo.  Diciamo che, proprio per la sua varietà di elementi, può interessare ed affascinare un pubblico molto ampio ed essere interpretato in vari modi.

Cosa vuol dire la scrittura per lei?

Scrivere è per me ossigeno.  Quando scrivo sono un fiume in piena.  Scrivere per me è un modo per esprimere la profondità del mio essere, per viaggiare con la fantasia ovunque, per vivere altre vite, altre dimensioni, altre realtà, per penetrare il mistero della vita stessa, dell’universo. Tutto questo lo applico anche alla lettura, altra mia grande passione.

Lei è un’italiana che all’estero ha trovato il successo. Quali opportunità le hanno offerto gli Usa che forse non avrebbe avuto in Italia?

Benché l’America sia molto cambiata da quando sono arrivata nel 1995 e purtroppo non necessariamente in meglio, gli Usa rappresentano ancora un Paese che offre molte possibilità se tu ti metti in gioco e ti dai da fare. Il mio sogno – sin da ragazzina – era quello di diventare una scrittrice, una giornalista, ma in Italia è sempre stato tutto altamente politicizzato, troppo legato a discorsi di tesseramenti, favoritismi e clientelismi.  Forse oggi le cose, almeno in certi ambiti, sono un po’ diverse proprio grazie ad Internet ed ai nuovi media: sono molto felice di vedere, anche e soprattutto in Italia, il pollulare di tantissime iniziative culturali. La gente si sta dando molto da fare e, laddove non trova spazio attraverso quelli che potremmo considerare “canali tradizionali”, si rimbocca le maniche e si apre un varco attraverso la creazione di blog e/o associazioni culturali.  Fino a quando io sono vissuta in Italia – in un’era in cui non c’erano né internet né social media – ho visto molto raramente prevalere la meritocrazia.  Ho trovato porte pravelentemente chiuse.  Qui negli Usa, al contrario, e proprio per una cultura ed una mentalità profondamente diverse, ho potuto realizzare alcuni miei grandi sogni:  riprendere e portare a termine studi accademici, cosa che in Italia non mi sarebbe stato possibile fare ed intraprendere l’attività di scrittura fino a farla diventare una carriera a tempo pieno.  L’informazione, o meglio, la possibilità di reperire informazioni/notizie, è un altro aspetto che ho trovato molto positivo in America, al contrario di quanto avvenga da sempre in Italia dove molte informazioni che dovrebbero essere alla portata di tutti vengono gestiti come segreti di Stato.

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