I bambini non si toccano

La cronaca di questi giorni ha fornito una notizia agghiacciante: un bambino di 7 anni ucciso in casa, a Cardito nel Napoletano. Episodio ancora tutto da chiarire, con il convivente della mamma fermato dopo che la sorellina del povero bambino, 8 anni, ferita gravemente, ha parlato di lui come di un violento che li picchiava in continuazione. Una storia maturata in un ambiente familiare disagiato che fa inorridire perché a perdere la vita è un bambino non adeguatamente protetto. E spesso i minori sono oggetto di abusi e violenze proprio da parte di chi dovrebbe tutelarli, dagli adulti ai quali i bambini si affidano completamente.

I dati di questo triste fenomeno sono allarmanti, ma non esaustivi, come spiegano da Telefono Azzurro che dal 1987 è in prima linea in Italia per dare ascolto ai bambini maltrattati: <In Italia, purtroppo, non viene attuato un monitoraggio sistematico da parte di organi istituzionali che consenta di avere un quadro aggiornato, completo della diffusione dell’abuso in danno di bambini e adolescenti. 

I dati a nostra disposizione non ci permettono di avere un quadro preciso del numero dei bambini maltrattati e abusati nel nostro Paese, tuttavia è possibile affermare che tali dati rappresentano una probabile sottostima del fenomeno: molto alto è il numero dei casi che restano “sommersi”, ossia che non vengono denunciati>.

Maltrattamenti, abusi sessuali e bullismo sono le principali fonti di rischio per i bambini di cui si occupa Telefono Azzurro. In un report di Emergenza Infanzia, l’associazione evidenzia che a chiamare il call center, il numero 114 da dove rispondono gli esperti, è nella maggior parte dei casi è un adulto: solo nell’11,7% dei casi a chiamare è il bambino o l’adolescente coinvolto nella situazione di emergenza. E’ evidente come la decodifica di una situazione di emergenza non sia semplice per un bambino e come sia necessario, a maggior ragione per situazioni che coinvolgono bambini di età fino a 10 anni, il coinvolgimento di un adulto per la richiesta di aiuto.   

I dati relativi alle caratteristiche del campione di bambini e adolescenti per i quali è stato richiesto l’intervento del 114 evidenziano solo un lieve scarto tra maschi e femmine vittime di situazioni di emergenza/disagio (maschi 51,5% – femmine 48,5%).

I dati relativi alle caratteristiche del campione di bambini e adolescenti per i quali è stato richiesto l’intervento del 114 evidenziano solo un lieve scarto tra maschi e femmine vittime di situazioni di emergenza/disagio (maschi 51,5% – femmine 48,5%). Le richieste di intervento hanno riguardato prevalentemente (nel 63,7% dei casi) bambini di età compresa tra 0 e 10 anni, nel 21,0% minori di età compresa tra gli 11 e i 14 e nel 15,3% ragazzi tra i 15 e i 18 anni.  Le richieste pervenute al servizio non riguardano solo minori di nazionalità italiana, ma anche straniera: il 19,4% dei bambini e adolescenti segnalati al 114 è straniero. 

A Cassino la pietra del ghetto

La Biblioteca della Shoah di Fiuggi, area didattica della Fondazione Levi Pelloni, in questi giorni sta promuovendo una serie di appuntamenti nelle scuole e nelle sedi istituzionali del Lazio per celebrare il Giorno della Memoria. Pino Pelloni, Luciana e Margherita Ascarelli dopo essere stati presenti nelle scuole di Zagarolo, Olevano Romano e Cerreto Laziale, proseguiranno i loro incontri con i giovani a Roma (lunedì 28, Via Vittoria, 24) e Cassino (mercoledì 30, Palazzo Municipale, Sala Pier Carlo Restagno). Il tema che viene presentato agli studenti riguarda le leggi razziali del 1938 mentre l’appuntamento di domenica 27, voluto dal Comune di Olevano Romano di concerto con l’Associazione Welcome to Tivoli, è il risultato del progetto didattico/formativo “Mio Dio perché?”, realizzato con gli Istituti Comprensivi dei Comuni di Olevano Romano e Cerreto Laziale.

Mercoledì 30 gennaio l’amministrazione comunale di Cassino, su proposta del Centro Documentazione e Studi Cassinati e in collaborazione con La Fondazione Levi Pelloni, ricorderà i cugini Settimio e Marco Giacomo Giuseppe Efrati, cittadini ebrei nati a Cassino, e finiti nella razzia del Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943 e mai piu tornati da Auschwitz. Il convegno, in calendario alle ore 10.30, contempla gli interventi del sindaco di Cassino Carlo Maria D’Alessandro, di Pino Pelloni (“Il dovere della memoria”), Luciana Ascarelli (“Le leggi razziali del 1938”) e Gaetano De Angelis-Curtis (La storia dei cugino Efrati, ebrei di Cassino).

