Dalla parte dei poveri

Mezzo secolo di solidarietà con al centro gli ultimi. E’ il traguardo eccezionale raggiunto dalla Comunità di Sant’ Egidio, nata a Roma nel 1968, all’indomani del Concilio Vaticano II, per iniziativa di Andrea Riccardi, giovane liceale ispirato dal Vangelo e dalla figura di Gesù. Da allora la comunità, un movimento internazionale di laici, è cresciuta fino ad essere presente in 70 Paesi del mondo dove presta aiuto concreto. Assistenza agli anziani, interventi nelle periferie, mensa per i poveri, adozioni a distanza, progetti per la salute e l’alimentazione, corridoi umanitari e quanto occorre per non lasciare solo chi ha bisogno.

Don Paolo Cristiano (nelle foto in alcuni momenti della sua attività e nella prima a sinistra al centro con Riccardi) è un sacerdote da sempre impegnato nel sociale, responsabile di Sant’Egidio in provincia di Frosinone che segue anche alcune comunità in Asia, soprattutto in Pakistan e nelle Filippine. Ci aiuta a conoscere meglio una realtà che si distingue per le risposte che fornisce alle urgenze dei nostri tempi.

Come si può sintetizzare l’opera della Comunità di Sant’Egidio in questi lunghi anni?

Sicuramente con la sintesi che ha fatto Papa Francesco in una delle sue visite alla Comunità: preghiera, poveri e pace. La preghiera è il primo riferimento. Le chiese di Roma e di ogni parte del mondo sono ogni giorno luogo di incontro e di accoglienza per chi voglia ascoltare la Parola di Dio.  I poveri sono le persone verso le quali è indirizzato il nostro impegno. Quando Riccardi fondò la Comunità, come primo contatto andò a visitare i baraccati a Ponte Marconi dove vivevano nell’abbandono famiglie italiane, soprattutto meridionali, che non avevano nulla, emarginate perché parlavano solo il dialetto e chiedevano aiuto. Infine, partendo dal fatto che la guerra è considerata la madre di ogni povertà, la Comunità ha voluto lavorare per la pace, impegnandosi per ristabilirla attraverso il dialogo e la ricerca continua di fraternità.

Chi è il povero di oggi?

E’ la persona che, oltre a non avere risorse materiali, vive il dramma della solitudine, un fenomeno che va studiato e approfondito, che non può essere semplificato perché ognuno ha le sue esigenze. E’ il bambino che chiede di vivere nella pace, è l’anziano che non ha assistenza, è lo straniero che scappa dalle guerre, ma anche dalle catastrofi ambientali. Quello che dispiace è la memoria cortissima della nostra società. Gli italiani baraccati di Ponte Marconi sono i migranti di oggi, accusati ed emarginati per gli stessi motivi. 

Come sono organizzate le vostre strutture nel mondo? E quali sono i progetti principali che si portano avanti?

Le strutture sono gestite da persone del luogo per facilitare i rapporti con le popolazioni, da Roma ci si occupa della formazione e del coordinamento. Tra i progetti, molto importante in Africa è il Dream ( “Disease Relief through Excellent and Advanced Means” cioè “Liberazione dalle malattie attraverso mezzi avanzati ed eccellenti”) che cura le madri sieropositive per evitare la trasmissione dell’Aids ai neonati, bambini che vengono seguiti anche durante la crescita con programmi di alimentazione e scolastici.

La Comunità di Sant’ Egidio significa anche esaltazione del volontariato. Quali persone, oggi, si impegnano in questo importante ruolo?

A noi non piace molto dire volontari, preferiamo indicarli come amici della Comunità che si mettono a disposizione. Sono professionisti, studenti, madri di famiglia che si ritagliano una porzione di cuore per chi ha bisogno. A Frosinone, per fare degli esempi, si occupano molto degli anziani che vivono nelle case di riposo, spesso senza nessuno che vada a trovarli, cercando di ricostruire una rete di solidarietà, portando il calore dove manca, la vicinanza dove c’è la solitudine, ricostruendo le reti sociali dove sono sfibrate, superando l’individualismo.

Oggi, però, la società sta attraversando un momento di incattivimento, persino di odio. Come si muove, un’organizzazione come la vostra, in un clima così avvelenato?

Noi in questo clima ci viviamo dentro. Non abbiamo un approccio ideologico a tali problematiche, ma sappiamo che nella storia (e il nostro fondatore Riccardi è uno storico) i muri non hanno mai portato bene, oltre ad essere anacronistici tanto che sono caduti dappertutto. Percepiamo la rabbia e la paura e sappiamo anche che non si può trasferire tutto il continente africano. E’ necessario, quindi, trovare risposte ad ampio raggio, soluzioni che coniughino la sicurezza dei cittadini e il diritto di voler scappare dalle guerre. E’ in questo contesto che la Comunità di Sant’Egidio ha ideato i corridoi umanitari, una soluzione che permette di verificare chi ha davvero l’esigenza di fuggire da posti dove non è possibile vivere, farli viaggiare su voli di linea eliminando così il rischio di pagare i trafficanti di esseri umani e farli arrivare inseriti già in un progetto di accoglienza non a carico dello Stato. Un modello che funziona.

