8 Marzo, ma cosa c’è da festeggiare? La Giornata internazionale della donna è stata ufficializzata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 1977 per ricordare le conquiste sociali raggiunte, ma soprattutto per sensibilizzare sulla parità dei generi, ancora un obiettivo lontano. Si associa questa data anche alla morte di centinaia di operaie in un incendio nella fabbrica tessile “Cotton and Cotton” di New York. Ad appiccare il fuoco sarebbe stato il proprietario per reprimere uno sciopero delle dipendenti, ma non ci sarebbero tracce precise di questo fatto di cronaca.
Qualunque sia l’origine di questa “festa”, l’occasione dovrebbe essere un forte momento di riflessione, soprattutto sul fenomeno esecrabile del femminicidio, una vera e propria emergenza che richiede uno sforzo maggiore per essere arginata. Ed allora, facciamo che l’8 Marzo sia una tappa per ragionare e chiedere più rispetto e per interrogarci sui motivi che portano a rapporti malati di coppia. Altro che spogliarelli nei locali per le cenette tra amiche!
Dal 2000 ad oggi, in Italia, sono state uccise oltre tremila donne. Un numero impressionante che equivale al 37,1% degli omicidi commessi nel nostro Paese. E’ quanto emerge da un recente rapporto Eures, secondo il quale nel 50% dei casi l’aggressore è il partner della vittima, spinto da gelosia e possesso e incapace di accettare una separazione. Nel 44,5% dei casi la vittima aveva denunciato I femminicidi sono in aumento al Nord (+ 30%) e in forte calo al Sud (- 42.7%) e le prime regioni italiane dove le donne vengono uccise sono state, nel 2017 e nel 2018, Lombardia, Veneto, Campania, Emilia Romagna, Piemonte, Toscana e Lazio. Negli ultimi anni sono state vittime di femminicidio 71 donne nel 2015, 72 nel 2016, 68 nel 2017 e 79 nel 2018. Statistiche che variano, comunque, a seconda della fonte dal momento che non sempre si può stabilire se il delitto è stato consumato nei confronti della donna in quanto tale.
Fanno altrettanto paura i numeri dell’ultimo rapporto
Istat sulle violenze: Il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788
mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza
fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il
21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le
forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato
stupro (746 mila).
Ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex
partner il 13,6% delle donne (2 milioni 800 mila), in particolare il 5,2% (855
mila) da partner attuale e il 18,9% (2 milioni 44 mila) dall’ex partner. La
maggior parte delle donne che avevano un partner violento in passato lo hanno
lasciato proprio a causa della violenza subita (68,6%). In particolare, per il
41,7% è stata la causa principale per interrompere la relazione, per il 26,8% è
stato un elemento importante della decisione.
Il 24,7% delle donne ha subìto almeno una violenza
fisica o sessuale da parte di uomini non partner: il 13,2% da estranei e il 13%
da persone conosciute. In particolare, il 6,3% da conoscenti, il 3% da amici,
il 2,6% da parenti e il 2,5% da colleghi di lavoro.
Le donne subiscono minacce (12,3%), sono spintonate o
strattonate (11,5%), sono oggetto di schiaffi, calci, pugni e morsi (7,3%).
Altre volte sono colpite con oggetti che possono fare male (6,1%). Meno
frequenti le forme più gravi come il tentato strangolamento, l’ustione, il
soffocamento e la minaccia o l’uso di armi. Tra le donne che hanno subìto
violenze sessuali, le più diffuse sono le molestie fisiche, cioè l’essere
toccate o abbracciate o baciate contro la propria volontà (15,6%), i rapporti
indesiderati vissuti come violenze (4,7%), gli stupri (3%) e i tentati stupri
(3,5%).
Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner, nel 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici. Anche le violenze fisiche (come gli schiaffi, i calci, i pugni e i morsi) sono per la maggior parte opera dei partner o ex. Gli sconosciuti sono autori soprattutto di molestie sessuali (76,8% fra tutte le violenze commesse da sconosciuti).
Da quando Daniele non è in casa, papà Francesco dorme su un divano vicino al portone di ingresso. La camera da letto è più lontana, non vuole rischiare di non sentire il figlio se torna e bussa, desidera essere pronto ad aprire e ad accoglierlo. E’ uno dei toccanti episodi che mi racconta Francesco Potenzoni, 66 anni, padre di Daniele, scomparso a Roma il 10 giugno 2015. Inghiottito dal caos della metropolitana nella stazione di Termini, sfuggito alla vigilanza dell’operatore del Centro a cui Daniele, autistico, era stato affidato in occasione di una gita di tre giorni a Roma. In gruppo si recavano all’udienza di Papa Francesco, dove Daniele non è mai arrivato. Scomparso nel nulla. L’operatore che doveva sorvegliarlo, un infermiere dell’ospedale di Melegnano, è stato processato per abbandono di persona incapace e assolto perché il fatto non sussiste. Non è stato riconosciuto il dolo. La famiglia Potenzoni, originaria della Calabria, vive a Pantigliate in provincia di Milano. Daniele ha due fratelli minori: Marco è sposato, Luca vive con i genitori e cura le iniziative per ritrovare Daniele, come la pagina Facebook dedicata al caso. La madre Rita, dopo la scomparsa del figlio, si è ammalata gravemente. Per loro, la vita si è fermata il 10 giugno 2015. Da quel giorno, pensano soltanto a riportare Daniele a casa.
La mia
chiacchierata con Francesco Potenzoni inizia proprio dall’esito della vicenda
giudiziaria che ha lasciato l’amaro in bocca ai familiari di Daniele, 36 anni
all’epoca della scomparsa. <Non c’è stato dolo, dicono i giudici. Quindi si
è trattato di negligenza, ma per me è la stessa cosa perché mio figlio non c’è.
Questa sentenza ci ha fatto sentire abbandonati dallo Stato perché Daniele è
andato a Roma affidato a qualcuno, non da solo. Mi sono vergognato di essere
italiano. In tre anni e mezzo ho partecipato a venti udienze, si entra in
tribunale e c’è scritto che la legge è uguale per tutti. Ma non è vero, non è
così. E mi ha fatto male vedere che, appena letta la sentenza, l’infermiere che
doveva sorvegliare mio figlio festeggiava, rideva con i colleghi. Ma cosa c’è
da festeggiare se non sappiamo che fine ha fatto Daniele? Ora speriamo
nell’Appello, la Procura sembrerebbe intenzionata a procedere in questa
direzione>.
Signor Potenzoni, come e quando ha
saputo che si erano perse le tracce di suo figlio?
Daniele è
scomparso alle 9 di mattina, io l’ho saputo soltanto alle 17.30 quando
l’infermiere mi ha chiamato e fino ad allora non aveva neanche fatto la
denuncia. E’ andata a farla dopo questa telefonata, l’ho sollecitato io, ma
andava fatta subito vista la patologia di cui soffre mio figlio. Mi ha detto
che lo avevano cercato senza risultati. Era l’ultimo giorno della gita. So che
alle 8 il gruppo, che era formato da 11 ragazzi e 6 accompagnatori, è stato
diviso in due. Il primo è partito subito per il Vaticano, nel secondo – di cui
faceva parte Daniele – c’erano 5 ragazzi e 3 infermieri, quindi le persone da
assistere erano davvero poche, eppure mio figlio è stato “perso”.
Nessun avvistamento è stato utile, ma
come è stato cercato Daniele? Si poteva fare di più?
Le ricerche più approfondite sono state fatte grazie al commissario del Comune di Roma, il Prefetto Tronca, che ha fatto scandagliare tutti i sotterranei. Durante i primi giorni, forze dell’ordine e inquirenti si facevano sentire. Ero in contatto costante soprattutto con il dottor Fattori della Polfer, che è stato molto disponibile, ma poi lui è stato trasferito e non ho saputo più nulla.
Vuol dire che Daniele non viene più
cercato?
Di ufficiale non so niente, le ricerche continuano privatamente, le faccio io con l’aiuto degli amici che mi stanno vicini e con l’associazione Penelope. Con loro verifichiamo anche gli avvistamenti che vengono segnalati, ma non ce ne sono da tempo. Debbo ringraziare soprattutto voi giornalisti se si parla ancora di Daniele, non avete mai spesso di seguire il caso e, infatti, ne stiamo parlando anche adesso.
Cosa altro l’ha amareggiata, in questa vicenda?
Dicevo prima
dello Stato che ci ha abbandonato. E’ quello stesso Stato che, soltanto un mese
dopo la scomparsa, ha revocato la pensione di invalidità a Daniele perché non
si è presentato alla visita di controllo.
Mi dica dell’ultimo giorno in cui ha
visto Daniele, quando è partito per Roma. Che ricordi ha di quei momenti?
Non ero
contento che Daniele andasse a Roma. Frequentava il Centro da 14 anni ed aveva
partecipato ad una gita soltanto una volta per andare al mare. Non lo mandavo
fuori volentieri perché stavo più tranquillo se la sera, quando tornavo dal
lavoro, lo avevo a casa. Ma lui era felice di andare dal Papa, si era preparato
anche la valigia da solo. La mattina della partenza sono andato a chiamarlo,
dormiva ancora e sono stato tentato di non svegliarlo per non farlo partire. Ma
poi ho deciso diversamente, non volevo deluderlo. L’ho accompagnato alla
stazione, ho parlato con l’infermiere, gli ho dato 100 euro nel caso Daniele
volesse fare qualche acquisto a Roma. Non l’ho più visto. Spesso mi dico che se
quel mattino non lo svegliavo, ora starebbe qui con me.
Appena saputo di quanto accaduto, lei
si è precipitato a Roma per cercare Daniele.
Immediatamente.
Il sindaco del mio paese ha messo a disposizione venti volontari per le
ricerche, dopo qualche giorno ovviamente loro sono tornati a casa e io ho
proseguito. Sono stato a Roma tre mesi e devo dire che ho conosciuto gente
meravigliosa, come un carabiniere che appena smetteva il servizio mi
accompagnava nei posti più nascosti di Roma per trovare Daniele.
Una notizia positiva comunque c’è.
Sono stati fatti riscontri con i cadaveri non identificati e nessuno corrisponde
a Daniele.
Per fortuna
è così, questo mi aiuta ad andare avanti, a cercare ancora.
Ma dove può essere Daniele? Che idea
si è fatto durante questi lunghi anni?
Conoscendo
mio figlio, escludo che viva in strada. Secondo me, potrebbe essere in un
convento o in una parrocchia perché Daniele amava molto gli ambienti della
Chiesa. Oppure in campagna, in posti dove la notizia della scomparsa magari non
è neanche arrivata.
Se fosse così, perché Daniele non
farebbe capire in qualche modo di volere tornare a casa?
Il problema
di Daniele è proprio questo, lui non chiede aiuto. Se sta in un posto dove si
trova comunque bene, anche se ha nostalgia di noi non riesce a dire di voler
tornare a casa. Oppure, a causa della sua patologia, potrebbe essere convinto
di stare ancora in gita.
Mi parli di suo figlio, di come è,
come si comporta, quali sono le caratteristiche del suo carattere.
