Blog

Il regalo di Natale

di Eddo Della Pietra

In mezzo al frastuono mediatico e rumore di fondo da tv e smartphone che riempie ormai da molti anni ogni nostra giornata saturandoci gli occhi e le orecchie, parlare di regali natalizi sembra oggi avere ormai ben poco senso. Infatti, in questa nostra società occidentale, per una considerevole fetta della popolazione, ogni giorno dell’anno può essere buono per compere e regalie; per se stessi o per gli altri. Ciò mentre in luoghi più sfortunati, neanche troppo lontani, per guerre e crudeltà di cui solo l’uomo è capace, si lotta e si combatte anche a Natale per un pezzo di pane nella miseria più assoluta e desolante, provocata da dittatori senza scrupoli che dominano i popoli, imperversando e massacrando; facendo morire con le bombe o d’inedia, perfino bambini innocenti. Qui da noi, invece, l’imperativo è consumare e spendere; con tutte le facilitazioni oggi disponibili; con corrieri che ci consegnano gli articoli ordinati in internet sulla porta di casa nel giro di pochissimi giorni.

Poco importa se questi optional si rivelano poi inutili o quasi; spesso destinati all’interesse di un’ora di bambini o adulti e poi messi da parte, relegati alla polvere. Regali fatti il più delle volte per una diffusa convenzione sociale sull’onda della martellante pubblicità o per non mostrarsi da meno dei nostri simili che fanno bella mostra di aver ricevuto in dono, per le feste, magari l’ultimo modello di cellulare dalle incredibili e strabilianti funzioni e dal costo di migliaia di euro. Poi ci sono le automobili nuove di zecca, che notoriamente rispecchiano un poco anche la personalità dei loro proprietari, per cui se non mettono in mostra l’ultimo modello, si sentono quasi inadeguati a circolare per le vie della loro cittadina. E allora quale regalo natalizio, pagabile a rate, può essere più bello e appagante di un’autovettura di lusso appena uscita dal concessionario? Poco importa in fondo se la famiglia dovrà poi subire delle ristrettezze per molti mesi, fino al saldo del mutuo. Oggi come non mai l’importante a questo mondo è l’apparenza, fisica o virtuale che sia. Importante a tal punto, questo apparire in società, che da qualche decennio è divenuto di moda, specie tra i giovani e giovanissimi, persino l’intervento estetico sul proprio corpo. Ciò nel tentativo di far coincidere l’aspetto consegnato dalla natura, all’ideale che si ha in mente, o all’ipotetico messaggio che s’intende lanciare a chi s’incrocia nelle piazze, nei locali, lungo i marciapiedi, nelle comunità e, naturalmente, sui social. In questi casi si va dal tatuaggio, più o meno esasperato e complesso anche su vaste porzioni di pelle esposta, talvolta con l’aggiunta di anelli e anellini, a veri e propri interventi chirurgici, con tutti i rischi connessi. Tutto per rimodellare il profilo del viso o il corpo in quelle zone in cui l’aspetto non appare soddisfacente o conforme ai modelli in voga. Può essere allora anche questo, oltre alla classica moto di grossa cilindrata o alla prima autovettura, il “regalo” che gli adolescenti chiedono e molte volte ottengono al compimento della maggiore età, o proprio per le feste. Un “contentino” a volte magari nell’idea di poter compensare così, col denaro, il poco tempo loro dedicato dalla super impegnata famiglia odierna in quell’età così problematica e cruciale della vita di ognuno. Quando poi si tratta d’intervenire col bisturi si trova sempre il “chirurgo” senza scrupoli che si presta a farlo senza troppe domande, dietro al fruscio del pagamento in contanti; in ambienti non idonei, sottovalutando i rischi che incombono sull’ignaro giovane paziente.

Se poi malauguratamente le cose dovessero andare storte, la questione diventa un caso di cronaca come quelli che periodicamente si sentono alla tv. Di là da questi casi limite, anche un nome o il disegnino colorato fatto incidere sul braccio o da altre parti, alla prima esperienza sentimentale, perché rimanga regalo per l’anima indelebile negli anni, può costituire in seguito un problema di non poco conto. Ciò evidentemente accade quando si scopre che “ La festa che si credeva appena cominciata, è già finita” per dirla parafrasando l’incipit di una famosa canzone di Endrigo degli anni sessanta. Allora quel nome, o quel grazioso ghirigoro tanto amato, finisce per richiamare solo dolorosi ricordi, e va rimosso; cancellato al più presto per far posto al nuovo sogno, affrontando lunghe sedute con il laser. Una ben complicata faccenda può dunque diventare oggigiorno la scelta di un regalo ideale da mettere sotto l’albero che sia utile davvero a chi lo riceve e non nasconda pericoli; adatto a rappresentare i nostri sentimenti, tenendo conto dell’età e della personalità di chi desideriamo omaggiare. Pensandoci un momento ci si accorge però che in fondo, ciò che conta davvero nei rapporti umani è immateriale, fuori commercio; appartenendo alla parte più nobile dell’animo che ci spinge o ci dovrebbe sollecitare, almeno qualche volta a dedicarci agli altri. E dedicarci veramente a chi si vuole bene o a coloro ai quali dobbiamo riconoscenza, oppure, altruisticamente, ai più bisognosi che incrociamo ogni giorno, significa in primo luogo regalare del nostro tempo. Questa profonda e un poco misteriosa dimensione del nostro vivere che scorre uniforme e senza tregua su tutti gli orologi.

Qualcosa di finalmente uguale per tutti gli abitanti del globo; per i ricchi sfondati come per l’ultimo dei derelitti che si può incontrare nelle degradate periferie delle lontane metropoli, o nell’eterna e dannata solitudine di una cella del carcere. Quale miglior regalo sarebbe dunque una nostra presenza, che riuscisse a mitigare, almeno temporaneamente, il trascorrere delle ore alle persone cui teniamo e per le quali le giornate si trascinano ugualmente amare anche nelle feste, dentro il tunnel della sofferenza fisica o mentale, dove non s’intravede via di uscita? Per questo non sarebbero necessarie compere ai mercatini o ingenti spese per gioielli o altri pacchetti dorati. Il miglior regalo, in fondo, saremo noi stessi; magari semplicemente con due parole e una stretta di mano, cercando di trasmettere un poco di speranza di serenità e affetto. Solo così, aprendo il portafoglio immateriale dell’animo, potremo alleviare anche quelle sofferenze intime che talvolta, quasi per una specie di pudore, non si confidano a nessuno, anche quando gli sguardi raccontano tutto; dolori e difficoltà là dove le lancette dell’orologio avanzano implacabili, senza sorrisi. Allora forse una buona idea sarebbe, almeno per Natale, l’andare a far visita, oltre che agli amici di sempre con cui condividiamo le nostre giornate, anche ai parenti o ai conoscenti che vediamo raramente e che si trovano ospiti nelle Case di riposo, nelle cliniche o in altri luoghi di pena e solitudine, anche domestica. Persone che certamente in cuor loro sperano di vederci arrivare se non altro per scambiare due parole; per dar sfogo magari anche a un liberatorio attimo di commozione, in quel loro isolamento imposto dalle circostanze o auto inflitto. Un’ora del nostro prezioso tempo accanto alle radici della pianta che, nel bene e nel male, ancora ci appartiene; lasciando in disparte altri pensieri o impegni mondani per dedicarci con sincerità al regalo che quel giorno forse rappresentiamo per chi ci attende dietro quella porta e magari conosce un poco anche i nostri travagli. Così, con la nostra semplice presenza, in un certo modo potremo trovare anche noi rifugio accanto alle fronde profumate e pulsanti di luce dell’albero; in quell’ultima sala d’aspetto per niente allegra, che in fondo non si vorrebbe nemmeno frequentare, ma dove siedono silenziosi e senza forze i nostri cari che attendono l’abbraccio e dove ci presentiamo come regalo di poco conto. Confezionati alla buona; senza nastri colorati né fiocchi, ma avvolti nella carta stropicciata e piena di pieghe causate dal notevole cumulo di natali in cui la utilizziamo: sempre quella, che figli, nipoti, i padri, le madri, e gli amici conoscono bene.

Dentro troveranno certamente anche i nostri difetti e manchevolezze, ma intanto avremo nell’animo la segreta speranza di essere ugualmente accettati così come siamo e di sentirci, almeno per qualche ora, di nuovo utili a qualcosa o a qualcuno; rami vivi del secolare tronco che, nonostante tutto, ancora odora di resina. Irrinunciabile metafora natalizia e insieme del trascorrere della vita quindi, il sempreverde abete. Purtroppo, specialmente negli appartamenti delle sterminate città, perfino l’albero di Natale oggi è artificiale; plastico, riutilizzabile; completo di fantasmagorici giochi di luce; di sfere decorate e puntale, con le inodori fronde verdi stampate in fabbrica, inadatte a ospitare sentimenti; pronto per essere piazzato in un angolo dell’elegante salotto ad attendere i pacchetti infiocchettati, come da prassi annuale; basta una spolverata e una presa di corrente e il gioco è fatto. Dov’è finito l’allegro lavorio dei bambini, aiutati dalla mamma e dai nonni, in quelle lunghe e intime serate di dicembre al tepore della stanza riscaldata dallo spolert, attorno al fresco abete appena installato che profumava di bosco? Gli addobbi erano realizzati con quanto c’era in casa: Batuffoli di cotone a simulare la neve; perfino frutta di stagione e cioccolatini con il luccicante involucro di stagnola, si appendevano ai rami con lo spago, per riempire gli spazi. Anche la tradizionale cartolina natalizia, appena arrivata, con le parole di auguri e di nostalgia dei cari lontani si metteva sull’albero, magari tra una stella ritagliata nel cartone e un mandarino. Si comprendeva così facilmente come un semplice pensiero, un augurio sincero fatto col cuore, vale molto più degli ori e degli incensi ostentati pro forma. Torna in mente un’antica leggenda dell’albero di Natale che s’imparava una volta alle elementari: La sera della vigilia la Sacra famiglia si trovava nella grotta mentre gli animali e le piante intorno, a conoscenza che sarebbe nato Gesù Salvatore del mondo, cercavano il modo di presentargli un regalo; un segno di riconoscenza e di affetto. Tutti stavano cercando e trovando qualcosa da offrire al neonato Re per quel giorno speciale: lo scoiattolo due noci, le piante aromatiche il loro profumo; gli altri animaletti se non altro la loro allegra presenza attorno al Bambino deposto nella mangiatoia.