A Frosinone, dove opera don Paolo Cristiano, la Comunità fondata da Andrea Riccardi è nata dieci anni fa. Due volte a settimana funziona la mensa per i poveri, presso l’ex ospedale, ed è attivo un movimento giovanile formato da studenti liceali. Sabato 19 gennaio, alle ore 17, nella chiesa del Sacro Cuore è in programma un incontro per il 50esimo anniversario della fondazione della Comunità con la presenza del vescovo diocesano, monsignor Ambrogio Spreafico.

La poetessa degli angeli

Sono gli angeli i simboli ricorrenti delle poesie di Umbertina Di Stefano, di Ceccano (Frosinone), autodidatta e innamorata della rima. Il suo primo libro è stato, nel 2013, “L’angelo che prestò le ali ad una Fenice”, ora ha dato alle stampe “Un angelo senza memorie” prodotto dalla casa editrice Il Viandante di Arturo Bernava. La presentazione ufficiale si è tenuta lo scorso novembre a Ceccano con la partecipazione degli attori Anna Mingarelli, che ha recitato le poesie, e Vincenzo Bocciarelli. La copertina del libro è stata realizzata dalla figlia dell’autrice, Valeria Selvini, che insieme al fratello Andrea sostiene in tutto l’attività di Umbertina.

Perché gli angeli? Chi sono per te?

A parte una conoscenza degli angeli fatta sui libri, in realtà per me sono le persone comuni, le brave persone, quelle che quando le incontri facilitano la vita. Tutte le mie esperienze quotidiane finiscono nelle scrittura, anche questo libro è autobiografico.

Quali sono i temi che tratti con le tue poesie?

Gli argomenti sono svariati, ho sempre parlato di tutto e anche di temi duri come, ad esempio, il mobbing sul lavoro. Essendo una donna, non mancano i riferimenti all’amore.

Come accoglie i tuoi lavori chi ti legge?

Sono molto contenta del fatto che arriva soprattutto la semplicità, perché posso anche scrivere con termini ricercati ma sono una persona molto semplice e questo viene apprezzato. Noto, inoltre, che la gente si riconosce nei temi che rappresento, fa davvero piacere.

Come è iniziata la tua passione per la poesia?

In un modo molto semplice. Mi piaceva scrivere biglietti auguri personalizzati, in rima perché ho sempre amato la rima. Un amico medico ha apprezzato molto questo modo di esprimermi e mi ha spronato a scrivere. Il primo libro, infatti, è stato soprattutto un’occasione per ringraziare lui e quanti mi hanno sollecitato in tal senso. Poi ho continuato cercando anche di fare cose nuove. In questo libro, infatti, ho scritto qualche poesia in dialetto, e non è facile, ma mi piace mettermi in gioco.


Sotto il segno dei Pesci 40!

Antonello Venditti festeggia i 40 anni di “Sotto il segno dei Pesci”, uno dei suoi album più significativi, con un concerto intergenerazionale. Sarà accompagnato dalla sua band storica.

Un vero e proprio viaggio con perle entrate nella memoria collettiva di un intero Paese, che raccontano un’epoca e che sono diventate senza tempo, che parlavano ai giovani di allora e che sono capaci di comunicare ai ragazzi di oggi con un linguaggio assolutamente contemporaneo.

Le date:
2 marzo Casalecchio di Reno (Bo), Unipol Arena
8 e 9 marzo Roma, Palazzo dello Sport
16 marzo Napoli, Pala Partenope
22 marzo Torino, Pala Alpitour
29 marzo Assago (Mi), Mediolanum Forum
6 aprile Firenze, Nelson Mandela Forum
13 aprile Bari, Pala Florio
18 maggio Genova, RDS Stadium
25 maggio Perugia, PalaBarton

Giornale cartaceo addio

E’ notizia di questi giorni che cessa le pubblicazioni l’edizione cartacea del mensile Rolling Stone. Rimane solo online con il sito rollingstone.it. <Rolling Stone non chiude ma si evolve per seguire dove va il mondo>, dice Luciano Bernardini de Pace, editore dal settembre 2014, convintissimo della sua scelta: <Il sito ha 2,5 milioni di utenti unici, 435mila follower su Facebook e 231mila su Instagram. Questi sono i numeri che indicano qual è la strada. Il mercato pubblicitario oggi chiede il digitale ed è un’opportunità che secondo me va presa senza esitazioni>.

Le scelte degli editori, comprensibilmente, tengono conto dei freddi numeri e di una società che, evolvendo, diventa sempre più digitale. Ma è davvero evoluzione? Chi, come me, ha lavorato per molti anni nelle redazioni dei quotidiani, non può non avvertire un senso di disagio, pur consapevole che il mondo sta cambiando e che, in qualche modo, è necessario stare al passo con i tempi.

E’ accaduto già con le fotografie. Sono rare, ormai, quelle stampate, raccolte in un album da vedere e rivedere. Adesso i ricordi restano negli smartphone e sui social. Ma hanno lo stesso valore? E danno le stesse emozioni?

