Il regalo di Natale

di Eddo Della Pietra

In mezzo al frastuono mediatico e rumore di fondo da tv e smartphone che riempie ormai da molti anni ogni nostra giornata saturandoci gli occhi e le orecchie, parlare di regali natalizi sembra oggi avere ormai ben poco senso. Infatti, in questa nostra società occidentale, per una considerevole fetta della popolazione, ogni giorno dell’anno può essere buono per compere e regalie; per se stessi o per gli altri. Ciò mentre in luoghi più sfortunati, neanche troppo lontani, per guerre e crudeltà di cui solo l’uomo è capace, si lotta e si combatte anche a Natale per un pezzo di pane nella miseria più assoluta e desolante, provocata da dittatori senza scrupoli che dominano i popoli, imperversando e massacrando; facendo morire con le bombe o d’inedia, perfino bambini innocenti. Qui da noi, invece, l’imperativo è consumare e spendere; con tutte le facilitazioni oggi disponibili; con corrieri che ci consegnano gli articoli ordinati in internet sulla porta di casa nel giro di pochissimi giorni.

Poco importa se questi optional si rivelano poi inutili o quasi; spesso destinati all’interesse di un’ora di bambini o adulti e poi messi da parte, relegati alla polvere. Regali fatti il più delle volte per una diffusa convenzione sociale sull’onda della martellante pubblicità o per non mostrarsi da meno dei nostri simili che fanno bella mostra di aver ricevuto in dono, per le feste, magari l’ultimo modello di cellulare dalle incredibili e strabilianti funzioni e dal costo di migliaia di euro. Poi ci sono le automobili nuove di zecca, che notoriamente rispecchiano un poco anche la personalità dei loro proprietari, per cui se non mettono in mostra l’ultimo modello, si sentono quasi inadeguati a circolare per le vie della loro cittadina. E allora quale regalo natalizio, pagabile a rate, può essere più bello e appagante di un’autovettura di lusso appena uscita dal concessionario? Poco importa in fondo se la famiglia dovrà poi subire delle ristrettezze per molti mesi, fino al saldo del mutuo. Oggi come non mai l’importante a questo mondo è l’apparenza, fisica o virtuale che sia. Importante a tal punto, questo apparire in società, che da qualche decennio è divenuto di moda, specie tra i giovani e giovanissimi, persino l’intervento estetico sul proprio corpo. Ciò nel tentativo di far coincidere l’aspetto consegnato dalla natura, all’ideale che si ha in mente, o all’ipotetico messaggio che s’intende lanciare a chi s’incrocia nelle piazze, nei locali, lungo i marciapiedi, nelle comunità e, naturalmente, sui social. In questi casi si va dal tatuaggio, più o meno esasperato e complesso anche su vaste porzioni di pelle esposta, talvolta con l’aggiunta di anelli e anellini, a veri e propri interventi chirurgici, con tutti i rischi connessi. Tutto per rimodellare il profilo del viso o il corpo in quelle zone in cui l’aspetto non appare soddisfacente o conforme ai modelli in voga. Può essere allora anche questo, oltre alla classica moto di grossa cilindrata o alla prima autovettura, il “regalo” che gli adolescenti chiedono e molte volte ottengono al compimento della maggiore età, o proprio per le feste. Un “contentino” a volte magari nell’idea di poter compensare così, col denaro, il poco tempo loro dedicato dalla super impegnata famiglia odierna in quell’età così problematica e cruciale della vita di ognuno. Quando poi si tratta d’intervenire col bisturi si trova sempre il “chirurgo” senza scrupoli che si presta a farlo senza troppe domande, dietro al fruscio del pagamento in contanti; in ambienti non idonei, sottovalutando i rischi che incombono sull’ignaro giovane paziente.

Se poi malauguratamente le cose dovessero andare storte, la questione diventa un caso di cronaca come quelli che periodicamente si sentono alla tv. Di là da questi casi limite, anche un nome o il disegnino colorato fatto incidere sul braccio o da altre parti, alla prima esperienza sentimentale, perché rimanga regalo per l’anima indelebile negli anni, può costituire in seguito un problema di non poco conto. Ciò evidentemente accade quando si scopre che “ La festa che si credeva appena cominciata, è già finita” per dirla parafrasando l’incipit di una famosa canzone di Endrigo degli anni sessanta. Allora quel nome, o quel grazioso ghirigoro tanto amato, finisce per richiamare solo dolorosi ricordi, e va rimosso; cancellato al più presto per far posto al nuovo sogno, affrontando lunghe sedute con il laser. Una ben complicata faccenda può dunque diventare oggigiorno la scelta di un regalo ideale da mettere sotto l’albero che sia utile davvero a chi lo riceve e non nasconda pericoli; adatto a rappresentare i nostri sentimenti, tenendo conto dell’età e della personalità di chi desideriamo omaggiare. Pensandoci un momento ci si accorge però che in fondo, ciò che conta davvero nei rapporti umani è immateriale, fuori commercio; appartenendo alla parte più nobile dell’animo che ci spinge o ci dovrebbe sollecitare, almeno qualche volta a dedicarci agli altri. E dedicarci veramente a chi si vuole bene o a coloro ai quali dobbiamo riconoscenza, oppure, altruisticamente, ai più bisognosi che incrociamo ogni giorno, significa in primo luogo regalare del nostro tempo. Questa profonda e un poco misteriosa dimensione del nostro vivere che scorre uniforme e senza tregua su tutti gli orologi.

Qualcosa di finalmente uguale per tutti gli abitanti del globo; per i ricchi sfondati come per l’ultimo dei derelitti che si può incontrare nelle degradate periferie delle lontane metropoli, o nell’eterna e dannata solitudine di una cella del carcere. Quale miglior regalo sarebbe dunque una nostra presenza, che riuscisse a mitigare, almeno temporaneamente, il trascorrere delle ore alle persone cui teniamo e per le quali le giornate si trascinano ugualmente amare anche nelle feste, dentro il tunnel della sofferenza fisica o mentale, dove non s’intravede via di uscita? Per questo non sarebbero necessarie compere ai mercatini o ingenti spese per gioielli o altri pacchetti dorati. Il miglior regalo, in fondo, saremo noi stessi; magari semplicemente con due parole e una stretta di mano, cercando di trasmettere un poco di speranza di serenità e affetto. Solo così, aprendo il portafoglio immateriale dell’animo, potremo alleviare anche quelle sofferenze intime che talvolta, quasi per una specie di pudore, non si confidano a nessuno, anche quando gli sguardi raccontano tutto; dolori e difficoltà là dove le lancette dell’orologio avanzano implacabili, senza sorrisi. Allora forse una buona idea sarebbe, almeno per Natale, l’andare a far visita, oltre che agli amici di sempre con cui condividiamo le nostre giornate, anche ai parenti o ai conoscenti che vediamo raramente e che si trovano ospiti nelle Case di riposo, nelle cliniche o in altri luoghi di pena e solitudine, anche domestica. Persone che certamente in cuor loro sperano di vederci arrivare se non altro per scambiare due parole; per dar sfogo magari anche a un liberatorio attimo di commozione, in quel loro isolamento imposto dalle circostanze o auto inflitto. Un’ora del nostro prezioso tempo accanto alle radici della pianta che, nel bene e nel male, ancora ci appartiene; lasciando in disparte altri pensieri o impegni mondani per dedicarci con sincerità al regalo che quel giorno forse rappresentiamo per chi ci attende dietro quella porta e magari conosce un poco anche i nostri travagli. Così, con la nostra semplice presenza, in un certo modo potremo trovare anche noi rifugio accanto alle fronde profumate e pulsanti di luce dell’albero; in quell’ultima sala d’aspetto per niente allegra, che in fondo non si vorrebbe nemmeno frequentare, ma dove siedono silenziosi e senza forze i nostri cari che attendono l’abbraccio e dove ci presentiamo come regalo di poco conto. Confezionati alla buona; senza nastri colorati né fiocchi, ma avvolti nella carta stropicciata e piena di pieghe causate dal notevole cumulo di natali in cui la utilizziamo: sempre quella, che figli, nipoti, i padri, le madri, e gli amici conoscono bene.