Solo il vecchio e malandato abete, proprio accanto all’entrata si lamentava, agitando al vento la sua chioma sbilenca, di non avere proprio nulla da offrire o da poter mostrare al Signore, a differenza di tutti gli altri. Gesù Bambino, uditi i suoi pensieri, mandò nella notte una nuvola per far cadere la neve sopra i suoi rami, riempiendoli di fiocchi. La mattina di Natale, ai primi raggi del sole, il secolare abete incominciò allora a risplendere come se fosse tutto ricoperto di diamanti preziosi, accesi di luce, presentando al Creatore il suo umile omaggio.

Overdose di cronaca nera in tv. E la morte diventa spettacolo

Oltre dodici ore al giorno vengono dedicate quotidianamente, nei palinsesti televisivi, ai casi più intricati della cronaca nera nazionale. Un’orgia di servizi, dibattiti ed opinioni, con colpi di scena e svolte (quasi sempre presunti) che non hanno fine. Una vera e propria overdose di trasmissioni crime che rischia (o forse è già successo) di trasformare il dramma in soap opera.

Ogni giorno collegamenti con Garlasco, Rimini e Trieste per i casi diventati più famosi in una sorta di hit parade della tragedia: l’uccisione, rispettivamente, di Chiara Poggi, Pierina Paganelli e Liliana Resinovich. Per il primo delitto, dopo 18 anni e una condanna in via definitiva a carico di Alberto Stasi, fidanzato della vittima, nuove indagini e il nuovo indagato Andrea Sempio, con in parallelo il sospetto di una corruzione in atti giudiziari dell’ex magistrato Venditti. Processo in corso, invece, per Louiss Dassilva, unico imputato per la morte dell’anziana di Rimini, in una storia dove si intrecciano sesso, odio, tradimenti e un’atmosfera da “tutti contro tutti”. Mentre si attende (da tempo) di sapere cosa sia successo alla pensionata triestina, data per suicida prima dell’iscrizione nel registro degli indagati del marito Sebastiano Visentin, ora accusato di aver ucciso la moglie.

Indubbiamente tre storie facilmente suscettibili di interesse da parte dell’opinione pubblica e che per questo hanno monopolizzato gli spazi dei programmi televisivi di approfondimento. Ma nella corretta misura? O si sta esagerando?

Dalla giusta attenzione data a casi particolarmente cruenti, in poco tempo si è passati ad un carosello di opinioni, congetture, suggestioni, illazioni e ricostruzioni dei delitti spesso a ruota libera, senza alcuna base scientifica, molte volte il tutto dettato – soprattutto sulle pagine social delle trasmissioni più seguite – dalla simpatia che suscitano i protagonisti delle storie, addirittura di come si vestono, come si pettinano, come parlano.

Senza contare che le trasmissioni che si occupano di cronaca nera sono diventate, ormai, anche vetrine privilegiate per avvocati, criminologi ed opinionisti che passano ogni giorno da una rete all’altra, in una sorta di tour mediatico sempre più pressante.

Si ha l’impressione, anche se i distinguo ci sono seppure rari, che a comandare sia soltanto lo share, che le vittime diventino figure sempre più sbiadite e che la ricerca della verità sia esclusivamente un pretesto per fare spettacolo.

Nominati ad Assisi i nuovi cavalieri della pace

La parola “Pace” scritta in tutte le lingue del mondo che spicca su un fondo azzurro. E’ la bandiera-simbolo del movimento internazionale presentato all’Onu nel 1995 in vista dell’arrivo del nuovo millennio e attivo dal 2001 su idea di Gianfranco Costa, già fondatore del Centro internazionale per la pace con sede ad Assisi.

Si tratta dei Cavalieri del Millennio per la Pace, sodalizio presente in venti Paesi a sostegno dell’eliminazione delle guerre e della fame nel mondo, attraverso l’impegno quotidiano da spendere a partire dalle proprie comunità.  Ad oggi, l’associazione conta oltre cinquemila cavalieri. Una grande famiglia, come ama definirla Costa, che lo scorso 4 ottobre – giorno dedicato a San Francesco – si è ulteriormente allargata con l’arrivo di nuovi aderenti nel corso di una cerimonia tenuta nella Sala degli Emblemi del Comune di Assisi, alla presenza dell’assessore Donatella Casciarri.

Ogni cavaliere ha ricevuto una pergamena che contiene gli impegni da assumere per raggiungere il nobile obiettivo della pace, declamati nel corso di un giuramento, che si può affidare ai propri discendenti così da non spezzare e rafforzare il legame con il movimento.

I nuovi cavalieri, una decina, sono soprattutto di Perugia e della Tuscia. Ma non solo. Tra essi anche Enrica Bruni, di Anagni (Frosinone) e residente ad Assisi da molti anni, pienamente inserita nella comunità umbra.

“È stata per me una grande emozione – ha detto dopo la cerimonia – ricevere nel giorno di San Francesco questo prezioso riconoscimento, per cui sono grata dal profondo del cuore. Ringrazio tutti e questa città così speciale che mi ospita ormai da tanti anni e che mi è diventata cara come la mia natìa Anagni coi suoi papi Innocenzo III e Gregorio IX che tanta parte ebbero nella vita e nella gloria agli altari di Francesco, vero principe della pace e fratello di ogni creatura, a cui rimetto idealmente questa mia nomina”.

“Sono artigiani della pace – spiega Gianfranco Costa parlando dei Cavalieri – che vengono scelti con una semplice selezione: si tratta di uomini e donne di buona volontà che operano quotidianamente nella propria comunità, aiutando gli altri anche con semplici gesti, dando esempio di gentilezza, dialogo e pacatezza. Una goccia nel mare sicuramente, ma in un mondo come il nostro ogni piccolo contributo è fondamentale. Perché nessuno è così importante da poter risolvere i problemi da solo, c’è il bisogno di tutti per raggiungere un obiettivo”.

Un obiettivo, quello di un mondo migliore e senza conflitti, che in un periodo storico come l’attuale – proprio in queste ore si discute del cessate il fuoco a Gaza mentre in Ucraina si continua a combattere, per non parlare dei tanti focolai di guerra accesi in molte parti del mondo e spesso dimenticati – che sembra irraggiungibile. Ne è consapevole Costa, che si dice “poco ottimista” ma non per questo si scoraggia, portando avanti con i suoi collaboratori iniziative a tutto tondo: adozioni a distanza, volontariato, maratone della pace e tutto ciò che possa alleviare le sofferenze degli ultimi.

Domenica 12 ottobre i Cavalieri del Millennio della Pace saranno presenti, naturalmente, alla marcia Perugia-Assisi (circa 24 chilometri) che ogni anno si snoda lungo le strade umbre per testimoniare l’impellente esigenza di fraternità e unione tra i popoli.  Altre gocce nel mare. Piccole ma potenti. Come potente è la pace, anche quando è lontana come adesso.

“Anagni sportiva”: omaggio ai campioni di ieri e di oggi

Il viaggio è lungo e sorprendente. E attraversa decenni di storie, vittorie e sconfitte, con sullo sfondo la fotografia di una comunità attiva e dinamica che ha amato e continua ad amare i suoi campioni.

E’ quanto si trova nel libro “Anagni sportiva” firmato da Enrico Fanciulli, non solo scrittore ma anche apprezzato pittore e musicista anagnino, che con questa opera esplora le radici profonde di una città attraverso le gesta e le passioni legate al mondo dello sport che hanno contribuito a plasmare l’identità e il tessuto sociale nel corso del tempo.

Il libro “costituisce – come si legge nella presentazione del volume – una preziosa memoria per quanti hanno amato e amano lo sport quando il tempo, mulino inarrestabile della vita, scorre veloce e l’attività tanto amata inizia ad essere un ricordo di ciò che fu”.

Il lettore, dunque, si trova immerso nei ricordi di un tempo, che sono già storia, e nella panoramica di oggi, naturale evoluzione delle numerose discipline sportive praticate.

Dietro il libro c’è un lavoro di ricerca accurato e appassionato di Enrico Fanciulli, che nello sport locale ha avuto un ruolo attivo nel mondo del basket degli anni Settanta, restituito alla città come un patrimonio unico, meritevole di essere tramandato alle generazioni future.

Attraverso racconti, aneddoti, testimonianze e fotografie, Fanciulli ripercorre le vicende delle varie discipline, dai giochi tradizionali alle moderne competizioni agonistiche. Si sofferma sulle figure degli atleti, degli allenatori, dei dirigenti e dei tifosi che hanno animato il panorama sportivo locale, mettendo in luce le passioni, le rivalità e le emozioni che caratterizzano questo mondo.

Il libro rappresenta un omaggio e un inno allo sport, inteso anche come veicolo di coesione sociale di una comunità che non vuole dimenticare i campioni del passato e continua a stare al fianco a quelli di oggi.

Ilaria e Sara, giovani vite spezzate per un “no”

Ilaria e Sara avranno per sempre 22 anni.  Entrambe sono state accoltellate. La prima dal suo ex, la seconda per mano di un uomo ossessionato da lei. Entrambi gli assassini non hanno retto a un rifiuto, incapaci di arrendersi davanti a un “no”.  

Ilaria Sula, studentessa dell’università La Sapienza di Roma, è morta nell’abitazione di Mark Samson, il suo ex fidanzato, 23 anni, al culmine di un litigio. Chiusa in una valigia e gettata in un dirupo a Poli. In mezzo ai rifiuti di una discarica abusiva. Lei lo aveva lasciato da qualche mese, lui non accettava la fine della relazione.

Sara Campanella studiava a Messina, a spegnere i suoi sogni è stato un compagno di corso, il 27enne Stefano Argentino che da tempo si era invaghito della vittima, con nella testa la convinzione che lei lo ricambiasse. L’ha uccisa in pieno giorno nelle vicinanze dell’ateneo, incurante della gente che passava. Poi è scappato. Una latitanza durata poco.

Entrambi gli assassini sono in carcere. Ad allungare la lista degli uomini che tolgono la vita alle donne perché non possono averle. Non possono possederle. Non possono controllarle. Storie in cui l’amore non trova collocazione e non può, non deve, essere un movente.

Ilaria e Sara erano ragazze libere, avevano progetti, stavano costruendosi un futuro. Sulla loro strada hanno incontrato un assassino ed è calato il buio.

Sono quasi seicento le donne uccise in Italia negli ultimi due anni per mano di compagni, mariti, ex fidanzati. E’ un errore parlare di emergenza. L’emergenza ha una durata limitata, si affronta e si risolve. Ormai il femmicidio è un problema strutturale della nostra società, che neanche l’inasprimento delle pene può fermare.

La rivoluzione deve essere culturale. Partendo dalle famiglie per proseguire nelle scuole, con il coinvolgimento di tutta la società. Va insegnato ai giovani (maschi e femmine) che un “no” non è una sconfitta, non scalfisce la propria personalità, non deve causare frustrazioni. E, soprattutto, insegnare che i sentimenti non hanno nulla a che vedere con la violenza, l’odio e la sopraffazione.