Siamo destinati a vivere anche senza il giornale cartaceo? Temo di sì. Perdendo anche un rito che i giovanissimi neppure conoscono: l’acquisto del quotidiano dall’edicolante, con il profumo della stampa fresca. Prenderlo e tenerlo tra le mani, sfogliarlo, spiegazzarlo, riporlo a fine giornata pensando all’edizione del giorno dopo.

E’ la stessa cosa leggere su un monitor? Sicuramente più veloce, meno dispendioso, più pratico. Un gesto solo meccanico, che mai potrà rimpiazzare la bellezza di girare pagine e macchiarsi le dita di inchiostro.

Tutti pazzi per lo sceneggiato

Dal 15 gennaio al 17 febbraio, alla Casa del Cinema di Roma, cinque tra i più famosi sceneggiati italiani della Rai. L’ingresso è libero.

I modelli dello sceneggiato italiano ideato e prodotto dalla Rai hanno fatto storia e hanno creato una memoria collettiva che ha scandito almeno quattro decenni dell’immaginario collettivo. Sono i capolavori di registi nati col cinema o la televisione: da Anton Giulio Majano a Sandro Bolchi, da Renato Castellani a Sergio Sollima, a Ugo Gregoretti per citarne solo alcuni. La storia dei loro capolavori apre la porta della grande fiction d’autore alla Casa del Cinema che da martedì 15 gennaio propone un primo, avventuroso viaggio nella storia dello sceneggiato.

Si comincerà con La vita di Leonardo da Vinci di Renato Castellani (5 episodi) interpretato da un formidabile Philippe Leroy andato in onda dal 24 ottobre al 21 novembre 1971 e oggi riproposto nel quinto centenario della nascita di Leonardo. Fu girato a colori nonostante le trasmissioni di allora fossero ancora in Bianco e Nero ed ebbe un cast di grandi volti del cinema, del teatro e della tv: da Giampiero Albertini a Ottavia Piccoli, da Bianca Toccafondi a Glauco Onorato, da Bruno Cirino al piccolo Renato Cestiè.

Il secondo appuntamento sarà con uno dei “padri” dello sceneggiato, Sandro Bolchi e il suo Il mulino del Po (cinque puntate del 1963) tratto dal romanzo di Riccardo Bacchelli, con Raf Vallone, Giulia Lazzarini, Gastone Moschin e Tino Carraro, in programma alla Casa del Cinema dal 22 gennaio. Nelle settimane successive: Il circolo Pickwick di Ugo Gregoretti (1968) dal romanzo di Charles Dickens (dal 29 gennaio) e Sandokan diretto da Sergio Sollima (1976) e interpretato da Kabir Bedi, uno dei più grandi successi nella storia della Rai (dal 5 febbraio).

In chiusura, dal 13 febbraio, un irresistibile I promessi sposi (1990), versione parodistica del capolavoro di Alessandro Manzoni rivisitato con estro personalissimo da Massimo Lopez, Tullio Solenghi e Anna Marchesini con la regia del Trio.

Prima dei serial, un  progetto realizzato da Casa del Cinema in collaborazione con Rai Teche, è la prima puntata di un programma a più ampio respiro dedicato all’universo della fiction e della serialità. Anche per questo, in occasione dei primi cinque appuntamenti, Casa del Cinema propone un referendum tra il pubblico e gli appassionati chiedendo quali sceneggiati della storia della Rai vorreste rivedere (o scoprire) sul piccolo schermo: i suggerimenti ricevuti si tradurranno in una seconda serie di appuntamenti presto in programma. Il referendum viene pubblicato sul sito ufficiale www.casadelcinema.it e distribuito in occasione delle proiezioni alla Casa del Cinema.


Faber l’indimenticabile

Da venti anni ci ha lasciato Fabrizio De Andrè, che parlando della sua scelta di fare musica disse: <Cosa avrebbe potuto fare alla fine degli anni Cinquanta un giovane nottambulo, incazzato, mediamente colto, sensibile alle vistose infamie di classe, innamorato dei topi e dei piccioni, forte bevitore, vagheggiatore di ogni miglioramento sociale, amico delle bagasce, cantore feroce di qualunque cordata politica, sposo inaffidabile, musicomane e assatanato di qualsiasi pezzo di carta stampata? Se fosse sopravvissuto e gliene si fosse data l’occasione, costui, molto probabilmente, sarebbe diventato un cantautore. Così infatti è stato ma ci voleva un esempio>.

Ma dire “fare musica” nel caso di Faber è riduttivo. Perché De Andrè, che per i critici è il più grande cantautore italiano, ci ha insegnato a guardare la vita con gli occhi dell’umanità. Con i suoi testi, anche esagerati e sconvolgenti, che sanno di impegno sociale ma anche di amore, che parlano di cattivi e di fate buone, di lotte politiche e intime contraddizioni.