Dentro troveranno certamente anche i nostri difetti e manchevolezze, ma intanto avremo nell’animo la segreta speranza di essere ugualmente accettati così come siamo e di sentirci, almeno per qualche ora, di nuovo utili a qualcosa o a qualcuno; rami vivi del secolare tronco che, nonostante tutto, ancora odora di resina. Irrinunciabile metafora natalizia e insieme del trascorrere della vita quindi, il sempreverde abete. Purtroppo, specialmente negli appartamenti delle sterminate città, perfino l’albero di Natale oggi è artificiale; plastico, riutilizzabile; completo di fantasmagorici giochi di luce; di sfere decorate e puntale, con le inodori fronde verdi stampate in fabbrica, inadatte a ospitare sentimenti; pronto per essere piazzato in un angolo dell’elegante salotto ad attendere i pacchetti infiocchettati, come da prassi annuale; basta una spolverata e una presa di corrente e il gioco è fatto. Dov’è finito l’allegro lavorio dei bambini, aiutati dalla mamma e dai nonni, in quelle lunghe e intime serate di dicembre al tepore della stanza riscaldata dallo spolert, attorno al fresco abete appena installato che profumava di bosco? Gli addobbi erano realizzati con quanto c’era in casa: Batuffoli di cotone a simulare la neve; perfino frutta di stagione e cioccolatini con il luccicante involucro di stagnola, si appendevano ai rami con lo spago, per riempire gli spazi. Anche la tradizionale cartolina natalizia, appena arrivata, con le parole di auguri e di nostalgia dei cari lontani si metteva sull’albero, magari tra una stella ritagliata nel cartone e un mandarino. Si comprendeva così facilmente come un semplice pensiero, un augurio sincero fatto col cuore, vale molto più degli ori e degli incensi ostentati pro forma. Torna in mente un’antica leggenda dell’albero di Natale che s’imparava una volta alle elementari: La sera della vigilia la Sacra famiglia si trovava nella grotta mentre gli animali e le piante intorno, a conoscenza che sarebbe nato Gesù Salvatore del mondo, cercavano il modo di presentargli un regalo; un segno di riconoscenza e di affetto. Tutti stavano cercando e trovando qualcosa da offrire al neonato Re per quel giorno speciale: lo scoiattolo due noci, le piante aromatiche il loro profumo; gli altri animaletti se non altro la loro allegra presenza attorno al Bambino deposto nella mangiatoia.

Solo il vecchio e malandato abete, proprio accanto all’entrata si lamentava, agitando al vento la sua chioma sbilenca, di non avere proprio nulla da offrire o da poter mostrare al Signore, a differenza di tutti gli altri. Gesù Bambino, uditi i suoi pensieri, mandò nella notte una nuvola per far cadere la neve sopra i suoi rami, riempiendoli di fiocchi. La mattina di Natale, ai primi raggi del sole, il secolare abete incominciò allora a risplendere come se fosse tutto ricoperto di diamanti preziosi, accesi di luce, presentando al Creatore il suo umile omaggio.

Nominati ad Assisi i nuovi cavalieri della pace

La parola “Pace” scritta in tutte le lingue del mondo che spicca su un fondo azzurro. E’ la bandiera-simbolo del movimento internazionale presentato all’Onu nel 1995 in vista dell’arrivo del nuovo millennio e attivo dal 2001 su idea di Gianfranco Costa, già fondatore del Centro internazionale per la pace con sede ad Assisi.

Si tratta dei Cavalieri del Millennio per la Pace, sodalizio presente in venti Paesi a sostegno dell’eliminazione delle guerre e della fame nel mondo, attraverso l’impegno quotidiano da spendere a partire dalle proprie comunità.  Ad oggi, l’associazione conta oltre cinquemila cavalieri. Una grande famiglia, come ama definirla Costa, che lo scorso 4 ottobre – giorno dedicato a San Francesco – si è ulteriormente allargata con l’arrivo di nuovi aderenti nel corso di una cerimonia tenuta nella Sala degli Emblemi del Comune di Assisi, alla presenza dell’assessore Donatella Casciarri.

Ogni cavaliere ha ricevuto una pergamena che contiene gli impegni da assumere per raggiungere il nobile obiettivo della pace, declamati nel corso di un giuramento, che si può affidare ai propri discendenti così da non spezzare e rafforzare il legame con il movimento.

I nuovi cavalieri, una decina, sono soprattutto di Perugia e della Tuscia. Ma non solo. Tra essi anche Enrica Bruni, di Anagni (Frosinone) e residente ad Assisi da molti anni, pienamente inserita nella comunità umbra.

“È stata per me una grande emozione – ha detto dopo la cerimonia – ricevere nel giorno di San Francesco questo prezioso riconoscimento, per cui sono grata dal profondo del cuore. Ringrazio tutti e questa città così speciale che mi ospita ormai da tanti anni e che mi è diventata cara come la mia natìa Anagni coi suoi papi Innocenzo III e Gregorio IX che tanta parte ebbero nella vita e nella gloria agli altari di Francesco, vero principe della pace e fratello di ogni creatura, a cui rimetto idealmente questa mia nomina”.

“Sono artigiani della pace – spiega Gianfranco Costa parlando dei Cavalieri – che vengono scelti con una semplice selezione: si tratta di uomini e donne di buona volontà che operano quotidianamente nella propria comunità, aiutando gli altri anche con semplici gesti, dando esempio di gentilezza, dialogo e pacatezza. Una goccia nel mare sicuramente, ma in un mondo come il nostro ogni piccolo contributo è fondamentale. Perché nessuno è così importante da poter risolvere i problemi da solo, c’è il bisogno di tutti per raggiungere un obiettivo”.

Un obiettivo, quello di un mondo migliore e senza conflitti, che in un periodo storico come l’attuale – proprio in queste ore si discute del cessate il fuoco a Gaza mentre in Ucraina si continua a combattere, per non parlare dei tanti focolai di guerra accesi in molte parti del mondo e spesso dimenticati – che sembra irraggiungibile. Ne è consapevole Costa, che si dice “poco ottimista” ma non per questo si scoraggia, portando avanti con i suoi collaboratori iniziative a tutto tondo: adozioni a distanza, volontariato, maratone della pace e tutto ciò che possa alleviare le sofferenze degli ultimi.

Domenica 12 ottobre i Cavalieri del Millennio della Pace saranno presenti, naturalmente, alla marcia Perugia-Assisi (circa 24 chilometri) che ogni anno si snoda lungo le strade umbre per testimoniare l’impellente esigenza di fraternità e unione tra i popoli.  Altre gocce nel mare. Piccole ma potenti. Come potente è la pace, anche quando è lontana come adesso.

“Anagni sportiva”: omaggio ai campioni di ieri e di oggi

Il viaggio è lungo e sorprendente. E attraversa decenni di storie, vittorie e sconfitte, con sullo sfondo la fotografia di una comunità attiva e dinamica che ha amato e continua ad amare i suoi campioni.

E’ quanto si trova nel libro “Anagni sportiva” firmato da Enrico Fanciulli, non solo scrittore ma anche apprezzato pittore e musicista anagnino, che con questa opera esplora le radici profonde di una città attraverso le gesta e le passioni legate al mondo dello sport che hanno contribuito a plasmare l’identità e il tessuto sociale nel corso del tempo.

Il libro “costituisce – come si legge nella presentazione del volume – una preziosa memoria per quanti hanno amato e amano lo sport quando il tempo, mulino inarrestabile della vita, scorre veloce e l’attività tanto amata inizia ad essere un ricordo di ciò che fu”.

Il lettore, dunque, si trova immerso nei ricordi di un tempo, che sono già storia, e nella panoramica di oggi, naturale evoluzione delle numerose discipline sportive praticate.

Dietro il libro c’è un lavoro di ricerca accurato e appassionato di Enrico Fanciulli, che nello sport locale ha avuto un ruolo attivo nel mondo del basket degli anni Settanta, restituito alla città come un patrimonio unico, meritevole di essere tramandato alle generazioni future.

Attraverso racconti, aneddoti, testimonianze e fotografie, Fanciulli ripercorre le vicende delle varie discipline, dai giochi tradizionali alle moderne competizioni agonistiche. Si sofferma sulle figure degli atleti, degli allenatori, dei dirigenti e dei tifosi che hanno animato il panorama sportivo locale, mettendo in luce le passioni, le rivalità e le emozioni che caratterizzano questo mondo.