Perché Ilaria e Sara non sono morte per troppo amore. Ad ucciderle è stata la vigliaccheria di due uomini. Due piccoli uomini.

Cosa succede sul web? Minorenni a rischio

Smartphone, tablet, pc e consolle di gioco offrono opportunità di crescita per i ragazzi, ma sono sempre un veicolo che li rende raggiungibili dal mondo esterno, mettendoli a rischio a causa delle minacce che arrivano da internet.

La Polizia di Stato, da tempo, ha avviato una campagna a tutela dei più giovani, informando sulle minacce cibernetiche più frequenti in adolescenza.

Sono numerose, a cominciare dall’adescamento online: un numero crescente di adulti utilizza la rete per agganciare minorenni allo scopo di farsi mandare immagini erotiche e sessuali, spesso fingendosi coetanei innamorati delle loro vittime.

C’è poi il cyberbullismo: i ragazzi spesso non hanno adeguata consapevolezza i quanto le prese in giro possano avere effetti dolorosi sugli altri, soprattutto se si tratta di ragazzi fragili.

Un altro pericolo è rappresentato dalla diffusione e detenzione di materiale illegale: i ragazzi vengono continuamente aggiunti in gruppi di messaggistica istantanea da altri coetanei, conoscenti e amici. Non sempre si prestano le dovute attenzioni alla natura di questi gruppi e alle foto e filmati che ci si scambia.

Infine, la challenge online: è un fenomeno molto diffuso tra i ragazzi che consiste nel filmarsi mentre si fanno azioni che in quel momento sono trend topic su social network e circuiti da loro frequentati. Nella maggioranza dei casi si tratta di azioni poco pericolose, ma occorre sensibilizzare i ragazzi sul fatto che alcune sfide possono comunque rappresentare un pericolo se intraprese con l’obiettivo di aumentare la propria popolarità, senza valutare i rischi reali.

Cosa succede sul web? Occhio agli acquisti on line

Acquistare on line, oggi, è un’azione che facciamo più o meno tutti. Una scelta dettata dalla comodità di vedersi recapitare la merce direttamente a casa, dalla possibilità di comperare oggetti difficili da reperire nei negozi fisici, dalla convenienza economica che spesso si incontra.

Ma la rete, come abbiamo detto tante volte, riserva anche la sgradita sorpresa della truffa. E di siti truffa, che non spediranno mai quanto ordinato, ne girano parecchi.

Come difendersi? Intanto comprando nei siti di e-commerce più noti e affidabili. Ma se sorgono dei dubbi, prima di completare un acquisto online ci sono alcuni aspetti da analizzare. Se ci imbattiamo in una super offerta su un portale che non conosciamo, evitiamo di acquistare ad occhi chiusi quel prodotto. Prima di completare l’acquisto facciamo una breve ricerca online per capire se quell’e-commerce è affidabile oppure se è usato per truffare gli utenti della Rete.

Attenzione poi in generale alle offerte che sembrano irripetibili: così come nella vita reale anche online tutto ciò che sembra troppo bello per essere vero non è vero. Se troviamo un iPhone X in vendita a 50 euro, per esempio, quasi sicuramente si tratterà di una truffa. Leggiamo sempre, inoltre, i feedback di un particolare venditore. Le recensioni degli altri utenti sono molto utili per farci un’idea sul prodotto che intendiamo comprare online. Se un oggetto ha solo feedback negativi oppure non ha nemmeno una recensione evitiamo di acquistarlo.

Cosa succede sul web? Facebook compie 20 anni

Facebook compie venti anni. Ma come è nato il social più visitato al mondo?

Ad ottobre 2003 il giovane studente di Harvard Mark Zuckerberg violò il database della sua università per ottenere le foto degli studenti e usarle per il suo sito “Facemash”, una sorta di annuario virtuale con la possibilità di votare la loro foto preferita fra due scelte dal sistema.

Nelle prime ore di attività “Facemash” registrò 450 visitatori, causando però la chiusura del sito stesso da parte dell’università. Questo però non ha scoraggiato il diciannovenne Zuckerberg, che proseguì con la sua idea di creare uno strumento di socializzazione per gli studenti. 

Il 4 febbraio 2004 viene registrato il dominio thefacebook.com, iniziando così la storia del social network più famoso.

Lo scopo di questa piattaforma era quello di permettere agli studenti di Harvard di socializzare: visto il successo, fu aperto agli studenti di altri istituti ed entro la fine dell’anno fu aperto a tutti gli studenti universitari di Stati Uniti e Canada. 

Zuckerberg, insieme ad altri quattro soci fondatori, fonda successivamente una società, la Facebook Inc, per gestire al meglio il grande successo che la loro idea stava riscuotendo. 


In pochi mesi la società attira investitori importanti: se nel 2005 per acquistare il 10% delle quote è servito mezzo milione di dollari, nel 2007 Microsoft, per rilevare l’1,6% delle quote, investe ben 240 milioni. 


L’azienda continua a crescere in modo esponenziale, iniziando, tra il 2007 e il 2009, a chiudere il bilancio in attivo, superando il popolarissimo MySpace e diventando ufficialmente il social network di maggiore successo. Nel frattempo Facebook si espande anche nel resto del mondo, arrivando, in Italia, al boom di iscrizioni nel 2008. 

Cosa succede sul web? Le truffe amorose

La rete è indubbiamente il veicolo ideale per truffare gli utenti più fragili. I raggiri via web non si contano più, ma tra quelli più abbietti e subdoli ci sono sicuramente le truffe amorose, messe in atto per estorcere denaro.

Iniziano con un’innocua richiesta di amicizia sui social più famosi, soprattutto Facebook , Instagram e Tiktok.  Un fenomeno che si appoggia sull’ingenuità di alcune persone che, colte in momenti di difficoltà, si confidano con sconosciuti, con profili falsi e foto rubate, che dicono di essere innamorati.

Ad un certo punto, inevitabilmente, nelle truffe romantiche online scatta la richiesta d’aiuto: il truffatore o la truffatrice raccontano di un impedimento, di qualcosa che è successo nella loro vita: può essere un’operazione salvavita, un biglietto aereo, un problema al lavoro, una richiesta di denaro da parte di un ex e tanto altro ancora. La vittima delle truffe sentimentali accetta e invia quel denaro.

Di solito, il truffatore non si accontenta. E le richieste di denaro diventano assillanti, ogni problema corrisponde a una somma inviata. Ci sono, fortunatamente, persone che, arrivate a un certo numero di richieste, si fermano e cominciano a sospettare, sottraendosi così ai tentacoli di quella che è una vera e propria organizzazione criminale. Ma sono tanti quelli che arrivano a indebitarsi pur di accontentare il falso innamorato.

In un report l’FBI ha stimato, in un solo anno, circa 15mila casi negli Usa. Le più colpite sono le donne tra i 40 e i 60 anni.  Ma il numero delle vittime delle truffe romantiche è molto più alto. Sono tante, tantissime, le donne che si vergognano di quello che è successo e che non denunciano.

E in Italia? Nel 2023 il fenomeno delle truffe sentimentali ha registrato un incremento del 118% rispetto ai casi trattati nel 2022 per un totale di somme sottratte pari a 4,5 milioni di euro.

Cosa succede sul web? Quelli che odiano

Osservando la rete, il suo uso e i suoi abusi, non si può non parlare dei cosiddetti haters, che vengono così definiti dall’Accademia della Crusca: “Persone che usano la rete, e in particolare i social network, per esprimere odio o per incitare all’odio verso qualcuno o qualcosa”. La parola hater, infatti, nella lingua inglese significa odiatore.

Un fenomeno che, nel corso degli anni, è diventato incontrollabile. E anche studiato: secondo una ricerca di Amnesty International, le categorie maggiormente soggette a parole d’odio sono le donne, i disabili, i membri della comunità LGBT, gli immigrati, i musulmani e gli appartenenti alle diverse minoranze religiose. Un odio che spesso viene innescato da un fatto di cronaca o da semplici post riguardanti gli argomenti più sensibili. 

Gli odiatori, non serve uno psicologo per capirlo, riversano in rete le loro frustrazioni, esprimono invidia sociale, godono nel colpire persone che nella maggior parte dei casi neanche conoscono. E non è un gioco, bensì una pratica molto pericolosa. Solo per citare i casi più eclatanti e più drammatici, Tiziana Cantone e la ristoratrice Giovanna Pedretti non hanno retto alla pressione degli insulti degli haters sui social e si sono suicidate.   

Purtroppo le piattaforme non sempre rimuovono i contenuti degli odiatori e a livello normativo non c’è mai stata una legge vincolante.

Nel 2020 è stato presentato dalla Commissione europea il Digital service act, il cui scopo è uniformare tra le piattaforme la definizione di contenuti illegali, individuare le procedure per rimuoverli e definire chiaramente in quali ipotesi i fornitori di servizi digitali potranno essere ritenuti responsabili del contenuto presente all’interno delle proprie piattaforme.

Un anno dopo il Comitato per il Mercato interno e la Protezione dei consumatori del Parlamento europeo ha espresso parere favorevole su questa proposta di legge. Ma, ad oggi, gli haters continuano la loro opera pressoché indisturbati.

Cosa succede sul web? La gara a chi sta peggio

Oggi parliamo del benaltrismo, spesso presente nelle discussioni sui social. Che cos’è? Il termine si usa soprattutto nel linguaggio giornalistico e indica l’atteggiamento di chi elude un problema sostenendo che ce ne sono altri, più gravi, da affrontare. Insomma, è la tendenza a spostare l’attenzione dal problema in discussione ad altro.

Decisamente un meccanismo nocivo adottato da alcune persone per cambiare discorso, eludere argomenti considerati scomodi, sottovalutare, sminuendoli, determinati problemi e minimizzare le proprie colpe, accusando a propria volta l’interlocutore.

Il benaltrismo si fa spazio all’interno di commenti e discussioni, dando origine a un circolo vizioso che impedisce sul nascere qualunque tentativo di instaurare un dialogo costruttivo tra le parti. Questo fenomeno retorico, basato dunque sulla scelta strategica di determinate parole, riguarda gli ambiti più disparati, dalla politica alla cultura, passando per le discussioni che animano le nostre giornate.

Come liberarsi e difendersi del benaltrismo? Tenersi in continuo aggiornamento, informandosi e approfondendo le questioni per edificare una personale opinione, così da essere in grado di sostenere una proprio tesi senza vacillare. La gara a chi sta peggio non giova a nessuno, tantomeno ai rapporti che si instaurano sui social.  