Una discografia immensa, la sua, con testi che non possono lasciare indifferenti. Oggi la sua Genova lo ha ricordato con vari eventi, ma anche altre città hanno voluto fare un tributo a Faber (il nomignolo che gli diede l’amico Paolo Villaggio) a venti anni dalla scomparsa. Un vuoto enorme, fortunatamente colmato – come accade solo con i grandi – dalla sua musica senza tempo.

Matera capitale della cultura

Tra qualche giorno sarò a Matera per seguire alcuni eventi previsti nell’ambito del programma per “Matera capitale della cultura 2019”. Ve ne consiglio alcuni, esattamente quattro importanti mostre.

  • Ars Excavandi” sulle città rupestri nel mondo. Curata dall’architetto Pietro Laureano, sarà inaugurata a Matera il 19 gennaio 2019. Si presenta come una grande mostra internazionale Ipogeografie. Sarà la prima vera indagine sulla storia dell’architettura rupestre attraverso i secoli. Rilegge da una prospettiva contemporanea la storia e la cultura dell’architettura ipogea dal paleolitico al presente, esplorando anche le più innovative direzioni future.
  • Rinascimento riletto” incentrata sulle più importanti emergenze culturali. Quali tracce ha lasciato il Rinascimento attraverso i territori della Basilicata e della Puglia? L’idea che guida il progetto di un Viaggio attraverso il passato artistico di due regioni confinanti, vieppiù affascinante perché indirizzato a mettere in relazione vicende storico-culturali che una tradizione di studi puntuali non ha saputo approfondire. Aprirà a Matera il 19 aprile 2019 ed è curata da Marta Ragozzino, Direttrice del Polo Museale della Basilicata.
  • La poetica dei numeri primi” sulla scienza e la matematica con un focus su Pitagora. E’ curata da Piergiorgio Odifreddii e verrà inaugurata a Matera il 21 giugno del 2019 a Metaponto. Pitagora ha ispirato anche altri temi di “Futuro remoto”, ovvero l’antica bellezza della matematica. La Poetica dei numeri primi comprenderà una serie di iniziative, tra cui un’importante mostra al Museo della Scultura Contemporanea di Matera sulla centralità della matematica nel lavoro di artisti di tutte le eta.
  • Osservatorio dell’Antropocene” indaga la nuova era geologica definita dalle azioni dell’uomo. Le modifiche climatiche, territoriali, oceaniche e della biosfera riconducibili all’uomo, infatti, si contraddistinguono oggi per una portata e una rapidità tali, da giusti care un vasto dibattito intorno al presunto inizio di una nuova era geologica definita dalle azioni dell’uomo, l’Antropocene. Curata dal fotografo e film-maker Armin Linke, sarà inaugurata a Matera il 6 settembre 2019.

Sua Maestà il cioccolato

Ha compiuto da poco 25 anni ed è una delle kermesse italiane di eccellenza più amate. Protagonista il cioccolato, simbolo di voluttuosa bontà ed emblema del peccato di gola. Dal 1994 Perugia ospita il Festival Internazionale Eurochocolate, grazie all’intuizione dell’architetto Eugenio Guarducci (nella foto in basso a sinistra), 55 anni, che oggi ne è presidente. Nato a Perugia, ha voluto portare nella sua città – ispirandosi all’Oktober Fest di Monaco – una manifestazione che in poco tempo è diventata punto di riferimento dei cioccolatieri più creativi.

Sulla scorta del successo di Eurochocolate, Guarducci ha inventato successivamente Cioccolatò a Torino e ChocoModica a Modica, riuscendo a promuovere questo prodotto unico da metà ottobre a metà dicembre, e numerosi eventi collegati. Lo incontro mentre si prepara ad esportare la sua creatura in Giappone e in altre parti del mondo.

Come nasce la sua passione per il cioccolato tanto da sceglierlo come tema del Festival Internazionale di Perugia e di altre kermesse di successo?

Come tante persone della mia generazione ho il ricordo indelebile del profumo di cioccolato che invadeva i binari della stazione ferroviaria di Fontivegge dove a poche decine di metri si elevavano le mura della Perugina.  Questa memoria olfattiva è stata determinante nel costruire quel percorso che mi ha portato prima alla ideazione e poi all’organizzazione di Eurochocolate.

Diamo qualche numero su  Eurochocolate, Cioccolatò e ChocoModica relativo alle presenze e alla quantità di cioccolato assaggiato dai visitatori.

Sono eventi che come caratteristica comune hanno quella di svolgersi all’aperto e non in contenitori fieristici, pertanto possiamo soltanto parlare di stime. Al primo posto senz’altro Eurochocolate che ogni anno ad ottobre richiama in dieci giorni circa 800.000/1.000.000 di persone. Subito dopo viene Torino con una stima di circa 400.000 visitatori distribuiti sempre in dieci giorni di evento nella seconda decade di novembre ed infine Modica dove nei tradizionali 4 giorni collocati a ridosso della Festa dell’Immacolata si ritrovano circa 60.000 persone. Ancora più complicato una stima sulla quantità di prodotto che viene venduta e omaggiata. Parliamo comunque di tonnellate!!!