Daniele si è ammalato a 18 anni, improvvisamente. Ha frequentato la scuola fino al terzo Liceo classico, era un ragazzo molto intelligente, scriveva per il giornalino del paese, frequentava la Chiesa, era impegnato in tante attività. Lasciata la scuola, ha deciso di venire a lavorare con me. Un giorno, finita la pausa pranzo, ci siamo lasciati per tornare al lavoro, divisi perché lui aveva preso la bicicletta e quindi andava per conto suo. Lo ho aspettato per ore, lo ho cercato, nessuno aveva notizie di lui. Dopo molto tempo l’ho trovato seduto su una panchina in piazza, aveva gli occhi che sembravano di vetro e la bava che usciva dalla bocca. E diceva cose senza senso. Dopo una serie di accertamenti, i medici hanno diagnosticato un inizio di schizofrenia non aggressiva e l’autismo. Era un ragazzo mite, non dava fastidio a nessuno, chiedeva giusto qualche sigaretta, amava stare con gli anziani, era generoso e servizievole. Gli volevano bene tutti.
La vicenda di Daniele ricorda molto quella di Iuschra Gazi, la bambina di 11 anni, anche lei autistica, scomparsa nel Bresciano durante una gita. So che lei ha avuto contatti con i suoi familiari.
Si, ho parlato con lo zio. Un altro dramma, ancora peggiore del nostro perché Roma è una grande città e Daniele può essere ovunque, mentre la bambina è scomparsa in un bosco con tutte le insidie che un posto del genere può nascondere. Sto organizzando una fiaccolata per Daniele e inviterò anche i familiari di Iuschra. Capisco il loro dolore, so cosa significa vivere con un peso così grande. Anzi, neanche si può dire che si vive, semplicemente si sopravvive. E si sopravvive continuando a cercare la giustizia, quella che voglio per mio figlio Daniele.
Disoccupazione e deindustrializzazione, un binomio
strettamente collegato nella maggior parte dei territori interessati da un
massiccio insediamento di industrie impiantate in breve tempo. La provincia di
Frosinone è una di queste aree poco felici anche se cinque decenni fa, nella
fase ascendente del processo di industrializzazione, sembrava proiettata verso
un futuro di ricchezza e benessere. Non è andata così come purtroppo sanno le
migliaia di lavoratori ciociari che hanno perso il posto nei periodi più bui
delle varie crisi che hanno investito il nostro Paese dalla fine del “boom”
economico dei Sessanta ai nostri giorni, l’ultima delle quali (forse la
peggiore in assoluto) iniziata nel 2008. Oggi il Consorzio
Industriale frusinate, articolato in 4 agglomerazioni, vede nell’agglomerato
industriale del Capoluogo 588 aziende insediate e 36 dismesse; in quello di
Anagni 161 aziende insediate, 3 dismesse; in quello di Ceprano 53 aziende
insediate, 2 dismesse; in quello di Sora-Isola Liri 182 aziende insediate, 3
dismesse. Sono 44, pertanto, gli stabilimenti che hanno cessato definitivamente
la produzione. E altri rischiano la stessa fine.
Per comprendere le dimensioni di un fenomeno apparso inarrestabile fino a pochi anni fa, ma che nell’ultimo triennio sembra mostrare una piccola positiva inversione di tendenza, è necessario fare ricorso ai numeri. Significativi, in proposito, sono due “report” pubblicati dal Centro Studi “Impresa Lavoro” e del Sole 24 Ore diffusi alla fine dello scorso anno. Il primo riguarda lo stato dell’occupazione in Italia tra il 2016 e il 2017 ed è stato realizzato sull’elaborazione di dati dell’Istat, analizzando la situazione di 99 province italiane.
I dati generali dicono che dal 2016 al 2017 il numero degli occupati in
Italia è passato da 22.757.838 a 23.022.959, con un aumento di 265.121 unità (+1,2%).
Una crescita che non è però distribuita in modo equilibrato e uniforme sul
territorio nazionale. Sempre nell’ambito dei grandi numeri, il “report” evidenzia
che, rispetto all’anno precedente, nel 2017 l’occupazione è aumentata in 57
province ed è diminuita nelle altre 42. Restringendo il focus al Centro Italia
e in particolare al Lazio emerge che la provincia di Frosinone registra il dato
peggiore nell’occupazione, con 4.027 unità in meno rispetto al 2016.
Seguono Viterbo e Rieti, che hanno perso rispettivamente 490 e 242 unità,
mentre nel biennio 2016/2017 possono gioire soltanto le province di Roma e
Latina, la prima con 36.224 occupati in più, la seconda con 10.279.
Non sarebbe difficile commentare le fredde cifre estrapolate dal Centro Studi “Impresa Lavoro” affermando che la nostra provincia, oltre a essere l’ultima del Lazio, mostra un quadro ancora a tinte fosche. Ma non basta. La Ciociaria risulta fra le peggiori delle 99 province italiane prese in esame. Soltanto Forlì, Cesena, Lecce, Lucca e Ancona la scavalcano sui dati negativi dell’occupazione. E non può consolare il fatto che quella di Frosinone sia la prima a livello nazionale per il calo della Cassa integrazione. Infatti, spesso alla Cig seguono i licenziamenti, come è già accaduto in tante aziende.
Le proposte per uscire
dalla crisi e aumentare l’occupazione
In un contesto del genere, diventa un imperativo categorico arginare l’emorragia di posti di lavoro, che altrove è stata comunque frenata. Il segretario regionale della Cisl, Enrico Coppotelli, rivendica il ruolo del suo sindacato nell’approvazione dell’Accordo quadro per gli ammortizzatori sociali relativi all’Area di Crisi industriale Complessa siglato da Regione Lazio e organizzazioni sindacali. Accordo che ha permesso di garantire la sopravvivenza economica dei lavoratori rientrati nella mobilità in deroga nel Nord della nostra provincia e che la Cisl ritiene fondamentale per il sostegno al reddito. Anche se lo stesso Coppotelli in proposito ha dichiarato: <La nostra azione non si è esaurita con il perfezionamento di questo importante accordo, ma si rivolge a tutti coloro che in Ciociaria non hanno potuto beneficiare di alcuna forma di sostegno al reddito. Stiamo individuando percorsi in grado di includere nuovamente tutti i lavoratori disoccupati, in particolare quelli del Sorano e del Cassinate. La Cisl ha fatto suonare più volte la sirena per dirigere il comparto produttivo verso il 4.0; ha accolto la proposta degli Stati generali della provincia di Frosinone; ha prospettato il Manifesto dell’Attrattività territoriale; ha rivendicato accordi che restituissero dignità a lavoratori ed ex lavoratori coniugando le politiche attive e passive del lavoro con i tirocini extracurricolari per i percettori di mobilità in deroga nelle aziende e negli enti locali, ma anche per gli Over 60. Ma non ci siamo fermati qui – conclude il segretario regionale della Cisl – Per arginare la crisi del lavoro la nostra organizzazione sindacale ha partecipato alla costruzione delle Reti di Protezione sociale con i quattro Distretti socio-assistenziali e sanitari, attraverso la contrattazione dei Piani sociali di Zona grazie ai quali vengono realizzate le politiche inclusive prima con il Sia. Ovvero il Sostegno per l’Inclusione attiva e adesso con il Rei, il Reddito di Inserimento. Ma per dare un concreto sviluppo al nostro territorio bisogna andare oltre e realizzare una crescita sostenibile, equilibrata e inclusiva soprattutto dei giovani, i più colpiti dalla disoccupazione. Non dimentichiamo, infatti, che la condizione giovanile nella nostra provincia è preoccupante, con quasi il 50% dei ragazzi e ragazze tra i 15 e i 29 anni in cerca di un lavoro. Mentre sono addirittura il 24,4% quelli che non studiano e non lavorano>.
C’è invece chi propone, come il consigliere provinciale e comunale del capoluogo
Danilo Magliocchetti, la creazione di una “Task force regionale per
l’occupazione”, incaricata di affrontare le vertenze e i tavoli di crisi in atto
soprattutto nell’Area di Crisi industriale complessa del Frusinate. <Si
tratta di un organismo – spiega il rappresentante di Forza Italia – dotato di
competenze e professionalità, che dovrà realizzare una innovativa e indispensabile
azione di raccordo permanente tra Istituzioni regionali, Province, Invitalia, Ministeri,
sindacati e organizzazioni di categoria, specificamente mirata ad arginare le
crisi aziendali>.
La soluzione avanzata da Magliocchetti potrebbe funzionare anche perché,
come abbiamo detto, nel Lazio sembra in atto un piccolo boom economico collegato
crescita delle province romana e pontina, che hanno fatto registrare 189mila e
15mila posti di lavoro in più rispetto al 2008 nel biennio 2016/17. Numeri
senza dubbio significativi, che hanno suscitato il commento più che ottimistico
del presidente Nicola Zingaretti: <Il Lazio è la prima regione in Italia per la
crescita dell’economia. A trainare lo sviluppo e il lavoro sono soprattutto le
province di Roma (prima in Italia), di Latina e di Viterbo.Finalmente
la nostra Regione non è più un esempio negativo, ma addirittura protagonista
della rigenerazione italiana>.
Senza voler confutare il valore di certe cifre, ci sembra un po’ troppo
trionfalistico il tono usato dal governatore laziale. Soprattutto se
confrontato con la situazione occupazionale di un’area economicamente
strategica per la provincia di Frosinone e dell’intera regione, il Cassinate. I
Centri per l’Impiego di Cassino, infatti, dicono che nella Fca, l’azienda più
grande del territorio, e nel suo indotto i posti di lavoro non crescono. Anzi,
i 532 dipendenti rimasti fuori dallo stabilimento ex Fiat nell’ottobre scorso
sono la punta di un pauroso iceberg. Lo confermano i dati dei citati Cpi, ma
anche la ricerca del Sole 24 Ore, che attribuisce alla Ciociaria un -2,2% per
l’occupazione nel biennio già indicato. Il quotidiano economico ha esaminato la
situazione delle province caratterizzate dalle Aree di crisi complessa, fra le quali non manca la Ciociaria.
In proposito, nei 32 Comuni che fanno riferimento al Centro per l’impiego
di Cassino si contano 35mila disoccupati, su una popolazione di circa 100mila
abitanti. Quindi, un terzo degli abitanti non ha un lavoro. Antonio Massaro, responsabile dell’ufficio,
spiega il perché dell’aumento dei disoccupati nel Cassinate e delle aziende,
anche quelle che avrebbero bisogno, che non assumono per i costi sono troppo
alti.
<E’ un problema territoriale estremamente
grave a causa soprattutto della crisi dell’indotto Fca – afferma Massaro – Dietro
agli oltre 500 lavoratori che qualche mese fa non si sono visti rinnovare il
contratto e che adesso sono confluiti in un bacino al quale l’azienda dovrà
attingere per le nuove assunzioni, ci sono circa duemila dipendenti delle
aziende che ruotano intorno allo stabilimento automobilistico di Piedimonte San
Germano, che si sono ritrovati anche loro senza una occupazione. Sono le
cosiddette ditte “satellite”, che nel bene e nel male risentono di quanto
avviene nell’universo Fca e nell’ultimo biennio hanno perso numerosi posti>.