Cosa succede sul web? Il regno degli chef

Sui social media siamo letteralmente invasi da contenuti a tema food. Tra ricette e itinerari eno-gastronomici, eventi dedicati al mondo della cucina e recensioni di locali, è uno dei settori più ricchi di contenuti sui canali social. Ma quali sono gli chef più seguiti? Una classifica è stata stilata di recente da Pop Up, che ha ricercato informazioni su Instagram e sugli altri social media.

E’ emerso che è primo in assoluto, come chef più seguito al mondo è Gordon Ramsey, che su Instagram conta 14,3 milioni di follower.

Ramsey è un grande comunicatore sui social, risulta infatti anche primatista su YouTube, con un canale ufficiale che vede 19,9 milioni di iscritti, e su TikTok con 37,7 milioni di seguaci. Se Ramsey è primo per distacco in questa classifica, sui primi dieci classificati ben 6 sono italiani. Si tratta di Antonino Cannavacciuolo (al terzo posto dopo Cedric Grolet con 3 milioni di fans su Instagram), Alessandro Borghese al quarto posto con1,9 milioni, Massimo Bottura al quinto posto  con un milione e mezzo, Bruno Barbieri al settimo posto con 1,3 milioni, il maestro della pasticceria Iginio Massari al nono posto con un milione di follower e Carlo Cracco, decimo classificato con 900 mila seguaci.

Qui si parla ovviamente di grandi chef, che con i loro piatti si sono imposti a livello internazionale e mondiale, ma i social sono pieni anche di cuochi meno famosi e di semplici appassionati di cucina che, pur non raggiungendo i numeri di Ramsey e dei suoi titolati colleghi, sono riusciti a conquistare molti follower. La lista è infinita e molti di loro, partendo proprio dai social, in poco tempo hanno raggiunto traguardi apprezzabili a livello professionale.

E’ il caso di Max Mariola, romano doc, oltre un milione di seguaci su Facebook, che dopo un esordio in sordina con la proposta di piatti realizzati dalla cucina di casa, nei giorni scorsi ha aperto un ristorante a Milano, il “The sound of love”, che ha prenotazioni fino a maggio 2024. Quando si dice la potenza dei social.  

Cosa succede sul web? I video falsi

Cosa succede sui social e sul web? Oggi parliamo della nuova frontiera delle fake news. Negli ultimi tempi i falsi vengono diffusi dalla rete con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, capace di proporre personaggi famosi che lanciano messaggi pericolosi, devianti e di forte impatto sociale e politico. Un fenomeno che ha coinvolto cantanti, conduttori, attori e politici: protagonisti loro malgrado di video creati con l’intelligenza artificiale generativa di ElevenLabs, in grado di clonare le voci.

Si chiama deep fake, termine coniato nel 2017: una tecnica per la sintesi dell’immagine umana basata sull’intelligenza artificiale che combina e sovrappone immagini e video, usata anche per creare falsi video pornografici ritraenti celebrità e per il revenge porn, ma soprattutto per diffondere in rete fake news, truffe e bufale, per compiere atti di cyberbullismo o crimini informatici di varia natura. Qualche esempio: Emma Whatson, celebre attrice e attivista per i diritti delle donne, legge il manifesto politico di Adolf Hitler e il politico Ben Shapiro fa commenti razzisti contro la deputata democratica statunitense Alexandria Ocasio-Cortez.

Di recente, sono apparsi anche video simili con il giornalista della Rai Milo Infante e medici italiani che pubblicizzano farmaci. Come difendersi da questi falsi messaggi? Come sempre, l’unica via è quella di approfondire e informarsi, ad esempio analizzando i video, le fotografie o le immagini fotorealistiche, che è il primo passo per poterne fruire in modo consapevole.

Ma il problema vero è che le piattaforme utilizzate per la diffusione di questi falsi video, come Facebook, Instagram, Tik Tok ecc. ne permettono la pubblicazione senza alcun controllo. Proprio Milo Infante, durante la trasmissione di cronaca Ore 14 che conduce su Rai Due, ha denunciato di aver richiesto a Facebook di eliminare il suo video in quanto fasullo. La risposta è stata che il post segnalato non vìola gli standard della community. Quindi il video non viene rimosso.

Cosa succede sul web? Il caso della rana

Cosa succede sul web? Viene da rispondere: di tutto. Perché in quello che è il principale servizio di internet, gli utenti fanno i conti ogni giorno con i benefici della rete, ma anche con le sue distorsioni derivanti da un uso, diciamo così, scorretto della tecnologia. Il web informa ma crea anche le cosiddette fake news, favorisce i contatti ma nello stesso tempo amplifica i conflitti, riduce le distanze eppure fa aumentare le incomprensioni, i dissidi, le polemiche. Ne parlerò in questo spazio e nella striscia quotidiana che curo su Radio Hernica con esempi pratici, con lo scopo di capire meglio, appunto, quello che succede soprattutto sui social.

Inizio con il caso, scoppiato nei giorni scorsi, del sigillo di Rainforest Alliance, un’organizzazione internazionale che lavora per la salvaguardia ambientale delle foreste e aiuta gli agricoltori nella conversione a metodi di coltivazione sostenibili.  Una sorta di marchio con il disegno di una rana, esattamente una raganella dagli occhi rossi che da sempre è la mascotte dell’associazione, che ha lo scopo di certificare i prodotti o gli ingredienti realizzati con metodi che supportano la sostenibilità sociale, economica e ambientale.

Tutto chiaro? Assolutamente no, perché sui social è bastato poco per ribaltare il messaggio. Il sigillo è stato subito trasformato – probabilmente per la presenza della rana – nell’indicatore di prodotti realizzati con farina di insetti, un altro tema che in questo periodo spopola sulla rete. Risultato? Il marchio è diventato virale ma svilendo, anzi annullando completamente, l’obiettivo reale di Rainforest Alliance, costretta ovviamente ad intervenire per chiarire il vero significato della sua certificazione. Spiegando anche di aver scelto, più di 30 anni fa, come propria mascotte la raganella in quanto le rane sono considerate dagli scienziati dei bioindicatori, nel senso che dove si trovano l’ambiente è sano.

Si poteva evitare questa disinformazione? Ovviamente sì e in modo semplice: bastava documentarsi sull’associazione e vedere cosa rappresenta quel marchio. Ancora troppo difficile, evidentemente, per molti utenti.

L’ambasciatore dei centenari di Sardegna

Da anni si dedica ai centenari di Sardegna, fotografandoli e raccontando la loro lunga vita. Una passione, quella di Pierino Vargiu, 72 anni, originario di Aritzo e residente ad Elmas, in provincia di Cagliari, che gli ha fatto conquistare il ruolo di ambasciatore dei centenari in una terra dove si trova, tra la Barbagia e l’Ogliastra, una delle cinque “Blue zone” del mondo. Sono i luoghi dove le persone vivono più a lungo. Oltre alla Sardegna, sono stati individuati in Grecia (isola di Ikaria), Giappone (ad Okinawa), Costa Rica (Nicoya) e California (Loma Linda).

Ma la missione di Pierino Vargiu, con sempre accanto la moglie Angela Mereu che cura le interviste ai centenari, non si limita alla zona blu. Pierino e Angela viaggiano in tutta la Sardegna, da dove arrivano continue richieste della loro presenza per fare immortalare quelle che Vargiu definisce “Le perle di Sardegna”.

La fama di queste foto preziose (sono quasi cinquecento, ad oggi, quelle che ritraggono sardi che hanno raggiunto e superato il secolo di vita, e oltre tremila con anziani vicini al traguardo dei cento anni) da tempo ha oltrepassato i confini italiani, grazie anche a due libri e una mostra, quest’ultima ospitata in Svizzera, Germania e Canada. Lavori che, attraverso gli scatti firmati Vargiu, riassumono la storia dei centenari. Sono immagini che esprimono la bellezza e la forza dei sardi e la storia di un territorio eccezionalmente bello. E’ la vita raccontata da rughe, sorrisi timidi, mani nodose e occhi profondi. Foto che si possono ammirare anche su Facebook, dove è molto seguita la pagina curata da Pierino Vargiu, “Centenari di Sardegna”, che conta oltre 60mila followers.  

Pierino, quando e perché ha iniziato a fotografare i centenari della Sardegna?

Ho iniziato dieci anni fa nelle sagre paesane e soprattutto nelle processioni religiose, quando ho notato che molti anziani si trovavano sull’uscio di casa perché a causa della loro età avanzata e delle condizioni di salute non potevano partecipare attivamente, ma erano comunque presenti.

Ha così deciso di valorizzarli e conoscerli meglio. Qual è la persona più anziana che ha fotografato?

Una donna di 111 anni e mezzo e un uomo di 112 anni, li avrebbe compiuti un mese dopo.

Tra i centenari sardi ci sono più donne o più uomini?

Gli uomini sono pochissimi, sono soprattutto donne. Una di loro l’ho fotografata a 95 anni e ha raggiunto i 106, mi dicono che porto fortuna. Fa piacere. A febbraio sarò da una donna che compie 109 anni, ha chiesto ai familiari di chiamarmi come fanno in tanti. Sono contento di incontrarli e conoscerli. La cosa più bella è che quando andiamo via ci dicono di tornare presto.

Cosa la colpisce maggiormente di queste persone che hanno raggiunto o superato di molto il secolo di vita?   

La loro gentilezza, la loro accoglienza e il racconto della loro vita. Sono persone che hanno visto due guerre, che hanno sofferto la fame e lavorato duramente. 

Quali sono le condizioni di salute dei centenari che incontra?

Tanti stanno bene, altri sono allettati o sono assenti con lo sguardo, ma io non faccio selezioni. Per me sono tutti uguali.

Quanto tempo dedica a questa particolare passione?

Una passione che ci ha cambiato la vita, ci piace girare la Sardegna e incontrare le perle. Lo facciamo quasi tutti i giorni, ci chiamano continuamente. Anche quando sono in vacanza faccio foto ai centenari, perché non c’è un paese della Sardegna che non ne abbia almeno uno. Sono dappertutto.  

La mostra con le sue foto è stata ospitata anche all’estero. Una bella soddisfazione. Cosa racconta questa mostra?

La mostra contiene 55 immagini, corredate dai pensierini: sono una sintesi della vita della persona fotografata. A colpire chi ha visitato la mostra sono state soprattutto le mani dei centenari: sono mani di chi ha faticato tanto per sopravvivere, soprattutto in campagna, in famiglie numerose. Ogni foto racconta una storia. Ne ho sentite tante, belle e brutte. Sono le storie delle perle di Sardegna.