Il libro rappresenta un omaggio e un inno allo sport, inteso anche come veicolo di coesione sociale di una comunità che non vuole dimenticare i campioni del passato e continua a stare al fianco a quelli di oggi.

Ilaria e Sara, giovani vite spezzate per un “no”

Ilaria e Sara avranno per sempre 22 anni.  Entrambe sono state accoltellate. La prima dal suo ex, la seconda per mano di un uomo ossessionato da lei. Entrambi gli assassini non hanno retto a un rifiuto, incapaci di arrendersi davanti a un “no”.  

Ilaria Sula, studentessa dell’università La Sapienza di Roma, è morta nell’abitazione di Mark Samson, il suo ex fidanzato, 23 anni, al culmine di un litigio. Chiusa in una valigia e gettata in un dirupo a Poli. In mezzo ai rifiuti di una discarica abusiva. Lei lo aveva lasciato da qualche mese, lui non accettava la fine della relazione.

Sara Campanella studiava a Messina, a spegnere i suoi sogni è stato un compagno di corso, il 27enne Stefano Argentino che da tempo si era invaghito della vittima, con nella testa la convinzione che lei lo ricambiasse. L’ha uccisa in pieno giorno nelle vicinanze dell’ateneo, incurante della gente che passava. Poi è scappato. Una latitanza durata poco.

Entrambi gli assassini sono in carcere. Ad allungare la lista degli uomini che tolgono la vita alle donne perché non possono averle. Non possono possederle. Non possono controllarle. Storie in cui l’amore non trova collocazione e non può, non deve, essere un movente.

Ilaria e Sara erano ragazze libere, avevano progetti, stavano costruendosi un futuro. Sulla loro strada hanno incontrato un assassino ed è calato il buio.

Sono quasi seicento le donne uccise in Italia negli ultimi due anni per mano di compagni, mariti, ex fidanzati. E’ un errore parlare di emergenza. L’emergenza ha una durata limitata, si affronta e si risolve. Ormai il femmicidio è un problema strutturale della nostra società, che neanche l’inasprimento delle pene può fermare.

La rivoluzione deve essere culturale. Partendo dalle famiglie per proseguire nelle scuole, con il coinvolgimento di tutta la società. Va insegnato ai giovani (maschi e femmine) che un “no” non è una sconfitta, non scalfisce la propria personalità, non deve causare frustrazioni. E, soprattutto, insegnare che i sentimenti non hanno nulla a che vedere con la violenza, l’odio e la sopraffazione.

Perché Ilaria e Sara non sono morte per troppo amore. Ad ucciderle è stata la vigliaccheria di due uomini. Due piccoli uomini.

Cosa succede sul web? Quelli che odiano

Osservando la rete, il suo uso e i suoi abusi, non si può non parlare dei cosiddetti haters, che vengono così definiti dall’Accademia della Crusca: “Persone che usano la rete, e in particolare i social network, per esprimere odio o per incitare all’odio verso qualcuno o qualcosa”. La parola hater, infatti, nella lingua inglese significa odiatore.

Un fenomeno che, nel corso degli anni, è diventato incontrollabile. E anche studiato: secondo una ricerca di Amnesty International, le categorie maggiormente soggette a parole d’odio sono le donne, i disabili, i membri della comunità LGBT, gli immigrati, i musulmani e gli appartenenti alle diverse minoranze religiose. Un odio che spesso viene innescato da un fatto di cronaca o da semplici post riguardanti gli argomenti più sensibili. 

Gli odiatori, non serve uno psicologo per capirlo, riversano in rete le loro frustrazioni, esprimono invidia sociale, godono nel colpire persone che nella maggior parte dei casi neanche conoscono. E non è un gioco, bensì una pratica molto pericolosa. Solo per citare i casi più eclatanti e più drammatici, Tiziana Cantone e la ristoratrice Giovanna Pedretti non hanno retto alla pressione degli insulti degli haters sui social e si sono suicidate.   

Purtroppo le piattaforme non sempre rimuovono i contenuti degli odiatori e a livello normativo non c’è mai stata una legge vincolante.

Nel 2020 è stato presentato dalla Commissione europea il Digital service act, il cui scopo è uniformare tra le piattaforme la definizione di contenuti illegali, individuare le procedure per rimuoverli e definire chiaramente in quali ipotesi i fornitori di servizi digitali potranno essere ritenuti responsabili del contenuto presente all’interno delle proprie piattaforme.

Un anno dopo il Comitato per il Mercato interno e la Protezione dei consumatori del Parlamento europeo ha espresso parere favorevole su questa proposta di legge. Ma, ad oggi, gli haters continuano la loro opera pressoché indisturbati.

Cosa succede sul web? La gara a chi sta peggio

Oggi parliamo del benaltrismo, spesso presente nelle discussioni sui social. Che cos’è? Il termine si usa soprattutto nel linguaggio giornalistico e indica l’atteggiamento di chi elude un problema sostenendo che ce ne sono altri, più gravi, da affrontare. Insomma, è la tendenza a spostare l’attenzione dal problema in discussione ad altro.

Decisamente un meccanismo nocivo adottato da alcune persone per cambiare discorso, eludere argomenti considerati scomodi, sottovalutare, sminuendoli, determinati problemi e minimizzare le proprie colpe, accusando a propria volta l’interlocutore.

Il benaltrismo si fa spazio all’interno di commenti e discussioni, dando origine a un circolo vizioso che impedisce sul nascere qualunque tentativo di instaurare un dialogo costruttivo tra le parti. Questo fenomeno retorico, basato dunque sulla scelta strategica di determinate parole, riguarda gli ambiti più disparati, dalla politica alla cultura, passando per le discussioni che animano le nostre giornate.

Come liberarsi e difendersi del benaltrismo? Tenersi in continuo aggiornamento, informandosi e approfondendo le questioni per edificare una personale opinione, così da essere in grado di sostenere una proprio tesi senza vacillare. La gara a chi sta peggio non giova a nessuno, tantomeno ai rapporti che si instaurano sui social.  

Cosa succede sul web? Il regno degli chef

Sui social media siamo letteralmente invasi da contenuti a tema food. Tra ricette e itinerari eno-gastronomici, eventi dedicati al mondo della cucina e recensioni di locali, è uno dei settori più ricchi di contenuti sui canali social. Ma quali sono gli chef più seguiti? Una classifica è stata stilata di recente da Pop Up, che ha ricercato informazioni su Instagram e sugli altri social media.

E’ emerso che è primo in assoluto, come chef più seguito al mondo è Gordon Ramsey, che su Instagram conta 14,3 milioni di follower.

Ramsey è un grande comunicatore sui social, risulta infatti anche primatista su YouTube, con un canale ufficiale che vede 19,9 milioni di iscritti, e su TikTok con 37,7 milioni di seguaci. Se Ramsey è primo per distacco in questa classifica, sui primi dieci classificati ben 6 sono italiani. Si tratta di Antonino Cannavacciuolo (al terzo posto dopo Cedric Grolet con 3 milioni di fans su Instagram), Alessandro Borghese al quarto posto con1,9 milioni, Massimo Bottura al quinto posto  con un milione e mezzo, Bruno Barbieri al settimo posto con 1,3 milioni, il maestro della pasticceria Iginio Massari al nono posto con un milione di follower e Carlo Cracco, decimo classificato con 900 mila seguaci.

Qui si parla ovviamente di grandi chef, che con i loro piatti si sono imposti a livello internazionale e mondiale, ma i social sono pieni anche di cuochi meno famosi e di semplici appassionati di cucina che, pur non raggiungendo i numeri di Ramsey e dei suoi titolati colleghi, sono riusciti a conquistare molti follower. La lista è infinita e molti di loro, partendo proprio dai social, in poco tempo hanno raggiunto traguardi apprezzabili a livello professionale.

E’ il caso di Max Mariola, romano doc, oltre un milione di seguaci su Facebook, che dopo un esordio in sordina con la proposta di piatti realizzati dalla cucina di casa, nei giorni scorsi ha aperto un ristorante a Milano, il “The sound of love”, che ha prenotazioni fino a maggio 2024. Quando si dice la potenza dei social.  

Cosa succede sul web? I video falsi

Cosa succede sui social e sul web? Oggi parliamo della nuova frontiera delle fake news. Negli ultimi tempi i falsi vengono diffusi dalla rete con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, capace di proporre personaggi famosi che lanciano messaggi pericolosi, devianti e di forte impatto sociale e politico. Un fenomeno che ha coinvolto cantanti, conduttori, attori e politici: protagonisti loro malgrado di video creati con l’intelligenza artificiale generativa di ElevenLabs, in grado di clonare le voci.