Per l’occasione verranno installate, a ricordo del loro sacrificio e nell’area del Monumento ai Caduti, due copie della Menorah di Anticoli, l’antica pietra (sec.XV) rinvenuta nel ghetto ebraico di Anticoli, l’odierna Fiuggi. L’antica Menorah di Anticoli, rinvenuta in via del Macello nel borgo di Fiuggi, non è la prima volta che viene utilizzata come segno di riconoscimento e di ricordo sia come dono a personalità che si sono distinte nella ricerca storica e nell’esercizio del dovere dell’accoglienza e della solidarietà, sia come segno di memoria per cittadini europei, ebrei e non solo, che sono state vittime dei totalitarismi del Novecento.

La Menorah di Anticoli, un’incisione di fattura catalana, il che ha fatto ipotizzare la sua datazione alla fine del XV, rappresenta un documento molto importante per la storia di Fiuggi e la sua copia è stata realizzata da Luigi Severa.

<Lo sviluppo maggiore della comunità ebraica anticolana – spiega Pino Pelloni – si ebbe quando, nel 1291, molti discendenti di Abramo furono espulsi dall’Italia meridionale. Non risulta che in Anticoli abbiano aperto un Banco di Prestito, come è testimoniato in Anagni, Alatri e Veroli, mentre è documentata l’attività privata di commerci e lavori artigianali, dell’arte speziale e della scrittura. Gli ebrei, presenti nelle contrade del Basso Lazio, se sono sopravvissuti alle persecuzioni lo devono alla loro utilità nella società in cui vivevano e al loro spirito di adattamento presso le comunità che li ospitavano.

La stessa esistenza della comunità ebraica in Anticoli e negli altri centri vicini, trova risposta anche nei comportamenti delle Chiese locali, che da una parte tentavano l’assimilazione religiosa e dall’altra favorivano la loro esistenza. E’ risaputo come la Camera Apostolica adoperasse ogni mezzo per invitare sottobanco gli Ebrei a prestare denaro a usura ai cristiani in modo che questi fossero in grado di adempiere al loro dovere di contribuenti. Prestiti che il potere temporale vietava ai sudditi, tollerandoli e sollecitandoli agli Ebrei. Pertanto le comunità ebraiche erano socialmente utili alla Chiesa e al Feudo>.

Liberi di scegliere, tutto vero

E’ stato tratto da una storia vera il film “Liberi di scegliere” andato in onda martedì sera su Rai Uno con protagonista l’attore Alessandro Preziosi (foto a destra). Un tv movie che lancia un forte messaggio di speranza, soprattutto ai giovani che vogliono prendere in mano la propria vita e ribellarsi a un destino ereditato. L’obiettivo che nella realtà si è prefissato Roberto Di Bella (foto a sinistra), dal 2011 presidente del Tribunale dei Minori di Reggio Calabria. Per tutelare i ragazzi che crescono in contesti mafiosi, ha finora emesso provvedimenti di allontanamento dalle famiglie di 70 minori (dagli 11 anni in su) per indicargli la strada della libertà, spesso seguita anche dalle madri, allo stesso modo condizionate dagli ambienti in cui hanno vissuto. E il film ha ben raccontato la storia di uno di questi ragazzi salvato da una vita criminale.

Il regista Giacomo Campiotti ha diretto un film che fa onore al servizio pubblico, raccontando l’impegno civile del magistrato, 53 anni, che della sua esperienza ha detto, in una recente intervista a La Voce di New York: <In Calabria vengono commessi reati molto gravi. Negli anni abbiamo avuto diversi casi di omicidi, detenzione e porto di armi; abbiamo giudicato minori che hanno commesso estorsioni o che hanno favorito la latitanza di esponenti ‘ndranghetistici. Altri coinvolti a pieno titolo nelle dinamiche delle faide e associative.  Questo accade perché la ‘ndrangheta ha una struttura su base familiare e allora c’è spesso una continuità all’interno della stessa famiglia>.

Un impegno che il magistrato porta avanti da sempre, sfidando apertamente ogni giorno la criminalità organizzata, in collaborazione con la Procura della Repubblica per i Minorenni, la Procura Antimafia e, in alcuni casi, con l’associazione “Libera“  di Don Ciotti.

“Liberi di scegliere” è il nome del protocollo ideato dal magistrato per allontanare i minori dall’ambiente familiare e far decadere la potestà genitoriale dei boss e delle loro mogli, incluso all’interno del Testo Unico contro la criminalità organizzata (legge Bova) che il Consiglio regionale della Calabria ha approvato nei mesi scorsi.