Nonostante qualche segnale di
ripresa per lo stabilimento Fca, con la conferma dei 300 dipendenti ai quali
sarebbe scaduto il contratto in questo mese di gennaio, il responsabile del
Centro per l’Impiego di Cassino non vede prospettive rosee per il futuro: <Il problema non è soltanto del territorio e delle nostre
aziende – aggiunge – ma dell’Italia intera. Gli imprenditori si lamentano
perchè non ci sono incentivi, non c’è un programma occupazionale o di norme che
li sostengano. E se qualcuno ha bisogno di assumere non lo fa, perché i costi
sono elevatissimi>.
La provincia di
Frosinone Area di Crisi Complessa
Altri numeri che confermano questa analisi sono quelli pubblicati dal
quotidiano economico Il Sole 24 Ore. Dicono che nel 2007 il tasso di
occupazione nella nostra provincia era del 50,9%. Nel 2017 è sceso al 48,7% con
una differenza di oltre due punti. Invece, sempre nel decennio 2007-2017, è
aumentato l’export, passato dai 2,5 miliardi di dodici anni fa a 7,4. Mentre le
province italiane riconosciute dal Governo come Area di Crisi complessa sono 19, fra le quali ovviamente quella
ciociara. L’analisi pubblicata dal quotidiano del Nord fa risaltare la mancanza di
crescita in 15 di queste province, compresa Frosinone. Nelle altre 4, la
percentuale maggiore del tasso di occupazione è stata registrata nell’Area di
crisi complessa di Venezia-Porto Marghera.
I dati del Sole 24 Ore sono stati esaminati e
commentati dal presidente di Unindustria Frosinone Giovanni Turriziani, il quale non molto
tempo fa rilasciò questa dichiarazione alla stampa: <La nostra economia attualmente viene trainata dai settori
farmaceutico e dell’industria automobilistica, entrambi protagonisti della
crescita relativa all’export. Riguardo al tasso occupazionale in calo, dopo la
“Call for proposals” con la
quale vengono invitate le aziende a presentare le loro proposte, sono state
ritenute idonee 19 manifestazioni d’interesse, che in prospettiva potrebbero
creare da sole circa 500 nuovi posti di lavoro in diversi settori>.
Un’altra ricetta contro la disoccupazione la suggerisce
la Ugl, che addirittura propone il ritorno della Ciociaria nella ex Cassa per
il Mezzogiorno. L’idea viene esposta dal segretario provinciale del sindacato
Enzo Valente, il quale critica il limiti di un sistema <che non produce né lavoro né benessere>.
Anche Valente prende in esame i numeri dell’Istat elaborati dal Centro Studi
Impresa Lavoro e li commenta così: <Il dato relativo alla disoccupazione in
provincia di Frosinone, dove si sono persi oltre 4mila posti in un anno,
confermano come il nostro territorio sia molto più simile alle caratteristiche
del Sud che del Centro-Nord. La ripresa, per quanto se ne dica, non c’è stata affatto.
E se quella nazionale in questi ultimi anni è un riflesso europeo, a Frosinone
non arriva neppure quello. Infatti – rimarca il segretario della Ugl – la maggior parte dei posti di lavoro creati in
pochi anni come risultato della deregolamentazione attuata dalle ultime
riforme, sono di poche ore, a chiamata, a tempo determinato e producono buste
paga da fame. Soltanto quando ci sarà una crescita che si avvicina al 2% si
avranno posti di lavoro effettivi. Al di sotto di questa soglia si tratta soltanto
di ricambio generazionale e precariato. L’Italia del dopo crisi non si è mai
minimamente avvicinata al dato di crescita del prodotto interno lordo. In
provincia di Frosinone uno dei settori ancora trainanti, quello farmaceutico,
offre risvolti occupazionali bassi essendo un comparto ad altissima incidenza
tecnologica che richiede poca manodopera. In futuro – prosegue Valente – sarà
così anche per altri comparti a causa della robotizzazione, dell’informatizzazione,
della digitalizzazione: ovvero la quarta Rivoluzione industriale destinata ad
espellere sempre più lavoratori dal ciclo produttivo>. Dunque, secondo il
segretario provinciale del sindacato <bisogna riflettere sul nuovo sistema
di welfare, una situazione che va affrontata in modo differente rispetto alle
ricette messe in campo negli ultimi anni, che non portano soluzioni positive>.
Da qui la proposta di Valente che potremmo definire clamorosa: <E’
necessario impegnarsi da subito per riportare la provincia di Frosinone nella
ex Cassa del Mezzogiorno. Gli indicatori economici ci accomunano
inevitabilmente alle province del Sud, pertanto è anche giusto che possiamo
usufruire degli stessi benefici e delle stesse opportunità>.
In tale ambito, tornando alla
ricerca di “Impresa Lavoro”, questa indica che nel Mezzogiorno abbondano le
province con un saldo occupazionale negativo rispetto agli anni pre-crisi.
Particolarmente significativi i dati di Palermo (-39.526),
Barletta-Andria-Trani più Bari e Foggia (-38.607), Messina (-32.350), Cosenza
(-26.849), Lecce (-25.891) e Napoli (-25.693). Appare molto negativa anche la
performance delle province sarde aggregate, che insieme perdono 43.734 posti di
lavoro rispetto al 2007. E mentre al Nord quelle con il peggiore saldo
occupazionale sono Genova (-14.069), Udine (-11.627), Imperia (-10.705) e
Rovigo (-10.018), al Centro spiccano Ancona (-14.089), Pesaro Urbino (-10.718)
e purtroppo Frosinone (-9.495).
L’ex Casmez diventerebbe
quindi un toccasana per le nostre industrie? Difficile prevederlo in un
contesto economico profondamente trasformato rispetto agli anni
Cinquanta-Sessanta, quando la Cassa del Mezzogiorno risollevò il territorio
ciociaro (anche creando parecchie cattedrali nel deserto). Ma, vista la
persistenza dell’attuale congiuntura, la soluzione indicata da Valente potrebbe
anche funzionare. In altre parole, tentar non nuoce.
Giorgio Manetti è stato, senza dubbio, il cavaliere più corteggiato della trasmissione “Uomini e Donne”, trono over, condotta da Maria De Filippi su Canale 5. Fiorentino, segno zodiacale Toro (è nato il 28 aprile 1956), si è distinto per la sua filosofia di vita da “gabbiano”, ma anche per l’innata eleganza che ha conquistato un’ infinità di cuori femminili. Uno stuolo di donne ha espresso il desiderio di frequentarlo, nella maggior parte dei casi senza successo. L’unica storia d’amore, durante il programma, l’ha vissuta con la signora indiscussa dello show Gemma Galgani. Nella nuova edizione di “Uomini e Donne” Giorgio Manetti non fa parte del cast, impegnato in altri progetti.
Il grande pubblico ti ha conosciuto nella trasmissione “Uomini e Donne”, ma chi è veramente Giorgio Manetti? Come ti definiresti?
Mi definisco un sognatore, una persona che sempre avuto un approccio positivo verso la vita e verso tutto ciò che ne fa parte: conoscenza del mondo, esperienze, emozioni e sentimenti. Sono una persona che crede nei valori fondamentali: sincerità, coerenza, rispetto, autostima.
Perché hai deciso di lasciare una trasmissione che ti ha dato tanta popolarità?
Durante l’ultima stagione ho avvertito un forte senso di disagio, non riuscivo più ad essere me stesso. Qualsiasi cosa facessi o dicessi all’interno dello studio di U&D era inevitabilmente ed inspiegabilmente contestata, nonostante spiegassi in maniera molto dettagliata tutto ciò che era accaduto, il mio stato d’animo, il rapporto con la controparte ecc. Probabilmente la mia filosofia di vita non è stata capita e accettata.
Inevitabile parlare di Gemma Galgani, l’unica donna del trono over che hai avuto al tuo fianco per un lungo periodo. Cosa ti ha lasciato questa storia?
La storia avuta con Gemma ha contribuito ad arricchire la mia vita, perché dobbiamo far tesoro di tutto ciò che la vita ci offre. E’ una donna con molte qualità, ha una forte personalità. Fu lei a decidere di troncare la storia, in modo per me totalmente inaspettato, ma c’è ancora incredibilmente gente che pensa che sia io a non essere stato carino con lei! Ho passato otto mesi con lei, non ho nessun rimpianto ed ho un ricordo positivo di quella storia.
Qual è il tipo di donna che conquisterebbe il tuo cuore?
In sintesi, deve assolutamente possedere queste fondamentali
qualità: pulita dentro e fuori, sensibile, elegante anche se vestita di stracci
e con una smisurata forza interiore.
Come vivi la popolarità? Quanto è importante per te?
La popolarità è bella fino a che non intacca i tuoi valori, la
tua dignità e la tua privacy. Non venderei mai la mia anima pur di essere
popolare: ringrazio Maria De Filippi per avermi permesso di partecipare ad un
seguitissimo format televisivo e diventare molto popolare di conseguenza, ma è
certo che ciò è dipeso anche dal fatto che sono sempre rimasto me stesso, cosa
che il pubblico da casa ha perfettamente percepito.
Quali sono i tuoi impegni attuali? E quelli futuri?
Attualmente partecipo come opinionista ad un programma di attualità molto seguito, TADA’ in onda su RTV38, una rete regionale toscana, ogni lunedì dalle 17.30. Oltre alla mia partecipazione ad eventi vari in giro per l’Italia, con la mia iniziativa Giorgio Manetti Lifestyle organizzo eventi privati ed aziendali. Mi sto preparando per il viaggio in Russia il prossimo 13 marzo, dove parteciperò come speaker ad una fiera internazionale a Mosca. Spero comunque di poter tornare presto nella TV nazionale, magari con un ruolo di opinionista oppure recitare in una fiction. L’importante è essere sempre il protagonista della propria vita.
Per fortuna ci sono loro, a lanciare messaggi di speranza. I bambini e gli adolescenti. Con azioni concrete ogni giorno ci ricordano la forza della solidarietà, si schierano dalla parte dei più deboli, non conoscono sentimenti di odio e credono in una società migliore, priva di pregiudizi.
Sono i cittadini di domani ed hanno ricevuto la nomina di “Alfiere della Repubblica” dal Capo dello Stato Sergio Mattarella. Storie di impegno sociale con protagonisti giovanissimi eroi. Come Anna Balbi, 12 anni, di San Giovanni a Teduccio, periferia di Napoli. Si è distinta per l’aiuto che offre ai bisognosi: dopo la scuola, collabora con la mensa per i poveri e per gli anziani, è attiva in associazioni come Libera e Wwf e quando un bambino disabile è finito nel mirino di due bulli più grandi, è intervenuta pubblicamente a sua difesa. Dice di non sopportare sopraffazioni ed angherie, che da grande farà la pediatra e non lascerà mai Napoli perché c’è tanto da fare.
Poi ci sono Filippo e Federico Bolondi, 10 e 12 anni, milanesi. Insieme al padre hanno realizzato un’App contro il bullismo per «aumentarel’autostima dei ragazzi tra i 10 e i 16 anni, attraverso lo scambio di messaggi positivi in uno spazio protetto da insulti e offese».