Si chiama deep fake, termine coniato nel 2017: una tecnica per la sintesi dell’immagine umana basata sull’intelligenza artificiale che combina e sovrappone immagini e video, usata anche per creare falsi video pornografici ritraenti celebrità e per il revenge porn, ma soprattutto per diffondere in rete fake news, truffe e bufale, per compiere atti di cyberbullismo o crimini informatici di varia natura. Qualche esempio: Emma Whatson, celebre attrice e attivista per i diritti delle donne, legge il manifesto politico di Adolf Hitler e il politico Ben Shapiro fa commenti razzisti contro la deputata democratica statunitense Alexandria Ocasio-Cortez.

Di recente, sono apparsi anche video simili con il giornalista della Rai Milo Infante e medici italiani che pubblicizzano farmaci. Come difendersi da questi falsi messaggi? Come sempre, l’unica via è quella di approfondire e informarsi, ad esempio analizzando i video, le fotografie o le immagini fotorealistiche, che è il primo passo per poterne fruire in modo consapevole.

Ma il problema vero è che le piattaforme utilizzate per la diffusione di questi falsi video, come Facebook, Instagram, Tik Tok ecc. ne permettono la pubblicazione senza alcun controllo. Proprio Milo Infante, durante la trasmissione di cronaca Ore 14 che conduce su Rai Due, ha denunciato di aver richiesto a Facebook di eliminare il suo video in quanto fasullo. La risposta è stata che il post segnalato non vìola gli standard della community. Quindi il video non viene rimosso.

Cosa succede sul web? Il caso della rana

Cosa succede sul web? Viene da rispondere: di tutto. Perché in quello che è il principale servizio di internet, gli utenti fanno i conti ogni giorno con i benefici della rete, ma anche con le sue distorsioni derivanti da un uso, diciamo così, scorretto della tecnologia. Il web informa ma crea anche le cosiddette fake news, favorisce i contatti ma nello stesso tempo amplifica i conflitti, riduce le distanze eppure fa aumentare le incomprensioni, i dissidi, le polemiche. Ne parlerò in questo spazio e nella striscia quotidiana che curo su Radio Hernica con esempi pratici, con lo scopo di capire meglio, appunto, quello che succede soprattutto sui social.

Inizio con il caso, scoppiato nei giorni scorsi, del sigillo di Rainforest Alliance, un’organizzazione internazionale che lavora per la salvaguardia ambientale delle foreste e aiuta gli agricoltori nella conversione a metodi di coltivazione sostenibili.  Una sorta di marchio con il disegno di una rana, esattamente una raganella dagli occhi rossi che da sempre è la mascotte dell’associazione, che ha lo scopo di certificare i prodotti o gli ingredienti realizzati con metodi che supportano la sostenibilità sociale, economica e ambientale.

Tutto chiaro? Assolutamente no, perché sui social è bastato poco per ribaltare il messaggio. Il sigillo è stato subito trasformato – probabilmente per la presenza della rana – nell’indicatore di prodotti realizzati con farina di insetti, un altro tema che in questo periodo spopola sulla rete. Risultato? Il marchio è diventato virale ma svilendo, anzi annullando completamente, l’obiettivo reale di Rainforest Alliance, costretta ovviamente ad intervenire per chiarire il vero significato della sua certificazione. Spiegando anche di aver scelto, più di 30 anni fa, come propria mascotte la raganella in quanto le rane sono considerate dagli scienziati dei bioindicatori, nel senso che dove si trovano l’ambiente è sano.

Si poteva evitare questa disinformazione? Ovviamente sì e in modo semplice: bastava documentarsi sull’associazione e vedere cosa rappresenta quel marchio. Ancora troppo difficile, evidentemente, per molti utenti.

Un nuovo presidio contro la violenza sulle donne

Si presenterà con un convegno in programma sabato 20 gennaio 2024 a Palazzo Bonifacio VIII, la nuova associazione “Libero Sorriso” nata ad Anagni, in provincia di Frosinone, per “promuovere e tutelare i diritti umani e l’uguaglianza di genere – si legge in un comunicato stampa diffuso subito dopo la costituzione – e porsi come punto di riferimento sul territorio per tutte le donne che subiscono e hanno subìto violenza”.

L’associazione si propone “di favorire incontri e aggregazioni per sensibilizzare e diffondere la conoscenza del fenomeno e assolvere alla funzione sociale di maturazione e crescita umana e civile, attraverso l’educazione permanente del rispetto della persona in quanto tale”.

Un nuovo presidio contro la violenza sulle donne voluto da un gruppo di donne “con esperienze e competenze nel sociale, nell’educazione, ma anche studentesse e giovani lavoratrici accumunate dal desiderio di mettere a disposizione della comunità il proprio tempo e la voglia di fare”.

Sandra Tagliaboschi

A presiedere l’associazione è stata chiamata Sandra Tagliaboschi, insegnante anagnina. <Accolgo con entusiasmo – ha dichiarato – l’importante incarico. Lavoreremo per realizzare progetti culturali ed educativi rivolti all’educazione ed alla prevenzione della violenza di genere, ma anche alla prevenzione del bullismo, della povertà educativa, del disagio con un impegno a promuovere attività di cooperazione attraverso i valori della solidarietà>.

Il convegno del 20 gennaio, la prima iniziativa dell’associazione, affronterà da vari punti di vista le tematiche che sono al centro della mission del gruppo, attraverso gli interventi di esperti e professionisti.

Punti di vista molteplici perché il fenomeno dei femminicidi, che non può essere considerato un’emergenza ma piuttosto un problema strutturale, investe numerosi aspetti della società. Una società lungi dal definirsi civile finché la libertà di scelta della donna sarà un rischio per la sua stessa vita, finché la cronaca registrerà la morte di una donna ogni due-tre giorni (un dato che le statistiche confermano da anni) per mano di un uomo incapace di accettare un no.    

Gino, Gianpietro, Gildo: oltre il dolore

Non si sono rinchiusi in casa a piangere, ma hanno avuto la forza di veicolare il dolore trasformandolo in un messaggio di impegno civile. L’esempio più recente lo ha dato Gino Cecchettin, il papà di Giulia, la studentessa universitaria vicina alla laurea uccisa a ventidue anni dal suo ex fidanzato.  

Le parole pronunciate da Gino Cecchettin subito dopo il ritrovamento del corpo della figlia maggiore – abbandonato in un canalone a Pordenone tra il lago di Barcis e Piancavallo – e, soprattutto, durante i funerali della ragazza straziata da almeno venti coltellate, hanno impartito una potente lezione di umanità dove non c’è spazio per l’odio. Dove prevale l’esigenza di combattere una battaglia per Giulia e le tante, troppe, donne vittime del delirio di possesso degli uomini. Dove la disperazione di un padre colpito negli affetti più cari diventa lotta contro la piaga del femminicidio.

Emanuele e Gianpietro Ghidini

Non è difficile associare l’impegno assunto da Gino Cecchettin a quanto fatto da un altro papà che ha reagito alla morte del figlio mettendosi a disposizione degli altri, soprattutto dei giovani. Si tratta di Gianpietro Ghidini, che nel 2013 ha perso Emanuele, sedici anni, che si è gettato in un fiume a Gavardo, vicino Brescia, dopo aver assunto droga ad una festa. Attraverso l’associazione “Ema Pesciolino rosso”, fondata in memoria del figlio, Ghidini visita le scuole e i luoghi di aggregazione giovanile per raccontare la sua storia di dolore e sensibilizzare gli adolescenti sull’uso di sostanze stupefacenti.

Elisa e Gildo Claps

Andando indietro nel tempo, un altro esempio di impegno e generosità oltre il dolore lo ha dato Gildo Claps, il fratello di Elisa Claps, uccisa il 12 settembre 1993 all’età di sedici anni: i resti del suo corpo sono stati ritrovati soltanto nel 2010 nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità a Potenza. Anni e anni di ricerca di verità e giustizia per la famiglia Claps, durante i quali Gildo si è speso anche per aiutare gli altri. Nel 2002 ha fondato l’associazione Penelope che ancora oggi offre assistenza concreta ai familiari delle persone scomparse.