Un nuovo presidio contro la violenza sulle donne

Si presenterà con un convegno in programma sabato 20 gennaio 2024 a Palazzo Bonifacio VIII, la nuova associazione “Libero Sorriso” nata ad Anagni, in provincia di Frosinone, per “promuovere e tutelare i diritti umani e l’uguaglianza di genere – si legge in un comunicato stampa diffuso subito dopo la costituzione – e porsi come punto di riferimento sul territorio per tutte le donne che subiscono e hanno subìto violenza”.

L’associazione si propone “di favorire incontri e aggregazioni per sensibilizzare e diffondere la conoscenza del fenomeno e assolvere alla funzione sociale di maturazione e crescita umana e civile, attraverso l’educazione permanente del rispetto della persona in quanto tale”.

Un nuovo presidio contro la violenza sulle donne voluto da un gruppo di donne “con esperienze e competenze nel sociale, nell’educazione, ma anche studentesse e giovani lavoratrici accumunate dal desiderio di mettere a disposizione della comunità il proprio tempo e la voglia di fare”.

Sandra Tagliaboschi

A presiedere l’associazione è stata chiamata Sandra Tagliaboschi, insegnante anagnina. <Accolgo con entusiasmo – ha dichiarato – l’importante incarico. Lavoreremo per realizzare progetti culturali ed educativi rivolti all’educazione ed alla prevenzione della violenza di genere, ma anche alla prevenzione del bullismo, della povertà educativa, del disagio con un impegno a promuovere attività di cooperazione attraverso i valori della solidarietà>.

Il convegno del 20 gennaio, la prima iniziativa dell’associazione, affronterà da vari punti di vista le tematiche che sono al centro della mission del gruppo, attraverso gli interventi di esperti e professionisti.

Punti di vista molteplici perché il fenomeno dei femminicidi, che non può essere considerato un’emergenza ma piuttosto un problema strutturale, investe numerosi aspetti della società. Una società lungi dal definirsi civile finché la libertà di scelta della donna sarà un rischio per la sua stessa vita, finché la cronaca registrerà la morte di una donna ogni due-tre giorni (un dato che le statistiche confermano da anni) per mano di un uomo incapace di accettare un no.    

Gino, Gianpietro, Gildo: oltre il dolore

Non si sono rinchiusi in casa a piangere, ma hanno avuto la forza di veicolare il dolore trasformandolo in un messaggio di impegno civile. L’esempio più recente lo ha dato Gino Cecchettin, il papà di Giulia, la studentessa universitaria vicina alla laurea uccisa a ventidue anni dal suo ex fidanzato.  

Le parole pronunciate da Gino Cecchettin subito dopo il ritrovamento del corpo della figlia maggiore – abbandonato in un canalone a Pordenone tra il lago di Barcis e Piancavallo – e, soprattutto, durante i funerali della ragazza straziata da almeno venti coltellate, hanno impartito una potente lezione di umanità dove non c’è spazio per l’odio. Dove prevale l’esigenza di combattere una battaglia per Giulia e le tante, troppe, donne vittime del delirio di possesso degli uomini. Dove la disperazione di un padre colpito negli affetti più cari diventa lotta contro la piaga del femminicidio.

Emanuele e Gianpietro Ghidini

Non è difficile associare l’impegno assunto da Gino Cecchettin a quanto fatto da un altro papà che ha reagito alla morte del figlio mettendosi a disposizione degli altri, soprattutto dei giovani. Si tratta di Gianpietro Ghidini, che nel 2013 ha perso Emanuele, sedici anni, che si è gettato in un fiume a Gavardo, vicino Brescia, dopo aver assunto droga ad una festa. Attraverso l’associazione “Ema Pesciolino rosso”, fondata in memoria del figlio, Ghidini visita le scuole e i luoghi di aggregazione giovanile per raccontare la sua storia di dolore e sensibilizzare gli adolescenti sull’uso di sostanze stupefacenti.

Elisa e Gildo Claps

Andando indietro nel tempo, un altro esempio di impegno e generosità oltre il dolore lo ha dato Gildo Claps, il fratello di Elisa Claps, uccisa il 12 settembre 1993 all’età di sedici anni: i resti del suo corpo sono stati ritrovati soltanto nel 2010 nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità a Potenza. Anni e anni di ricerca di verità e giustizia per la famiglia Claps, durante i quali Gildo si è speso anche per aiutare gli altri. Nel 2002 ha fondato l’associazione Penelope che ancora oggi offre assistenza concreta ai familiari delle persone scomparse.

Storie di dolore e disperazione che sono germogliate dando frutti di solidarietà e speranza in una società che ne ha sempre più bisogno.  

La scelta profonda di vivere in clausura

Il monastero di Santa Chiara di Anagni accoglie, tra le sue antiche mura, tre nuove sorelle che faranno voto di povertà, castità, obbedienza e clausura. 

Sono suor Beatrice, suor Noemi e suor Cecilia, tutte provenienti dal Nicaragua, che durante la cerimonia prevista nella Cattedrale di Anagni venerdì 11 febbraio alle 17.30, presieduta dal vescovo Lorenzo Loppa, abbracceranno la professione temporanea. Una scelta di vita, quella della clausura, profonda e particolarmente significativa, soprattutto in un momento di crisi delle vocazioni.

Nel convento dedicato alla santa di Assisi, vivono diciotto suore guidate dalla giovane abadessa Madre Fedele Subillaga, anche lei proveniente dal Nicaragua, definita «una monaca spontanea, umile e molto materna che ha il dono di coltivare i talenti delle figliole per farli fiorire, con la grazia di Dio, alla luce della vita consacrata». E su quest’ultima, Madre Fedele si esprime con le parole di Papa Francesco: «La vita consacrata è questa visione. È vedere quel che conta nella vita. È accogliere il dono del Signore a braccia aperte, come fece Simeone. Ecco che cosa vedono gli occhi dei consacrati: la grazia di Dio riversata nelle loro mani. Il consacrato è colui che ogni giorno si guarda e dice: “Tutto è dono, tutto è grazia”. Cari fratelli e sorelle, non ci siamo meritati la vita religiosa, è un dono di amore che abbiamo ricevuto».

Diverse, tra di loro, le storie delle novizie che si apprestano a consacrare la propria vita a Dio, un evento atteso con gioia nel monastero. Suor Beatrice, nata a Matagalpa, era una brava dentista. Ora, nella comunità delle clarisse, cura con grande premura due suore anziane inferme. Suor Noemi proviene da una famiglia numerosa di profonda fede e ha 37 anni. Nel suo paese era maestra d’asilo.

È dotata di un forte senso artistico che esprime principalmente nella eccellente lavorazione delle ostie. La vocazione è nata all’età di 15 anni, perché quando vedeva le suore provava una gioia profonda. Suor Cecilia è nata in un paese vicino Darío e proviene da una famiglia devota alla Vergine di Fatima. Esegue molti lavori pratici, ma il talento si fa notare soprattutto in cucina. Le sue ricette? Ugualmente divise tra specialità italiane e centroamericane.

La storia e la cultura del Lazio Meridionale

L’Istituto di Storia e di Arte del Lazio meridionale è nato a Roma nel 1945 e riconosciuto come Ente Morale nel 1974. La sua sede legale è ad Anagni nel convitto “Regina Margherita”. Bonifacio VIII. L’Istituto si propone di promuovere e diffondere, anche attraverso la ricerca e lo studio, la conoscenza della storia, dell’arte e delle tradizioni popolari del Lazio meridionale; di favorire la conservazione dei monumenti e delle opere d’arte che ne sono l’espressione; di svolgere attività educative per la diffusione di questi fini, anche attraverso un organico rapporto di scambio e di collaborazione con il mondo della scuola e delle università; di esplicare un servizio culturale di carattere operativo tramite la gestione di musei, biblioteche, archivi e altre istituzioni culturali del territorio.

Incontriamo il professore Gioacchino Giammaria, presidente dell’Isalm, per parlare delle iniziative più recenti, a cominciare dalle mostre mensili dedicate a Dante nel 700esimo anniversario della morte.  

Nella mostra mensile di novembre sui luoghi di Dante si parla di Ceprano.  Quali documenti sono esposti nella mostra?

Si tratta per lo più di documenti visivi relativi alla posizione di Ceprano nel suo contesto territoriale. Come è noto Dante nella Divina Commedia menziona tale cittadina due volte: a proposito del passaggio dell’esercito invasore angioino nel 1265 e per la supposta sepoltura di Manfredi sul ponte. Ecco, proprio il ponte sembra centrale nella storia di questo paese ciociaro. Esso si trova a cavallo delle due sponde del Liri e consente l’attraversamento di questo fiume che è la linea di confine fra Stato Pontificio e Regno del Sud (in verità il confine poco più su del fiume). Il ponte è il simbolo eccellente della linea di divisione di un territorio. Nella mostra ci sono alcuni dei diversi ponti costruiti e documentati in età moderna, riproduzioni di progetti e di una medaglia ricordo emessa da Papa Paolo V per celebrare i lavori alla strada Latina e al ponte. Ma Ceprano è sorto lì in quel punto preciso poiché è stato costruito su una lingua di terra, un promontorio, che si incunea in una grande ansa formata dal Liri. Ansa che è stata fatta diventare un’isola con il taglio dell’istmo e la creazione di un canale. Oltre ad essere luogo di confine e passaggio, abbiamo per i primi decenni del Trecento alcuni documenti importanti che sono stati studiati e lo storico De Santis ha pubblicato un libro che ci fa conoscere il territorio e uno spaccato dell’economia agricola del tempo, grazie appunto ad alcuni registri di conti conservati nell’Archivio Apostolico Vaticano. Un vero colpo di fortuna poiché questi documenti sono estremamente rari.

Quali luoghi ha toccato i precedenti eventi di Dante 700 promossi dall’Isalm? E cosa è ancora in programma per questo anniversario?