Marcos Alexandre Cappato De Araujo, 17enne di Milano, si è distinto grazie ad un cortometraggio sulla disabilità. Da circa 10 anni si impegna per difendere i diritti di chi, come lui, è costretto a vivere una sedia a rotelle e la sua priorità è la lotta alle barriere architettoniche.
Un altro esempio di impegno
sociale arriva da
Cupra Marittima (Ascoli Piceno) con Celeste Montenovo, 10 anni, che partecipa alle
attività di diverse associazioni benefiche mettendosi a disposizione di chi vive
in condizioni difficili. In particolare, presta volontariato presso l’Unione
ciechi di Ascoli Piceno e ha dedicato alle problematiche dei non vedenti la
tesina per la conclusione del suo percorso di studi.
Un altro Alfiere della Repubblica è Leonardo Cesaretti, 16 anni, residente ad Albano Laziale (Roma), vittima di bullismo. Ha reagito offrendo il suo impegno a favore dei più deboli, soprattutto nelle sezioni di sport integrato e nelle attività di supporto all’hockey su sedia a rotelle.
Sono solo alcune delle storie che i giovani “costruttori di comunità” hanno fatto conoscere all’Italia intera, dimostrando che valori come solidarietà e vicinanza non sono scomparsi, ma che bisogna coltivarli fin da piccoli per contribuire a migliorare una società che sembra aver perso le coordinate. Per fortuna ci sono loro. I nostri giovanissimi eroi.
Ancora qualche giorno per assistere alla commedia “Con tutto il cuore” in scena al Teatro Sistina di Roma fino al 24 febbraio 2019, diretta e interpretata da Vincenzo Salemme.
Al centro della vicenda c’è il mite insegnante di lettere antiche Ottavio Camaldoli, che subisce un trapianto di cuore, senza sapere che l’organo proviene da un feroce delinquente, morto ucciso, il quale ha espresso, come ultima volontà, quella di essere vendicato da colui che riceverà in dono il suo cuore. Il povero Ottavio però non ha nessuna intenzione di trasformarsi in assassino. Lui già troppo remissivo, lui dal temperamento quasi vile, sarà costretto a diventare un duro, un cinico dal cuore di pietra. Forse tutto questo per dimostrare che in ognuno di noi ci sono tutte le sfumature dell’animo umano. E che è sempre l’occasione che ci costringe a fare delle scelte, rivelando la nostra natura più profonda.
La commedia sta riscuotendo grande successo, grazie anche ad un cast molto affiatato formato da Domenico Aria, Vincenzo Borrino, Antonella Cioli, Sergio D’Auria, Teresa Del Vecchio, Antonio Guerriero, Giovanni Ribò e Mirea Flavia Stellato.
Dillo con i fiori, ma anche con i libri. Arriva da Napoli, quartiere Chiaia, la bellissima iniziativa ideata da Luigi Esposito, 53 anni, titolare del chiosco di fiori che si trova all’angolo di Largo Ferrandina, nella parte antica del capoluogo campano. Qui i clienti, ma anche i semplici passanti, possono prendere i libri che Luigi regala a chi ama la lettura come lui.
Come è nata questa iniziativa?
E’ nata per
caso un paio di mesi fa. Stavo leggendo un giallo di Maurizio De Giovanni e un
cliente mi ha chiesto di prestarglielo. Ho risposto che glielo avrei regalato
non appena finito di leggerlo. E ho pensato che poteva essere un’idea quella di
regalare libri. All’inizio ho dato i miei, ora i clienti mi portano i loro quando
non sanno più dove metterli. Ho cominciato così, mettendo nel chiosco un cesto
con i volumi da regalare e uno per i libri da scambiare.
Alla base di questo deve esserci, comunque, l’amore per la lettura.
Amo leggere da sempre, dai classici alle proposte più attuali. Non ho studiato molto perché a 13 anni ho iniziato a lavorare nel chiosco di fiori di famiglia, ma la lettura mi ha sempre attratto.
Quali sono i suoi libri preferiti?
Tantissimi, se devo scegliere sono sicuramente “Siddartha” di Herman Hesse e “Il profeta” di Gibran. Ma anche “Il dottor Zivago”, “I fratelli Karamazov”, “Il cacciatore di aquiloni”. Amo anche Italo Calvino e Socrate.
Come è stata accolta la sua iniziativa di regalare libri esposti tra i fiori?
I clienti
sono felicissimi, il chiosco è diventato un club letterario, una bellissima
cosa.
E qual è il lettore tipo che viene a prendere i libri da lei?
E’ importante dire che sono persone dai 40 anni in su, quasi tutti professionisti molto colti. I giovani non leggono, riescono ad appassionarsi se c’è qualche libro sui vampiri o su personaggi della televisione, per il resto zero. Mi dispiace questa cosa, anche perché mi trovo vicino ad una scuola e vorrei coinvolgere maggiormente i ragazzi, ma ho notato che è difficile. Preferiscono stare continuamente sui telefonini, peccato davvero perché leggere è meraviglioso, ci fa crescere.
Pensa di ampliare la sua iniziativa, visto il successo che sta riscuotendo?
No, tutto è iniziato in modo spontaneo e vorrei che restasse tutto così spartano, l’importante è contribuire a far crescere l’amore per la lettura.
Pensavo fosse uno scherzo o, come si dice oggi, una fake news. Invece no, è tutto vero. A Bolzano sono stati installati dei cuscini protettivi ai pali della città per evitare che si faccia male chi cammina guardando il telefono. In pratica, se sei distratto dallo smartphone e sbatti contro un palo si può attuire il colpo.
L’iniziativa, promossa dalla Provincia di Bolzano, fa parte della campagna #staysmart che si prefigge l’obiettivo di sensibilizzare i cittadini sull’utilizzo corretto dei dispositivi elettronici, invitandoli ad essere meno dipendenti. Insomma, un rimedio a quello che è un vero e proprio male dei nostri tempi. Che ci deve far riflettere. Perché, diciamocelo, pur considerando innovativa e lodevole l’iniziativa, è davvero triste dover correre ai ripari in questo modo. Ma tant’è. In effetti, oggi si incontrano tante, troppe persone in giro che camminano puntando solo ed esclusivamente il proprio cellulare, senza mai alzare gli occhi. Con il rischio, appunto, di dare una testata.
Ammettiamolo: siamo i nuovi zombie. Schiavi della tecnologia e quasi incuranti dei rapporti più diretti. A passeggio ma senza vedere gli altri, ai quali si riserva un fugace saluto perché troppo impegnati a leggere il messaggio su WhatsApp, la mail appena arrivata o l’aggiornamento delle storie di Facebook.
Del resto, la dipendenza da internet e dal telefono cellulare è considerata una vera e propria patologia. Una malattia della società moderna. Ma è davvero questo il progresso? Riflettiamoci su e pensiamo a come uscirne. Cominciando da una mossa semplice semplice: torniamo a guardarci negli occhi!
Grande attesa in Italia per i tre concerti che Elton John terrà all’Arena di Verona del 29 e 30 maggio 2019 e a Lucca il 7 luglio 2019. Tre date aggiunte al lungo tour europeo del cantante che inizierà a Vienna il primo maggio 2019 e proseguirà in Polonia, Repubblica Ceca, Germania, Italia, Olanda, Danimarca, Svezia, Belgio, Irlanda e Svizzera.
<Voglio ringraziare i miei fans straordinari per il loro travolgente supporto lungo il corso della mia carriera e specialmente per l’interesse dimostrato a essere presenti per celebrare il mio ultimo tour, Farewell Yellow Brick Road>, ha detto Elton John, aggiungendo: <Sono così emozionato per la partenza del tour e non vedo l’ora di vedere tutti quanti in giro>.
Il tour Farewell Yellow Brick Road, partito l’8 settembre 2018 negli Stati Uniti, prevede più di 300 concerti attraverso cinque continenti, toccando Nord America, Europa, Asia, Sud America e Australasia prima di giungere alla sua conclusione nel 2021.
Jay Marciano, presidente e Ceo di AEG Presents, promoter del tour, ha sottolineato che <l’amore e la riconoscenza che i fan di Elton gli hanno dimostrato lungo tutta la sua leggendaria carriera proseguono ancora a livelli senza precedenti>.
La pasta ‘ncasciata è il suo piatto preferito e difficilmente manca in tavola nelle puntate che da venti anni catturano un vasto pubblico. Il commissario Salvo Montalbano, interpretato da Luca Zingaretti, torna su Rai Uno a festeggiare l’importante traguardo con due nuovi film. Vanno ad aggiungersi agli episodi che dal 1999 danno vita al personaggio più amato uscito dalla penna di Andrea Camilleri.
Tutto si svolge nella città immaginaria di Vigàta e nell’altrettanto immaginaria provincia di Montelusa. La città corrisponde nella realtà a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, dove Camilleri è nato. Il commissariato è collocato nel municipio di Scicli, la casa di Montalbano è nella contrada Punta Secca, frazione balneare di Santa Croce Camerina, e la mannara, luogo dove il commissario indaga su molti fatti di sangue, è in realtà la Fornace Penna.
In una intervista, Camilleri ha dichiarato che Vigàta in realtà non è altro che il cortile della scuola che ha frequentato da giovane: <In questo luogo, nelle pause di metà mattinata ed all’uscita da scuola in attesa delle corriere, i ragazzi provenienti dal territorio vicino raccontavano le storie dei propri paesi ed è dall’unione di tutte queste storie che ha preso corpo un paese immaginario che in seguito ho chiamato Vigàta ispirandomi alla vicina Licata. Ora, Porto Empedocle è un posto di diciottomila abitanti che non può sostenere un numero eccessivo di delitti, manco fosse Chicago ai tempi del proibizionismo: non è che siano santi, ma neanche sono a questi livelli. Allora, tanto valeva mettere un nome di fantasia: c’è Licata vicino, e così ho pensato: Vigàta. Ma Vigàta non è neanche lontanamente Licata. È un luogo ideale, questo lo vorrei chiarire una volta per tutte».
<Sono stati venti anni bellissimi>, ha detto l’attore romano che interpreta Montalbano, capace di tenere incollati allo schermo una media di 11 milioni di telespettatori a puntata. Sicuramente è la serie tv più longeva, incentrata sulle indagini del commissario di Polizia che toccano i più svariati casi di malavita siciliana. E il commissario Montalbano non è un solo successo italiano: trasmesso in più di venti Paesi al mondo, nel 2016 è risultato tra i dieci programmi più visti nel Regno Unito.
Ma la serie tv deve il suo successo, oltre ai personaggi principali (il commissario, Cantarella, Fazio, Mimì Augello e l’eterna fidanzata Livia), anche al linguaggio. Il sito MAMe ha selezionato, a questo proposito, le seguenti dieci frasi cult. E con esse diamo il bentornato a Montalbano.