Storie di dolore e disperazione che sono germogliate dando frutti di solidarietà e speranza in una società che ne ha sempre più bisogno.  

La scelta profonda di vivere in clausura

Il monastero di Santa Chiara di Anagni accoglie, tra le sue antiche mura, tre nuove sorelle che faranno voto di povertà, castità, obbedienza e clausura. 

Sono suor Beatrice, suor Noemi e suor Cecilia, tutte provenienti dal Nicaragua, che durante la cerimonia prevista nella Cattedrale di Anagni venerdì 11 febbraio alle 17.30, presieduta dal vescovo Lorenzo Loppa, abbracceranno la professione temporanea. Una scelta di vita, quella della clausura, profonda e particolarmente significativa, soprattutto in un momento di crisi delle vocazioni.

Nel convento dedicato alla santa di Assisi, vivono diciotto suore guidate dalla giovane abadessa Madre Fedele Subillaga, anche lei proveniente dal Nicaragua, definita «una monaca spontanea, umile e molto materna che ha il dono di coltivare i talenti delle figliole per farli fiorire, con la grazia di Dio, alla luce della vita consacrata». E su quest’ultima, Madre Fedele si esprime con le parole di Papa Francesco: «La vita consacrata è questa visione. È vedere quel che conta nella vita. È accogliere il dono del Signore a braccia aperte, come fece Simeone. Ecco che cosa vedono gli occhi dei consacrati: la grazia di Dio riversata nelle loro mani. Il consacrato è colui che ogni giorno si guarda e dice: “Tutto è dono, tutto è grazia”. Cari fratelli e sorelle, non ci siamo meritati la vita religiosa, è un dono di amore che abbiamo ricevuto».

Diverse, tra di loro, le storie delle novizie che si apprestano a consacrare la propria vita a Dio, un evento atteso con gioia nel monastero. Suor Beatrice, nata a Matagalpa, era una brava dentista. Ora, nella comunità delle clarisse, cura con grande premura due suore anziane inferme. Suor Noemi proviene da una famiglia numerosa di profonda fede e ha 37 anni. Nel suo paese era maestra d’asilo.

È dotata di un forte senso artistico che esprime principalmente nella eccellente lavorazione delle ostie. La vocazione è nata all’età di 15 anni, perché quando vedeva le suore provava una gioia profonda. Suor Cecilia è nata in un paese vicino Darío e proviene da una famiglia devota alla Vergine di Fatima. Esegue molti lavori pratici, ma il talento si fa notare soprattutto in cucina. Le sue ricette? Ugualmente divise tra specialità italiane e centroamericane.

Una mattanza senza fine

Con quale spirito e stato d’animo, ma soprattutto con quali numeri arriviamo a celebrare la Giornata per l’eliminazione della violenza sulla donna del 25 novembre? Purtroppo con le statistiche drammatiche di ogni anno.

Ad oggi sono 103 le donne uccise quest’anno, di cui 87 uccise in ambito familiare o affettivo. Sessanta di esse hanno perso la vita per mano del partner o dell’ex. E mentre gli omicidi nel 2021, in Italia, diminuiscono anche se di poco (-2%), passando da 251 a 247, le vittime femminili aumentano: nel 2020 erano state 97 (+ 6%). Segno più anche per le donne uccise dal compagno, attuale o passato: da 57 a 60.  

Neanche l’ultima legge “Codice rosso” in vigore da agosto 2019, contenente le modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere, ha fermato la mattanza.

E anche se tutte le donne non denunciano il partner per le violenze subìte, si deve a malincuore registrare che quasi mai rivolgersi alle forze dell’ordine le salva dalla morte.

Cosa c’è che non va nel nostro sistema giudiziario se ogni 2-3 giorni una donna viene uccisa in quanto tale (da qui il termine femminicidio)? E cosa non quadra nella società se è incapace di tutelare una potenziale vittima e di arginare la violenza messa in atto dagli uomini?

Violenza che non è solo fisica. E’ anche sessuale e psicologica.  

Quante parole si spendono, ad ogni 25 novembre, per esaminare e sviscerare quella che, ormai non si può più definire un’emergenza ma che è piuttosto uno zoccolo strutturale che non si riesce a scardinare?

Una giornata che celebriamo dal 1999, data scelta dall’Onu non a caso. Il 25 novembre 1960, nella Repubblica Dominicana, le sorelle Mirabal (Patria, Minerva e Maria Teresa) furono uccise dai militari del dittatore Rafael Lonidas Trujillo. Prima di morire, vennero picchiate e stuprate. La loro colpa? Non si piegavano al dittatore, che eliminava chiunque si opponesse al suo potere.

Da allora, e sono passati oltre sessanta anni, poco è cambiato. Sicuramente gli scenari, il modo di vivere, le condizioni sociali e culturali, ma non la logica del potere e della sopraffazione. E non potremo mai dire di vivere un Paese civile se la mente degli uomini, di certi uomini, non cambierà.                 

Bambini scomparsi, non solo Denise

Da qualche settimana è tornato sotto i riflettori il rapimento di Denise Pipitone, scomparsa il primo settembre 2004 da Mazara del Vallo quando aveva appena 4 anni. La vicenda di Olesya, la giovane russa che ha lanciato in tv un appello per ritrovare la mamma, diventata subito un caso mediatico, ha riacceso per qualche giorno le speranze di ritrovare Denise dopo 17 anni. Speranze naufragate in un contesto di spettacolarizzazione del dolore che ha avuto l’unico merito di far tornare alla ribalta un caso contraddistinto da omertà, bugie, indagini superficiali e dubbi mai risolti.       

Ma quanti sono i bambini che spariscono in Italia ogni anno? Nel 2020, le denunce per scomparsa di minori sono state 7.762 (5.511 stranieri), molte delle quali con riferimento a sottrazioni che avvengono all’interno delle famiglie dopo la separazione dei genitori e a fughe volontarie. Non tutti i bambini sono stati ritrovati (oltre la metà), non tutte le scomparse hanno avuto l’eco mediatico del caso Denise e molti altri drammi restano ancora avvolti nel mistero.  

Come il caso di Angela Celentano, scomparsa durante una gita con la famiglia a Vico Equense, nel Napoletano. Era il 10 agosto del 1996, la bambina aveva tre anni. Le indagini degli inquirenti si concentrarono, in un primo tempo, sulla famiglia della piccola. Si sospettò di uno zio e di alcuni suoi amici, una pista che non portò a nulla. Nel 2007, undici anni dopo la scomparsa, un cappellino simile a quello che la bambina indossava il giorno della gita venne ritrovato in una villa vicino al luogo del rapimento, ma anche questa traccia si rivelò labile. Nel 2010 fu percorsa la pista messicana. I genitori di Angela ricevettero una mail proveniente dal Messico firmata da una certa Celeste Ruiz che affermava di essere Angela. La ragazza non fu mai trovata così come la piccola scomparsa. Le indagini sono chiuse da tempo.

Un altro caso drammatico riguarda la scomparsa di Mauro Romano avvenuta ben 44 anni fa a Racale, in provincia di Lecce. Nonostante il lungo tempo trascorso da quando il piccolo, a 6 anni, sparì senza lasciare tracce, c’è ancora la speranza di conoscere la verità. La magistratura ha avviato nuove indagini per sequestro di persona e si sono concluse lo scorso dicembre concentrandosi su un uomo di Racale, già sospettato in passato di aver partecipato alla fase iniziale del rapimento del bimbo. Amico di famiglia dei Romano, secondo gli inquirenti avrebbe prelevato Mauro mentre giocava in un cortile con altri bambini davanti alla casa dei nonni, per poi consegnarlo ad altre persone. Una svolta dovuta alla determinazione della famiglia, che in 44 anni non ha mai perso le speranze di conoscere la sorte del figlio, e del loro avvocato Antonio La Scala che segue il caso con competenza professionale ma anche con grande sensibilità umana. Sembra destinata a finire in un vicolo cieco, invece, il sospetto di mamma Bianca che Mauro sia oggi Mohammed Al Habtoor, il cosiddetto “sceicco”, in realtà un ricco imprenditore di Dubai, che secondo la donna avrebbe le stesse cicatrici del bambino scomparso nel Salento.      