Nel dicembre 2020 abbiamo organizzato, in collaborazione con il Centro studi internazionali Ermini,  un convegno dal titolo Dante, Bonifacio VIII ed il Lazio meridionale. Confronti interregionali ed europei. Ad esso hanno partecipato studiosi che hanno affrontato temi d’interesse territoriale e con confronti significativi con regioni come la Campania, la Sardegna e altre zone del Lazio. Al convegno fa seguito Dante 700, una serie di quattro conferenze con esposizione documentaria relativa ad alcune località menzionate basso laziali da Dante nella Comedia. Queste sono Anagni, Cacume, Ceprano e nella zona pontina, Astura ed Fossanova. Abbiamo chiamato questo nostro ricordar Dante, il padre della lingua italiana, con il numero del centenario della sua morte, avvenuta la notte fra il 13 ed il 14 settembre 1321. Ecco perché teniamo questa manifestazione tutti i 14 degli ultimi quattro mesi dell’anno. La prima mostra e conferenza ha toccato l’Anagni del secondo Duecento e del primo Trecento, gli anni in cui la città era legata ai Caetani e, soprattutto, al più formidabile nemico di Dante, papa Bonifacio VIII. Si è presentata una silloge di documenti, anche visivi poiché è stato possibile ricostruire alcuni aspetti toponomastici e topografici di Anagni città e del suo territorio. Dopo la mostra si è tenuto una video conferenza sull’argomento. Il secondo argomento riguarda la nota montagna di Cacume, caratteristica per la sua vetta a cono che spicca dal corpo montuoso. Dante la menzionerebbe nel Purgatorio per significare l’asprezza della salita del processo di redenzione colà operato dalle anime purganti. Quella che Dante menzionerebbe il monte che sovrasta Patrica è una lezione non del tutto accettata e soprattutto sembra strano che Dante abbia potuto conoscere questo monte così remoto rispetto ai percorsi certi che egli fece. Una cosa del tutto sconosciuta è il fatto che invece ai tempi di Dante sopra la vetta di Cacume si ergeva un paesello di cui si conoscono i nomi delle due chiese, di alcuni suoi abitanti e diversi fatti della sua storia. Anche su questo si sono esposti materiali ed illustrati in conferenza i più diversi, atti ad illustrare le poche cose che si sanno di questo paese scomparso quasi certamente alla metà del Trecento con la Peste Nera. Dopo Ceprano a dicembre si parlerà di due importanti località pontine, presenti indirettamente nei versi di Dante: Astura e Fossanova. La prima per il tradimento che i signori di Astura hanno perpetrato contro Corradino e la seconda per il rapporto con Tommaso d’Aquino. Ci sarebbe anche il Circeo per via di Ulisse che rimase a lungo colà prigioniero della maga Circe; l’autore della ricerca, il prof. Ciammaruconi, ha preferito soffermarsi solo sulle prime due località che saranno adeguatamente illustrate grazie ad apparato iconografici, topografici anche molto antichi. Le ultime conferenze sono seguite da alcune classi di un Istituto di istruzione superiore di Latina.

Nei giorni 3 e 4 dicembre è previsto un importante convegno annuale. Di cosa si tratta?

Ogni anno a dicembre il nostro Istituto organizza un convegno di studi storici in collaborazione con altri enti e concernenti temi storiografici d’interesse basso laziale ma con confronti tematici relativi ad altre regioni d’Italia e d’Europa. Abbiamo parlato di storia locale, di paesaggio, della transumanza, di Dante e Bonifacio VIII e quest’anno affronteremo un questione storiografica importante relativa alla storia locale in rapporto con l’erudizione. Si tratta anche di mettere a confronto discipline che sono diverse ma concomitanti con la storia (ad esempio la letteratura, la sociologia, l’antropologia e così via) che hanno uno stretto legame con la storia. Tutte le ricerche, nel campo delle diverse discipline, predispongono materiali, dati, informazioni che costituiscono la base dell’erudizione e delle notizie la cui rielaborazione dà vita alla storia. Diversi studiosi stanno lavorando per discuterne in una prospettiva basso laziale ma con i soliti confronti interregionali. Il convegno si può seguire anche in streaming/videoconferenza con link sul sito internet dell’Isalm (www.isalm.it)

Quali progetti in cantiere per l’anno 2022?

A gennaio terremo il nostro ventiduesimo convegno annuale a Morolo sulle tradizioni popolari e tematiche affini come l’antropologia culturale, la storia in una prospettiva di etnostorica. Il tema è di carattere generale per poter ospitare  gli studiosi che hanno realizzato ricerche e magari non rientrerebbero in un convegno a tema (che invece sarà proposto nel 2023). Poi stiamo organizzando, pandemia permettendo, una serie di attività di diffusione come convegni, conferenze, seminari, presentazione di libri (fra cui quella chiamata Un brindisi ai libri, realizzata a luglio nel Parco del Convitto nazionale Regina Margherita, con brindisi finale ai libri presentati; tale manifestazione si avvale della presenza degli autori che presentano essi stessi le loro opere. Poi abbiamo il convegno di fine anno che si occuperà di statuti antichi e nel frattempo pubblicheremo Latium 39 e alcuni volumi già in cantiere fra cui gli atti dei convegni realizzati o previsti.

Una mattanza senza fine

Con quale spirito e stato d’animo, ma soprattutto con quali numeri arriviamo a celebrare la Giornata per l’eliminazione della violenza sulla donna del 25 novembre? Purtroppo con le statistiche drammatiche di ogni anno.

Ad oggi sono 103 le donne uccise quest’anno, di cui 87 uccise in ambito familiare o affettivo. Sessanta di esse hanno perso la vita per mano del partner o dell’ex. E mentre gli omicidi nel 2021, in Italia, diminuiscono anche se di poco (-2%), passando da 251 a 247, le vittime femminili aumentano: nel 2020 erano state 97 (+ 6%). Segno più anche per le donne uccise dal compagno, attuale o passato: da 57 a 60.  

Neanche l’ultima legge “Codice rosso” in vigore da agosto 2019, contenente le modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere, ha fermato la mattanza.

E anche se tutte le donne non denunciano il partner per le violenze subìte, si deve a malincuore registrare che quasi mai rivolgersi alle forze dell’ordine le salva dalla morte.

Cosa c’è che non va nel nostro sistema giudiziario se ogni 2-3 giorni una donna viene uccisa in quanto tale (da qui il termine femminicidio)? E cosa non quadra nella società se è incapace di tutelare una potenziale vittima e di arginare la violenza messa in atto dagli uomini?

Violenza che non è solo fisica. E’ anche sessuale e psicologica.  

Quante parole si spendono, ad ogni 25 novembre, per esaminare e sviscerare quella che, ormai non si può più definire un’emergenza ma che è piuttosto uno zoccolo strutturale che non si riesce a scardinare?

Una giornata che celebriamo dal 1999, data scelta dall’Onu non a caso. Il 25 novembre 1960, nella Repubblica Dominicana, le sorelle Mirabal (Patria, Minerva e Maria Teresa) furono uccise dai militari del dittatore Rafael Lonidas Trujillo. Prima di morire, vennero picchiate e stuprate. La loro colpa? Non si piegavano al dittatore, che eliminava chiunque si opponesse al suo potere.

Da allora, e sono passati oltre sessanta anni, poco è cambiato. Sicuramente gli scenari, il modo di vivere, le condizioni sociali e culturali, ma non la logica del potere e della sopraffazione. E non potremo mai dire di vivere un Paese civile se la mente degli uomini, di certi uomini, non cambierà.                 

L’arte a tutto tondo di Enrico Fanciulli

Ama e pratica l’arte da sempre, vivendola e comunicandola intensamente attraverso più forme espressive. Dipinge, compone musica e scrive. Nel sottofondo le sue radici ciociare, una personalità versatile e una propensione naturale alla ricerca di vicende storiche e stati d’animo. Enrico Fanciulli, anagnino, per una vita docente nelle scuole medie superiori, ha frequentato l’Accademia Prenestina del Cimento e si è diplomato in composizione presso il Centre National ed International de Musique et d’Accordeon di Larodde, in Francia, sotto la direzione di Jacques Mornet. Ha esposto i suoi quadri in Italia e all’estero ricevendo numerosi riconoscimenti, ha prodotto varie raccolte di musica e molti libri. Portano la sua firma “L’Inno alla Ciociaria” e l’Inno all’Europa in latino con le parole della professoressa Cristina Amoroso. Senatore accademico nazionale, è membro del Comitato scientifico del Premio nazionale ed internazionale Bonifacio VIII.      

Pittore, compositore di musica e autore di libri. Quale ruolo la rappresenta maggiormente?

Non è facile rispondere a questa domanda. Richiede un esame di tutta l’attività svolta nella mia vita. Spero di aver fatto bene, sul piano espressivo, nella pittura come nella musica e negli scritti. Forse nella musica riesco ad esprimermi con maggiore immediatezza e completezza. Nei brani scritti, viene fuori in modo più chiaro ed evidente il mio mondo interiore e la mia personalità artistica.

Quali attitudini di Enrico Fanciulli accomunano queste espressioni artistiche e culturali?

Nello svolgere l’attività artistica mi ha costantemente guidato il mio intuito, la mia sensibilità ed il mio modo di pensare la vita, di scoprirla, sorretto da una fede di base. L’artista deve possedere la capacità espressiva, traducendo e rappresentando in modo virtuale ciò che ha nell’animo. Deve saper comunicare agli altri. Credo di aver avuto con i fruitori dei miei lavori un rapporto trasparente e comunicativo. Non ho mai assunto il ruolo di “incompreso”, semmai mi sono preoccupato di riuscire a dire qualcosa, sempre tendenzialmente in equilibrio fra forma e contenuto.

Se dovesse scegliere tra le sue produzioni, a quali è più affezionato nel campo della pittura, della musica e dei libri?

Tra le tante produzioni fatte ve ne sono alcune alle quali sono particolarmente affezionato. Uno dei quadri dipinti molti anni fa è “Margate” concepito in Inghilterra ed a suo tempo molto apprezzato da Giovanni Colacicchi. Tra i quadri dipinti in tempi più recenti mi piace citare “Colloquio tra uccelli”. Tra le composizioni ricordo “Eleonora”, “Soave ossessione“, “Romanza di primavera“ e “Sofisticada“, ma ve ne sono altre alle quali sono ugualmente affezionato. Dei libri scritti sono più vicino affettivamente a “L’allegra brigata” ed a “Sorelle d’ Italia” per le particolari vicende umane in essi trattate.

Molti suoi lavori parlano della Ciociaria, dove risiede. Quali sono i pregi e i difetti di questo territorio?

Riguardo alla mia terra, le ho dedicato la mia attenzione e la mia dedizione in pittura, in musica e nei libri scritti. Ho dipinto molti quadri sulla Ciociaria. Le ho anche dedicato una mia composizione dal titolo “Inno alla Ciociaria “. Anche nei libri scritti ho trattato di cose ad essa inerenti, in particolare nei due romanzi storici “L’ Allegra brigata“ e “Sorelle d’Italia “. La Ciociaria è una bellissima terra antica ricca di storia, di arte e di cultura. Tanti i personaggi di prestigio che l’hanno rappresentata ed onorata nei vari campi. Quando da terra a vocazione prevalentemente agricola è divenuta area industrializzata, la realtà è mutata. Molti ex coltivatori si sono occupati nell’industria, si è sviluppato il terziario e si è avuto un netto miglioramento da un punto di vista economico generale. L’andamento però non ha avuto esito stabile e consolidato. L’indice di industrializzazione è diminuito sensibilmente per la crisi economica generale. Si dovrebbe restituire forza e valore al patrimonio notevole in campo storico artistico e culturale posseduto dalla Ciociaria e rilanciare con vigore il turismo. La Ciociaria non ha acquisito, mi pare, una cultura industriale, mentre ha sensibilmente riservato meno attenzione ai suoi antichi e consolidati pregi. Occorre una decisa e coraggiosa azione di rilancio della nostra bellissima e validissima terra.