Insomma ci sono uomini di qualità che, messi in certi posti, risultano inadatti proprio per le loro qualità all’occhi di gente che qualità non ne ha, ma in compenso fa politica. Da ‘La prima indagine di Montalbano’
Bella. E non è solamente bella. Appartiene a quella categoria che dalle nostre parti, una volta, era chiamata di “fimmine di letto”. Ha un modo di taliarti, un modo di darti la mano, un modo d’accavallare le gambe, che il sangue ti si arrimiscolia. Ti fa capire che sotto o sopra un linzolo, potrebbe pigliare foco come la carta … Da ‘Il quarto segreto’ tratto dal volume ‘La paura di Montalbano’
“La massima fortuna che un omo può aviri nella vita è quella di non arrivare mai a un punto di disperazione dal quale non puoi tomare” Da ‘Il medaglione’
“Lo sai perché su di te soffia il ghibli? Perché tu sei il deserto. Il vento fa scomparire le orme appena stampate sul tuo corpo. Non credere che queste mie parole siano dettate da rancore, gelosia o altro. Nascono solo dal bene che ti ho voluto. Ti auguro non che tu possa trovare la felicità, ma che nel tuo deserto possa accadere il miracolo di un’oasi. Addio, Laura”
Da ‘Noli me tangere’
“Dimmi in quale occasione ti sono parsa complicata!” “Tu non l’appari, ma lo sei. Dentro, nel profondo di te. Intuisco in te come un continuo scontro contraddittorio che riesci a nascondere assai bene. Dentro di te c’è un vero e proprio labirinto, Arianna, pieno d’angoli oscuri, di viottoli ciechi, d’abissi e di caverne.” “Addirittura!” “Tu non puoi o non vuoi rendertene conto. Sappi comunque che io non mi ci avventurerei nemmeno se mi fornissi il tuo filo, Arianna. Avrei paura a incontrare il tuo Minotauro. Non sono mica Teseo.” Da ‘Il tuttomio‘
“Arriva un momento nel quale t’adduni, t’accorgi che la tua vita è cangiata. Fatti impercettibili si sono accumulati fino a determinare la svolta. O macari fatti ben visibili, di cui però non hai calcolato la portata, le conseguenze.” Da ‘Il ladro di merendine’
“Un autentico cretino, difficile a trovarsi in questi tempi in cui i cretini si camuffano da intelligenti.” Da ‘Il ladro di merendine’
“È un gioco tinto, quello dei ricordi, nel quale finisci sempre col perdere.” Da ‘L’odore della notte’
“Nisciuna pausa può essere concessa in questa sempre più delirante corsa che si nutre di verbi all’infinito: nascere, mangiare, studiare, scopare, produrre, zappingare, accattare, vendere, cacare e morire. ” Da ‘L’odore della notte’
“Pirchì non si pò campare per anni e anni e anni con una pirsona accanoscennola di dintra e di fora, senza avvirtiri che in questa pirsona è avvinuto un qualichi cangiamento.” Da ‘Una lama di luce’
Starò sempre dalla parte dei giovani che tentano di trovare una strada per raggiungere i propri sogni. Anche per questo motivo ho voluto incontrare Matteo Dell’Omo, di Anagni, in arte Antòn, – nome scelto in ricordo del padre scomparso Antonio – che sogna di far conoscere le sue canzoni. Le scrive da quando aveva 20 anni. Ora ne ha 27 e da poco ha lanciato il brano “Soli contro tutti” accompagnato da un video. Prima di questo singolo ha pubblicato “Quante cose” e “Maledetta luna”. Tutte canzoni molto gettonate sul web e trasmesse da varie radio private.
Come è nata la tua passione per la musica?
L’ho sempre avuta, fin da quando ero piccolo. Per un certo periodo mi sono dedicata ad altre cose pur continuando ad ascoltare e a pensare alla musica, ma a venti anni ho comprato una chitarra e ho iniziato a scrivere canzoni.
Hai avuto anche un’esperienza a Sanremo.
Nel 2017 ho partecipato, al Palafiori di Sanremo, ad un concorso parallelo al Festival con la canzone “Quante cose”, vincendo anche un premio.
Proprio in questi giorni si sta svolgendo il Festival. Cosa ne pensi? Lo segui?
Lo sto seguendo un po’, credo che si dia più importanza ai cantanti che alle canzoni, invece dovrebbero essere protagoniste queste ultime, visto che è il Festival della canzone italiana. So di canzoni eliminate che sono molto più belle di quelle ammesse proprio perchè prevale la fama dell’artista che assicura un certo share.
Quali sono i tuoi generi musicali e cantanti preferiti?
Il rock, canzoni italiane, la musica inglese, Vasco su tuttie Renato Zero.
Come potrebbe essere definito il tuo genere musicale?
Pop-rock con testi attuali e polemici.
A chi è rivolta la polemica?
I miei testi parlano soprattutto della società attuale e dei problemi del nostro Paese che sono sotto gli occhi di tutti e cerco in particolare di risvegliare la coscienza dei giovani per incitarli al cambiamento.
Cosa hanno i giovani, oggi, che non va?
Si lamentano un po’ troppo, invece dovrebbero rimboccarsi le maniche.
Quali sono le difficoltà che hai incontrato o stai incontrando per inserirti in un mondo sicuramente difficile?
Agli inizi tanta gente vuole approfittarsi della tua voglia di fare, del tuo lavoro, promettono senza mantenere, cercano di sfruttarti per interessi economici. Sono delle situazioni che ho vissuto sulla mia pelle, ecco perché mi sento di dire ai giovani che vogliono intraprendere questa strada di fare tutto da soli, se hai talento qualcuno se ne accorgerà.
Nel video di “Soli contro tutti” hai un gruppo musicale particolare, formato da bambini. Ha un significato questa scelta?
E’ il mio primo video e sì, c’è un motivo. Una volta sono stato scartato ad un concorso perché cantavo da solo, mi hanno detto di farmi una band. E io l’ho trovata! Sono bambini di sei anni che crescono, in un certo senso, soli contro tutto come il titolo della mia canzone.
Dopo questa canzone quali sono i tuoi progetti?
Ho scritto già altre canzoni, vorrei fare un album, ma il mio vero obiettivo è quello di andare avanti e non solo per la notorietà. Il mio sogno è quello di far conoscere i miei lavori , lanciare dei messaggi ad un pubblico sempre più vasto.
Già, i sogni. Guai a non averne e a non coltivarli. Buona fortuna Antòn!
A Napoli è di scena la fiera del cioccolato artigianale proposta agli innamorati in occasione di San Valentino. Si tratta di “Chocoliamo”, prima edizione, che si svolgerà nel quartiere Chiaia dall’8 al 17 febbraio.
L’iniziativa è organizzata daD2 Eventi con il patrocinio della Prima Municipalità di Napoli, di Casartigiani, dell’Associazione Pasticcieri Napoletani e della Camera di Commercio di Napoli. Sarà presente tra piazza San Pasquale e piazza Amendola con laboratori, show cooking e animazione per bambini.
Gli artigiani proporranno caramelle, liquirizie, specialità siciliane come torrone e cannoli, i cioccolatini di Perugia. Uno spazio sarà riservato ai vegani. Hanno aderito i principali produttori campani: Gallucci Faibano, la cioccolateria Van Moos, Armando Scaturchio con le sue creazioni per San Valentino, i prodotti artigianali da abbinare ai Baci Perugina realizzati dalla “Love” come idee regalo per gli innamorati.
L’Associazione Pasticcieri Napoletani, presieduta da Ciro Scarpati, offrirà ogni giorno uno show cooking su San Valentino. Sullo stesso tema, la Pecorella Marmi realizzerà una installazione dedicata alla kermesse. Le mattine saranno caratterizzate dagli incontri sull’Abc del cioccolato con il maestro Vanacore. Per i bambini, l’animazione di Puerta del Sol, il teatro dei burattini di Mario Ferrajolo e, per gli innamorati, i “Baci rubati”, il “Kissing Point”, lo spazio per le frasi d’amore e altre sorprese. Media partner della prima edizione di Chocoliamo è la web tv NetNapoli.
Lo giuro: è la mia prima intervista in lingua antica, tra le più divertenti. E non può essere altrimenti se incontri gli artisti della band BardoMagno, una delle rivelazioni di Italia’s Got Talent. La trasmissione di Tv8 li definisce <musicisti stravaganti venuti direttamente dal Medioevo>. Nella puntata dello scorso 25 gennaio hanno proposto, adattando il testo della canzone “Riccione” di Thegiornalisti, il brano “Lo schiaffo di Anagni” (VIDEO).
Il loro stile è proprio questo: riadattare canzoni famose con l’obiettivo di far conoscere al grande pubblico il sistema feudale e i fatti storici di quel periodo. Lo fanno dal 2014, quando è nato, si legge sul loro profilo Facebook, <lo progetto musicale de “Feudalesimo e Libertà”, lo vero et unico Partito politico che – pe’ volontade divina – difende li interessi dello Popolo>. Tra le loro creazioni più recenti, “Il Centro di castità permanente” (da Battiato).
Il gruppo è formato da Valerio Storch, Alessandro Mereu, Edoardo Sala e Maurizio Cardullo, con all’attivo importanti precedenti esperienze musicali. Si presentano indossando abiti storici e indicando Aquisgrana, sede della corte di Carlo Magno e crocevia di lotte religiose, come città di provenienza.
Fin qui l’ufficialità. Ma sentite come si presentano loro:
Li menestrelli imperiali che costituiscon la feudal compagine di Bardo Magno sono: Abdul Il Bardo (Voce et Chitarra): Valerio Storch, noto anche come Mohammed Abdul, musico delli Nanowar Of Steel. Don Alemanno (Voce et Bolle Papali): Alessandro Mereu, o anche Papa Alemanno d’Acquisgrana, noto al mondo come lo disegnatore di Jenus. Il Gran Calippo d’Oriente (Flauti, liuti, cornamuse, et soprattutto Amore): Maurizio Cardullo, noto anche come lo polistrumentista dei Folkstone. Fra’ Casso da Montalcino (Tamburi, potenza, vino e tuono): Edoardo Sala, noto anche come lo batterista dei Folkstone.
Quando nasce la band e con quali obiettivi?
Lo progetto nasce pe volontà di Carlo Magno nel lontano 801. Nominatici valvassori dello Sacro Romano Impero (con delega alla musica), Carlo (pe’ gli amici Carletto, fino ad un anno prima principe dei mostri), ci implorò di formare questa compagine pe’ favellar allo volgo li veri valori feudali. Noi ci siam semplicemente resi disponibili a servirlo. Hodie siam ancora quivi, spalleggiando Lo Imperatore, capo del partito Feudalesimo e Libertà, nonché unico et legittimo erede di Carlo.
Come si può definire il vostro genere musicale?
Noi siamo degli artisti TRAP-pisti.
Quali sono le vostre incisioni finora?
Finora abbiamo registrato solamente un live bootleg ufficiale uscito in edizione super-ridotta et esaurito in un mese, ma… Udite Udite! A breve uscirà il nostro primo disco in studio dal titolo originalissimo “Vol. 1”, contenente le nostre migliori opere o, meglio, quelle che ci sono state approvate dallo imperatore, espressione della volontà d’Iddio.
Con quale spirito partecipate a Italia’s Got Talent?
Collo spirito di chi gnosce la verità e pugna pe sostener li veri valori feudali, imperiali et asburgici, contra lo mondo moderno fornicatore et peccatore. Lo nostro spirito est quello di ispirare lo volgo allo volere imperiale et di guidarlo verso una vera modernità feudale.
Prossimi progetti in cantiere?