Un giallo che rimane tale è la scomparsa delle gemelline Alessia e Livia Shepp avvenuta il 30 gennaio 2011 da Saint Sulpice dove vivevano con la madre separata dal marito, Mattia Kaspar Schepp, che si è ucciso qualche giorno dopo gettandosi sotto un treno alla stazione di Cerignola. L’uomo, dopo essere andato a prendere le figlie, aveva iniziato un viaggio in auto incomprensibile: si dirige a Marsiglia, da dove invia una cartolina all’ex moglie scrivendole che non riesce a stare senza di lei, poi sale su un traghetto per la Corsica, quindi raggiunge Bastia e da lì si imbarca per Tolone. Dalla Francia arriva in Italia. E sceglie di togliersi la vita in Puglia. Delle piccole gemelle, che all’epoca del fatto avevano 6 anni, non si è saputo più nulla.   

Storie drammatiche di cui la cronaca si è occupata per molto tempo e che ha gettato nell’angoscia mamme e papà colpiti dal più grande degli incubi: non sapere dove sono finiti i loro bambini. Che sono diventati i figli di tutti.

La battaglia per Fortuna, uccisa di botte dal marito

Fortuna Bellisario è una delle tante, troppe donne uccise dal proprio uomo. Aveva 36 anni, tre figli di 7, 10 e 11 anni, una casa popolare in via Mainella a Napoli e un marito che la picchiava perché accecato dalla gelosia.

Il 7 marzo 2019, il giorno prima della festa delle donne, Vincenzo Lopresto ha impugnato una stampella ortopedica in ferro e ha colpito Fortuna fino ad ucciderla. Poi ha chiamato i soccorsi. Inutili.  

La prima ispezione del corpo ha evidenziato le conseguenze dei maltrattamenti subiti per anni. Soprattutto lividi e zone del cuoio capelluto scoperte. Segni pregressi delle botte che sono state una costante nel matrimonio di Fortuna e Vincenzo. Fino alla morte.  

Una morte che, secondo i giudici, non è stata provocata volontariamente. Lopresto,  infatti, è stato giudicato per omicidio preterintenzionale: rito abbreviato e una condanna di primo grado a 10 anni di reclusione. Ma Vincenzo, l’uomo ossessionato dalla gelosia, in carcere c’è stato ben poco.

Dopo neanche due anni, nei giorni scorsi è stato messo agli arresti domiciliari, che sconterà nella casa della madre nel rione Sanità. Una decisione, presa perché l’uomo non è ritenuto pericoloso socialmente, che ha indignato parenti e amici della donna. Una decisione fortemente contestata anche con manifestazioni e striscioni davanti al tribunale e contro la quale si sta battendo l’associazione “Le forti guerriere” di Napoli.

“Non vogliamo vendetta – dicono le rappresentanti dell’associazione – ma la giustizia non può far lasciare il carcere così presto ad un uomo che ha sempre picchiato la moglie fino al tragico epilogo”.

Una battaglia che è appena all’inizio. Per Fortuna, per tre bambini rimasti orfani e per tutte le donne uccise che non hanno ottenuto giustizia.                    

Oltre mezzo secolo di solidarietà verso gli ultimi

Il 7 febbraio la Comunità di Sant’Egidio compie 53 anni. Oltre mezzo secolo di solidarietà verso i più deboli. Un cammino sempre più spedito con l’obiettivo di una società più giusta.

“Quest’anno – spiegano i responsabili dell’associazione – non è possibile celebrare con grandi incontri, ma non rinunciamo ad una festa che è soprattutto un rendimento di grazie. Per questo vi invitiamo ad unirvi online alla liturgia celebrata dal cardinale Matteo Zuppi a Santa Maria in Trastevere il 6 febbraio alle ore 19,30, che verrà trasmessa in streaming multilingue sul sito della Comunità e sulla pagina Facebook. La festa sarà diffusa in tutti i paesi del mondo in cui è presente la Comunità, insieme ai tanti poveri che ci sono amici e che negli ultimi mesi hanno vissuto maggiori sofferenze per gli effetti della pandemia”.

Chi sono questi amici? I senza fissa dimora che vivono un inverno lungo e difficile, gli anziani, le famiglie impoverite per la crisi, le persone con disabilità i migranti per i quali continuiamo a chiedere corridoi umanitari, un modello sostenibile in Italia e in Europa. E ancora i bambini di strada africani, i detenuti, i minori delle periferie seguiti nelle Scuole della Pace, oggi ancora di più a rischio di dispersione e abbandono scolastico.

“Un particolare pensiero – aggiungono dalla Comunità – lo rivolgiamo anche a tutti i popoli che ancora oggi soffrono per la grande ingiustizia delle guerre ancora in corso, della violenza diffusa e del terrorismo”.

Il messaggio, in occasione del 53esimo anniversario della fondazione è “Nessuno può salvarsi da solo”. Era il titolo dell’incontro internazionale per la pace, vissuto in piazza del Campidoglio il 20 ottobre scorso, alla presenza di Papa Francesco, con i rappresentanti di tutte le religioni, ma è anche un programma per ripartire nel cuore di una pandemia che fatica ad essere vinta.

“C’è tanto da fare – concludono i responsabili di Sant’Egidio – e abbiamo negli occhi tante immagini di dolore, come quelle che arrivano dalla Bosnia dove tanti giovani migranti soffrono per il freddo e l’inaccoglienza. Ma ci sono anche tanti motivi di speranza: se è cresciuta la povertà è aumentato in modo sorprendente anche il sostegno di tanti amici, e il numero di volontari, in gran parte giovani, che si sono affiancati a noi per aiutare e accompagnare chi vive momenti difficili”.

La Via Francigena compie 20 anni all’insegna della solidarietà

La Via Francigena, il più importante percorso di pellegrinaggio italiano, compie 20 anni.

Un traguardo che sarà festeggiato con una serie di iniziative, a cominciare da un grande evento itinerante. Si tratta di Road to Rome 2021, una marcia che dal 15 giugno al 18 ottobre interesserà tutta Europa passando per la capitale italiana.

A promuoverlo è l’Associazione Europea delle Vie Francigene (AEVF) in occasione del 20° anniversario della sua fondazione. “Vuole essere – spiegano gli organizzatori – un grande momento di festa, una lunga marcia a staffetta, da percorrere a piedi e in bicicletta, lungo i 3.200 km della Via Francigena. Il bordone del pellegrino prenderà il posto della fiaccola olimpica, e sarà portato, tappa per tappa, lungo l’intero cammino”.

In programma anche un pellegrinaggio di gruppo che coinvolgerà soltanto il tratto italiano della Francigena (circa 1000 km che uniscono il Gran San Bernardo al soglio di San Pietro).  Questa iniziativa si chiama InSuperAbili, una staffetta all’insegna dell’inclusione che dal 20 agosto al 19 settembre 2021 vedrà protagonisti camminatori o ciclisti con patologie e disabilità.

L’idea è della Libera Accademia del Movimento Utile, una onlus fondata nel 2014 dal cardiologo Gabriele Rosa per promuovere il movimento come pratica terapeutica per le categorie più deboli.

Parteciperanno alla manifestazione ASD Rosa Running Team, la squadra dilettantistica creata nel 2000 da Gabriele Rosa per accogliere atleti con disabilità e patologie; Se Vuoi Puoi, associazione per lo sport praticato dai malati di sclerosi multipla; PedalAbile, associazione che mette al centro il disabile come persona.

Naturalmente tutti potranno partecipare alla staffetta per celebrare i 20 anni della Francigena e vivere un’esperienza di solidarietà.

Violenza sulle donne, una guerra di tutti

Ogni due giorni e mezzo in Italia viene uccisa una donna. Sta nella crudezza di questa statistica l’entità del fenomeno del femminicidio, come si definisce l’omicidio di una donna in quanto tale. Dati che vanno ad incrementare quando si tiene conto delle varie forme di violenza, sia fisica sia psicologica, che quotidianamente le donne subiscono.

Se ne è parlato sabato scorso a Fiuggi nel convegno “M’ama non m’ama” organizzato dal centro antiviolenza “Fammi rinascere”, con interventi della responsabile Michaela Sevi, sociologa e assistente sociale, delle psicologhe Nadia Loreti e Roberta Cassetti e dell’avvocato Donatella Ceccarelli e i saluti, per conto del Comune termale, del vice sindaco Marina Tucciarelli e dell’assessore Simona Girolami.