Grazie ad Eurochocolate sono nati anche progetti con le organizzazioni equosolidali. Di cosa si tratta?

Eurochocolate ha sempre cercato di dare voce e spazio alle tematiche equosolidali relative al comparto Cacao/Cioccolato. Lo ha fatto interagendo con importanti player internazionali a partire da Fair Trade ed in stretto collegamento con i protagonisti delle filiere produttive dei principali paesi produttori del Cibo degli Dei. Questo ruolo ha avuto un grande risalto in occasione di Expo 2015 dove Eurochocolate ha gestito il Cluster Cacao e Cioccolato per tutta la durata dell’esposizione internazionale.

Ha nuovi progetti in cantiere?

Dopo aver celebrato i 25 anni dalla nascita di Eurochocolate vogliamo svolgere il nostro sguardo verso l’estero dove a nostro avviso Eurochocolate merita di poter essere esportato come format. In questa direzione nasce quindi il primo Eurochocolate Japan che si svolgerà ad Osaka dal 1 al 14 febbraio 2019. Altri progetti sono in corso di definizione in altri paesi del Far East, ma anche in America Latina. Nel frattempo continueremo ad investire su Perugia e in Trentino dove nel comprensorio Dolomiti Paganella si è svolta nel dicembre scorso la prima edizione di Eurochocolate Christmas.

Una voce web per i disabili

Stefano Pietta è nato, 34 anni fa, con una tetraparesi spastica e si muove con la sedia a rotelle da sempre. La sua disabilità motoria non gli impedisce, però, di coltivare tante passioni, in primis quella della radio. Tanto che ne ha una tutta sua, l’emittente web Hobby Steradiodj, che trasmette ogni giorno dalle 10.30 alle 23 da Manerbio (provincia di Brescia), direttamente da casa Pietta.

Stefano ha frequentato le scuole dell’obbligo servendosi fin dalla prima elementare di un computer per scrivere e ha poi conseguito brillantemente (99/100) il diploma di tecnico della gestione aziendale. Dalla sua abitazione manda in onda musica, trasmissioni e interviste con una mission prioritaria: sensibilizzare il pubblico sulla disabilità. <Questo è il mio primo obiettivo – spiega dal suo studio attrezzatissimo – perché la disabilità è una bellissima parte del mondo.  Nel 2013, infatti, ho deciso di aprire una radio dopo aver conosciuto un ragazzo di Brescia non vedente che gestisce la radio web Giuliradio. La mia disabilità mi piace – continua Stefano – ed è la mia forza, mi invoglia a mettermi in gioco e la radio è un modo per farlo>.

Ho conosciuto Stefano dopo che ha inviato un appello al gruppo Facebook dei Giornalisti Italiani chiedendo di essere contattato perché anche il giornalismo è una sua passione (<Mi piace conoscere il vostro mondo>). Un ragazzo animato da una curiosità che tutti dovremmo avere, impiegato informatico per una fonderia di acciai speciali con il telelavoro, che ama anche il calcio (è stato aiuto allenatore in diverse squadre giovanili), andare per concerti, incontrare artisti (ne ha conosciuti tanti, tra essi Ligabue, De Gregori, Baglioni, Venditti, Zucchero, Jovanotti, Laura Pausini, Gianna Nannni) e con <tantissima voglia di fare nuove amicizie e avere nuovi contatti>.

Attivissimo sui social, Stefano Pietta è sostenuto in tutto e assistito h24 dai genitori pensionati. E per il futuro cosa sta progettando, con la sua intraprendenza ed entusiasmo da vendere? <Nessun progetto specifico, ma continuerò a mettermi in gioco per superare le difficoltà di tutti i giorni>.  

Prima di lasciarci, Stefano si raccomanda di far sapere a tutti come sentire la sua voce nel web. <Per ascoltarmi e avere info da dispositivi fissi: www.steradiodj.it o direttamente dalla pagina Fb di steradiodj entrando nella scheda Player Radio. Per ascoltarmi e avere info da dispositivi mobili: www.steradiodj.it oppure scaricate dal vostro mobile store, le app gratuite e personalizzate chiamate STERADIODJ per android e apple. Per chi ha invece windows phone o altri dispositivi mobili, è possibile scaricare sempre dal vostro mobile store, l’app gratuita TUNEINRADIO e nell’elenco stazioni al suo interno, cercare STERADIODJ. E’ possibile ascoltarmi anche direttamente dalla pagina fb di steradiodj entrando nella scheda Player Radio. La radio presenta anche un canale youtube a nome STERADIODJ, dove periodicamente vado a caricare delle video interviste a ospiti>.

Vi consiglio caldamente di ascoltarla, questa radio speciale, e soprattutto di contattare Stefano e parlare con lui. Ha molto da insegnare.

Nuove sfide per il sindacato

Enrico Coppotelli (nella foto) è il nuovo segretario regionale Cisl del Lazio. A soli 37 anni assume un incarico di grande responsabilità che premia il suo impegno sul territorio con le battaglie portate avanti nel comprensorio di Frosinone (il sindacalista è originario di Ferentino) dove ha ricoperto anche la carica di responsabile provinciale.