Discenderemo pe tutta Italia accompagnati dai Lanzichenecchi a favellar lo nostro verbo al volgo. Presenteremo in anteprima li brani allo volgo al Comicon di Napoli il 25 Aprile (la fiera del fumetto di Napoli, in volgare italiano), et successivamente festeggeremo l’uscita vera et propria del disco alla Quarta Adunata di Feudalesimo e Libertà, il 18 maggio al Live di Trezzo sull’Adda.
Dopo i musei civici gratuiti per giovani dei paesi dell’Unione europea tra 18 e 25 anni, arrivano le nuove agevolazioni culturali annunciate dal sindaco di Firenze Dario Nardella: spettacoli e concerti a 1 euro al Maggio Musicale fiorentino e Teatro al Verdi con l’Orchestra della Toscana, sempre per i giovani tra 18 e 25 anni appartenenti all’Unione europea.
<I giovani – ha dichiarato Nardella – hanno voglia di cultura ed è fra i compiti dell’amministrazione fornire strumenti adeguati per aiutarli nel loro cammino di crescita e formazione. Lunedì 21 gennaio abbiamo sperimentato la prima giornata dei musei civici gratuiti e già 130 giovani hanno scelto di visitarli. Siamo contenti di come è partito il nostro progetto “Più giovani al museo” e replicheremo per tutti i prossimi lunedì dell’anno>. Il sindaco ha ricordato anche che <a febbraio è partito il progetto del teatro e della musica a un euro e presto inizierà un’ulteriore agevolazione: sarà attivato un invito alla lettura e all’informazione, 50 euro annuali da spendere in libri o giornali o periodici, che sarà destinato ai giovani tra 18 e 25 anni residenti a Firenze>.
Per quanto riguarda i musei civici, l’accesso gratuito è previsto a Palazzo Vecchio, museo Novecento, museo Bardini, Cappella Brancacci-Fondazione Salvatore Romano.
Ho avuto più volte modo di dire la mia sui social, in particolare quello che penso di Facebook (anche con i post, su questo sito, Social ma non troppo e Travolti dalle fake news). Nuovi modi di comunicare che, a mio avviso, andrebbero utilizzati con maggiore buon senso. Oggi provo a stilare una sorta di bestiario, tra il serio e il faceto.
L’IDENTIKIT DI CHI INSULTA
E’ il problema più preoccupante dei social, dove tutti si sentono autorizzati ad insultare gli altri. Il peggiore è quello che lo fa mentre mostra nel profilo Padre Pio, la Madonna o i propri figli (chissà cosa tramanderà loro). Ci sono poi quelli (tanti, troppi) che hanno poca dimestichezza con le acca: le ignorano quando servono, abbondano se non vengono richieste: in genere ce l’hanno con gli stranieri, che probabilmente conoscono la lingua italiana meglio di loro. Da non sottovalutare, però, l’utente che ha studiato: non sempre il grado di istruzione coincide con l’intelligenza o con il buon senso. Il fenomeno, insomma, è piuttosto trasversale.
LE FRASI STANDARD
The winner is… “E allora il Pd”? E’ come il colore nero, sta bene su tutto. Seguono pidioti, zecche rosse, è tutto un magna magna, è colpa di chi ha governato prima (se si parla di politica) stessero a casa loro, sono finti profughi, hanno il telefono di ultima generazione, vogliono pure la wi-fi, arrivano palestrati, portateli a casa vostra, e, naturalmente, prima gli italiani (se si parla di immigrazione), dove sono finiti i soldi dell’Unicef, dove sono finiti i soldi raccolti per i terremotati (siamo entrati nel capitolo fake news).
L’INVIDIA SOCIALE
Chiunque guadagna va odiato. Ultimamente nel mirino ci sono i conduttori televisivi. Gli haters, in questo caso, sono quelli che… io pago il canone, c’è gente che muore di fame, i pensionati non arrivano a fine mese, quei soldi dateli ai terremotati.
IL BENALTRISMO
Un termine che fa parte soprattutto del linguaggio giornalistico, indicando chi elude un problema sostenendo che ce ne sono altri, più gravi, da affrontare. Sui social il benaltrismo impera. E, dunque, se si parla di un intervento per le scuole non sta bene perché le strade sono a pezzi, non si deve dibattere di randagismo perché sono più importanti i servizi sanitari, guai ad occuparsi di agricoltura se il commercio langue e così via.
I SELFIE DEI POLITICI
Alcuni fanno concorrenza a Chiara Ferragni, non avendone né il fisico né le capacità di influencer, altri esibiscono figli e cani, molti non perdono occasione per un clic con i propri supporter. Anche la politica si adegua ai tempi del web. Purtroppo.
Intraprendente, dinamico, esperto di comunicazione. Fabrizio Casinelli, 52 anni, è nato ad Arpino, provincia di Frosinone, ed è giornalista professionista dal 1998. Come molti di noi, ha iniziato la sua carriera collaborando con radio e televisioni locali nel periodo del boom dell’emittenza privata. Da allora, erano gli anni Ottanta, non si è più fermato. Fino ad approdare in Rai nel 2009, dopo vari e importanti incarichi ricoperti anche nella comunicazione istituzionale (Senato, Palazzo Chigi, presidenza del Consiglio dei Ministri). Attualmente è direttore del Radiocorriere Tv, da oltre 70 anni organo ufficiale della Rai.
Come definiresti l’esperienza della direzione dello storico Radiocorriere Tv?
Una esperienza straordinaria. Una testata storica che ha visto grandi firme del giornalismo italiano. Nel 2012 l’ho trovata abbandonata in un cassetto e ho deciso di rilanciarla in versione online. Da quel momento non ci siamo più fermati e sono sette anni che andiamo in rete ogni lunedì mattina grazie ad un manipolo di professionalità a cui sarò sempre grato.
Hai avuto tanti incarichi importanti, quale ricordi con particolare piacere?
Sicuramente essere stato Capo Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri è stata una esperienza straordinaria. Sai, ricevere una lettera con i complimenti per il lavoro svolto da parte del Presidente degli USA, all’epoca George W. Bush, è stato qualcosa di unico. Se mi avessero detto nel 1984, quando ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo della comunicazione, che un giorno sarei arrivato a Palazzo Chigi, sarei scoppiato a ridere. E poi i premi internazionali per lo sviluppo della comunicazione pubblica. Per non parlare del sito del Governo. Pensa che il mio progetto è rimasto operativo dal 2002 fino al restyling voluto dal governo Renzi. E’ stata una grande palestra professionale, ma soprattutto di vita.
Sei un giornalista di lungo corso, qual è a tuo parere lo stato di salute della nostra professione?
La nostra professione vive un momento di grandissima difficoltà. Le nuove tecnologie hanno depotenziato il nostro lavoro. Con l’avvento dei social network, poi, siamo stati sorpassati a destra e sinistra da chi armato di un solo telefonino cellulare si sente a tutti gli effetti un reporter. Da qui le fake news e un sistema di notizie che fagocitano tutti senza rispetto. Noi abbiamo la nostra deontologia professionale come faro e non dovremmo mai dimenticarlo.
E quale è lo stato di salute della Rai dove lavori da tempo?
Sulla Rai se ne dicono tante, ma resta la più grande industria culturale del Paese. Una grande Azienda che ha al suo interno professionalità straordinarie, in tutti i settori.
Ad un giovane che vorrebbe intraprendere il mestiere di giornalista cosa consiglieresti?
La nostra professione è completamente cambiata. Quando ho iniziato c’era una forza, una spinta che oggi non vedo nei giovani colleghi. Nelle scorse settimane sono stato contattato dall’Università Roma 3 per parlare di comunicazione e giornalismo. Ai tanti ragazzi presenti ho posto un paio di domande sulla loro idea di giornalismo e sul perché intraprendere questa professione. Le risposte che ho ricevuto mi hanno deluso, e non per colpa dei ragazzi che le hanno date, ma perché ormai viviamo in un mondo dove si pretende tutto e subito. Dove la sana e vecchia “gavetta”, quella fatta di ore al telefono per i classici giri di “nera o di bianca” sembra essere qualcosa di assurdo…
Sei nato ad Arpino, hai collaborato con testate della provincia di Frosinone, quindi conosci molto bene anche le vicissitudini della stampa locale, che non naviga proprio in buone acque. Cosa non ha funzionato e non funziona in questo ambito?
Mi piacerebbe fare il solito discorso di una provincia schiacciata tra Napoli e Roma, che potrebbe sembrare qualcosa di negativo, ma che invece dovremmo trasformare in una grande possibilità di sviluppo e di crescita: non l’ha fatto mai nessuno. Penso che la stampa locale in questi anni sia mossa e sia cresciuta di pari passo con il territorio. La nostra Provincia ha avuto momenti di grande forza economica e politica. Adesso le cose sono cambiate e con la crisi del settore anche gli imprenditori che hanno creduto e investito vivono in un regime di grande difficoltà. Basti pensare al numero di realtà locali, radio, tv e giornali, che erano presenti sul nostro territorio negli anni 90 e a quelle che sviluppano la propria attività nel 2019. Siamo ben oltre la metà. Dati importanti, allarmanti. Sono stati pochi gli imprenditori puri del settore e quelli che resistono, perché di resistenza si parla, sono gli unici che hanno avuto la forza di guardare oltre il loro piccolo mondo antico. Mi auguro che la situazione possa migliorare, ma onestamente non ci credo.
Scatta l’emergenza freddo in tutta Italia e la Comunità di Sant’Egidio è come sempre in prima linea per aiutare chi vive in strada. <Ciascuno di noi – dicono dalla Comunità – può dare una mano. Fermiamoci ad ascoltare chi vive per strada! In questi giorni abbiamo lanciato una grande campagna nazionale in soccorso delle persone senza dimora, sia portando coperte e indumenti caldi nei centri di raccolta, sia partecipando di persona alle distribuzioni>.
E’ possibile aiutare concretamente, a Roma e in diverse città d’Italia, unendosi alle iniziative di soccorso alle persone senza dimora, sia portando coperte e indumenti caldi nei centri di raccolta, sia partecipando di persona alle distribuzioni. Sul sito (www.santegidio.org) si trovano tutti gli indirizzi dei centri di raccolta.
Ed in molte città italiane sono state aperte strutture per l’accoglienza. Come a Napoli, nel centro storico, per aiutare 15 persone senza casa. <Sono italiani e stranieri, giovani ed anziani, amici cari – spiega la Comunità – che erano esposti al freddo e alla malattia. Uno di loro, l’ultimo che si è aggiunto, è un anziano di 77 anni, appena dimesso dall’ospedale, e viveva nei giardini lì attorno. Un altro ci ha detto: “Stare in giro tutto il giorno al freddo è come un lavoro, devi continuamente cercare riparo e aiuto per tutto, quando sono qui posso riposare!. Già in pochi giorni hanno ritrovato il piacere di un luogo caldo ed accogliente, dove possono arrivare la sera, cenare, chiacchierare, poi riposare. Un luogo dove essere senza pensieri, non come la strada, dove come dice un altro amico: “Tutto ciò che lasci fuori dal cartone non lo troverai più!”>.