Dal primo contatto con la vittima che si rivolge al numero verde del centro alla legislazione che regolamenta i reati connessi  alla violenza sulle donne, passando per le dinamiche che si sviluppano nelle coppie a rischio e ai numeri agghiaccianti di quella che è diventata una vera e propria emergenza sociale, il centro di Fiuggi ha offerto ancora una volta l’occasione di riflettere, evidenziando la necessità di non abbassare la guardia e di fare rete per combattere una guerra spesso invisibile ma cruenta. Un impegno che deve essere assunto da tutti. Da una società intera.

I dati più recenti dell’Istat parlano chiaro: il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).

Ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner il 13,6% delle donne (2 milioni 800 mila), in particolare il 5,2% (855 mila) da partner attuale e il 18,9% (2 milioni 44 mila) dall’ex partner. La maggior parte delle donne che avevano un partner violento in passato lo hanno lasciato proprio a causa della violenza subita (68,6%). In particolare, per il 41,7% è stata la causa principale per interrompere la relazione, per il 26,8% è stato un elemento importante della decisione.

Il 24,7% delle donne ha subìto almeno una violenza fisica o sessuale da parte di uomini non partner: il 13,2% da estranei e il 13% da persone conosciute. In particolare, il 6,3% da conoscenti, il 3% da amici, il 2,6% da parenti e il 2,5% da colleghi di lavoro.

Numeri dietro ai quali ci sono volti, storie, sofferenza, solitudine e le difficoltà di una società ancora poco reattiva a un fenomeno che è soprattutto culturale, nonostante nel tempo siano comunque cresciute sensibilizzazione e informazione. Ecco perché è importante parlarne, diffondere messaggi chiari e mirati, lavorare su più fronti per aiutare chi è la vittima innocente principale, ma anche chi quella violenza la subisce indirettamente. Come i bambini costretti a vivere in un ambiente violento o, nel peggiore e più frequenti dei casi, da orfani con la mamma morta e il padre in carcere.     

La riflessione di don Domenico sul dopo-Coronavirus

Parte dalle parole di Matteo (6,26-27) la riflessione di monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, sul dopo-Coronavirus, riportata in una lettera pastorale che ci permette di avere il punto di vista di un religioso illuminato, grande conoscitore della comunicazione, su quello che è e sarà la nostra vita in questo particolare momento storico.

Matteo diceva: “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?”.

Monsignor Domenico Pompili

Il presule, originario di Acuto in provincia di Frosinone, commenta riportando l’opinione di suo padre quando ascolta queste parole: “Sfido io che gli uccelli hanno da mangiare! Si mangiano quello che semino io”.  E aggiunge: “Nella reazione istintiva del contadino si riflette la mentalità dell’uomo che fa da sé. L’esatto contrario di quello che Gesù lascia intendere. Mai come ai tempi della pandemia siamo stati ricondotti all’essenziale: la vita è un dono fragile e nessuno può disporne. L’esito di questa consapevolezza è vivere senza ansia perché la garanzia della vita non sta nella nostra disponibilità. L’uomo, infatti, vive anzitutto di ciò che riceve, a cominciare dalla vita. Non è l’accumulo che ci preserva, ma la serenità di vivere giorno per giorno. Concentrarsi sul possesso è miope perché vale di più condividere con gli altri. Anche perché non serve a nulla vivere nell’oro se intorno a noi è il deserto. È illusorio pensare di star bene in un mondo malato”.

Che significa, dunque, essere capaci di osservare gli uccelli del cielo? “Vuol dire – spiega don Pompili – assumere un atteggiamento contemplativo che è il dono inatteso che abbiamo ricevuto dal tempo “sospeso” del coronavirus. Papa Francesco aveva affermato nella Laudato si’ che una nuova ecologia umana ha bisogno di contemplazione e non solo di tecnologia. Solo a condizione di essere capaci di fermarci a guardare e ascoltare, o meglio a contemplare, possiamo riconoscere le contraddizioni alle quali ci troviamo esposti, al di là delle nostre sempre più potenti capacità di fare e di agire. Certo, cinque anni fa l’Enciclica non aveva previsto il coronavirus, ma già invitava a non mettere la testa sotto la sabbia e far finta di non vedere quello che non va”.

E il vescovo entra nel merito del dopo-lockdown per chiedersi: “Siamo pronti a non lasciarci risucchiare dalla routine, ma a prendere coscienza che qualcosa è definitivamente cambiato e costringe anche noi a rivedere prassi, abitudini, tic mentali?”.

Perché secondo il vescovo di Rieti sono almeno tre le cose che non saranno più come prima.

“La prima è la fine dell’individualismo becero. Nessuno può immaginarsi a partire soltanto dal proprio “io, qui e ora”. Lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle a partire dalla connessione che si è manifestata tra noi e gli altri nel momento in cui abbiamo realizzato che nessuno se la cava da sé. E, per contro, che ciascuno dipende nel bene e nel male dall’altro”.

La seconda è un diverso rapporto con il tempo e con lo spazio. “Grazie ai nuovi linguaggi digitali – secondo don Domenico – il mondo è diventato improvvisamente più breve e più stretto e ci ha indotto a cambiare sguardo sulla realtà. Pensate a quanto meno abbiamo inquinato evitando i nostri spostamenti inutili, più vicini all’agitarsi inoperoso che a un agire costruttivo”.

Infine, l’aver individuato i problemi e le relazioni vere. “Abbiamo avuto la possibilità – scrive il vescovo nella sua lettera pastorale – di chiarire il falso dal vero problema, concentrandoci sull’essenziale: salute, affetti, fede, sorvolando su questioni effimere e secondarie”.

Di qui l’esigenza profonda di “non disperdere nel giro di poco tempo quel prezioso senso di solidarietà e di comunità che abbiamo visto essere la fonte della resilienza”.

Coronavirus, quella silenziosa strage di anziani

Le mani nodose, le rughe che solcano il viso, gli occhi stanchi, i movimenti impacciati. Sono i nostri anziani. Stroncati dentro le case di riposo, vittime di una straziante ecatombe.

Qui il Covid-19 ha picchiato duro e in silenzio, attaccando corpi già compromessi da malattie e usure dell’età.

Falcidiati a centinaia nei luoghi dove si aspettavano cure e attenzioni, trasformati all’improvviso in moderni lager per condannati a morte.

Erano i nostri anziani. Nonne e nonni, madri e padri con alle spalle storie diverse, eppure tutti così uguali.

Sembra di immaginarli. Con le mani tremanti e le gambe trascinate, i capelli radi e argentati, le camicie a quadretti e i maglioncini a colori pastello, i plaid abbandonati sui letti, lo sguardo smarrito e l’attesa costante di una visita.

Tanti, troppi di loro, finiti nella colonna di ambulanze che nella notte li preleva dalla casa di riposo e li porta in ospedale con ritardi fatali per la maggior parte di loro.

Soli, fragili, spaventati, ormai definitivamente lontani da figli, nipoti, fratelli e da ogni parvenza di vita. Una vita pur sempre da vivere, per quanto breve.

Morti che resteranno per sempre sulle coscienze. Perché stavolta il killer non è soltanto quel Coronavirus che da mesi controlla e stravolge le nostre esistenze. Perché stavolta qualcosa è andato maledettamente storto in quelle comunità, diventate drammatici focolai.

Morti che più delle altre devono farci riflettere. E vergognare.  

Coronavirus, la solitudine dei vivi e dei morti

Con quanti sentimenti dobbiamo confrontarci in questo assurdo periodo di pandemia? Troppi. Si affacciano, vanno via, tornano, ti sovrastano, padroneggiano, scandiscono ogni minuto della vita, di una vita che non è più ancorata a nulla.

Angoscia, tristezza, paura, incredulità, dolore, ma anche speranza e voglia di farcela. Sentimenti e sensazioni che si rincorrono e si intrecciano. Un mix inedito di percezioni che entrano ed escono dalla testa, dal corpo, dal cuore.

Dobbiamo farci i conti ogni giorno, mentre ascoltiamo e leggiamo i bollettini di guerra che ci raccontano di morti, giovani e anziani, con malattie pregresse e sani, poveri e ricchi, sconosciuti o famosi, settentrionali e meridionali, a testimonianza del fatto che Covid 19, il nemico invisibile che ha invaso l’umanità intera, è democratico e se ne sbatte delle frontiere e delle dichiarazioni dei redditi.