Quali sono le sue linee guida da neo segretario regionale?

Più che le mie, le linee guida sono quelle della Cisl, della Segretaria Generale Annamaria Furlan e del Segretario Generale della Cisl del Lazio Paolo Terrinoni che ringrazio per avermi dato questa opportunità. Quella di lavorare in una dimensione regionale dove porterò il massimo impegno e la dedizione. Questa sarà anche una priorità.

Quali sono le principali vertenze in corso attualmente nel Lazio e quali preoccupano maggiormente?

Tra le deleghe assegnatemi, e quindi di mia competenza, ci sono le vertenze e punti di crisi in ambito regionale. Ogni territorio ha la sua peculiarità dove la crisi ha lasciato segni indelebili in particolare a Latina ed a Frosinone. Tra il 2008 e il 2016 il Pil del Lazio ha registrato una flessione doppia -6% rispetto alla Lombardia -3,3% e, nello stesso periodo, si è verificata a Roma una riduzione delle Spa -13% e un’esplosione della micro-impresa in settori a basso valore aggiunto e bassa densità di capitale come il commercio ambulante (+30%) e gli affittacamere (+150%). Si stanno perdendo posti di lavoro importanti e mentre nella grande città si riesce a riqualificarsi, in provincia si perde la speranza e il rischio isolamento è dietro l’angolo.

Il rapporto annuale Censis, recentemente evidenziato anche dal segretario generale Furlan, disegna un Paese alla deriva e senza speranze. Come è possibile invertire la rotta?

Gli italiani e le italiane sono oggi molto delusi e senza speranze, come dimostra il dato che il 90% delle persone con basso reddito sono convinte che la loro condizione non cambierà mai. Abbiamo visto sfiorire la ripresa economica, sono cresciute le diseguaglianze sociali e l’emarginazione sociale, i redditi ed i salari sono pressoché fermi, i giovani vanno a cercare lavoro all’estero come negli anni Cinquanta. E’ un paese che fa molta fatica a crescere, che si affida solo ad internet ed ai social network per vincere la solitudine. Ecco perché non c’è altra strada che ripartire, con decisione e con provvedimenti straordinari, dalla crescita, dal lavoro e quindi dagli investimenti pubblici e privati, scommettendo sulla formazione e sulla scuola per ricostruire un patto sociale fra le generazioni e le diverse aree del Paese. Il lavoro è lo strumento per ridare fiducia alla gente oggi sempre più incattivita e pessimista sul futuro, soprattutto per una serie di promesse disattese della politica. In un contesto mondiale in cui tutto sembra volgere a favore dei giovani, l’avanzamento tecnologico, la predisposizione alla flessibilità, la sfida delle nuove competenze per un’industria 4.0, l’Italia si configura come un’anomalia. Le scelte politiche compiute in diversi campi, dall’istruzione alle riforme del lavoro, dalle politiche per diminuire il gender gap al welfare, non hanno favorito la stabilizzazione dei giovani italiani nel mercato, anzi hanno aumentato la distanza tra scuola e lavoro, accrescendo a tal punto la sfiducia nei confronti della formazione.

Reddito di cittadinanza: un percorso per migliorare la qualità della vita e inserire nel mondo del lavoro o il solito intervento assistenzialista?

Combattere la povertà è una priorità, ma il lavoro non si crea con sussidi. Inoltre non è ancora definita la platea e soprattutto questo rapporto tra reddito di cittadinanza e lavoro, per noi indispensabile, non si capisce ancora come si può realizzare. I nostri giovani chiedono anzitutto il lavoro, lo chiede il nostro Paese. Infine investire sui Centri per l’impiego è molto importante, ma può rivelarsi inutile se poi non ci sono posti di lavoro da offrire. E questo è il rischio che vogliamo evitare.

Il vero problema è l’assenza di lavoro. Cosa si dovrebbe fare per crescere da questo punto di vista?

Siamo preoccupati per la bassa crescita e per gli indicatori economici che dimostrano un rallentamento della ripresa della produzione industriale e dell’occupazione. Rischiamo di tornare indietro. Per noi la priorità è come far ripartire il trend economico ed il tema delle infrastrutture è nodale: ci sono 27 miliardi di risorse disponibili e decine di opere pubbliche bloccate in attesa dell’analisi costi benefici che tarda ad arrivare. Poi il fisco, focale per rafforzare i salari e le pensioni. La flat tax deve pensare anche a tagliare le tasse al lavoro dipendente per stimolare i consumi.

Quale è il ruolo del sindacato in una società che evolve continuamente e non sempre in meglio?