<Quando ho avuto modo di conoscere e incontrare il presidente Di Bella, sin da subito ho capito l’enorme impatto sociale che la sua intuizione avrebbe potuto avere tanto in Calabria quanto nel resto del Paese – ha detto l’onorevole Arturo Bova, presidente della Commissione contro la ‘ndrangheta –  e gli chiesi allora di scrivere di proprio pugno la norma che sarebbe diventata legge e che avrebbe disciplinato in via definitiva il programma. Sono entusiasta del fatto che la Calabria, grazie alla legge che abbiamo approvato, sia stata la prima regione italiana a disciplinare un protocollo così importante>.

Grazie al film di Rai Uno è stato possibile riflettere su una tematica delicata e, purtroppo, molto attuale nel nostro Paese, ma anche conoscere un magistrato che ha sempre lavorato in silenzio e con dedizione in una delle regioni italiane più difficili, senza alcuna tentazione di protagonismo, come solo i grandi uomini al servizio dello Stato sanno fare.

Travolti dalle fake news

I social sono pieni di fake news. False informazioni messe in circolo ad arte per avvelenare il clima, in particolare quello politico. E’ la piattaforma Facebook a detenere il triste primato di pubblicazione di fatti non veri condivisi da milioni di persone. Una disinformazione alla quale tutti ci dovremmo ribellare. Ma cosa si fa per contrastare questo fenomeno?

Mark Zuckerberg ha annunciato, di recente, di aver dato vita ad una nuova collaborazione nel Regno Unito con l’associazione benefica e indipendente Full Fact, che si occuperà proprio di verificare la veridicità e l’affidabilità di articoli, immagini e video condivisi sul social network.  Come verrà strutturata questa operazione verità?

Nel comunicato di Facebook si legge: <In pratica, resta sempre valida la segnalazione delle notizie false da parte degli utenti. Ricevuta la segnalazione, entra in gioco il team di Full Fact che procederà all’analisi del contenuto, verificando l’accuratezza del contenuto stesso per poi valutarlo come vero, falso oppure un mix di entrambi. Una volta fatto questo passaggio, gli utenti saranno avvisati se un contenuto che stanno per condividere è stato verificato come falso, ma a nessuno sarà impedito di condividere o leggere qualsiasi contenuto, che sia falso o meno. Full Fact si concentrerà sulla revisione e valutazione della disinformazione che costituisce il maggior potenziale per danneggiare la sicurezza delle persone o minare i processi democratici, come pericolose cure per il cancro, false storie che si diffondono dopo attacchi terroristici o falsi contenuti su come votare prima delle elezioni>.

Ma quale è l’utente tipo che abbocca?  Un recente studio, condotto dalle università di New York e Princeton, ha dimostrato che la propensione a condividere notizie false sui social network non sia del tutto legata allo stato sociale dell’utente, alla formazione, al sesso, quanto, invece, all’età. E sarebbero gli over 65 quelli più solerti a condividere fake news.

E in Italia come siamo messi? Male, molto male. La disinformazione galoppa, coinvolgendo tutto e tutti: Amatrice, reddito di cittadinanza, inchieste giudiziarie, dichiarazioni dei politici, emigrati ecc. ecc. Siamo travolti dalle fake news, si salvi chi può.

Più che di osservatori per verificare quanto si posta (ma della collaborazione di Facebook con Full Act si devono ancora vedere i risultati e, personalmente, non sono molto ottimista) occorrerebbe l’onestà intellettuale di riconoscere, quando viene segnalato, di aver sbagliato a condividere notizie farlocche. E non succede quasi mai. Sarebbe necessario, poi, verificare di persona, attingendo ad altri fonti più credibili, ciò che si sta pubblicando. Ma forse è chiedere troppo, in una società – virtuale o reale non fa differenza – dove prevale la superficialità e l’incattivimento.

Giornale cartaceo addio

E’ notizia di questi giorni che cessa le pubblicazioni l’edizione cartacea del mensile Rolling Stone. Rimane solo online con il sito rollingstone.it. <Rolling Stone non chiude ma si evolve per seguire dove va il mondo>, dice Luciano Bernardini de Pace, editore dal settembre 2014, convintissimo della sua scelta: <Il sito ha 2,5 milioni di utenti unici, 435mila follower su Facebook e 231mila su Instagram. Questi sono i numeri che indicano qual è la strada. Il mercato pubblicitario oggi chiede il digitale ed è un’opportunità che secondo me va presa senza esitazioni>.

Le scelte degli editori, comprensibilmente, tengono conto dei freddi numeri e di una società che, evolvendo, diventa sempre più digitale. Ma è davvero evoluzione? Chi, come me, ha lavorato per molti anni nelle redazioni dei quotidiani, non può non avvertire un senso di disagio, pur consapevole che il mondo sta cambiando e che, in qualche modo, è necessario stare al passo con i tempi.