Ma c’è un sentimento che, più degli altri, simboleggia il dramma che ci ha colto a sorpresa. E’ la solitudine. Dei vivi e dei morti.

L’isolamento sociale, imposta come arma per sconfiggere la diffusione di un contagio che nessuno poteva prevedere negli anni della tecnologia rampante e della ricerca medica all’avanguardia, ci ha reso tutti un po’ più soli.

Lontani da amici e familiari, distaccati da colleghi e conoscenti, nonni che incontrano i nipoti soltanto con le videochiamate quando, più di altri, avrebbero bisogno di un abbraccio.

Ma nessuna solitudine sarà devastante come quella vissuta da chi si ammala e muore di Coronavirus. Un percorso che annulla i contatti fisici con i familiari, una via crucis che non prevede resurrezione.

L’addio, per i più fortunati, pronunciato dietro un telefono cellulare tenuto in mano da un infermiere generoso.

Una solitudine che continua nell’ultimo viaggio. In una bara anonima che, nei casi più agghiaccianti, verrà trasportata da un mezzo militare incolonnato in un macabro e triste corteo.

Italia, anno 2020. Non sembra così lontano il Regno di Napoli nel 1656, flagellato dalla peste, con il suo carico insopportabile di morte. E di solitudine.

Coronavirus, questa è la nostra guerra

corona

Ci voleva un micro batterio per farci scoprire che non siamo immortali e invincibili. Da un giorno all’altro ci siamo ritrovati smarriti, fragili e disorientati di fronte a uno tsumani emotivo mai sperimentato prima.


Senza preavviso alcuno, Covid 19 è piombato nelle nostre vite. E le ha sconvolte e ridimensionate, confinandoci nelle quattro mura domestiche diventate improvvisamente un rifugio di guerra. Perché questa è la nostra guerra. Quella che ci era stata risparmiata, a differenza dei nostri nonni, è arrivata con modalità e risvolti diversi, ma non è certo meno dolorosa e devastante.

La triste contabilità della pandemia fa annotare, ogni giorno, centinaia e centinaia di morti. Numeri sempre più crescenti, rimbalzati da un tg all’altro, da una conferenza stampa a un post sul web. Numeri da guerra, appunto. E numeri che non sono solo numeri. Perché dietro ogni numero c’è una persona, una vita vissuta, una storia. Migliaia di volti che resteranno sconosciuti. Troppi, per dedicare loro un ricordo dettagliato, un omaggio.

Nella prima linea della trincea, in questo inedito conflitto che questo altrettanto inedito ventiventi ci ha gettato addosso come zampilli di lava usciti da un vulcano impazzito, ci sono medici, infermieri, operatori sanitari, volontari, forze dell’ordine. Scesi nel campo di battaglia spesso disarmati e bersagli facili del nemico invisibile. Il Paese piange anche molti di loro. Vittime che si aggiungono a vittime, drammi che diventano infiniti.

Una guerra senza colpi di mortaio e case sventrate dalle bombe, ma con gli stessi effetti psicologici. Le stesse identiche ricadute economiche. Gli identici interrogativi su quando e come finirà. Le simili incertezze sul dopo.

Una guerra che, una volta terminata, richiederà una ricostruzione esattamente come accade con gli eventi bellici. La ricostruzione di un’intera economia, ma anche di una rete sociale andata in frantumi in poche settimane, impallinata senza la possibilità di schivare i colpi.

Ci voleva un virus dalla forma persino aggraziata, tanto da essere chiamato corona quasi ad evocare qualcosa di nobile, a farci entrare in un incubo dove non c’è più spazio per i progetti e i programmi, per i banali gesti di tutti i giorni, per la routine che spesso abbiamo maledetto.


Se vogliamo, però, dentro questo tunnel dove siamo sprofondati possiamo trovare l’opportunità di crescere come individui e come comunità. Ripensando i nostri modelli di vita, ricucendo gli strappi nei rapporti e guardando gli altri con occhi diversi.

Possiamo farlo e dobbiamo farlo. Ora che siamo consapevoli che un micro batterio può darci una pesante lezione di vita.

A Foggia barbiere gratis per i senzatetto

notizie smile

Lunedì è il suo giorno di riposo come per tutti i barbieri e i parrucchieri, ma Gianni Sciotta lo trascorre nel suo negozio anche se per un servizio diverso.

Nella mattinata di lunedì, Gianni Sciotta e il suo staff si dedicano a Foggia ai senzatetto. Per loro lavaggio e taglio dei capelli senza passare alla cassa.

Un gesto di grande solidarietà e senza voler apparire. A rendere noto il gesto di Gianni è stata l’associazione “Fratelli della Stazione” di Foggia che si occupa dei poveri della città.

barbiere Su Facebook oggi hanno scritto: “Grazie a Gianni Sciotta ed al suo staff, questa mattina un gruppo di poveri e senza dimora hanno potuto usufruire di taglio e lavaggio dei capelli e della barba. Un modo per riacquistare maggiore dignità, per riappropriarsi della loro immagine migliore e per sentirsi più inseriti nella nostra comunità”.

Un dettaglio non da poco: il nuovo look è piaciuto molto a chi ha usufruito del servizio.  

Sedotta e sclerata, il messaggio di Ileana

Da molto tempo seguo sui social Ileana Speziale e ho sempre avuto la curiosità di incontrarla. Una giovane donna bella e solare diventata ambasciatrice di un messaggio importante per chi, come lei, è affetto dalla sclerosi multipla, ma anche per chiunque incontri nella vita difficoltà e ostacoli.

L’occasione di incontrare Ileana si è presentata negli studi dell’ emittente radiofonica di Anagni Radio Hernica, dove è stata invitata per parlare del suo libro “Sedotta e Sclerata” come sta facendo in un lungo tour in tutta Italia.

Praticamente un’opera autobiografica con cui, attraverso la storia di Emily, Ileana Speziale ci fa conoscere il significato profondo di una parola che mi piace molto: resilienza. La volontà, in pratica, di trovare dentro di noi la forza interiore per superare i drammi della vita e trasformarli in opportunità. La capacità di assorbire un trauma senza andare in mille pezzi.

Nella chiacchierata con Marco Tagliaboschi, Ileana ha raccontato la sua storia, i suoi sogni, le finalità del suo libro. Trovate tutto nel video, buona visione.

Panettone “sospeso” per chi non può comprarlo

Non solo il caffè, anche il panettone è sospeso. E’ la bella abitudine di lasciare qualcosa di pagato a chi non può permettersi di acquistarlo. E se il caffè sospeso è targato Napoli, lo stesso gesto di solidarietà con il panettone parte da Milano, la culla del famoso dolce natalizio.

L’iniziativa è stata lanciata dal sindaco Beppe Sala, che è diventato un vero e proprio testimonial del progetto, insieme all’associazione Panettone Sospeso ETS e chi desidera partecipare, fino al 22 dicembre, può recarsi nelle pasticcerie associate (identificabili dal logo di ETS) e comprare un panettone che viene poi lasciato in negozio. Per ogni dolce acquistato, la pasticceria ne aggiungerà uno a sua volta. Il 23 dicembre, tutti i panettoni donati verranno raccolti e consegnati dall’associazione alla Casa dell’Accoglienza Jannacci, in viale Ortles 69.

L’Associazione Panettone Sospeso ETS è un’organizzazione no profit che è nata proprio per raccogliere e donare panettoni a persone in stato di indigenza a  Milano, e consentire loro di celebrare il Natale con il dolce della tradizione. Partendo dal presupposto che ogni anno sono sempre di più le persone che si trovano a vivere sotto la soglia di povertà. Il panettone può così diventare un piccolo gesto per aiutare le persone in difficoltà.

Queste le pasticcerie che hanno aderito al Panettone Sospeso:

Alvin’s – via Melchiorre Gioia, 141
Davide Longoni – via Gerolamo Tiraboschi, 19
Giacomo – via Pasquale Sottocorno, 5
Moriondo – via Marghera, 10
Massimo 1970 – via Giuseppe Ripamonti, 5
San Gregorio – via San Gregorio, 1
Sant Ambroeus – corso Giacomo Matteotti, 7
Ungaro – via Ronchi, 39
Vergani – via Mercadante 17 e corso di Porta Romana 51.