  La necessità di concentrare l’attenzione e gli investimenti sia organizzativi che finanziari, sul tema delle competenze dei lavoratori è stata indicata dal sindacato e dalla Cisl in particolare, come una priorità. Riguardo al tema Impresa 4.0, due questioni oggi ci sembrano imprescindibili affinché il nostro Paese possa giocare un ruolo competitivo a livello globale: la costruzione di una rete infrastrutturale per la banda larga e ultra larga, investimenti significativi per migliorare e ampliare le necessarie competenze e le nuove abilità. Il tema delle competenze andrebbe approcciato almeno su due fronti: quello scolastico, ricomprendendo i diversi livelli formativi e dando impulso a seri progetti di alternanza scuola-lavoro e quello dell’aggiornamento professionale di chi già lavora, con l’obiettivo di minimizzare la cosiddetta disoccupazione tecnologica. Difendere il lavoratore non solo nel posto di lavoro, ma nel percorso di lavoro è la vera sfida del Sindacato nei prossimi anni.

Il Gran Ballo Russo a Roma

La Compagnia Nazionale di Danza Storica celebra Pëtr Il’ič Čajkovskij il 12 gennaio 2019 con l’atteso Gran Ballo Russo a Palazzo Brancaccio.

Ospiti della serata Anastasia Kuzmina e Randall Paul

La VII Edizione del Gran Ballo Russo da sempre promosso dalla Compagnia Nazionale di Danza Storica di Nino Graziano Luca – ideatore ed organizzatore dell’evento – con Eventi-Rome di Yulia Bazarova – promotrice della cultura russa in Italia, giornalista – e l’Associazione amici della grande Russia che promuove la storia e la cultura russa sia in Italia che in Russia, di Paolo Dragonetti de Torres Rutili si svolgerà sabato 12 gennaio 2019 nell’aristocratico Palazzo Brancaccio di Roma situato nel cuore della meravigliosa Città Eterna, vicino ad una delle più famose cattedrali, Santa Maria Maggiore.

I libri con il “bugiardino”

I medicinali curano le malattie, i libri possono curare l’anima. E ci sono farmacie e farmacie. A Firenze è nata quella Letteraria, ideata da Elena Molini (nella foto in basso a sinistra), 35 anni e grandi idee. Nella immediata periferia del capoluogo toscano, zona Gavinana, mi accoglie con un grande sorriso e quasi sorpresa dell’interesse che la sua libreria, aperta soltanto l’8 dicembre scorso, sta suscitando.

La Piccola Farmacia Letteraria, via di Ripoli al numero 7, sta in pochi metri quadrati (appena 35) ma è ben stipata, con i suoi 5.000 testi messi a disposizione degli appassionati della lettura e di chi è in cerca di alleviare i propri stati d’animo. Tristezza? Depressione? Crisi adolescenziali? Stress da lavoro? Niente paura, sugli scaffali di questa inedita di libreria c’è il rimedio. Con tanto di “bugiardino”, il foglietto illustrativo contenente indicazioni, posologia, effetti collaterali. Sono ben sessanta le categorie individuate da Elena Molini, dentro le quali si possono scegliere i libri più adatti al proprio malanno.

Mentre parliamo di come è nata l’idea, sono in molti a varcare la porta della “farmacia”, curiosi di visitare l’innovativa libreria che già spopola sui social. Elena spiega: <Per quattro anni ho lavorato per una catena di libri e per la mia libreria mi sono ispirata proprio a ciò che mi chiedevano i clienti. “Ho un amico che sta giù perché lasciata dalla fidanzata ,”Da qualche giorno sono triste”, che lettura mi consigli? L’idea è nata così, convinta che leggere può davvero alleviare i propri stati emotivi. Sono stata aiutata, per le patologie più serie, da due psicologhe che sono mia sorella e un’amica. Sono soddisfatta di come è stata accolta la mia attività, sinceramente non mi aspettavo tanto interesse, soprattutto perché sta arrivando molta gente da fuori Firenze>.

I clienti sembrano entusiasti e divertiti. C’è anche chi dice: <E’ tanto che non compro un libro, ma adesso sono molto motivata a farlo>. E se la cultura si diffonde anche così, in un Paese dove si legge poco o niente, ad Elena va un forte applauso. E un grazie di cuore.

Social, ma non troppo

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Non amo molto i social. O, meglio, negli ultimi anni ho visto più limiti che vantaggi. Sono iscritta a Facebook dal 2009, ho un profilo Instagram da qualche anno, Twitter non mi attira particolarmente, la chat di WhatsApp la uso praticamente da quando è nata. Insomma, non sono proprio così asocial, ma diciamo la verità: ne farei volentieri a meno se non fosse che un lavoro come il mio non può prescindere da questi infernali meccanismi.

Facebook è la piattaforma che mi ha deluso di più. Nata e concepita originariamente come un mezzo per ritrovare compagni di scuola, amici e parenti lontani (e la funzione l’assolve a meraviglia), nel corso degli anni si è trasformata in uno sfogatoio di frustrazioni, odio sociale e violenza verbale. Quello che più detesto nella vita reale. Un fenomeno crescente dove basta un click per mettere alla gogna la vittima di turno, diffamare i nemici e illudersi di contare qualcosa, di avere voce in capitolo.

Per non parlare, poi, del cyberbullismo, così esteso tra i più giovani , fenomeno aberrante che ha portato anche a suicidi e traumi seri. Un problema in più, difficile da gestire, per genitori di adolescenti e insegnanti.