Anche a Torino la Comunità di Sant’Egidio offre ospitalità a chi non ha casa. Visto il freddo intenso e la necessità di offrire un posto al caldo alle persone senza dimora, la sala accanto alla chiesa dei Santi Martiri – che normalmente ospita gli incontri di riflessione della Comunità – è stata trasformata in un rifugio per la notte che accoglie 6 persone. Brandine e piumoni, asciugamani e stufette ad olio riscaldano la notte di chi non ha niente.
Altra importante iniziativa è la guida “Dove mangiare, dormire, lavarsi” 2019 a Roma” per chi non ha casa o è in difficoltà. Giunto alla 29esima edizione, questo libretto pubblicato dalla Comunità di Sant’Egidio è un aiuto a orientarsi nel mondo della solidarietà. E’ rivolto prima di tutto a chi ha bisogno di aiuto: poveri, persone senza fissa dimora, anziani o stranieri. Per questo è distribuito gratuitamente a chi ne fa richiesta. Ma è utile anche a tutti coloro che operano nel sociale. Ci sono i posti dove si può avere aiuto e accoglienza, dove si può aiutare ed essere accoglienti.
La cronaca di questi giorni ha fornito una notizia agghiacciante: un bambino di 7 anni ucciso in casa, a Cardito nel Napoletano. Episodio ancora tutto da chiarire, con il convivente della mamma fermato dopo che la sorellina del povero bambino, 8 anni, ferita gravemente, ha parlato di lui come di un violento che li picchiava in continuazione. Una storia maturata in un ambiente familiare disagiato che fa inorridire perché a perdere la vita è un bambino non adeguatamente protetto. E spesso i minori sono oggetto di abusi e violenze proprio da parte di chi dovrebbe tutelarli, dagli adulti ai quali i bambini si affidano completamente.
I dati di questo triste fenomeno sono allarmanti, ma non esaustivi, come spiegano da Telefono Azzurro che dal 1987 è in prima linea in Italia per dare ascolto ai bambini maltrattati: <In Italia, purtroppo, non viene attuato un monitoraggio sistematico da parte di organi istituzionali che consenta di avere un quadro aggiornato, completo della diffusione dell’abuso in danno di bambini e adolescenti.
I dati a nostra disposizione non ci permettono di
avere un quadro preciso del numero dei bambini maltrattati e abusati nel nostro
Paese, tuttavia è possibile affermare che tali dati rappresentano una probabile
sottostima del fenomeno: molto alto è il numero dei casi che restano “sommersi”,
ossia che non vengono denunciati>.
Maltrattamenti, abusi sessuali e bullismo sono le principali
fonti di rischio per i bambini di cui si occupa Telefono Azzurro. In un report
di Emergenza Infanzia, l’associazione evidenzia che a chiamare il call center, il
numero 114 da dove rispondono gli esperti, è nella maggior parte dei casi è un
adulto: solo nell’11,7% dei casi a chiamare è il bambino o l’adolescente
coinvolto nella situazione di emergenza. E’ evidente come la decodifica di una
situazione di emergenza non sia semplice per un bambino e come sia necessario,
a maggior ragione per situazioni che coinvolgono bambini di età fino a 10 anni,
il coinvolgimento di un adulto per la richiesta di aiuto.
I dati relativi alle caratteristiche del campione di
bambini e adolescenti per i quali è stato richiesto l’intervento del 114
evidenziano solo un lieve scarto tra maschi e femmine vittime di situazioni di
emergenza/disagio (maschi 51,5% – femmine 48,5%).
I dati relativi alle caratteristiche del campione di bambini e adolescenti per i quali è stato richiesto l’intervento del 114 evidenziano solo un lieve scarto tra maschi e femmine vittime di situazioni di emergenza/disagio (maschi 51,5% – femmine 48,5%). Le richieste di intervento hanno riguardato prevalentemente (nel 63,7% dei casi) bambini di età compresa tra 0 e 10 anni, nel 21,0% minori di età compresa tra gli 11 e i 14 e nel 15,3% ragazzi tra i 15 e i 18 anni. Le richieste pervenute al servizio non riguardano solo minori di nazionalità italiana, ma anche straniera: il 19,4% dei bambini e adolescenti segnalati al 114 è straniero.
Ci sono delle città dove il Carnevale diventa un evento straordinario. Una di esse è sicuramente Viareggio, che Carisma.blog ha scelto tra le tante proposte italiane. La prossima sarà la 14esima di una manifestazione che vedrà sfilare i giganti di cartapesta e tante persone in costume, con un tema particolare: le donne.
Già dall’inizio del mese di febbraio a Viareggio sarà grande festa, in attesa del martedì grasso che cadrà il 5 marzo. In programma 5 corsi mascherati. Si parte domenica 9 febbraio con la cerimonia di inaugurazione alle ore 16 e la prima sfilata dei carri allegorici che si svolgerà di sera. Previsto anche un grande spettacolo pirotecnico con i fuochi d’artificio a tempo di musica.
Il secondo appuntamento è previsto domenica 17 febbraio alle ore 15. Poi si continua sabato 23 febbraio, dalle ore 17 e domenica 3 marzo alle 15. Il 5 marzo, in occasione del martedì grasso, chiusura in grande stile con l’ultimo corso mascherato, la premiazione dei vincitori e infine i fuochi d’artificio.
In ogni sfilata si possono ammirare 9 carri di prima categoria, veri e propri giganti di carta pesta alti oltre 20 metri e larghi dodici, 5 di seconda categoria, quindi un po’ più piccoli (ma raggiungono sempre altezze ragguardevoli, ben 14 metri), 9 mascherate di gruppo e 9 maschere singole create dalle giovani promesse dalla cartapesta.
Le sfilate si svolgono sul percorso dei viale a mare, con diversi ingressi al circuito. Uno spettacolo che a ogni corso mascherato richiama circa 200mila spettatori. Alta l’affluenza per il carnevale di Viareggio, che a ogni edizione conta 500mila ingressi, 27mila abbonamenti alle sfilate e 32 milioni di persone che seguono la manifestazione, tra tv e social.
<Dietro a questo spettacolo – spiegano gli organizzatori del Carnevale di Viareggio – ci sono ben 23 ditte artigiane e 250 persone che durante tutto l’anno lavorano per ideare prima i bozzetti dei carri e poi per creare le grandi macchine di cartapesta, dei veri e ropri teatri viaggianti.
Il tema principale sarà l’esaltazione della donna attraverso il personaggio di Frida Khalo, il mito di Medea e delle sirene di Ulisse, ma anche il bullismo tra i ragazzi, la marea di plastica che ci sta sommergendo e soffocando, la teoria del caos come specchietto per le allodole.
Come sempre spazio anche ai politici, tra ironia e allegoria: il premier Conte viene raffigurato alla guida di un precario aereo Italia, mentre i vicepremier Salvini e Di Maio sono due giardinieri, intenti a tagliare i rami secchi della vecchia politica. Salgono sui carri anche il presidente Usa Trump, che vuole tornare sulla Luna, ed Emma Bonino come simbolo dei diritti civili e della tolleranza>.
La Biblioteca della Shoah di Fiuggi, area didattica della Fondazione Levi Pelloni, in questi giorni sta promuovendo una serie di appuntamenti nelle scuole e nelle sedi istituzionali del Lazio per celebrare il Giorno della Memoria. Pino Pelloni, Luciana e Margherita Ascarelli dopo essere stati presenti nelle scuole di Zagarolo, Olevano Romano e Cerreto Laziale, proseguiranno i loro incontri con i giovani a Roma (lunedì 28, Via Vittoria, 24) e Cassino (mercoledì 30, Palazzo Municipale, Sala Pier Carlo Restagno). Il tema che viene presentato agli studenti riguarda le leggi razziali del 1938 mentre l’appuntamento di domenica 27, voluto dal Comune di Olevano Romano di concerto con l’Associazione Welcome to Tivoli, è il risultato del progetto didattico/formativo “Mio Dio perché?”, realizzato con gli Istituti Comprensivi dei Comuni di Olevano Romano e Cerreto Laziale.
Mercoledì 30 gennaio l’amministrazione comunale di Cassino, su proposta del Centro Documentazione e Studi Cassinati e in collaborazione con La Fondazione Levi Pelloni, ricorderà i cugini Settimio e Marco Giacomo Giuseppe Efrati, cittadini ebrei nati a Cassino, e finiti nella razzia del Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943 e mai piu tornati da Auschwitz. Il convegno, in calendario alle ore 10.30, contempla gli interventi del sindaco di Cassino Carlo Maria D’Alessandro, di Pino Pelloni (“Il dovere della memoria”), Luciana Ascarelli (“Le leggi razziali del 1938”) e Gaetano De Angelis-Curtis (La storia dei cugino Efrati, ebrei di Cassino).
Per l’occasione verranno installate, a ricordo del loro sacrificio e nell’area del Monumento ai Caduti, due copie della Menorah di Anticoli, l’antica pietra (sec.XV) rinvenuta nel ghetto ebraico di Anticoli, l’odierna Fiuggi. L’antica Menorah di Anticoli, rinvenuta in via del Macello nel borgo di Fiuggi, non è la prima volta che viene utilizzata come segno di riconoscimento e di ricordo sia come dono a personalità che si sono distinte nella ricerca storica e nell’esercizio del dovere dell’accoglienza e della solidarietà, sia come segno di memoria per cittadini europei, ebrei e non solo, che sono state vittime dei totalitarismi del Novecento.
La Menorah di Anticoli, un’incisione di fattura catalana, il che ha fatto ipotizzare la sua datazione alla fine del XV, rappresenta un documento molto importante per la storia di Fiuggi e la sua copia è stata realizzata da Luigi Severa.
<Lo sviluppo maggiore della comunità ebraica anticolana – spiega Pino Pelloni – si ebbe quando, nel 1291, molti discendenti di Abramo furono espulsi dall’Italia meridionale. Non risulta che in Anticoli abbiano aperto un Banco di Prestito, come è testimoniato in Anagni, Alatri e Veroli, mentre è documentata l’attività privata di commerci e lavori artigianali, dell’arte speziale e della scrittura. Gli ebrei, presenti nelle contrade del Basso Lazio, se sono sopravvissuti alle persecuzioni lo devono alla loro utilità nella società in cui vivevano e al loro spirito di adattamento presso le comunità che li ospitavano.
La stessa esistenza della comunità ebraica in Anticoli e negli altri centri vicini, trova risposta anche nei comportamenti delle Chiese locali, che da una parte tentavano l’assimilazione religiosa e dall’altra favorivano la loro esistenza. E’ risaputo come la Camera Apostolica adoperasse ogni mezzo per invitare sottobanco gli Ebrei a prestare denaro a usura ai cristiani in modo che questi fossero in grado di adempiere al loro dovere di contribuenti. Prestiti che il potere temporale vietava ai sudditi, tollerandoli e sollecitandoli agli Ebrei. Pertanto le comunità ebraiche erano socialmente utili alla Chiesa e al Feudo>.
Le Gallerie Nazionali di Arte Antica presentano per la prima volta al pubblico, fino al 30 giugno 2019 nella sede di Galleria Corsini a Roma, un capolavoro recentemente riscoperto di Giorgio Vasari: il Cristo Portacroce, realizzato per il banchiere e collezionista Bindo Altoviti nel 1553.