Lei è stato docente di scuola superiore, conosce quindi molto bene i giovani. Quali consigli darebbe ad un ragazzo o una ragazza che intendesse cimentarsi nel campo dell’arte e della cultura?

Quando ero giovane l’arte e la cultura erano valori amati, tenuti in grande considerazione. Con l’arrivo del benessere economico e del consumismo, l’uomo del benessere soppiantò quello dell’essere ed il materialismo dilagò. Si cominciò a vedere l’arte come mezzo per fare soldi, tanti soldi. Cominciò a soffiare “ il vento nuovo”, impetuoso, rivoluzionario, ammantato di originalità, dissacratore dei cardini sui quali si era retta l’arte del vento vecchio. I giovani della nuova generazione soffrirono molto delle deviazioni portate dal nuovo credo artistico. Non mancava certo l’apertura al nuovo, ma si pensava ad un nuovo costruttivo, che elevava l’uomo e lo gratificava. Un’opera d’arte è una forma espressiva creata dall’ artista e percepita dal fruitore attraverso i sensi e, o l’immaginazione essa esprime un “sentimento umano” attraverso la forma scelta dall’autore. L’arte è stata sempre educazione del sentimento, espressione naturale e virtuale dell’animo dell’artista che ha avuto come costante punto di riferimento il mondo nel quale egli vive e dal quale trae energia vitale. Non pochi sostenitori del “vento nuovo” hanno cominciato ad affermare che “l’arte crea una nuova natura” o che “è arte ogni violazione della natura” e così via con continui attacchi alla natura definendola stucchevole, mancante di raffinatezza. Praticamente il nuovo artista è un novello Dio che disprezza il creato e se ne inventa uno tutto suo, frutto di elucubrazioni mentali di comodo e frutto di una presunzione senza limiti. Il grande Picasso arriva a dire: “Bisogna pure che esiste la natura per poterla violare“, come se il fine dell’arte fosse la trasgressione o, peggio, la distruzione dell’esistente. In nome dell’originalità si stabilisce che la costruzione costituisce il fine della composizione e che ogni artista può procedere con un personale codice di lavoro, frutto di elaborazione mentale. Si assiste così ad una proliferazione di codici e ciascun autore sale in cattedra per decantare la bontà del suo prodotto, nella rigenerata torre di Babele. Si è dimenticato però un elemento importante del problema e cioè che l’arte è fatta per l’uomo che non è solo mente ma anche cuore, sentimento. Un’ opera che cerca di parlare solo alla mente dell’uomo è un’arte zoppa! Tale arte lascia più o meno indifferenti, non provoca emozione, gratificazione. E’ una specie di amore per corrispondenza, o per via telematica, se vogliamo stare con i tempi attuali. Quanti codici di decrittazione occorre conoscere per poter leggere e capire il mondo di ogni artista, ciascuno diverso dall’altro? Un’opera d’arte non può essere intesa come qualcosa di macchinoso, oppure come un’opera di pura ingegneria, frutto di calcoli complessi di elevato livello matematico, ma è un’espressione dell’animo dell’artista, secondo la propria sensibilità e personalità. Cosa posso consigliare ai giovani che intendono cimentarsi nel campo dell’arte e della cultura? Se amano veramente l’arte e la cultura muovano i primi passi per farne la conoscenza, frequentando i centri di attività artistica e culturale. Dedichino il tempo necessario allo studio, acquisendo un buon bagaglio di conoscenze utili per l’attività ed anche per la vita. La cultura del disprezzo, della dissacrazione della natura, ha prodotto danni enormi alla qualità della vita dell’uomo, alla sua salute psico-fisica ed alle sue stesse possibilità di sopravvivenza. Ai giovani consiglio di non cadere nell’orbita delle false chimere che tanto veleno hanno diffuso nelle menti di varie generazioni. La natura, il progresso, l’arte e la cultura sono strettamente collegate ed ai giovani consiglio di tenere nella dovuta considerazione il loro legame in un’ottica di sano equilibrio.

Attualmente sta lavorando su qualche progetto?

Attualmente sto riordinando il mio archivio relativo all’attività pittorica, a quella musicale ed a quella delle pubblicazioni fatte. Avevo in mente un progetto da realizzare in campo artistico, ma non è stato possibile per via della pandemia.

Quella rivolta contro San Magno

Da oltre 120 anni è custodito nel convento delle Suore Cistercensi di Anagni, posizionato al centro del Coro dove le religiose si raccolgono in preghiera. Autorevole, con la mano destra benedicente, i paramenti sacri oro e rosso e il pastorale impugnato.  

E’ qui, in una delle sale della clausura di Palazzo Bonifacio VIII, che il patrono di Anagni, San Magno, raffigurato mentre siede su un trono (foto in alto), si trova praticamente in esilio da quando fu rifiutato dal popolo, con una vera e propria rivolta, alla sua prima (ed ultima) uscita in processione.

Una processione che, quel 18 agosto presumibilmente del 1901, rientrò in tutta fretta in Cattedrale, senza terminare il percorso, a causa della inaspettata e furiosa reazione degli anagnini che arrivarono, così tramanda la storia (o la leggenda), ad accogliere la statua di San Magno a pomodorate e cocomerate.

Una statua nuova, voluta dal vescovo Antonio Sardi, realizzata in cartapesta e a corpo intero da artigiani di Lecce, che avrebbe dovuto sostituire i busti di San Magno e San Pietro da Salerno (anch’egli patrono di Anagni ed edificatore della Cattedrale) ritenuti ormai obsoleti.

I busti di San Magno e San Pietro

La novità, però, non piacque affatto ai cittadini. Che gridarono allo scandalo, colpirono San Magno, inveirono contro chi aveva deciso di mandare in soffitta i consueti busti e costrinsero il corteo a riparare in chiesa con la statua nuova di zecca, successivamente affidata alle Suore Cistercensi.

I motivi di tanta ribellione non sono mai stati chiari, possono solo essere ipotizzati: affezione verso i tradizionali busti, l’esclusione di San Pietro, difficoltà ad accettare i cambiamenti. Certo è che la vicenda aprì anche una ferita all’interno del clero, data la contrarietà degli stessi canonici alla scelta effettuata dal Vescovo, appena arrivato ad Anagni dall’Abruzzo con uno spirito innovativo evidentemente poco apprezzato.

In questa storia, comunque, trova spazio anche il pentimento degli anagnini. Il giorno dopo la processione contestata, la città venne colpita da una violenta grandinata che distrusse tutti i raccolti, evento che, interpretato come una punizione da parte del Santo Patrono, convinse i cittadini a correre in Cattedrale per chiedere perdono.

La nuova statua, in ogni caso, non fu mai più portata in processione e a tutt’oggi è depositata all’interno del Palazzo di Bonifacio VIII, sconosciuta o quasi agli anagnini. Nei prossimi giorni, però, si potrà vedere in occasione dell’apertura straordinaria del Coro al pubblico concessa dalle Suore Cistercensi, guidate dalla Madre generale Suor Patrizia Piva.

Sono programmate, infatti, visite guidate alla statua di San Magno in trono nei giorni 16 e 17 agosto, curate dal professore Tommaso Cecilia dell’Istituto di storia e di arte del Lazio Meridionale, che molto ha scritto sulla storia della processione patronale.  

Con l’iniziativa, che fa parte degli eventi correlati alla mostra “Regula non bullata 1221 – 2021” in corso nel Palazzo di Bonifacio VIII per celebrare gli 800 anni della Regola Francescana, sarà possibile – per la prima volta dopo oltre un secolo – vedere da vicino la statua del patrono ripudiata dagli anagnini.

Bambini scomparsi, non solo Denise

Da qualche settimana è tornato sotto i riflettori il rapimento di Denise Pipitone, scomparsa il primo settembre 2004 da Mazara del Vallo quando aveva appena 4 anni. La vicenda di Olesya, la giovane russa che ha lanciato in tv un appello per ritrovare la mamma, diventata subito un caso mediatico, ha riacceso per qualche giorno le speranze di ritrovare Denise dopo 17 anni. Speranze naufragate in un contesto di spettacolarizzazione del dolore che ha avuto l’unico merito di far tornare alla ribalta un caso contraddistinto da omertà, bugie, indagini superficiali e dubbi mai risolti.       

Ma quanti sono i bambini che spariscono in Italia ogni anno? Nel 2020, le denunce per scomparsa di minori sono state 7.762 (5.511 stranieri), molte delle quali con riferimento a sottrazioni che avvengono all’interno delle famiglie dopo la separazione dei genitori e a fughe volontarie. Non tutti i bambini sono stati ritrovati (oltre la metà), non tutte le scomparse hanno avuto l’eco mediatico del caso Denise e molti altri drammi restano ancora avvolti nel mistero.  

Come il caso di Angela Celentano, scomparsa durante una gita con la famiglia a Vico Equense, nel Napoletano. Era il 10 agosto del 1996, la bambina aveva tre anni. Le indagini degli inquirenti si concentrarono, in un primo tempo, sulla famiglia della piccola. Si sospettò di uno zio e di alcuni suoi amici, una pista che non portò a nulla. Nel 2007, undici anni dopo la scomparsa, un cappellino simile a quello che la bambina indossava il giorno della gita venne ritrovato in una villa vicino al luogo del rapimento, ma anche questa traccia si rivelò labile. Nel 2010 fu percorsa la pista messicana. I genitori di Angela ricevettero una mail proveniente dal Messico firmata da una certa Celeste Ruiz che affermava di essere Angela. La ragazza non fu mai trovata così come la piccola scomparsa. Le indagini sono chiuse da tempo.

Un altro caso drammatico riguarda la scomparsa di Mauro Romano avvenuta ben 44 anni fa a Racale, in provincia di Lecce. Nonostante il lungo tempo trascorso da quando il piccolo, a 6 anni, sparì senza lasciare tracce, c’è ancora la speranza di conoscere la verità. La magistratura ha avviato nuove indagini per sequestro di persona e si sono concluse lo scorso dicembre concentrandosi su un uomo di Racale, già sospettato in passato di aver partecipato alla fase iniziale del rapimento del bimbo. Amico di famiglia dei Romano, secondo gli inquirenti avrebbe prelevato Mauro mentre giocava in un cortile con altri bambini davanti alla casa dei nonni, per poi consegnarlo ad altre persone. Una svolta dovuta alla determinazione della famiglia, che in 44 anni non ha mai perso le speranze di conoscere la sorte del figlio, e del loro avvocato Antonio La Scala che segue il caso con competenza professionale ma anche con grande sensibilità umana. Sembra destinata a finire in un vicolo cieco, invece, il sospetto di mamma Bianca che Mauro sia oggi Mohammed Al Habtoor, il cosiddetto “sceicco”, in realtà un ricco imprenditore di Dubai, che secondo la donna avrebbe le stesse cicatrici del bambino scomparso nel Salento.      