Ma è la tuttologia il vero male dei social. Dove ogni giorno si laureano medici, ingegneri, sismologi, psicologi ecc. E’ la vecchia storia degli italiani che, quando gioca la Nazionale, si sentono tutti allenatori. E’ davvero uno spasso – perché, naturalmente, meglio essere easy e non prendersi troppo sul serio – leggere tutte le soluzioni individuate per ogni problema di cui si dibatte. Fosse la cottura del pollo o la manovra finanziaria. Vere perle di saggezza in chiave social.

Cosa fare? Come gestire il mondo virtuale? Ognuno ha la sua ricetta. Per me ho scelto il basso profilo, che significa usare ogni strumento con parsimonia ma, soprattutto, con educazione. Questa, però, è come quel famoso coraggio manzoniano: se non ce l’hai non puoi dartela. Nella vita vera come in quella virtuale.

Ed ora, naturalmente, mi aspetto almeno… un like.

Io, Francis e gli scialatielli

Alfredo Colle ha conquistato il titolo di cuoco regionale più bravo di Italia

Alfredo Colle

Scialatielli  ai frutti di mare e parmigiana di melanzane con sgombro. Sono i piatti capolavoro che hanno permesso ad Alfredo Colle, della Campania, di diventare lo chef regionale più bravo di Italia nella trasmissione condotta da Alessandro Borghese su TV8. A “Cuochi di Italia”, Alfredo Colle ha conquistato i giudici “stellati” Gennaro Esposito e Cristiano Tomei, ma soprattutto il pubblico televisivo per la sua simpatia e per la sua umiltà. Una caratteristica, quest’ultima, che Colle ritiene indispensabile, insieme all’amore e alla passione per il cibo, per essere un buon cuoco. 46 anni, nato a Napoli e cresciuto a Pozzuoli, lo chef (che però preferisce definirsi “un cuoco che ama il suo lavoro”) è tornato in Italia da poco (per amore!) dopo lunghi anni di esperienza nelle cucine di Parigi, Singapore e degli Stati Uniti dove è stato per quattro anni il personal chef del grande regista Francis Ford Coppola. Lo incontro mentre si trova a Milano, dove attualmente lavora per la catena di ristoranti “Grill Inn Store Pogliano” diretta da Roberto Zanchetta, chef per venti anni degli stilisti Dolce e Gabbana.

La tua cucina ha risentito delle contaminazioni dei Paesi in cui hai lavorato?

Moltissimo, perché i prodotti italiani che giravano a quei tempi erano pochi, solo ultimamente la cultura della nostra cucina si è sviluppata all’estero.

Come valuti la tua esperienza all’estero? E’ molto diverso rispetto al lavoro in Italia?

Soprattutto gli Stati Uniti, dove sono stato per 14 anni senza mai tornare a casa, offrono molte opportunità lavorative se si vuole crescere professionalmente. Purtroppo, invece, in Italia si è solamente un numero. Ora però voglio concentrarmi e fare un salto di qualità, continuando ad imparare e a crescere.

La vittoria a “Cuochi di Italia” ti ha dato una grande visibilità. E’ stato importante per la tua professione?

 Mi sono messo in gioco, mi serviva perchè una volta tornato in Italia non mi sentivo apprezzato, ho avuto anche qualche umiliazione. Ma non mi sentivo forte, ho affrontato ogni prova con l’ansia, ci ho creduto davvero soltanto alla finale quando ho avuto volti alti per gli scialatielli. Ero lì per farmi giudicare, per imparare e ricevere critiche costruttive, non per diventare famoso. Sono uno che vola basso e quando ho pianto in trasmissione era commozione vera. Certo, mi ha fatto piacere essere riconosciuto e ricevere tanti complimenti dopo la trasmissione, ma è stata soltanto una bella esperienza, vado avanti con il mio lavoro mettendoci il cuore. Vedi, Daniela, quando io cucino mi immagino di essere a tavola con il cliente, che è al centro di tutte le mie attenzioni. Devo fare il possibile per farlo mangiare bene, questo è l’unico obiettivo.

Un tuo piatto creato di recente?

 La tartare di salmone marinato nella tequila con riso venere e riso con zafferano. La presenza di riso giallo e riso nero, che crea un forte contrasto, offre uno spettacolo anche per gli occhi. 

Quali sono i colleghi che apprezzi di più?

 I miei idoli sono Antonino Cannavacciuolo, Alessandro Borghese e Gennaro Esposito.

Cosa c’è nel futuro immediato dello chef Colle?

 Sto lavorando su alcuni progetti. Sono impegnato con “Campania Golosa”  che riguarda i prodotti tipici della mia terra e con l’amico  Roberto Zanchetta, che mi ha sempre aiutato molto, sto organizzando un viaggio negli Stati Uniti. Nei giorni scorsi mi sono sentito con persone con cui ho lavorato lì, è stato bello, mi hanno commosso quando hanno detto che mi aspettano… a casa.

E’ evidente che gli Usa sono rimasti nel tuo cuore. Ci torneresti a lavorare?

Mai dire mai, diciamo che ho lasciato una porta aperta.