Il dipinto costituisce uno dei vertici della produzione dell’artista aretino e uno degli ultimi dipinti realizzati a Roma prima della sua partenza per Firenze.
Il ritrovamento si deve a Carlo Falciani, esperto studioso di pittura vasariana, che lo ha riconosciuto nel quadro registrato da Vasari nel proprio libro delle Ricordanze, indicandone la data e il nome del prestigioso destinatario.
Il dipinto testimonia un momento molto importante dell’attività romana di Vasari, allora al servizio di papa Giulio III. Riportata nel suo contesto, l’opera si rivela un caso esemplare per capire le pratiche di lavoro di Giorgio Vasari. In occasione della mostra è previsto un ciclo di conferenze sull’opera esposta e la figura dell’artista. Sarà inoltre pubblicato un catalogo a cura di Barbara Agosti e Carlo Falciani.
E’ stato tratto da una storia vera il film “Liberi di scegliere” andato in onda martedì sera su Rai Uno con protagonista l’attore Alessandro Preziosi (fotoa destra). Un tv movie che lancia un forte messaggio di speranza, soprattutto ai giovani che vogliono prendere in mano la propria vita e ribellarsi a un destino ereditato. L’obiettivo che nella realtà si è prefissato Roberto Di Bella (foto a sinistra), dal 2011 presidente del Tribunale dei Minori di Reggio Calabria. Per tutelare i ragazzi che crescono in contesti mafiosi, ha finora emesso provvedimenti di allontanamento dalle famiglie di 70 minori (dagli 11 anni in su) per indicargli la strada della libertà, spesso seguita anche dalle madri, allo stesso modo condizionate dagli ambienti in cui hanno vissuto. E il film ha ben raccontato la storia di uno di questi ragazzi salvato da una vita criminale.
Il regista Giacomo Campiotti ha diretto un film che fa onore al servizio pubblico, raccontando l’impegno civile del magistrato, 53 anni, che della sua esperienza ha detto, in una recente intervista a La Voce di New York: <In Calabria vengono commessi reati molto gravi. Negli anni abbiamo avuto diversi casi di omicidi, detenzione e porto di armi; abbiamo giudicato minori che hanno commesso estorsioni o che hanno favorito la latitanza di esponenti ‘ndranghetistici. Altri coinvolti a pieno titolo nelle dinamiche delle faide e associative. Questo accade perché la ‘ndrangheta ha una struttura su base familiare e allora c’è spesso una continuità all’interno della stessa famiglia>.
Un impegno che il magistrato porta avanti da sempre, sfidando apertamente ogni giorno la criminalità organizzata, in collaborazione con la Procura della Repubblica per i Minorenni, la Procura Antimafia e, in alcuni casi, con l’associazione “Libera“ di Don Ciotti.
“Liberi di scegliere” è il nome del protocollo ideato dal magistrato per allontanare i minori dall’ambiente familiare e far decadere la potestà genitoriale dei boss e delle loro mogli, incluso all’interno del Testo Unico contro la criminalità organizzata (legge Bova) che il Consiglio regionale della Calabria ha approvato nei mesi scorsi.
<Quando ho avuto modo di conoscere e incontrare il presidente Di Bella, sin da subito ho capito l’enorme impatto sociale che la sua intuizione avrebbe potuto avere tanto in Calabria quanto nel resto del Paese – ha detto l’onorevole Arturo Bova, presidente della Commissione contro la ‘ndrangheta – e gli chiesi allora di scrivere di proprio pugno la norma che sarebbe diventata legge e che avrebbe disciplinato in via definitiva il programma. Sono entusiasta del fatto che la Calabria, grazie alla legge che abbiamo approvato, sia stata la prima regione italiana a disciplinare un protocollo così importante>.
Grazie al film di Rai Uno è stato possibile riflettere su una tematica delicata e, purtroppo, molto attuale nel nostro Paese, ma anche conoscere un magistrato che ha sempre lavorato in silenzio e con dedizione in una delle regioni italiane più difficili, senza alcuna tentazione di protagonismo, come solo i grandi uomini al servizio dello Stato sanno fare.
E’ stato anche in Cina a cantare le canzoni di Lucio Battisti, cantautore intergenerazionale scomparso ormai da venti anni. Musica senza confini che Mauro Masè, artista abruzzese, dal 1998 porta nel mondo con uno spettacolo che include 24 canzoni del repertorio di Battisti.
Mauro Masè è “la voce di Battisti” e come lui canta, si muove e si veste, accompagnato dalla band formata da Fabio Rutolo alle chitarre, Dario Secondino al piano e tastiere, Francesca Petaccia al basso, Alessandro Di Muzio alla batteria, Stefania Nanni e Simona Marinucci ai cori. Ha all’attivo oltre 600 concerti in Italia e all’estero e in programma ce ne sono in Europa e in Australia.
Si è esibito con Bruno Lauzi, Adriano Pappalardo e La Formula 3 a Poggio Bustone, paese natale di Battisti, in occasione dell’anniversario della morte, ed è stato il protagonista della docu-fiction dedicata al cantautore italiano “L’uomo di Marzo” – Il silenzio… il sogno” presentata in anteprima al 57esimo Festival di Sanremo. Ha inciso per la Blue Music “Mauro Masè, una voce per Battisti”, volumi 1 e 2. Lo incontro mentre sta preparando il tour estivo 2019 che toccherà numerose piazze italiane.
Come è nata la tua passione per Battisti, tanto da aver impostato la tua carriera sulla sua musica, pur scrivendo anche brani tuoi?
L’ho presa dai miei genitori che lo ascoltavano continuamente con il mangiadischi. Da piccolo ero una peste, soltanto quando sentivo le canzoni di Lucio stavo buono, mi calmavo, come se entrassi in un’altra dimensione. Una passione che ho praticamente da sempre.
Anche la critica ha accostato la tua voce a quella di Battisti, riconoscendoti una forte sensibilità. Come ti definiresti? Un suo sosia?
No, non sono un sosia né un imitatore di Battisti, sono un suo interprete, fedele al suo stile.
Qual è la tua canzone preferita del vasto repertorio che Lucio ci ha regalato? Quella che ami maggiormente cantare?
E’ sicuramente “Mi ritorni in mente”. Non so se è la più bella, ma è quella che preferisco, sono cresciuto con le note di questa canzone. E mi ha fatto anche vincere la prima puntata di “Momenti di gloria” condotto da Mike Bongiorno su Canale 5.
Come vengono accolte dal pubblico le canzoni che interpreti?
Con grande entusiasmo, il
pubblico è fantastico e canta con me tutte le canzoni. Si tratta di
appassionati di tutte le età, di ogni generazione.
Anche all’estero c’è lo stesso coinvolgimento?
Assolutamente. Ho fatto
concerti in Cina, Belgio, Canada e Svizzera. C’è un grande entusiasmo tra gli
italiani che vivono all’estero ma anche tra i residenti. Ho un bel ricordo dei
cinesi, che non conoscevano ovviamente le parole delle canzoni, ma seguivano con
estremo interesse, erano contentissimi di sentire la musica italiana che
proponevo. Lucio è decisamente anche un artista internazionale, unico nel suo
genere. Ha rivoluzionato il pop italiano con una voce rimasta unica.
Una voce che Mauro Masè continua a far vivere nei suoi concerti, sempre affollati. Un eterno omaggio ad un artista che troppo presto ha lasciato le scene e la vita.
Domenica 24 febbraio, alle ore 18.00, presso il Teatro PalaPartenope di Napoli (via Barbagallo 115), lo spettacolo dei Black Blues Brothers.
Black e Blue non sono solo colori ma soprattutto stati d’animo. E Brother non è solo una parola ma un modo di essere. Cinque acrobati in stile americano ma con l’africa nel sangue inseguono i capricci di una scalcagnata radio d’epoca che trasmette brani Rhythm & Blues e mettono in scena la loro incredibile carica di energia con un repertorio vastissimo di discipline acrobatiche.
Tra limbo, salti mortali e piramidi umane questa band composta da equilibristi, sbandieratori e danzatori con fuoco, sulle note della colonna sonora del leggendario film, presenta uno spettacolo adatto a un pubblico universale, dove a parlare sono la musica e il virtuosismo acrobatico. Sono i Black Blues Brothers: la loro missione è divertirvi!. Hanno già conquistato gli applausi di decine di migliaia di spettatori in tutta Europa.
I social sono pieni di fake news. False informazioni messe in circolo ad arte per avvelenare il clima, in particolare quello politico. E’ la piattaforma Facebook a detenere il triste primato di pubblicazione di fatti non veri condivisi da milioni di persone. Una disinformazione alla quale tutti ci dovremmo ribellare. Ma cosa si fa per contrastare questo fenomeno?
Mark
Zuckerberg ha annunciato, di recente, di aver dato vita ad una nuova
collaborazione nel Regno Unito con l’associazione benefica e indipendente Full
Fact, che si occuperà proprio di verificare la veridicità e l’affidabilità di
articoli, immagini e video condivisi sul social network. Come verrà strutturata questa operazione
verità?
Nel
comunicato di Facebook si legge: <In pratica, resta sempre valida la
segnalazione delle notizie false da parte degli utenti. Ricevuta la
segnalazione, entra in gioco il team di Full Fact che procederà all’analisi del
contenuto, verificando l’accuratezza del contenuto stesso per poi valutarlo
come vero, falso oppure un mix di entrambi. Una volta fatto questo passaggio,
gli utenti saranno avvisati se un contenuto che stanno per condividere è stato
verificato come falso, ma a nessuno sarà impedito di condividere o leggere
qualsiasi contenuto, che sia falso o meno. Full Fact si concentrerà sulla
revisione e valutazione della disinformazione che costituisce il maggior
potenziale per danneggiare la sicurezza delle persone o minare i processi
democratici, come pericolose cure per il cancro, false storie che si diffondono
dopo attacchi terroristici o falsi contenuti su come votare prima delle
elezioni>.
Ma quale è l’utente tipo che abbocca? Un recente studio, condotto dalle università di New York e Princeton, ha dimostrato che la propensione a condividere notizie false sui social network non sia del tutto legata allo stato sociale dell’utente, alla formazione, al sesso, quanto, invece, all’età. E sarebbero gli over 65 quelli più solerti a condividere fake news.
E in Italia come siamo messi? Male, molto male. La disinformazione galoppa, coinvolgendo tutto e tutti: Amatrice, reddito di cittadinanza, inchieste giudiziarie, dichiarazioni dei politici, emigrati ecc. ecc. Siamo travolti dalle fake news, si salvi chi può.
Più che di osservatori per verificare quanto si posta (ma della collaborazione di Facebook con Full Act si devono ancora vedere i risultati e, personalmente, non sono molto ottimista) occorrerebbe l’onestà intellettuale di riconoscere, quando viene segnalato, di aver sbagliato a condividere notizie farlocche. E non succede quasi mai. Sarebbe necessario, poi, verificare di persona, attingendo ad altri fonti più credibili, ciò che si sta pubblicando. Ma forse è chiedere troppo, in una società – virtuale o reale non fa differenza – dove prevale la superficialità e l’incattivimento.