Un giallo che rimane tale è la scomparsa delle gemelline Alessia e Livia Shepp avvenuta il 30 gennaio 2011 da Saint Sulpice dove vivevano con la madre separata dal marito, Mattia Kaspar Schepp, che si è ucciso qualche giorno dopo gettandosi sotto un treno alla stazione di Cerignola. L’uomo, dopo essere andato a prendere le figlie, aveva iniziato un viaggio in auto incomprensibile: si dirige a Marsiglia, da dove invia una cartolina all’ex moglie scrivendole che non riesce a stare senza di lei, poi sale su un traghetto per la Corsica, quindi raggiunge Bastia e da lì si imbarca per Tolone. Dalla Francia arriva in Italia. E sceglie di togliersi la vita in Puglia. Delle piccole gemelle, che all’epoca del fatto avevano 6 anni, non si è saputo più nulla.   

Storie drammatiche di cui la cronaca si è occupata per molto tempo e che ha gettato nell’angoscia mamme e papà colpiti dal più grande degli incubi: non sapere dove sono finiti i loro bambini. Che sono diventati i figli di tutti.

La battaglia per Fortuna, uccisa di botte dal marito

Fortuna Bellisario è una delle tante, troppe donne uccise dal proprio uomo. Aveva 36 anni, tre figli di 7, 10 e 11 anni, una casa popolare in via Mainella a Napoli e un marito che la picchiava perché accecato dalla gelosia.

Il 7 marzo 2019, il giorno prima della festa delle donne, Vincenzo Lopresto ha impugnato una stampella ortopedica in ferro e ha colpito Fortuna fino ad ucciderla. Poi ha chiamato i soccorsi. Inutili.  

La prima ispezione del corpo ha evidenziato le conseguenze dei maltrattamenti subiti per anni. Soprattutto lividi e zone del cuoio capelluto scoperte. Segni pregressi delle botte che sono state una costante nel matrimonio di Fortuna e Vincenzo. Fino alla morte.  

Una morte che, secondo i giudici, non è stata provocata volontariamente. Lopresto,  infatti, è stato giudicato per omicidio preterintenzionale: rito abbreviato e una condanna di primo grado a 10 anni di reclusione. Ma Vincenzo, l’uomo ossessionato dalla gelosia, in carcere c’è stato ben poco.

Dopo neanche due anni, nei giorni scorsi è stato messo agli arresti domiciliari, che sconterà nella casa della madre nel rione Sanità. Una decisione, presa perché l’uomo non è ritenuto pericoloso socialmente, che ha indignato parenti e amici della donna. Una decisione fortemente contestata anche con manifestazioni e striscioni davanti al tribunale e contro la quale si sta battendo l’associazione “Le forti guerriere” di Napoli.

“Non vogliamo vendetta – dicono le rappresentanti dell’associazione – ma la giustizia non può far lasciare il carcere così presto ad un uomo che ha sempre picchiato la moglie fino al tragico epilogo”.

Una battaglia che è appena all’inizio. Per Fortuna, per tre bambini rimasti orfani e per tutte le donne uccise che non hanno ottenuto giustizia.                    

Ivana Pagliara, quando il turismo diventa marchio di successo

Ha oltre 25 anni di esperienza nei settori del turismo e della cultura, di cui si occupa a 360 gradi attraverso PromoTuscia (Destination Management Company e Tour Operator) che fa conoscere e valorizza il territorio di Viterbo, nota come Città dei Papi, e la sua provincia. Ivana Pagliara, insegnante di francese, ha trasformato le sue passioni in una importante attività imprenditoriale e in un brand di successo.  

Come ha iniziato ad appassionarsi di turismo?

Devo molto al mio Erasmus a Parigi nel 1993. Studiare letteratura francese nella Ville Lumière mi ha dato la possibilità di vivere il modo in cui i beni culturali sono valorizzati dai cugini di Oltralpe e di immaginare come adattarlo nella realtà che mi apparteneva. Ciò che andavo maturando era capire come riempire il gap che separa la ricchezza del patrimonio culturale e le professionalità ad esso collegate con il mondo imprenditoriale. Un corso di formazione per manager dei beni culturali, realizzato dall’Associazione Industriali e inserito nel programma europeo NOW (New opportunità for women) seguito per nove mesi nel 1994, mi ha permesso di conoscere la mia socia, Maria Luigina Paoli, e, insieme a lei, trasformare in una realtà imprenditoriale le mie intuizioni.

Da cosa nasce Promo Tuscia e cosa propone?

PromoTuscia nasce in provincia di Viterbo per valorizzare e promuovere l’offerta turistica del territorio e, sin da subito, riesce a dar voce a varie anime al suo interno. Da quella legata al marketing territoriale, mettendo in atto progetti e strategie per lo sviluppo del capoluogo, di borghi, di aree boschive di rara bellezza attraverso il connubio con la letteratura (“Il Borgo si racconta” a Vitorchiano), il teatro (“Il Bosco incantato” nel Bosco del Sasseto ad Acquapendente); l’uso di nuove tecnologie e laboratori legati a saperi che fanno l’Italia e i suoi artigiani unici al mondo (“Civita in tutti i sensi”a Civita di Bagnoregio; l’arte contemporanea (“Genius Loci” a Viterbo). Altro focus è quello rappresentato da “Il Giardino Segreto. Garden Tours” una linea di viaggi nata in Tuscia ma che ben presto si è ampliata come raggio di azione in tutta Europa e in Africa settentrionale alla scoperta di giardini e dimore storiche. Infine PromoCulture, la sezione che si occupa di gestione museale in bellissimi borghi della Sabina come Fara e Castelnuovo di Farfa. Quest’ultimo vede l’arte contemporanea, sotto il segno di Maria Lai, illuminare gli aspetti antropologici legati all’olio e alla sua lavorazione: ciò che ne deriva è una sintesi poetica che mira a coinvolgere il visitatore in una serie di esperienze totalizzanti che hanno come filo conduttore la cultura olivicola. A Fara, il Museo archeologico dedicato ai Sabini e il Museo del Silenzio, dedicato alla vita di clausura, sono solo alcuni dei motivi per visitare “Il borgo delle emozioni”, dove ha sede il celebre e internazionale Teatro Potlach e si svolge l’imperdibile rassegna Fara Music.

Due donne hanno dato vita a questo progetto. Un caso o le donne hanno la cosiddetta marcia in più? 

Il ruolo delle donne alla guida delle aziende risulta, a mio avviso, particolarmente strategico in un momento come questo attuale segnato dalla pandemia. La loro capacità di adattamento è preziosa per ridefinire e riqualificare le attività che non possono ricalcare schemi stabiliti. Se questo principio è valido sempre lo è ancora di più in piena crisi. I dati allarmanti relativi alla disoccupazione femminile di questo ultimo anno sarebbero di certo diversi se ci fossero più presenze femminili nei ruoli chiave, a patto però che siano donne che non applichino categorie maschili ma si pongano con spirito di servizio all’interno delle squadre da loro coordinate. Ho vissuto sulla mia pelle quanto la rigidità e l’ottusità di chi ci è accanto nel mondo del lavoro possa ostacolare la possibilità di conciliare la sfera professionale con quella familiare. Ciò che ha segnato me, in una certa fase della mia vita, deve essere completamente ribaltato nel quotidiano di chi lavora in PromoTuscia. La flessibilità dell’orario, l’ascolto delle singole esigenze, porta ad avere una squadra motivata e coesa. Non è sempre facile: le esigenze sono diverse e c’è bisogno di uno sforzo quotidiano per soddisfarle tutte, ma il risultato finale è quello di raggiungere un’armonia e rendere il lavoro un ambito in cui ci si realizzi senza rinunce.

Come si è evoluto il turismo negli anni?

La tendenza verso la fruizione del turismo sportivo è sempre più accentuata. Durante il lockdown abbiamo assistito a una vera e propria nascita di una “religione della natura” che ha portato tutti noi alla riscoperta di attività cosiddette green. Il periodo di cattività ha aumentato anche il desiderio di un turismo esperienziale, da vivere utilizzando tutti i sensi e, in particolare, il tatto. La corsa verso l’e-commerce ha accentuato la tendenza all’acquisto autonomo e online dei servizi turistici. L’enogastronomia è il fil rouge che lega tutte le proposte turistiche e deve essere accompagnata sempre da un imperativo categorico: l’autenticità.

Le potenzialità del turismo ai fini occupazionali sono sfruttate a pieno in Italia?  

Nell’ultimo periodo si è assistito a una vera rivoluzione per quanto riguarda il turismo. Ritengo che il comparto turistico sia gestito in modo ottimale solo in minima parte sul territorio nazionale. I meccanismi che regolano l’apporto dei professionisti del marketing territoriale sono affidati alla buona volontà di qualche amministratore.

Il turismo è uno dei settori maggiormente penalizzati dall’emergenza sanitaria. Come vede il futuro di un così importante comparto per il nostro Paese?

In un momento così cruciale per la rinascita del paese, il turismo ha un ruolo di primaria importanza. Vedo una ripartenza legata perlopiù al turismo individuale e italiano per tutto il 2021. Auspico un ritorno alla normalità per il 2022 ma credo che sia difficile ritornare a eventi legati a una presenza di grandi assembramenti anche per il prossimo anno. Mi auguro fortemente che l’insieme delle misure di cui il nostro paese beneficerà possano avere un’incidenza decisiva soprattutto per la valorizzazione dei borghi e del turismo interno. I nostri borghi rappresentano un vero patrimonio per l’Italia, sia materiale che immateriale: dare loro lo spazio che meritano, con operazioni di valorizzazione dei saperi artigianali ed enogastronomici, delle microstorie in essi contenute, dei tessuti sociali che ancora hanno una tenuta essenziale per limitare fenomeni di marginalizzazione. Il borgo lo si può visitare ma si può anche scegliere per trascorrervi parte della propria vita lavorativa in smart working, approfittando della qualità del tempo che ci permettono di trascorrere. PromoTuscia è a disposizione di amministrazioni che vogliano definire uno sviluppo turistico dei territori mettendo da parte improvvisazione e casualità, il nostro obiettivo è sempre quello di una crescita sostenibile che coinvolga la comunità ospitante e si faccia motore di occupazione attraverso attività formative rivolte soprattutto ai giovani.