E’ accaduto già con le fotografie. Sono rare, ormai, quelle stampate, raccolte in un album da vedere e rivedere. Adesso i ricordi restano negli smartphone e sui social. Ma hanno lo stesso valore? E danno le stesse emozioni?

Siamo destinati a vivere anche senza il giornale cartaceo? Temo di sì. Perdendo anche un rito che i giovanissimi neppure conoscono: l’acquisto del quotidiano dall’edicolante, con il profumo della stampa fresca. Prenderlo e tenerlo tra le mani, sfogliarlo, spiegazzarlo, riporlo a fine giornata pensando all’edizione del giorno dopo.

E’ la stessa cosa leggere su un monitor? Sicuramente più veloce, meno dispendioso, più pratico. Un gesto solo meccanico, che mai potrà rimpiazzare la bellezza di girare pagine e macchiarsi le dita di inchiostro.

Faber l’indimenticabile

Da venti anni ci ha lasciato Fabrizio De Andrè, che parlando della sua scelta di fare musica disse: <Cosa avrebbe potuto fare alla fine degli anni Cinquanta un giovane nottambulo, incazzato, mediamente colto, sensibile alle vistose infamie di classe, innamorato dei topi e dei piccioni, forte bevitore, vagheggiatore di ogni miglioramento sociale, amico delle bagasce, cantore feroce di qualunque cordata politica, sposo inaffidabile, musicomane e assatanato di qualsiasi pezzo di carta stampata? Se fosse sopravvissuto e gliene si fosse data l’occasione, costui, molto probabilmente, sarebbe diventato un cantautore. Così infatti è stato ma ci voleva un esempio>.

Ma dire “fare musica” nel caso di Faber è riduttivo. Perché De Andrè, che per i critici è il più grande cantautore italiano, ci ha insegnato a guardare la vita con gli occhi dell’umanità. Con i suoi testi, anche esagerati e sconvolgenti, che sanno di impegno sociale ma anche di amore, che parlano di cattivi e di fate buone, di lotte politiche e intime contraddizioni.

Una discografia immensa, la sua, con testi che non possono lasciare indifferenti. Oggi la sua Genova lo ha ricordato con vari eventi, ma anche altre città hanno voluto fare un tributo a Faber (il nomignolo che gli diede l’amico Paolo Villaggio) a venti anni dalla scomparsa. Un vuoto enorme, fortunatamente colmato – come accade solo con i grandi – dalla sua musica senza tempo.

Social, ma non troppo

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Non amo molto i social. O, meglio, negli ultimi anni ho visto più limiti che vantaggi. Sono iscritta a Facebook dal 2009, ho un profilo Instagram da qualche anno, Twitter non mi attira particolarmente, la chat di WhatsApp la uso praticamente da quando è nata. Insomma, non sono proprio così asocial, ma diciamo la verità: ne farei volentieri a meno se non fosse che un lavoro come il mio non può prescindere da questi infernali meccanismi.

Facebook è la piattaforma che mi ha deluso di più. Nata e concepita originariamente come un mezzo per ritrovare compagni di scuola, amici e parenti lontani (e la funzione l’assolve a meraviglia), nel corso degli anni si è trasformata in uno sfogatoio di frustrazioni, odio sociale e violenza verbale. Quello che più detesto nella vita reale. Un fenomeno crescente dove basta un click per mettere alla gogna la vittima di turno, diffamare i nemici e illudersi di contare qualcosa, di avere voce in capitolo.

Per non parlare, poi, del cyberbullismo, così esteso tra i più giovani , fenomeno aberrante che ha portato anche a suicidi e traumi seri. Un problema in più, difficile da gestire, per genitori di adolescenti e insegnanti.

Ma è la tuttologia il vero male dei social. Dove ogni giorno si laureano medici, ingegneri, sismologi, psicologi ecc. E’ la vecchia storia degli italiani che, quando gioca la Nazionale, si sentono tutti allenatori. E’ davvero uno spasso – perché, naturalmente, meglio essere easy e non prendersi troppo sul serio – leggere tutte le soluzioni individuate per ogni problema di cui si dibatte. Fosse la cottura del pollo o la manovra finanziaria. Vere perle di saggezza in chiave social.

Cosa fare? Come gestire il mondo virtuale? Ognuno ha la sua ricetta. Per me ho scelto il basso profilo, che significa usare ogni strumento con parsimonia ma, soprattutto, con educazione. Questa, però, è come quel famoso coraggio manzoniano: se non ce l’hai non puoi dartela. Nella vita vera come in quella virtuale.

Ed ora, naturalmente, mi aspetto almeno… un like.